Cos’è Album of the Ear? [clicca qui]
AOTE è una rubrica che vuole segnalare e dare evidenza degli album che, nell’epoca della loudness war, si distinguono per la qualità della produzione (scrittura, arrangiamento, registrazione, mix, mastering) e, in ultima analisi, per la qualità percepita in fase di ascolto. Prestiamo particolare attenzione al range dinamico (in breve: l’intervallo, misurato in dB, tra il valore minimo di ampiezza di un suono e quello massimo), aspetto cruciale tra quelli che fanno “suonare bene” un disco e che frequentemente viene sacrificato per far sì che la musica possa sentirsi forte (ma non meglio) soprattutto su dispositivi economici e contesti caotici.
Vogliamo segnalare quelle esperienze di produzione che scelgono di non piegarsi all’andazzo generale. Album che, quando riprodotti con buone (e non cattive) abitudini di ascolto, offrono esperienze impagabili.
Siamo consapevoli che il range dinamico non basta da solo a giudicare un disco come ben suonante, né pensiamo che la compressione sia sempre un difetto (è cifra stilistica in certi generi e comprendiamo il desiderio di alcuni artisti di dare “impatto” ai propri brani); ma il rispetto della dinamica resta essenziale per ascolti godibili, non stancanti e ripetibili anche ad alto volume. Per questo, nel nostro piccolo, premiamo le band e gli ingegneri che scelgono master dinamici.
Nelle precedenti puntate di AOTE (con album che partono dall’anno 2000), trovate sempre un’introduzione che spiega i motivi della nostra scelta, un commento su quello che abbiamo rilevato essere l’andazzo del periodo preso in esame e sempre qualche considerazione che aggiunge elementi ulteriori a quello che abbiamo già raccontato sul tema. Vi invitiamo quindi a recuperarle per il contesto completo.
Il 2025 non ha mostrato alcun segnale di frenata rispetto alla produzione di dischi con master compressi, anzi. Il bacino di selezione di album dinamici ci è sembrato ridotto rispetto al 2024. La cosa si è riflessa anche nella definizione della nostra lista: se nel precedente numero di AOTE avevamo dovuto sacrificare diversi nomi per rientrare in un perimetro di 20 album, questa volta abbiamo faticato per trovare i 16 che vi stiamo presentando.
Per chi, come noi, è legato a una musica registrata che preserva la pienezza dei transienti e la naturalezza delle escursioni dinamiche, il catalogo delle uscite in Dolby Atmos si conferma un’oasi intatta. Anche nel 2025 ha incluso diversi album che hanno convinto critica e pubblico. Come avevamo spiegato QUI, si tratta di versioni alternative pubblicate in parallelo a quelle stereo – spesso penalizzate da master molto compressi – che possono essere apprezzate per il loro maggiore range dinamico (il più delle volte doppio!) anche senza un sistema di ascolto immersivo multicanale.
Qualche esempio? “The Bad Fire” dei Mogwai nella sua versione stereo tradizionale, masterizzata su cd e su tutte le piattaforme, ha un DR 5 con RMS medio a -8.36 dB, in Dolby Atmos DR 11 e RMS medio -14.79 dB. L’album omonimo di Sharon Van Etten & The Attachment Theory in versione canonica DR 4 e RMS medio -6.86 dB; in Dolby Atmos DR 8 e RMS medio -14.47 dB.
Le differenze? Minore affatticamento in ascolti prolungati, contrasto reale tra parti a basso volume e parti più intense, maggiore fedeltà timbrica e maggiore realismo sonoro di linee strumentali e voci.
Nei precedenti due articoli AOTE vi avevamo raccontato come nell’ambito del metal estremo (death e black), si stesse diffondendo a macchia d’olio la presenza di album dinamici. Quest’anno, consultando il dr database, non abbiamo trovato invece molte uscite del genere che ci permettessero di confermare il trend. Non sappiamo dire però se anche in questo campo ci sia stata una frenata verso il ritorno di master più dinamici o se banalmente manchino le misurazioni sul database.
Nel 2025 si è tornati a parlare di loudness war
… più o meno. Insomma, non è che ci sia stato un dibattito pubblico, eh. Sono però usciti due buoni contenuti che aiutano ad avere comprensione e consapevolezza del tema.
Pur con articoli che in più di un caso puzzano di AI generated, Headphonesty è un sito nuovo ma già molto seguito nel mondo audiofilo, con una community ampia e attiva anche su Facebook, dove la pagina supera i 90.000 like. In questo articolo dedicato alla Loudness War, AI o meno, il sito se la cava comunque bene nel fornire un quadro che mette in fila i pezzi.
Viene spiegato come la normalizzazione adottata dalle piattaforme di streaming – che uniforma il volume di tutti i brani intorno ai -14 LUFS – non riporti in vita la dinamica eliminata in fase di mastering. Un master ipercompresso, con transienti schiacciati e DR basso, resta inevitabilmente “piatto”: manca il respiro naturale tra parti calme e intense, e questo si sente anche su auricolari da pochi euro o speaker integrati nei cellulari (concordiamo: la convinzione che i vantaggi di un range dinamico ampio siano avvertibili solo su impianti Hi-Fi è un falso mito).
