La prima puntata, con focus sul periodo 2000-2010, della nostra rubrica in cui segnaliamo gli album con la migliore qualità percepita in fase di ascolto.

Album of the Ear è una rubrica che vuole segnalare e dare evidenza degli album che, nell’epoca della Loudness War, si distinguono per la qualità della produzione (scrittura, arrangiamento, registrazione, mix, mastering) e, in ultima analisi, per la qualità percepita in fase di ascolto. Presteremo particolare attenzione al range dinamico (in breve: l’intervallo, misurato in dB, tra il valore minimo di ampiezza di un suono e quello massimo), aspetto cruciale tra quelli che fanno “suonare bene” un disco e che spesso viene sacrificato per far sì che la musica possa sentirsi forte (ma non meglio) soprattutto su dispositivi economici e contesti caotici.

Vogliamo segnalare quelle esperienze di produzione che scelgono di non piegarsi all’andazzo generale. Album che quando riprodotti su un buon impianto e con buone abitudini di ascolto, offrono esperienze impagabili.

Periodo preso in esame

L’obiettivo di Album of the Ear è selezionare e promuovere le uscite discografiche contraddistinte da una eccellente resa sonora. Vogliamo fornire indicazioni utili a chi certi dischi vorrebbe comprarli e non sa cosa aspettarsi dal punto di vista dell’esperienza di ascolto.
In questa prima puntata iniziamo con una retrospettiva dei dischi “meglio suonanti” nel periodo di osservazione 2000-2010. 

I primi segnali della tendenza poi nota come Loudness War si sono avuti già nella seconda metà degli anni Novanta, ma la “guerra” è poi esplosa a partire dal decennio successivo. Per questo il 2000 ci è sembrato un buon anno da cui partire, anche per la perfetta rotondità del numero.

Caratteristiche degli album scelti

I dischi scelti saranno principalmente di genere rock, pop, indie (ok, non è propriamente un genere, ma ci siamo capiti) ed elettronica.
Abbiamo volutamente escluso dischi di musica classica e jazz perché in questi ambiti un buon range dinamico è la regola e una selezione avrebbe poco senso. Allo stesso modo non saranno presenti live album perché vogliamo evidenziare le scelte di mastering – e più in generale di produzione – adottate per gli album in studio. 

Le scelte verteranno principalmente su album ben accolti dalla critica o dal pubblico, ma non mancheremo di segnalare anche titoli fuori dai radar che riteniamo validi per contenuto e per qualità della produzione. 

Dal punto di vista del supporto, per ogni lavoro verrà preso in considerazione esclusivamente il master destinato ai CD o alle piattaforme di musica in streaming. Per limiti tecnici di misurazione e per assenza di fonti informative affidabili, in Album of the Ear non verrà preso in considerazione il vinile, fatti salvi cenni per particolari album di cui è nota la qualità dinamica del master analogico. 

Non è una classifica, ma una lista di dischi ben suonanti che piacciono alla redazione. 

Caratteristiche sonore

Come anticipato in premessa, il range dinamico sarà l’elemento principe che ci guiderà nella scelta. Sebbene il LUFS (qui trovate una buona spiegazione: Cosa sono i LUFS? Spiegazione della misurazione del volume | LANDR Blog) sia la misura standard attualmente più usata per misurare il volume di una registrazione, per i nostri scopi e per la facilità di lettura, nonché per la disponibilità di un ampio database di consultazione, abbiamo deciso di usare il valore DR derivante dall’utilizzo dell’algoritmo sviluppato dalla Pleasurize Music Foundation (ne abbiamo parlato qui).
In sintesi, questo algoritmo permette di misurare e fare una media tra le parti a basso volume e quelle ad alto volume in una registrazione, restituendo un valore medio di Dynamic Range (DR). Più alto è il valore, più l’album viene percepito come dinamico.
Nei generi presi in esame per questa nostra selezione, un disco è generalmente percepito in maniera dinamica quando il suo DR è almeno 8.

Per rendere più facile la comprensione, facciamo un paio di esempi. “Death Magnetic” dei Metallica risulta avere DR 3: è infatti un album comunemente riconosciuto come uno dei peggiori frutti della loudness war e molto affaticante all’ascolto. “Lateralus” dei Tool ha DR 10, risulta dinamico e sostenibile anche ascoltato ad alto volume.

Tuttavia esistono diversi casi di dischi ben suonanti che presentano un basso range dinamico. Questo generalmente è determinato in primis dal lavoro di scrittura e arrangiamento del brano. Una canzone ben arrangiata ha in linea di massima il giusto numero di strumenti che si dividono il brano a livello di timbro (giocando quindi sulla “voce” differente che si ottiene miscelando strumenti differenti), a livello armonico (suonando parti differenti e complementari) e ovviamente ritmico (ad esempio incastrando suddivisioni metriche differenti all’interno dello stesso groove). Una canzone ben curata sotto tali punti di vista avrà quindi buone chance di essere percepita come ben suonante anche nel caso di un master compresso (sempre entro certi limiti, chiaramente).

