La quarta puntata, con focus sul 2024, della rubrica in cui segnaliamo gli album che ci sono piaciuti e che “suonano bene”.

Cos’è Album of the Ear? [clicca qui]

AOTE è una rubrica che vuole segnalare e dare evidenza degli album che, nell’epoca della Loudness War, si distinguono per la qualità della produzione (scrittura, arrangiamento, registrazione, mix, mastering) e, in ultima analisi, per la qualità percepita in fase di ascolto. Prestiamo particolare attenzione al range dinamico (in breve: l’intervallo, misurato in dB, tra il valore minimo di ampiezza di un suono e quello massimo), aspetto cruciale tra quelli che fanno “suonare bene” un disco e che frequentemente viene sacrificato per far sì che la musica possa sentirsi forte (ma non meglio) soprattutto su dispositivi economici e contesti caotici.
Vogliamo segnalare quelle esperienze di produzione che scelgono di non piegarsi all’andazzo generale. Album che, quando riprodotti su un buon impianto e con buone abitudini di ascolto, offrono esperienze impagabili.

Questa è la quarta puntata della rubrica, la prima con focus su un unico anno. Partendo dal range dinamico come criterio principale, abbiamo selezionato 20 (+10) dischi, da noi apprezzati e con buona qualità di (ri)produzione, usciti nel 2024.

Del range dinamico, per comodità indicato con il valore DR (Dynamic Range, calcolato con l’algoritmo sviluppato dalla Pleasurize Music e usato dal sito più consultato per conoscere il dynamic range degli album), se ne è parlato ampiamente nei primi due capitoli di AOTE, ma anche QUI e QUI. 

In musica i gusti sono soggettivi, così come spesso lo è la qualità percepita in fase di ascolto. Questa dipende infatti da molteplici fattori, tra cui il genere musicale, il mix, l’arrangiamento, l’età e la sensibilità dell’ascoltatore, oltre al sistema e all’ambiente di ascolto. Alcuni parametri misurabili possono però offrirci un riferimento più oggettivo.
Uno di questi è proprio il range dinamico (DR), che ci fornisce un criterio concreto per la scelta degli album, pur con i limiti del relativo algoritmo di calcolo. Il range dinamico, ossia la differenza naturale tra suoni di diversa intensità, è infatti uno degli aspetti fondamentali che contribuiscono a suscitare emozioni nell’ascolto della musica. Proprio perché misurabile, può essere utilizzato come un parametro rilevante nella valutazione della qualità sonora dei brani. 

Un valore ancora più oggettivo – e probabilmente più indicativo – sarebbe quello espresso in LUFS (Loudness Units relative to Full Scale), ma non esiste un db consultabile dei valori LUFS degli album (come esiste per il DR), e questo avrebbe reso troppo difficoltosa la nostra ricerca e la stesura di questo articolo. 

Mastering e range dinamico: una questione di equilibrio

A prescindere dal metro di misurazione della dinamica e della loudness media, sappiamo bene che valutare un disco solo in base a questi aspetti può essere limitante.
Una certa soglia di compressione del master, per alcuni generi specifici (ad es. IDM, drum&bass, hip-hop contemporaneo), è praticamente una cifra stilistica. Inoltre, a prescindere dal genere, un uso importante di compressori e limiter può essere frutto di una scelta consapevole, ad esempio perché si ritiene che le sonorità debbano essere molto “in your face”, con attacchi e rilasci veloci, volti a trasferire determinate sensazioni all’ascoltatore. Infine, considerando le abitudini di ascolto odierne, non è realistico produrre brani con un range dinamico troppo ampio, adatto esclusivamente a una riproduzione su impianti Hi-Fi.

Premesse dovute, siamo comunque convinti che un ragionevole rispetto del range dinamico sia, in molti casi, fondamentale per garantire un ascolto appagante e non affaticante. Troppi lavori, soprattutto in ambito pop e rock, vengono compromessi in fase di mastering, portando l’intensità del volume al massimo, tagliando i transienti e appiattendo ogni variazione dinamica, con tutto ciò che ne consegue in termini di fatica d’ascolto e perdita di fedeltà sonora.
Nella maggior parte dei casi, questo non avviene per ragioni stilistiche, ma piuttosto per un conformismo inerziale verso una tendenza che insiste sulla scia della Loudness War, con l’unico obiettivo di raggiungere un livello di volume che si ritiene possa essere “competitivo” e catturare l’attenzione degli ascoltatori nei primi secondi di riproduzione.

Siamo convinti che la diffusione così estesa di registrazioni con master “piallati” rappresenti un grave danno per la musica registrata, di cui forse un giorno se ne avrà amara consapevolezza.

Pensate sia un’esagerazione? Beh, ascoltate il parere di Alan Silverman, pluripremiato master engineer, circa l’utilizzo (eccessivo ed esagerato) di limiter per pompare il volume al massimo (in pratica la precondizione dei master “piallati”):

La clip è tratta da questo video. Silverman utilizza diversi limiter e ne evidenzia le conseguenze della loro applicazione su un brano usando un null test, ovvero una tecnica che permette di evidenziare gli elementi che suonano differentemente prima e dopo un certo trattamento (in questo caso, l’applicazione del limiter), non facendo sentire ciò che invece suona invariato. La clip inizia con l’uso del limiter della DMG ma, come è possibile vedere nel video completo, prima ne testa anche altri (con risultati del tutto simili).