L’articolo smentisce poi l’idea diffusa che la loudness estrema (cioè la compressione estrema del master) sia necessaria per emergere in radio o su dispositivi mobili: non è così, perché la normalizzazione annulla ogni vantaggio competitivo. Anzi, peggiora le cose perché causa fatica d’ascolto. L’articolo si chiude sottolineando quello che anche noi pensiamo convintamente: i parametri autentici di qualità sonora sono la chiarezza timbrica – strumenti e voci distinti e non schiacciati dai limiter digitali – e il contrasto dinamico, non un volume percepito illusorio.
Molto interessante – e sicuramente non AI generated – è anche il mini documentario How Music Got Loud (The Loudness Wars Explained), prodotto dalla Waves Audio, che si occupa dello sviluppo di plugin e software audio. Attenzione: non è un’azienda qualunque, ma esattamente quella che, alla fine degli anni Novanta, ha creato le condizioni per lo sviluppo della Loudness War.
Fun (but not so fun) fact:
è una società israeliana, di guerre se ne intendono...
Nel video viene raccontata in maniera sintetica la storia della “guerra al volume” attraverso le testimonianze di ingegneri audio molto noti. Tra questi i mastering engineer Howie Weinberg (tra i tanti lavori – vincitori di 15 Grammy – anche i master di “Nevermind” dei Nirvana e “Licensed to Ill” dei Beastie Boys), Bob Katz (ha scritto Mastering Audio: The Art and the Science la bibbia del mastering e ha vinto 3 Grammy), Dale Becker (lavora con Billie Eilish e ha vinto un Latin Grammy), Gavin Lurssen (master per Foo Fighters, Queens of the Stone Age, Tom Waits e ha in bacheca un Grammy Album of the Year). Ma compare anche Meir Shashoua, l’inventore dei limiter digitali L1 e L2 (ne parleremo tra qualche riga). Difficile trovare persone che possano parlare con più cognizione di causa e autorevolezza di come si sia arrivati alla loudness war.
I protagonisti raccontano come l’invenzione e la diffusione dei limiter digitali negli anni Novanta – prima l’L1 e poi l’L2, entrambi sviluppati da Waves – abbiano rappresentato al tempo stesso un grande passo in avanti nelle tecnologie di mastering e l’origine del peccato della loudness war. Da un lato, infatti, questi strumenti hanno permesso di aumentare il livello medio del segnale senza introdurre distorsione; dall’altro, hanno spalancato la strada a una competizione sempre più estrema sui volumi.
Ma come funzionano, esattamente, i limiter? Analizzano il segnale in anticipo, applicano una compressione estrema sui picchi e “ridisegnano” la forma d’onda in modo da impedire che superi lo 0 dBFS, la soglia massima consentita nel dominio digitale. Quella stessa possibilità tecnica, che inizialmente appariva rivoluzionaria, in poco tempo è sfuggita di mano, avviando la corsa – tuttora in atto – verso una compressione dei master sempre più aggressiva.
È difficile anche solo immaginare che il ridisegno artificioso di un’onda sonora non abbia conseguenze, o che non tolga naturalezza al suono. E infatti è esattamente quello che succede: l’intervento appiattisce i transienti, riduce i contrasti dinamici e, di conseguenza, danneggia la fedeltà timbrica di strumenti e voci.
Non solo. L’applicazione del limiter per pompare al massimo i volumi “inquina” la pulizia del segnale originale introducendo una distorsione difficilmente percepibile mentre ascoltiamo i brani, ma che volenti o nolenti includiamo nei nostri ascolti e che Alan Silverman, altro mastering engineer molto noto e stimato, rende evidente attraverso un null test. Vi avevamo già mostrato il video che segue nel precedente capitolo di AOTE, ma repetita iuvant.
In pratica, Silverman prende un file audio originale e lo confronta con lo stesso file dopo averlo processato con limiter diversi, come Xenon, FabFilter e DMG. Sovrappone le due versioni – file pulito e file con limiter – invertendo la fase di una, così che i suoni identici si annullino a vicenda. Se non ci fossero differenze, sentiremmo solo silenzio. E invece? Guardate e ascoltate:
Ma allora perché la quasi totalità delle produzioni contemporanee, ad esclusione di quelle jazz e musica classica, continuano ad essere pubblicate con master iper compressi? Perché la netta maggioranza di band, etichette e ingegneri del suono ignora o minimizza il problema?
Lo abbiamo spiegato in precedenti articoli sul tema, ma alla base c’è la ricerca dell’impatto: in un mondo sempre più caratterizzato da ascolti frammentati e playlist algoritmiche, un brano deve catturare attenzione nei primi secondi. È un circolo vizioso legato a canzoni brevi e perdita di abitudine all’ascolto di album completi e musica lunga. Per chi come noi è invece abituato a lunghe sessioni di ascolto non stancanti, e apprezza fedeltà timbrica e contrasto dinamico, non resta che sperare che i propri artisti preferiti optino per mix e master con queste caratteristiche. Qualcuno fortunatamente lo ha fatto anche nel 2025, e questa è la nostra selezione.