I dischi con un alto DR vengono valorizzati da un ascolto a medio/alto volume. Molto spesso infatti a basso volume sembrano essere smorti, non coinvolgenti (in inglese viene usato frequentemente il termine “dull”) ma prendono letteralmente vita quando l’ascoltatore alza il volume, evidenziando tutti i vantaggi di una registrazione dinamica. Tenetene conto quando ascolterete gli album di questa lista. 

Oltre al DR ci sono diversi aspetti che concorrono ad una buona resa sonora e ne abbiamo tenuto conto nella selezione di album che vi presentiamo. La sensazione di “disco che suona bene” è inoltre in parte soggettiva e influenzata da diversi fattori psicoacustici (propria sensibilità, impianto o dispositivo utilizzati, ambiente d’ascolto ecc.), sebbene il range dinamico sia una caratteristica sempre oggettivamente riscontrabile ed apprezzabile, soprattutto a medio/alto volume.

La lista è frutto delle preferenze espresse da ogni membro della redazione, su una selezione di album che nella nostra esperienza di ascoltatori abbiamo riconosciuto come ottimamente prodotti.

Alla fine della selezione troverete una playlist che comprende i brani consigliati per ogni album.

Selezione 2000-2010

D’Angelo – “Voodoo” (2000, Virgin Records) [DR: 9]

D’Angelo in carriera, ad oggi, ha pubblicato tre dischi. Uno per decennio. “Brown Sugar” nel 1995, Voodoonel 2000 e Black Messiah nel 2018. Il polistrumentista e cantante, con un passato da enfant prodige, è universalmente riconosciuto come uno degli artisti che hanno ridato linfa alla black music riportandola ai fasti del passato. Voodoo è un lavoro di neo-soul, che riprende la lezione del sexual healing di Marvin Gaye, l’istrionismo di Prince, l’amore per le orchestrazioni di Isaac Hayes, il groove funk di James Brown e la scuola gospel americana. La riuscita del disco non è dovuta solo allo straordinario gusto e talento di D’Angelo, ma anche per la scelta nei collaboratori tra cui figurano Pino Palladino, Roy Hargrove, ?uestlove! o Q-Tip. Un album che suona bene su qualsiasi dispositivo, grazie alla dinamica ampia ma non così eccessiva da richiedere per forza impianti di una certa qualità. Basso vivo e non compresso, ampiezza dell’immagine stereo con funzionali effetti di panning tra i due canali, sonorità nel complesso equilibrate tra pieni e vuoti e tra vintage e modernità. Registrato e mixato da Russel Elevado agli Electric Lady Studios commissionati da Jimi Hendrix nel 1968.

Brano consigliato: Feel Like Makin’ Love


Karate – “Unsolved” (2000, Southern Records) [DR: 12]

I bostoniani Karate, sono una di quelle band che riconosci al volo dopo poche note e già questo è tendenzialmente un gran merito, perché significa avere uno stile unico e inconfondibile. “Unsolved” è il quarto disco della band e segna un parziale abbandono dell’emocore delle origini e delle distorsioni di chitarra, per lasciare invece spazio a passaggi più jazzati, ma sempre nella forma canzone rock. Contiene almeno tre o quattro brani di forte poesia, grazie alle raffinate linee di chitarra, i testi e la voce del leader Jeoff Farina, ma anche ad una sezione ritmica sempre di livello. Tutto è registrato e mixato quasi come un live in studio, l’ampia dinamica permette ad ogni strumento di emergere come deve e regalare agli ascoltatori suoni avvolgenti e rapporti di volume naturali. E’ uno di quei lavori che si apprezza bene alzando il volume, nella nostra playlist “Sever” è posizionata dopo il pezzo di D’Angelo e potrebbe sembrare all’inizio un po’ cupa nelle sonorità, ma alzate il volume e non vi deluderà. Album prezioso.

Brano consigliato: Sever


Mark Knopfler – “Sailing to Philadelphia” (2000, Mercury Records) [DR: 10]

Secondo album da solista per Mark Knopfler, pubblicato quattro anni dopo l’esordio “Golden Heart”. È un album maturo, in cui Knopfler si muove perfettamente a suo agio tra blues, country e rock. Sicuramente e per ovvie ragioni consigliato ai fan dei Dire Straits, ma può essere certamente godibile anche a chi volesse ascoltare un album non particolarmente impegnativo ma sicuramente ben suonato da un chitarrista sublime che non cerca mail il virtuosismo fine a sé stesso. Tra gli ospiti figurano, alla voce, James Taylor e Van Morrison. Come suona? Bene, benissimo, come Mr. Knopfler ci aveva già abituato con i Dire Straits, altissimo livello di produzione. Prodotto e mixato da Chuck Ainlay e masterizzato da Denny Purcell.