Per questo pensiamo che artisti, produttori e ingegneri del suono che optano per master dinamici, vadano premiati: lo facciamo, nel nostro piccolo, dando evidenza degli album frutto di questa apprezzabile scelta. Pensiamo sia giusto, perché scegliere un master che rispetti range dinamico e pienezza dei transienti (quando possibile e compatibilmente al tipo di sonorità), significa favorire un ascolto non stancante, dimostrare di tenere a ciò che si sta per offrire agli ascoltatori e non seguire invece le logiche distruttive di un’industria e di uno stile di vita che ci stanno portando sempre di più verso ascolti spezzettati, distratti e affaticanti.

Trend e costanti

Nel precedente articolo della serie, con focus sul triennio 2021-2023, avevamo notato un trend particolarmente positivo nei generi metal più estremi, come death e black. Nel triennio sono usciti molti album di tali generi con valori DR molto alti, tanto da convincerci che non potesse essere un caso, ma piuttosto una consapevolezza diffusa tra ingegneri, etichette e band.

Nel 2024 abbiamo trovato nuove conferme, che vi esponiamo nella tabella seguente. Il fatto che siano uscite discografiche con un DR molto alto non vuol dire che suonino tutte così bene. Il risultato finale e la qualità percepibile in fase di ascolto dipendono, infatti, da tante scelte adoperate in fase di registrazione e mixing. Ciò che conta, però, è la tendenza evidente: optare per un master dinamico è una scelta deliberata, in netta contrapposizione rispetto a chi privilegia volumi estremi per pura competitività. Ed è proprio questa consapevolezza che vogliamo mettere in risalto.

ARTISTAALBUMDR
BurzumThe Land Of ThulêDR14
MesarthimDepartureDR13
Madder MortemOld Eyes, New HeartDR11
KholdDu dømmes til dødDR11
RhûnConveyance in DeathDR10
SólstafirHin helgaDR10
AlcestLes chants de l’auroreDR9
DarkthroneIt Beckons Us AllDR9
Midnight OdysseyBiolume Part 3: A Fullmoon MadnessDR9

Ancora niente di nuovo sul fronte rock & pop (a parte il Dolby Atmos)

Rispetto al triennio 2021-2023, purtroppo rimane immutabile anche la situazione generale del rock e del pop (mainstream e non).
La maggior parte degli album si assesta mediamente in un range tra DR5 (ma spesso anche DR4 o meno) e DR7. Pochi sopra il DR8, pochissimi sopra il DR9.
È ancora fortemente diffusa, anche – e probabilmente soprattutto – tra gli artisti, l’idea che un master compresso sia irrinunciabile nell’ottica competitiva della cattura dell’attenzione degli ascoltatori. E questo, non ci stancheremo mai di ripeterlo, oltre che la qualità stessa della registrazione e del mix, sta compromettendo la fruibilità e la longevità di album anche molto rilevanti. 

A titolo di esempio, segnaliamo 5 album con un master insensatamente compresso (per il genere di riferimento) e che, con pochi dubbi, avrebbero reso molto meglio in versione più dinamica:

ARTISTAALBUMDR
The Black KeysOhio PlayersDR4
Liam Gallagher & John SquireLiam Gallagher & John SquireDR4
The LibertinesAll Quiet on the Eastern EsplanadeDR4
Nadine ShahFilthy UnderneathDR5
Pearl JamDark MatterDR5

Una novità importante riguarda invece un aspetto collaterale (ma comunque fondamentale) della musica in Dolby Atmos, di cui avevamo parlato in modo approfondito QUI, e che prescinde dall’aspetto immersivo proprio della tecnologia.
In breve: per motivi tecnici (che spiega bene Steven Wilson in questo passaggio), è necessario che i brani in Atmos abbiano una loudness media non superiore a -18 LUFS (Loudness Units relative to Full Scale).
Ciò si traduce in un range dinamico molto elevato, con DR tipicamente superiore a 10 per album che, nel mix stereo standard, si attestano intorno a DR5 o poco più.

Abbiamo ascoltato diversi lavori contemporanei in versione downmix stereo (compresi i 5 della tabella sopra), e possiamo assicurarvi che il piacere d’ascolto in molti casi è raddoppiato (così come il DR).

Le uscite musicali in Dolby Atmos sono sempre più frequenti, soprattutto per motivi economici: Apple e altre piattaforme vogliono sfruttare la novità per attrarre utenti e per far questo incentivano gli artisti a pubblicare in Atmos, pagandoli maggiormente. 

La speranza è che la diffusione di musica in Atmos – “intrinsecamente” dinamica – possa far riscoprire il piacere di un certo tipo di ascolti, e incentivare il ritorno ad abitudini di mastering decisamente meno aggressive.

Che il 2025 possa essere l’anno della svolta? Ve ne daremo conto nel prossimo AOTE. 


Selezione AOTE #4 (2024)

La prima selezione, composta da mini recensioni di 20 album con DR uguale o superiore a 8, è frutto delle preferenze espresse da ogni membro della redazione, su una selezione di lavori del 2024 che abbiamo ritenuto interessanti, ben prodotti e degni di ascolti ad alto volume, possibilmente su un buon impianto o con un buon paio di cuffie.

La seconda lista elenca altri 10 album che, pur avendo un DR non particolarmente elevato (in alcuni casi, anzi, anche piuttosto basso), si distinguono per l’ottima qualità della registrazione e del mix, pur pagando il prezzo, inevitabile, in termini di fatica d’ascolto e/o limitata fedeltà timbrica di strumenti e voci. 

Per i motivi spiegati sul primo AOTE, a parte qualche eccezione, non abbiamo considerato dischi jazz, dove, fortunatamente, il rispetto della dinamica nel mastering è ancora una normalità. 

Alla fine dell’articolo troverete una playlist che raccoglie i brani consigliati.


Dirty Three – “Love Changes Everything” (2024, Bella Union) [DR: 12]

Forse l’amore cambia davvero tutto, chissà, e se lo dicono i Dirty Three dev’essere vero. Quello che non cambia è la cifra stilistica e la qualità del trio di Melbourne, Australia. Sono passati troppi anni dal precedente “Towards the sun”, ben dodici, ma è stato un periodo sicuramente pieno per Warren Ellis, Mick Turner e Jim White: progetti vari, collaborazioni, arte, cinema, riposo e probabilmente anche tanto tanto amore. “Loves changes everything” ci accoglie con la consueta cover disegnata da Turner e poi, in modo meno consueto, con una tracklist senza titoli se non con una numerazione fredda. La musica delle sei tracce invece è calda, appassionata, e si sviluppa in un intrigante bailamme di variazioni sul tema, in una miscela sonora sempre difficilmente etichettabile ma che appartiene al gruppo al 100%. Da parte mia preferisco Warren Ellis al violino, sempre sorprendente, piuttosto che al pianoforte. Ciò non toglie che un ritorno del genere non è un semplice timbrare il cartellino ma un’affermazione forte e una conferma che certa musica si deve e si può fare.

Mixato ed ingegnerizzato da Nick Huggins. 

Brano consigliato: Love changes everything, Vol. I


Arab Strap – “I’m totally fine with it 👍 don’t give a fuck anymore 👍” (2024, Rock Action Records.) [DR: 11]

Il duo scozzese degli Arab Strap nel 2025 compie trent’anni di carriera in cui, tra pause per dedicarsi ai relativi progetti personali e cambi di direzione stilistica, hanno pubblicato sei album in studio. Considerati sin dall’esordio uno dei più interessanti progetti in ambito post-rock, hanno influenzato diverse band tra cui i Mogwai, con il loro modo astruso di combinare alt-folk, indie e slowcore. Negli ultimi anni si sono assestati su territori ben precisi, a partire dal precedente (“As days get dark”) in un mix di elettronica, rock à la National e post punk, con testi che evocano situazioni di fragilità umana, crisi esistenziali, canzoni d’amore e di odio raccontate in maniera sincera e con una forte intelligenza emotiva. I testi degli Arab Strap fungono da sessioni di terapia comportamentista con spietata lucidità, tra scatti di nervosismo, rassegnazione, felicità a momenti e futuro incerto, mettendo a nudo le contraddizioni che la società ha fatto esplodere soprattutto nel post covid. Il titolo è indicativo dell’epilogo di serenità, in cui ci si impara ad accettare, un po’ per sopravvivenza, un po’ per saggezza, il proprio passato e si riesce a lasciar andare quello che non ci occorre per il futuro.

Brano consigliato: Bliss


Glass Beams – “Mahal” (2021, Ninja Tune) [EP] [DR: 11]

Nati durante il primo lockdown, i Glass Beams sono un trio di cui si sa pochissimo e questo contribuisce al loro mistero e successo. Sappiamo che provengono da Melbourne, indossano delle maschere in oro con delle fantasie doily (in italiano è il “centrino”, ma non vale) e sono nati da un’idea del musicista e produttore Rajan Silva, con la precisa idea di creare una connessione tra la musica occidentale degli spy movies, funk e noir e le origini asiatiche e indiane, in un immaginario ponte in cui si incontrano le sonorità da meditazione dell’Oriente, il sitar, la psichedelia, Bollywood e il groove dei ‘70. Come se a ChatGpt chiedeste di creare un mix tra i Calibro 35, gli OM degli ultimi due dischi, Ravi Shankar e lo space rock. Un EP capace di stregare dalle prime note, complice anche un’estetica fashion per i patiti di Vogue. 

Brano consigliato: Mahal


Shellac – “To All Trains” (2024, Touch and Go Records) [DR:11]

“To All Trains” è il sesto e ultimo album degli Shellac, pubblicato il 17 maggio 2024, pochi giorni dopo la tragica scomparsa di Steve Albini e a dieci anni dal precedente “Dude Incredible” (2014). È il risultato di varie sessioni di registrazione tenute dalla band negli Electrical Audio Studio di Chicago tra il 2017 e il 2022. Con una durata complessiva di appena 28 minuti, le dieci tracce incarnano l’essenza del sound, minimalista e abrasivo, di una band a tutti gli effetti indipendente e slegata da ogni logica commerciale legata all’industria musicale.
Ascoltare gli Shellac, specie se su un buon impianto o buone cuffie, è come avere la band che suona in casa.
Registrazione e mix esaltano la chiarezza di ogni strumento, ma anche l’amalgama complessiva, mentre nel master nemmeno una virgola di suono è stata sacrificata, con un rispetto assoluto della dinamica. È l’ennesima dimostrazione di come un album rock possa suonare meravigliosamente. Lezioni, quelle di Albini e soci, incredibilmente ignorate nelle produzioni moderne. 
Nonostante le circostanze tragiche, “To All Trains” si erge come un epitaffio potente e coerente.
Resta alla sensibilità di musicisti e tecnici del suono saper raccoglierne l’eredità.