Brano consigliato: Speedway at Nazareth


Porcupine Tree – “Lightbulb Sun” (2000, Kscope) [DR: 10]

Non tra i migliori album di Steve Wilson e soci, ma mediamente molto apprezzato dai fan, soprattutto per la presenza di brani come la titletrack, Shesmovedon e Russia on Ice. Si muove tra pezzi più sognanti e malinconici (Lightbulb Sun, How is Your Life Today) e pezzi con riff imponenti e decisamente più rock (Four Chords That Made A Million), nel complesso rimane comunque stabile un mood adatto per le giornate uggiose e i momenti di malinconia. Stilisticamente ci sono riferimenti ai Pink Floyd, ai Led Zeppelin e ai dEUS (Feel So Low). Per quanto riguarda range dinamico, arrangiamenti e in generale resa sonora, Wilson (che cura tutto, dalla registrazione al mastering) è una garanzia, e anche qui non delude. Basso, chitarra, batteria, voce: tutto suona ben definito, bilanciato, dinamico e profondo.

Brano consigliato: Shemovedon


Shellac – “1000 Hurts” (2000, Touch & Go) [DR: 12]

Steve Albini è il re della produzione analogica in ambito rock. Pochi o nessuno sanno rendere al meglio chitarre distorte, sezioni ritmiche martellanti e urlacci al microfono come è in grado di fare lui. “1000 Hurts” è il quarto album degli Shellac, e come potrebbe suggerire il titolo, si tratta di un album non certo accomodante. Gli assalti di basso e batteria, le rasoiate di chitarra e i testi nonsense (ma esilaranti) di Albini però sono resi meravigliosamente, con un suono naturale, dinamico, senza artifici di produzione. Gli album degli Shellac sono il perfetto esempio di come per avere un suono in your face non serva comprimere il master, anzi. Gli Shellac sono senza dubbio una delle band più interessanti dell’alternative americano degli anni ’90 e ’00 e Steve Albini uno dei produttori più importanti. “1000 Hurts” è stato registrato e mixato da Albini e masterizzato da Steve Rooke negli studi di Abbie Road.

Brano consigliato: Watchsong


Steely Dan – “Two Against Nature” (2000, Giant) [DR: 11]

L’album che segna il ritorno di Walter Becker e Donald Fagen aka Steely Dan dopo 20 anni dal precedente “Gaucho”. Vincitore del Grammy Award for Best Engineered Album nel 2001, “Two Against Nature” è un vero e proprio capolavoro di registrazione, arrangiamento e produzione. Uno degli album migliori per testare un impianto Hi-Fi e che è apprezzabile a pieno solo su un buon impianto, perché ha delle escursioni dinamiche che presuppongono un lavoro non indifferente che solo amplificatori e altoparlanti di un certo tipo possono riprodurre nella maniera migliore. A patto di avere quindi un buon impianto (anche se comunque si lascia apprezzare anche su dispositivi economici), offre un’esperienza di ascolto impagabile. Registrato, mixato e prodotto da un team ampio di fuoriclasse dell’ingegneria audio. Ne esiste anche una versione di HdTracks a 24 bit con DR 16, che effettivamente all’ascolto risulta ancora più dinamica.

Brano consigliato: Gaslighiting Abbie


Ulver – “Perdition City” (2000, Jester Records) [DR: 10]

“Perdition City” è universalmente riconosciuto come il capolavoro della svolta nel suono degli Ulver, band che è stata capace di affrontare notevoli variazioni stilistiche durante la propria carriera. Un lavoro che accantona il black metal e folk degli esordi, per addentrarsi in atmosfere metropolitane, cupe e claustrofobiche. Un disco che ha saputo raccontare le sensazioni di angoscia tra corridoi stretti di anguste abitazioni tutte uguali e inospitali, vicoli e strade illuminate solo da luce artificiale di lampadine dal momento che quella naturale sembra scomparsa. Music to an Interior Film, tra ambient, elettronica, trip hop, jazz. Il disco che ha saputo anticipare le sensazioni di smarrimento e di alienazione provate nel lockdown, nelle nostre case che non riconoscevamo più come tali. Dentro città che avevano perso la propria identità. Una città di perdizione, in tanti sensi. Scritto e arrangiato dal cantante Kristoffer Rygg in collaborazione con Tore Ylwizaker, che si è occupato anche del mix. Masterizzato da Audun Strype.