Brano consigliato: Tattoos


Uncle Acid & The Deadbeats – “Nell’Ora Blu” (2024, ‎Rise Above Records) [DR: 11]

“Nell’Ora Blu” degli Uncle Acid & The Deadbeats è un tributo sentito e coraggioso ai B-movie italiani degli anni ’70, in particolare al genere giallo e poliziottesco, di cui Kevin Starrs, leader della band, è appassionato. L’album, che mette in scena un immaginario film giallo/thriller, fonde il classico stoner e doom rock della band con elementi di psichedelia vintage e sonorità evocative che richiamano le colonne sonore di Ennio Morricone, Stelvio Cipriani e Goblin. Le letture di alcuni brani da parte di attori iconici del cinema di quel periodo, come Edwige Fenech e Franco Nero, arricchiscono l’atmosfera cinematografica, seppur con una pronuncia e una struttura delle frasi a volte un po’ approssimativa.
“Nell’Ora Blu” è un concept album, e come tale ha senso se ascoltato dall’inizio alla fine, lasciandosi trasportare – magari al buio e con un bicchiere di whisky – in questo viaggio oscuro e misterioso ambientato lungo le coste italiane. Il mix dell’album, pur in stereo, grazie ai rumori di scena tipicamente cinematografici, crea un ambiente sonoro tridimensionale che amplifica l’esperienza. 

ll disco è stato mixato dallo stesso Kevin Starrs e masterizzato da Noel Summerville (3345 Mastering). 

Brano consigliato: La Vipera


Carmelo Pipitone – “Piedi in acqua” (2024, La Fabbrica) [DR 10]

A quattro anni dal precedente lavoro (“Segreto pubblico”, 2020), Carmelo Pipitone torna con “Piedi in acqua”, un album che riflette le emozioni e i pensieri maturati durante questo periodo, inclusa la pandemia. Ex membro dei Marta sui Tubi e riconosciuto tra i migliori chitarristi acustici italiani (ma con grande qualità anche in elettrico, come dimostra con gli Ork), Pipitone tira fuori un album con un suono dal piglio internazionale (nonostante i testi in italiano e in siciliano), con una produzione che esalta la dinamica e la qualità del mixaggio. I testi sono intensi e vissuti, capaci di toccare profondamente l’ascoltatore, come nella splendida Veleno. Dal punto di vista stilistico siamo tra cantautorato e folk, ma sempre con un approccio rock e senza disdegnare qualche spunto elettronico.
“Piedi in acqua” è un lavoro che avrebbe meritato maggiore attenzione (si è visto poco nelle classifiche di fine anno nostrane) e che forse ha l’unico difetto nella lunghezza eccessiva (per il tipo di sonorità). 

L’album è stato prodotto e mixato da Carmelo Pipitone e Federico Fiamma; master di Francesco Guadalupi. 

Brano consigliato: Veleno


James Jonathan Clancy – “Sprecato” (2024, (Maple Death Records) [DR: 10]

James Jonathan Clancy non è solo il boss della Maple Death Records, piccola label londinese indipendente che ha in catalogo diversi dischi che ci sono piaciuti (Mai Mai Mai, Tv Shock, WOW!, e altri ancora), ma è anche uno dei protagonisti della scena underground italiana con diversi progetti negli anni, tra cui His Clancyness e Settlefish. Il musicista di origine canadese ha riunito un parterre du roi di collaboratori (Stefano Pilia, Andrea Belfi, Enrico Gabrielli, Francesca Bono, Dominique Vaccaro, Andrea De Franco e Kyle Knapp) per dar vita a “Sprecato”, un disco che risulta difficile definire accostandolo a uno specifico genere musicale. Al suo interno troviamo folk dilatato e oscuro vicino ai Current ‘93, post punk e alternative in odore di Swans, divagazioni synth care a James Murphy, industrial figlio di Trent Reznor e altro ancora, che viene incasellato e coordinato dal talento di Clancy.
Un talento che non è certo sprecato, a differenza del vostro tempo se non lo dedicate all’ascolto di questo disco crepuscolare e dalle diverse anime. 

Prodotto dallo stesso James Jonathan Clancy, mixato e registrato da Stefano Pilia, master a cura di Matt Bordin.