Brano consigliato: Porn Piece Or The Scars Of Cold Kisses


Björk – “Vespertine” (2001, One Little Independent) [DR: 9]

Prima di questo quinto album, Björk aveva già avuto modo di mostrarsi al mondo come una delle più talentuose compositrici e cantanti del nostro tempo. Con questo “Verspertine”, album intimo, oscuro, ma con aperture di luce, il folletto islandese innalza ulteriormente i livelli di sofisticazione di scrittura, cantato e arrangiamenti. Se il precedente “Homogenic” aveva mostrato il lato più urgente e a tratti rabbioso dell’artista islandese, con “Vespertine” ad emergere è invece una dimensione più intima e calma. I temi trattano di amore e caccia. Dal punto di vista sonoro presenta affascinanti trame vocali che si innestano su minimali ma sofisticati tappeti elettronici a cura del duo elettronico nordamericano Matmos. Fondamentale l’apporto anche di Mark “Spike” Stent al mixer, collaboratore storico anche dei Massive Attack, la cui impronta è riconoscibile ad esempio nel basso fluido e pulsante dell’opener Hidden Place.

Brano consigliato: Pagan Poetry


Daft Punk – “Discovery” (2001, Virgin Records) [DR: 10]

Discovery è stata una scoperta nella scoperta: la consacrazione definitiva dei Daft Punk, alfieri della french-touch e della loro house stratificata; l’ incredibile matrimonio tra l’animazione giapponese di “Interstella 5555” e i brani del disco. Il talento del duo parigino di saper fondere synth-pop, house, disco music con l’approccio robotico che li può considerare in un certo qual modo gli eredi dei Kraftwerk con il gusto melodico pop dei Beatles. Artefici di una marcata estetica retrofuturista che, per citare il giornalista e critico musicale Adrien Durand, sintetizza le influenze del passato ed elevarsi a manifesto di una nuova musica popolare robotica. Dal punto di vista della produzione, l’album impressiona per la quantità di dettagli nelle texture sonore e per la perfetta integrazione tra suoni digitali e parti suonate con strumenti analogici. Un approccio che è un po’ un marchio di fabbrica del duo francese.

Brano consigliato: Something About Us


Tool – “Lateralus” (2001, Volcano II) [DR: 10]

Uno dei capolavori della band di Maynard e co, un album che non ha bisogno di presentazioni. La produzione fu affidata a David Bottrill, il mix a Vince De Franco e il mastering al Gateway Mastering Studios. Spettacolare il suono di basso, chitarra e batteria, soprattutto nelle parti più calme (la prima parte di Schism è indicativa in tal senso), mentre forse tende ad essere un po’ compresso e a “strillare”, come si dice in gergo, nelle parti più sature di suono. Rimane comunque un disco imprescindibile, ovviamente per il contenuto, ma anche in una ipotetica collezione di dischi ben suonanti.

Brano consigliato: Schism


Beck – “Sea Changes” (2002, Geffen) [DR: 8]

Omaggio a Drake (Nick), Van Morrison di “Astral Weeks”, ma anche Ben Harper e gli Eels dell’esordio e di “Souljacker”. Disco orchestrale, sentito ed emotivo in cui Beck Hansen perfeziona, con arrangiamenti di grande livello, quanto aveva seminato nel corso della sua carriera e in particolare in “Mutations(1998). A questo si somma la componente di freak sound, imprescindibile nel Beckismo: suoni sgraziati, momenti strabordanti, che si affiancano a passaggi che ricordano gli anni ’90 e i primi ‘2000, tra alt e pop rock. L’arrangiamento “sobrio” aiuta l’intellegibilità di tutto lo spettro di strumenti e permette una buona qualità percepita anche su dispositivi o sistemi di riproduzione non eccelsi. Prodotto, registrato e mixato da Nigel Godrich, masterizzato al Gateway Mastering studio di Bob Ludwig. Due nomi che sono una garanzia nell’ambito dell’ingegneria del suono.

Brano consigliato: The Golden Age


Norah Jones – “Come Away With Me” (2002, Blue Note Record) [DR: 11]

Uscito in ogni formato possibile (CD normale, remastered o deluxe; SACD; diverse varianti “audiophile” su vinile), “Come Away With Me” rappresenta un perfetto (?) anello di congiunzione tra il pop e il jazz e rivela al mondo la suadente voce di Norah Jones. Accolto in maniera variegata da critica e pubblico, ma generalmente bene, è un disco onnipresente in ogni classifica di dischi definiti da “audiofili” e non possiamo farcelo mancare. S. Husky Höskulds, Arif Mardin e Jay Newland sono gli ingegneri del suono che hanno permesso al disco di vincere il “Grammy Award for Best Engineered Album, Non-Classical” nel 2003. Quest’anno ricorre il ventennale, aspettiamoci ulteriori riedizioni in chissà quali fantasiosi formati di riproduzione.

Brano consigliato: Turn Me On


Sigur Ros – “()” (2002, FatCat Records) [DR:9]

Trovarsi da soli nell’entroterra islandese, l’orizzonte infinito davanti, la neve che sta ricoprendo a poco a poco tutto il panorama. Vastità, solitudine, mancanza di punti di riferimento: il terzo disco dei Sigur Ros è proprio così. Un titolo sibillino, un packaging minimale, anzi assolutamente spoglio, nessun titolo per le 8 tracce presenti. Un concetto decisamente più spinto rispetto al celebre precedente “Ágætis byrjun” e al seguente “Takk…”. Un lavoro che è un viaggio infinito verso l’inverno nordico. Sonorità del genere non avrebbero senso con un mix senza respiro e un master compresso. Il DR 9 certifica una buona ampiezza dinamica che permette la resa perfetta dell’originale ed affascinante proposta sonora del gruppo islandese. Produzione tutta affidata al leggendario e compianto Ken Thomas, scomparso a luglio del 2021.

Brano consigliato: Untitled #4 (Njósnavélin)


The Notwist – “Neon Golden” (2002, City Slang) [DR: 9]

Come definire un disco del genere? Influente, sorprendete, trasversale, imprescindibile? I Notwist sono riusciti ad unire l’elettronica di matrice teutonica, le chitarre da gruppo indie rock, una capacità superba di scrivere melodie pop, una scelta raffinatissima negli arrangiamenti degli archi, un mood intimo e malinconico. Un lavoro non etichettabile perché unico, composto da dieci gemme una più bella dell’altra. All’ascolto si evidenziano un’ampia scena sonora, suoni profondi e un arrangiamento arioso che permette una perfetta resa di ogni strumento, voce compresa. Masterizzato da Chris Blair, ingegnere del suono negli studi di Abbey Road che nel corso della sua carriera ha messo le mani su svariati dischi epocali.

Brano consigliato: Pilot


Wilco – “Yankee Hotel Foxtrot” (2002, self-released e Nonesutch Records) [DR: 9]

Nella lunga carriera dei Wilco sicuramente questo lavoro, assieme al successivo “A Ghost Is Born”, rappresenta l’apice artistico inarrivabile per la band di Chicago e non è un caso che entrambi i lavori siano stati prodotti da Jim O’Rourke. Il musicista e produttore è stato una icona della scena alternative e sperimentale di Chicago e New York, oltre che consulente per il film School of Rock, insegnando ai giovani attori come suonare le canzoni nel film. Yankee è un disco antologico se si vuole introdurre un neofita alla scuola americana dell’alternative rock – folk postmoderno, con la sua duplice anima: da un lato la componente melodica e radio friendly, dall’altra la potenza del songwriting emotivo e profondo di Jeff Tweedy, contaminato da una ricerca sperimentale. Dal punto di vista della resa sonora, l’album si distingue per un’ampia scena sonora, efficaci effetti di panning stereo, batteria con suono pieno e dettagliato, voce intellegibile nelle sue sfumature e linee di chitarra in cui puoi sentire le corde sfiorate dalle dita di O’ Rourke.

Brano consigliato: Jesus, Etc.


Calexico – “Feast Of Wire” (2003, Quartesticks Records) [DR: 9]

Uno degli album più interessanti dei Calexico tra quelli degli anni ’00, una sorta di colonna sonora per un ipotetico road movie girato tra l’Arizona e il Messico. La band di Joey Burns e John Convertino arricchisce la propria proposta già ampiamente riconoscibile e riconosciuta, aggiungendo elettronica ed atmosfere lounge agli ingredienti. Tutto funziona, anche la produzione, affidata alle sapienti mani di Craig Schumacher (registrazione e mixing) e JJ Golden (mastering). Basta ascoltare la splendida Quattro – World Drifts In: i primi colpi di grancassa di John Convertino sono sufficienti a far capire la qualità di registrazione di questo disco.

Brano consigliato: Quattro – World Drifts In


Elisa – “Lotus” (2003, Sugar Music) [DR: 8]

Dopo la fortunata parentesi con Corrado Rustici alla produzione, Elisa sceglie la parziale autoproduzione (c’è l’aiuto di Pasquale Minieri) per questo “Lotus”. Un album intimo, perlopiù acustico, registrato su nastro in presa diretta nello studio Officine Meccaniche di Milano. Contiene rifacimenti di brani usciti sugli album precedenti, oltre a qualche cover e alcuni inediti. All’ascolto stupisce per definizione e calore, oltre ad essere forse l’album che più esalta le capacità vocali della cantante di Monfalcone in tutte le sue ricche sfumature. Uscì anche in Super Audio CD in una versione che risulta anche più dinamica (DR 10). Ha ottenuto quattro dischi di platino grazie alle oltre 400.000 copie vendute. Se interessati, qui trovate anche il “making of” del disco.