Brano consigliato: I want you


Moin – “You Never End” (2024, AD93) [DR: 10]

I Moin sono il frutto della collaborazione tra i londinesi Raime (Joe Andrews and Tom Halstead) e la talentuosa batterista nostrana Valentina Magaletti, anch’essa ormai da tempo di stanza a Londra. “You Never End” è il terzo lavoro della band, confermando una posizione sempre molto alta dell’asticella qualità, sia per contenuto artistico, sia per produzione. La band sembra trasferire in un contesto distopico e post industriale le intuizioni sonoe di band del secolo scorso come Slint, Fugazi, June of 44. Passaggi in spoken word campionati e suoni volutamente “storti”, stranianti, sono controbilanciati dal drumming preciso – ma macinante groove – della Magaletti. L’alto range dinamico favorisce l’intelligibilità del tutto, la pienezza timbrica degli strumenti e la naturale resa delle differenze di volume. Rispetto al passato, sono presenti dei brani in collaborazione, con relativa traccia cantata o spoken word degli ospiti (Olan Monk, Sophia-Al-Maria, Coby Sey). Anche stavolta un gran bel viaggio, che su buone cuffie o buoni diffusori, rende come pochi altri dischi. Si consiglia un volume alto.

L’album è stato prodotto e mixato dagli stessi membri della band Tom Halstead e Joe Andrews, e master curato da Noel Summerville (3345 Mastering). 

Brano consigliato: Guess It’s Wrecked


Sleepytime Gorilla Museum – “Of The Last Human Being” (2024, Avant Night) [DR: 10]

Gli Seepytime Gorilla Museum sono una di quelle band dall’immagine “weird”, ma composte da grandi musicisti, un po’ come i Mr. Bungle, per capirci. Dietro il trucco e il vestiario che sembra provenire da un’epoca indefinita, si celano Carla Kihlstedt (violino, voce, violino elettrico, nyckelharpa, organo, armonium, violino di Stroh); Dan Rathbun (basso, autoharp, liuto, tuba, trombone); Nils Frykdahl (voce, chitarra, chitarra a dodici corde, autoharp, flauto, flauto dolce, sassofono, tingsha); Matthias Bossi (batteria, glockenspiel, melodica, percussioni, pianoforte, xilofono); Michael Mellender (percussioni, fisarmonica, eufonio, chitarra, pianoforte giocattolo, tromba, xilofono). Il tipo e il numero di strumenti suonati da ogni membro danno già l’idea della particolarità del gruppo che, dopo tredici anni di silenzio, torna con “Of the Last Human Being”. L’opera, come lo stesso titolo suggerisce, incarna una riflessione sul destino dell’umanità, un tema che permea l’intero album attraverso sonorità cupe e imprevedibili, capaci di trasportare l’ascoltatore in un viaggio ai margini della civiltà. Caos controllato e momenti di lirismo spettrale si intrecciano, mentre, dal punto di vista stilistico, si fondono prog, metal sperimentale e avanguardia teatrale, restituendo un’esperienza sonora disturbante e affascinante.

“Of the Last Human Being” è stato mixato dal bassista Dan Rathburn, con master a cura di Todd Rittmann.

Brano consigliato: El Evil


Ezra Collective – “Dance, No One’s Watching” (2024, Partisan Records) [DR: 9]

Il quintetto jazz degli Ezra Collective, giunto al terzo lavoro (e secondo per la Partisan Records, label di Idles, Laura Marling, Cigarettes After Sex, PJ Harvey e Fontaines D.C.) gode attualmente di forte credito di pubblico e critica: vincitori nel 2023 del Mercury Prize e inseriti, con God give me feet for dancing, nella playlist delle 25 canzoni del 2024 da Barack Obama. Ed è proprio questa canzone che funge sia da apice di “Dance, No One’s Watching”, sia da compendio del suono del collettivo inglese. Il titolo è indicativo delle sensazioni e del messaggio trasmesso dall’abum: un concentrato di jazz, funk, soul, poliritmie africane e contaminate da ritmi world come Calypso e reggae dub, con incursioni in territori hip hop e lo-fi beats. Figli, in egual modo di Fela Kuti, Sun Ra, Kendrick Lamar e Robert Glaser, gli Ezra si assicurano un posto di riguardo nella nuova e colorata, cosmopolita, socialmente impegnata scena inglese jazz contemporanea. 

Prodotto dagli stessi Ezra Collective, mixato da David Wrench, master a cura di Stuart Hawkes.

Brano consigliato: God gave me feet for dancing


Godspeed You! Black Emperor – “NO TITLE AS OF 13 FEBRUARY 2024 28,340 DEAD” (2024, Constellation) [DR: 9]

Il titolo è un riferimento al numero di morti palestinesi a causa degli attacchi israeliani aggiornato al 13 febbraio 2024. A oggi, a più di un anno di distanza, invece le vittime palestinesi sono tra 70.000 e 80.000. Più di 300.000 persone non ha più una casa. In un anno e mezzo la popolazione di Gaza è passata da 2,3 milioni di abitanti a 1,5 milioni. Il sistematico sterminio su larga scala perpetrato da Israele continua. Netanyahu è un criminale di guerra, e la Corte Penale Internazionale ha emesso per lui un mandato d’arresto, ma continua ad avere il pieno supporto (dichiarato o meno) di gran parte dei politici occidentali, i quali continuano a fornire armi a Israele. A Gaza c’è una catastrofe umanitaria. I principali organi di stampa producono disinformazione sul tema, danno notizie confuse, manipolate, sostengono il massacro. Israele ha bombardato ospedali, scuole, rifugi. I soldati israeliani nel frattempo hanno massacrato, ammazzato anziani, stuprato, torturato, non solo uomini o miliziani palestinesi, ma soprattutto donne, bambini e anziani. Hanno ucciso giornalisti, collaboratori dell’Onu, medici, reporter. Hanno fatto morire di stenti migliaia di persone, senza un briciolo di pietà o rispetto per la vita umana.

La musica dei GY!BE è più bella e dolorosa che mai.

Brano consigliato: Sun Is A Hole Sun Is Vapors


Any Other – “stillness, stop: you have a right to remember” (2024, 42 Records) [DR: 8]

Con “Stillness, Stop: You Have a Right to Remember”, Adele Altro, alias Any Other, raggiunge un nuovo traguardo di maturità artistica e personale. L’album assume il significato di un viaggio denso di consapevolezza e di riflessioni sulla memoria, sull’identità e sul diritto di esistere senza compromessi. A distanza di sei anni dal precedente “Two, Geography”, Altro si spinge oltre i confini del cantautorato indie per abbracciare un linguaggio musicale più libero, tra sperimentazioni avant-pop, passaggi post-rock e arrangiamenti essenziali ma profondi. Si avverte una tensione costante tra immobilità e cambiamento, tra bisogno di fermarsi e spinta verso l’ignoto, che si traduce in un tappeto sonoro raffinato e creativo. La voce (con pronuncia anglofona perfetta) e gli strumenti dialogano in un equilibrio fragile ma al tempo stesso potente, restituendo un senso di vulnerabilità consapevole. “Stillness…” è un’opera di spessore emotivo, un lavoro che invita all’ascolto attento e che che ripaga lasciando un segno profondo. La dinamica favorisce l’intelligibilità e la profondità dei fiati e della batteria, così come della chitarra e della voce. 

L’album è prodotto da Adele Altro e Marco Giudici (che si è occupato anche della registrazione e probabilmente del mix), master di Enrico Capalbo. 

Brano consigliato: If I Don’t Care


Bassolino – “Città Futura” (2024, Periodica Records) [DR: 8]

Il cognome Bassolino, se associato a Napoli, evoca di getto il politico di sinistra, nonché ex presidente di regione e due volte sindaco della città campana. Nel nostro caso non parliamo di Antonio, ma di Dario Bassolino che, per un peculiare caso del destino, è considerato anch’egli sindaco, ma del NEWPOLITAN SOUND. Quest’ultimo è la recente wave, che vede i propri rappresentanti maggiori nei Nu Genea e che ripropone stilemi sonori del passato, ma coniugati in ottica contemporanea. Il sound di Bassolino, raccolto nelle sei tracce di “Città Futura”, è un manifesto tra italo disco, balearic e mediterranean sound e cosmic groove. Non solo Nu Genea, Pellegrino, Zodyac e Capinera, ma anche il funk dei Napoli Centrale e le colonne sonore (Piero Piccioni e il Giuliano Sorgini del bellissimo “Lavoro e tempo libero” del 1980).

Prodotto e mixato da Dario Bassolino e Paolo Petrella.

Brano consigliato: Napoli Visionaria


Britti – “Hello, I’m Britti” (2024, Easy Eye Sound) [DR: 8]

Sotto il nome d’arte Britti, che in Italia richiama facilmente un noto chitarrista romano e che confonde anche il database di Last.fm, si cela Brittany Guerin, cantautrice della Louisiana e attualmente residente a New Orleans. Cresciuta in un ambiente familiare ricco di musica, tra blues, zydeco, gospel e soul, inizia il proprio percorso pubblicando video di sue performance sui social. La svolta arriva quando Dan Auerbach (The Black Keys) si imbatte in un video di questa giovane ragazza che si cimenta nell’interpretazione della sua Whispered Words (Pretty Lies), rimanendo positivamente colpito. A partire da questo episodio, nasce la collaborazione: Auerbach produce “Hello, I’m Britti”, coinvolgendo una band di musicisti eccellenti (incluso lui stesso alla chitarra) per dare la migliore forma possibile alle idee musicali della giovane cantante. Tra i brani, più di qualche potenziale instant classic (So Tired, Back Where We Belong, Keep Running, Nothing Compares To You), una ballad dal fascino quasi lynchiano (Lullaby) e composizioni dagli arrangiamenti curati che richiamano la Motown (Reach Out, There Ain’t Nothing). L’album ha il sapore degli “album di una volta”, quelli registrati in studi attrezzati, con strumentazioni perlopiù analogiche e curando arrangiamenti sofisticati ma efficaci.
Il suono morbido (assenza di frequenze brillanti o troppo aspre) e il buon range dinamico, contribuiscono al riascolto facile e frequente.
“Hello, I’m Britti” è l’esordio prezioso di un’artista da seguire. 

Prodotto da Dan Auerbach, registrato e mixato da M. Allen Parker agli Easy Eye Sound Studios di Nashville. Il mastering è stato curato da Ryan Smith presso Sterling Sound, Nashville.