Brano consigliato: Sleeping In Your Hand


Joss Stone – “The Soul Sessions” (2003, S-Curve Records) [DR:9]

Debut album di Joss Stone, è una raccolta di cover di brani soul degli anni ’60 e ’70 più “Fell In Love with a Girl” (declinata in “with a Boy“) degli White Stripes. Senza dubbio una delle migliori voci in ambito R&B e soul degli ultimi 20 anni. Questo disco impressiona proprio per il dettaglio di registrazione della voce: si sentono i respiri prima di ogni strofa e ogni piccolo suono emesso dalle corde vocali e dalle labbra. Ma convince anche la registrazione e il mix di tutta la band, che restituiscono una scena sonora perfettamente bilanciata. Prodotto da Betty Wright, Steve Greenberg e Michael Mangini, masterizzato da Chris Gehringer, è un disco imperdibile in una collezione “audiofila”.

Brano consigliato: The Chokin’ Kind


The White Stripes – “Elephant” (2003, V2; XL; Third Man) [DR: 9]

Citato in varie classifiche degli album rock più importanti degli anni ’00 e aperto da “Seven Nation Army” il cui riff principale è stato traslato in un coro vocale in qualsiasi stadio di calcio del mondo, “Elephant” è il quarto album in studio del duo White Stripes e quello che ha aumentato a dismisura la fama di Jack White. La produzione è stata curata direttamente da lui usando un equipaggiamento “vintage” che includeva un registratore a nastro a 8 tracce e altri componenti tutti rigorosamente degli anni ’60 (nessuna apparecchiatura posteriore al 1963 come anno di fabbricazione). L’opening track, oppure Ball and Biscuits, oltre che brani ispiratissimi, sono anche buone dimostrazioni sonore per impressionare gli ospiti di turno con il vostro impianto.

Brano consigliato: Ball and Biscuits


Clap Your Hands Say Yeah – “Clap Your Hands Say Yeah” (2005, Wichita) [DR: 9]

Convincente esordio del gruppo di Brooklyn, che sin dagli inizi gode di un fortissimo hype ed è incensato da Pitchfork, con la benedizione di David Bowie e David Byrne, fan d’eccezione. Ed è proprio quest’ultimo una delle influenze maggiori, soprattutto nel modo di cantare di Alec Ounsworth e nella scelta di costruire brani con stili differenti ma restando nell’ambito indie-alternative. Prodotto da Adam Lasus, altro convinto sostenitore della superiorità della registrazione e del mix analogico su nastro, come Steve Albini. Difficile fargli obiezioni se i risultati sono questi. Come nel caso dei lavori degli Shellac, l’esordio dei CYHSY suona quasi fosse un live in studio, naturale, con un mix arioso dove ogni strumento ha la sua pienezza timbrica.

Brano consigliato: Over and Over Again (Lost and Found)


Burial – “Untrue” (2007, Hyperdub) [DR: 8]

Cosa potremmo scrivere di “Untrue” che non sia stato raccontato in maniera impeccabile da Simon Reynolds o dallo stesso Mark Fisher, a cui Burial rilasciò una intervista su Wire? Un disco che tanti, tra addetti al settore e musicisti, considerano epocale e tra i più importanti del decennio che analizziamo. “Untrue” è il fantasma dei rave passati, un disco hauntologico, una galleria di ritratti che consideriamo familiari senza averli mai visti in precedenza. Un collage di suoni, esperienze e sensazioni che sono state concatenate dall’artista inglese in questo monumento all’UK Garage e all’early jungle. Monumentale come il lavoro svolto dallo stesso Burial, che ha prodotto e inciso da solo il lavoro, selezionando ogni singolo frammento che ha composto “Untrue”. Campionamenti delle più svariate provenienze, come alcuni beat che sono stati ricreati dal reload delle munizioni nei primi sparatutto della Nintendo. Voci e suoni affini alla nostra memoria, ma difficili da mettere a fuoco e che non riusciamo a raccontare dettagliatamente come i ricordi di un sogno nell’immediato risveglio. Il mix dell’album è fondamentale per esaltare la sua dimensione immersiva, tappeti sonori stratificati su più livelli e un uso creativo del panning stereo (soprattutto sulla voce) restituiscono un suono spaziale.

Brano consigliato: Archangel


Elsiane – “Hybrid” (2007, Nettwerk) [DR: 8]

Gli Elsiane sono un duo canadese, formato da Elsieanne Caplette e Stephane Sotto. “Hybrid” è il loro disco d’esordio, con sonorità trip-hop, downtempo e sfumature di musica etnica, il tutto contraddistinto fortemente dal particolarissimo stile vocale della Caplette. Dal punto di vista della qualità acustica, si percepisce già dai primi secondi la qualità della registrazione, il range dinamico e l’equilibrio di tutte le frequenze. L’arrangiamento è molto stratificato con i suoi tappeti di orchestrazioni, ma nonostante questo, il mix (curato da Rob Heaney) è arioso e per nulla affaticante.