Brano consigliato: Keep Running


Calibro 35 – “Jazzploitation” (2024, Record Kicks) [EP] [DR: 8]

L’aspetto “filologico”, ovvero di recupero e valorizzazione di chicche, italiche o non, rare, legate al jazz, al soul e al funk, è sempre stato presente nella band di Colliva e compagni. Questo EP, pubblicato il 18 ottobre 2024, si inserisce proprio in questo solco. Nei 12 minuti sono infatti comprese quattro reinterpretazioni di brani iconici: Chaser di Piero Umiliani, originariamente parte della colonna sonora del film noir erotico “Il Corpo” (1974); Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, colonna sonora dell’omonimo film di Louis Malle; Lunedì Cinema di Lucio Dalla, celebre sigla RAI degli anni ’80, rivisitata con la partecipazione vocale di Marco Castello; e Nautilus di Bob James, una perla del repertorio jazz-funk. Quattro perle valorizzate alla grande.

Ad umilissimo parere di chi scrive, il sound dei Calibro 35, così pieno di sfumature, con groove a palate e con diversi passaggi jazzy, beneficerebbe di un master con un pizzico di dinamica in più, per esaltare la transizione tra le parti più calme e le esplosioni di suono.
Nei lavori precedenti, nonostante i mix di altissimo livello curati da Tommaso Colliva, personalmente ho spesso trovato il master un po’ limitante (perlomeno nelle versioni digitali/cd), con valori DR che, in una buona parte dei brani, si sono attestati tra il DR6 e il DR7.
In questo “Jazzploitation” i brani hanno invece una buona dinamica e, con il solito livello qualitativo di registrazione e mix, suonano alla grande su qualsiasi dispositivo.
L’EP è uscito completo solo in versione digitale. Come copia fisica esiste invece il 7 pollici di Lunedì Cinema con la traccia omonima e Chaser.

Brano consigliato: Lunedì Cinema


cumgirl8 – “the 8th cumming” (2024, 4AD) [DR: 8]

“The 8th Cumming” è l’album di debutto (dopo un paio di EP) delle cumgirl8, pubblicato il 4 ottobre 2024. Il quartetto newyorkese – con musa ispiratrice identificata in Ilona Staller aka Cicciolina – e composto da Lida Fox, Veronika Vilim, Avishag Cohen Rodrigues e Chase Lombardo, fonde post-punk e synth-punk con influenze goth e richiami alla scena newyorkese degli anni ’80. Il disco affronta temi quali l’empowerment femminile, l’alienazione e la consapevolezza di sé, bilanciando critica sociale e umorismo surreale. ahhhh!hhhh! (i don’t wanna go) è la potenziale hit del disco, nonché un possibile inno per gli introversi con ansia sociale. UTI è un mix caotico di elementi industrial, punk e noise, mentre Girls Don’t Try adotta un approccio dub con linee di basso lente e sintetizzatori eterei.
Le influenze sono varie e disparate, la band stessa sul proprio Bandcamp segnala: “Miss Kittin, Delta 5, Lizzy Mercier Descloux, Throbbing Gristle, ESG, Desire, Ladytron, Deli Girls, Nine Inch Nails, Siouxsie and the Banshees, Peaches, Björk, LustsickPuppy, Nite Fleit, White Town (specifically ‘Your Woman’), and Girl Pusher”. 

Il disco è stato registrato (e mixato?) da Paul D. Millar con master affidato a Paul Gold (Salt Mastering). Il mastering è stato curato da Sarah Register.

Brano consigliato: ahhhh!hhhh! (i don’t wanna go)


Karate – “Make It Fit” (2024, Numero Group) [DR: 8]

Dopo una pausa di oltre quindici anni, i Karate tornano con “Make It Fit”, pubblicato il 18 ottobre 2024. La band mantiene il suo caratteristico sound, con la chitarra di Geoff Farina che alterna riff energici a linee jazzistiche fluide, sostenuta dalla sezione ritmica di Jeff Goddard al basso e Gavin McCarthy alla batteria. Forse non tutti i brani del disco sono dello stesso livello (tra i migliori sicuramente rientra Rattle the Pipes), ma il disco si lascia ascoltare con facilità dall’inizio alla fine, anche grazie alla caratteristica resa fedele e (forse) con parti registrate in presa diretta. L’album è stato registrato e mixato da Andy Hong, storico collaboratore della band, mentre il master è stato curato da Pete Lyman.
Anche con il passare degli anni, i Karate riescono a mantenere intatto il loro trademark sonoro, offrendo il consueto e magistrale equilibrio tra energia e raffinatezza. Come nei lavori precedenti, anche “Make It Fit” trasmette quella genuinità di intenti e di approccio che continua a conquistare i fan della band.

Brano consigliato: Rattle the Pipe


Los Bitchos – “Talkie Talkie” (2024, City Slang) [DR: 8]

Nel 2022 esce il primo disco delle Los Bitchos, “Let the Festivities Begin!” ed è il disco più divertente dell’anno. Nel 2024 la cosa si ripete con “Talkie Talkie”: c’è oggi un gruppo capace di catturare l’attenzione, farmi sorridere e addirittura farmi ballare più di queste quattro musiciste che, provenienti da quattro angoli del globo, hanno deciso di stanziarsi a Londra? Hi! apre le danze confermando quel mix retrospaziale di cumbia, pop, funk, surf, inserti elettronici e qualsiasi pazza idea passi loro per la testa. Il loro grande merito è di far funzionare tutto bene, portando movimento, energia e colore all’interno del caos: Don’t change è un gioco synth-pop, La bomba è una corsa per le vie di Montevideo, Kiki, You Complete Me ti porta in un b-movie degli anni ’50, Tango & Twirl ti fa accomodare in un locale di Buenos Aires, 1K! è una festa tra amici a La Paz. Poche parole, un sacco di groove.

Prodotto e mixato da Oli Barton-Wood, master a cura di Katie Tavini.

Brano consigliato: Kiki, you complete me


The Folk Implosion – “Walk Thru Me” (2024, Joyful Noise Recordings) [DR: 8]

Sono passati 21 dall’ultimo disco dei Folk Implosion (“The new Folk Implosion”, 1999, sono però passati 25 anni dall’ultimo disco di Lou Barlow e John Davis (“One part lullaby”, 1999). Per tutto il tempo questo side project è rimasto in un limbo, per poi risvegliarsi e ritrovarsi con la testa e con lo spirito alla fine degli anni ‘90: sono quelle le sonorità che caratterizzano “Walk Thru Me”. Quello che poteva sempre essere un difficile gioco di equilibri tra le due tipologie di scritture e un complicato bilanciamento di riferimenti musicali e sonore, viene in realtà stemperato in un bel connubio, come se i due musicisti non abbiamo mai smesso di frequentarsi. Il titolo non è scelto a caso e cita quel primo lavoro su cassetta che diede vita al progetto (“Walk through this world with the Folk Implosion”, 1993), riportando la dimensione musicale e i temi trattati ancora più a livello personale (paternità, vita da adulti, morte dei genitori). È un disco imperfetto, come del resto lo è la loro discografia, fatto a distanza da due amici che stanno ancora cercando di capire qual è la strada musicale che vogliono intraprendere.

Prodotto, registrato e mixato da Scott Solter; mastering a cura di Stefan Betke.

Brano consigliato: Water torture


Zeal & Ardor – “Greif” (2024, autoprodotto) [DR: 8]

“Greif” è il primo disco degli svizzeri Zeal & Ardor in cui il mastermind e polistrumentista Manuel Gagneaux decide di scrivere e suonare insieme ai musicisti che lo avevano accompagnato in tour negli ultimi sette anni. La band, nata come progetto avant-garde e black metal, nell’ultimo disco ha dimostrato come si può realizzare un ottimo disco di metal in chiave moderna, includendo coordinate sonore che sembrerebbero portare fuori rotta. Perché in questo disco trovate momenti melodici alla Queens of the Stone Age e Arctic Monkeys, potenti evocazioni gospel-blues, strutture prog metal & djent tra Gojira, Tool e Meshuggah e passaggi con break e stop and go, riff industrial e decelerazioni post-rock, elettronica e melodia per un disco che potrebbe definirsi crossover per ambizione e istinto primordiale di rinunciare agli steccati di genere e dare vita a composizioni personali. Ben vengano questi esperimenti se permettono al metal di affrancarsi dalle catene della rigidità, tanto e troppo care ai puristi e che hanno soffocato l’interesse dall’esterno.

Prodotto e registrato dallo stesso Manuel Gagneaux, insieme a Marc Obrist. Mixing di Adrian Bushby (Muse, Foo Fighters, Loveless dei MBV, Placebo, Maximo Park). Mastering di Robert Schmidt (Viagra Boys, The 1975, Sakamoto, The Hives e altri).

Brano consigliato: Fend You Off


Altri album con master meno dinamico, ma da ascoltare

Come spiegato nell’introduzione, il master dinamico per noi è una scelta lodevole ed è alla base di questa nostra rubrica. Tuttavia non può essere una discriminante assoluta nell’apprezzamento di un album, ci mancherebbe! I vantaggi di un master dinamico li abbiamo ampiamente analizzati, ma anche in assenza di questo, anche nel 2024, sono stati pubblicati dischi notevoli sia per contenuto che per resa sonora generale.
In tal senso si segnalano, a titolo di esempio, “HIT ME HARD AND SOFT” di Billie Eilish (mix e registrazione sublimi, se ne avete la possibilità ascoltatelo in Dolby Atmos o in downmix stereo da tale formato); l’omonimo dei Goat (grande creatività nel mix con giochi frequenti di variazioni tra i due canali stereo), “In Waves” di Jamie XX (soprattutto se avete un subwoofer).

Nella tabella che segue, abbiamo incluso i 10 album con master inferiore a DR8 che ci sono piaciuti di più:

ARTISTAALBUMDR
King HannahBig SwimmerDR7
GoatGoatDR7
Bill Ryder-JonesIechyd DaDR7
Yannis & the YawLagos Paris LondonDR6
Paolo BenvegnùÈ inutile parlare d’amoreDR6
IdlesTangkDR6
Billie EilishHIT ME HARD AND SOFTDR6
Jamie XXIn WavesDR5
Chat PileCool WorldDR5
English TeacherThis Could Be TexasDR4

Playlist

Come già fatto per le precedenti puntate di AOTE, qui sotto trovate la playlist con i brani suggeriti per ogni album. Seguiteci e mettete like alla playlist.

Album of The Ear tornerà fra un anno per il quinto volume sul 2025.

Nel frattempo buon ascolto di scoperta o ripasso del 2024!

Rinnoviamo il consiglio di controllare che nelle impostazioni abbiate selezionata la massima qualità disponibile per il vostro tipo di abbonamento e – importante – la normalizzazione disattivata.


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