Brano consigliato: Vaporous


LCD Soundsystem – “Sound of Silver” (2007, DFA Records) [DR: 9]

James Murphy, leader e mastermind degli LCD Soundsystem, è l’unico musicista che oggi può meritarsi l’investitura di erede di David Byrne, così come il suo progetto musicale primario potrebbe considerarsi il Talking Heads della Gen X e dei Millennials. La discografia del gruppo si è progressivamente evoluta, a partire dal dance-punk e art-rock dell’esordio, con un ventaglio di influenze, dettagli, cambi di stile e geometrie che hanno reso la band qualcosa di unico nel proprio genere. Uno degli elementi che contraddistingue “Sound Of Silver” è l’ironia, tagliente e cinica, dei testi e allo stesso tempo una innata sensibilità e maturità nell’affrontare argomenti delicati come la depressione, la perdita di una persona vicina (Someone Great), l’ignoranza borghese e vanesia, il bivio tra restare o andare via (New York I Love You, But You’re Bringing Me Down) o la crescita con l’amarezza di non poter condividere i momenti piacevoli perché non sai dove siano i tuoi amici in quel momento (All My Friends). L’ascolto del disco ci porterà a piegarci alla Legge di Murphy. In costante oscillazione tra la dancefloor o il lettino dello psicanalista, tra canzoni brevi o brani dal minutaggio impegnativo, la proposta sonora e stratificata finirà sempre per catturarci. Mixato dallo stesso Murphy in collaborazione con Dave Sardy e masterizzato da Geoff Pesche (dagli studios di Abbey Road), il disco beneficia di un buon DR che, in accoppiata alle sonorità elettroniche (tendenzialmente meno affaticanti di quelle rock), invita ad un ascolto ad alto volume e lo permette senza fatica.

Brano consigliato: Someone Great


OM – “Pilgrimage” (2007, Southern Lord Records) [DR: 8]

Far suonare bene un album di una band che basa la propria proposta sonora soprattutto sulla sezione ritmica, con un basso che finisce spesso nel territorio delle frequenze “sub”, non è cosa facile. Non a caso Al Cisneros (basso, voce e mente degli OM) ha chiamato dietro la console Steve Albini e ha fatto masterizzare il disco da Bob Weston (altro Shellac). Come tutti gli album degli OM, ogni ascolto è un’esperienza mistica. Se avete un impianto con subwoofer o con altoparlanti dotati di una buona sezione woofer, il misticismo aumenta. Sulla stessa linea d’onda anche il successivo “God Is Good” (2009).

Brano consigliato: Pilgrimage


Bon Iver – “For Emma, Forever Ago” (2008, self released; Jagjaguwar; 4AD) [DR: 11]

L’esordio dei Bon Iver è l’inizio del percorso di rinascita del venticinquenne Justin Vernon. Afflitto da problemi di salute, caduto in una spirale depressiva in cui pensava di essere mediocre, con un percorso di studi (musicali e non) che non lo lasciava soddisfatto e l’urgenza espressiva di convogliare la propria creatività in qualcosa che fosse apprezzato per bellezza e profondità. La stesura e registrazione del disco, avvenuta nel solitario cottage paterno nei boschi e nei territori innevati del Winsconsin, hanno consegnato alla storia qualcosa che va oltre il disco che possiamo definire bello o emotivo in una canonica scala di valori. “For Emma” è un album monumentale, con cui Justin ha lasciato un’impronta sul folk-rock e l’alternative creando il proprio stile e ridefinendo i confini di un genere. Li ha espansi e ha trasformato la fragilità in uno scudo. Il lavoro di produzione e di registrazione riflette l’uso di diverse tecniche e molteplici influenze, in una combinazione di toni artigianali e lo-fi con una cura maniacale per un suono intenso e definito. Registrato e mixato dallo stesso Vernon, masterizzato da Nick Petersen.

Brano consigliato: Skinny Love


Paolo Nutini – “Sunny Side Up” (2009, Atlantic Records) [DR: 8]

Trascinato dal singolo Candy e dal suo solare video, il secondo disco dell’artista scozzese testimonia il suo percorso evolutivo rispetto all’art/brit-rock da pub degli esordi, interessante ma ancora acerbo. Il lavoro certifica la curiosità di Nutini verso diversi generi musicali, apparendo trasversale tra gli stili e le decadi di riferimento. Un disco che appare molto più maturo dell’esordio e che è l’anticamera di quella crescita musicale che ormai è una costante di un artista che, ancora oggi, non smette di stupirci per ricchezza della proposta, cura per gli arrangiamenti e miglioramento continuo. Prodotto dallo stesso Nutini, insieme ad Ethan Johns, l’album non è eccessivamente dinamico, ma comunque la resa è di livello grazie alla buona registrazione e agli arrangiamenti sobri.
Brano consigliato: Candy


Black Dub -” Black Dub” (2010, Jive Records) [DR: 10]

I Black Dub sono la creatura di Daniel Roland Lanois, chitarrista, autore e produttore canadese che ha prodotto album per artisti come Bob Dylan, Neil Young e Peter Gabriel, oltre ad aver collaborato con Brian Eno per diversi album degli U2, inclusi “The Joshua Tree” e “Achtung Baby”. Tre volte suoi album hanno vinto un Grammy per la miglior produzione. Questo unico lavoro dei Black Dub, formazione con Lanois alla chitarra e alle tastiere, Daryl Johnsons al basso, Brian Blade alla batteria e Trixie Whitley alla voce, è stato registrato in gran parte in presa diretta. Lo stile miscela abilmente componenti dub, soul e rock. All’ascolto impressiona per l’ampiezza della scena sonora e la quantità di sfumature percepibili su tutto lo spettro di frequenze.

Brano consigliato: I Believe In You


Dax Riggs – “Say Goodnight To The World” (2010, Fat Possum) [DR: 8]

Il Washington Post definì questo disco un oscuro esorcismo psichedelico. Non sappiamo dire se sia una definizione calzante, di sicuro oscuro lo è, e ad essere esorcizzati potremmo dire che siano i demoni interiori di Dax Riggs. Ne esce fuori un album genuino, in cui traspare tutta la passione sofferta di Riggs, cantante, ex Acid Bath, dotato di una voce incredibile, ingiustamente sconosciuta ai più. Prodotto da Riggs stesso e da Robbie Lee, non risultano altre indicazioni circa il mix e il mastering, probabile che abbiano fatto tutto loro. Il suono è dinamico e “genuino”, privo di artifici di produzione, probabilmente registrato in presa diretta.

Brano consigliato: Say Goodnight To The World


Massive Attack – “Heligoland” (2010, Virgin Records) [DR: 8]

Heligoland è il nome di un piccolo arcipelago davanti alla costa danese, ma è territorio tedesco. Ma “Heligoland” è anche un arcipelago sonoro, le cui isole sono rappresentate dai contributi degli artisti partecipanti, come Martina-Topley Bird (in Paradise Circus, sigla del thriller crime psicologico “Luther”), Hope Sandoval, Damon Albarn, Tunde Adebimpe e Horace Andy. Ognuno ha apportato un contributo specifico che ha reso pulsante e organico “Heligoland”, sotto la direzione di Robert Del Naja e del produttore storico del collettivo bristoliano, Neil Davidge. Il mixing è a cura di Spike Stent, il cui apporto negli anni ha contribuito al successo di artisti come Madonna, Arcade Fire, Gwen Stefani, Bjork, Beyonce, U2 e Oasis.

Brano consigliato: Girl I Love You


Sleepy Sun – “Fever” (2010, ATP) [DR: 8]


Echi di Led Zeppelin, psych rock e stoner. Per sommi capi questo sono stati gli Sleepy Sun, band attiva tra il 2005 e il 2019 con qualche cambio di formazione prima del definitivo scioglimento. Questo “Fever” è uno dei loro dischi migliori, godibile, seppur ampiamente derivativo e un filo didascalico. Mixato nello studio The Hive Creative Labs di Vancouver e masterizzato dalle sapienti mani del solito Bob Weston (Shellac, Sebadoh, Polvo, June of 44, Mission of Burma, etc) al Chicago Mastering Service.

Brano consigliato: Marina


Come preannunciato, qui sotto trovate la playlist che abbiamo creato su Spotify con il profilo della redazione. Seguiteci e mettete like alla playlist, non sarà l’unica che proporremo. Ci teniamo a sottolineare come la scelta degli album sia stata certamente anche dettata da preferenze di carattere personale per dischi che riteniamo meritevoli per contenuto artistico, ma la volontà precisa è stata quella di premiare la qualità delle fasi che contraddistinguono la produzione. Pensiamo sia giusto riconoscere il valore di album in cui gli attori coinvolti (musicisti, ingegneri del suono, etichetta) abbiano scelto di spendere tempo, volontà e risorse su qualcosa che premiasse la qualità in fase di ascolto.

La prima puntata si è conclusa, ma restate nei paraggi perché nel prossimo numero di Album of The Ear sceglieremo altri 30 dischi del decennio successivo, quello 2011-2020. E non ci fermeremo lì.

Buon ascolto!

Sono 29 brani su 30 perché gli Shellac hanno scelto di non concedere i diritti alla piattaforma.