Consigliamo l’ascolto dopo aver tolto la normalizzazione dalle impostazioni e impostando un volume medio/alto.
Selezione AOTE #5 (2025)
La prima selezione, composta da mini recensioni di 16 album con DR uguale o superiore a 8, è frutto delle preferenze espresse da ogni membro della redazione, su una selezione di lavori del 2025 che abbiamo ritenuto interessanti, ben prodotti e degni di ascolti ad alto volume, possibilmente su un buon impianto o con un buon paio di cuffie.
La seconda lista elenca altri 10 album che, pur avendo un DR non particolarmente elevato (in alcuni casi, anzi, anche piuttosto basso), si distinguono per l’ottima qualità della registrazione e del mix, pur pagando il prezzo, inevitabile, in termini di fatica d’ascolto e/o limitata fedeltà timbrica di strumenti e voci.
Per i motivi spiegati sul primo AOTE, a parte qualche eccezione, non abbiamo considerato dischi jazz, dove, fortunatamente, il rispetto della dinamica nel mastering è ancora una normalità.
Alla fine dell’articolo troverete una playlist che raccoglie i brani consigliati.
Mark Pritchard & Thom Yorke – “Tall Tales” (2026, Warp Records) [DR 11]

Tall Tales, secondo il Cambridge Dictionary, sarebbero delle storie o fatti a cui risulta difficile credere: racconti con elementi incredibili, volutamente esagerati, ma raccontati col tono di chi dice la verità. Esiste una letteratura sterminata sulle tall tales (vedasi ad esempio la voce sul tema di wikipedia) e una delle sue applicazioni al reale è il titolo del disco, pubblicato a inizio 2025, nato in collaborazione tra Mark Pritchard e Thom Yorke. Dando per scontato che chi ci legge sappia chi sia quest’ultimo, ci soffermiamo su Pritchard. Inglese, nato nel Somerset nel 1971, è un musicista che ha navigato tra i vari generi dell’elettronica (dub, techno, jungle, dnb etc), pubblicando come solista o collaborando a vario titolo e firmando per etichette prestigiose come Warp e Hyperdub. La collaborazione ha dato sfogo a un disco di grande qualità, in cui quello che risalta in primo piano è la matrice del sound tipicamente yorkiano e che si è sentito negli ultimi lavori dei Radiohead, ma anche nei suoi progetti individuali (Atom for Peace, Smile, Eraser, Anima). Quello che però distingue dalle altre opere di Yorke è che il contributo di Pritchard valorizza il tutto sul piano della produzione, della resa sonora e del modo in cui tutti gli elementi elettronici e acustici vengono valorizzati distinguendosi in maniera precisa e allo stesso tempo amalgamati con equilibrio e cura. Senza ombra di dubbio è un disco in cui c’è una forte stratificazione e presenza massiccia di riferimenti e generi, tra riverberi e picchi controllati. Un disco che non colpirà per i singoli, ma che rappresenta un’esperienza di ascolto immersiva e appagante, che esige attenzione e silenzio.
Brano consigliato: A Fake in a Faker’s World
– GM
Modern Nature – “The Heat Warps” (2026, Bella Union) [DR: 11]

“The Heat Warps” è un disco che riporta i Modern Nature a una forma più classica da quartetto elettrico (due chitarre, voce, basso, batteria), dopo anni di progetti più aperti e sperimentali, ma senza perdere lo sguardo sul rispetto della natura e sul mutamento climatico. I brani hanno un’andatura spesso simil motorik o krautrock leggera e lasciano spazio alle linee vocali e alle doppie chitarre per stabilire il giusto mood. Il tutto suggerisce atmosfere pastorali e leggere tensioni psych, favorendo un mood riflessivo.
Il gruppo si è chiuso in studio per quattro giorni, con l’esplicito desiderio di “captare” una versione della band che suona in una stanza insieme, con le piccole imprecisioni di timing e intonazione come parte del suono. Batteria e basso sono solidi ma asciutti, le chitarre sono ben separate nello spazio, con una linea più centrale e morbida e l’altra più luminosa e tagliente. La voce è chiara, con armonie morbide che funzionano quasi come secondo strato strumentale. Il mix di Ed Deegan e il mastering di Dante Schola esaltano queste caratteristiche, mantenendo un’ampia dinamica.
Brano consigliato: Pharaoh
– EP
Steven Wilson – “TH5 OV5RV95W (The Overview)” (2026, Fiction Records) [DR: 11]

“The Overview” è un doppio lungo affresco strumentale e vocale, costruito su due suite di circa venti minuti (Objects Outlive Us e The Overview), che si muove sul tema dell’“overview effect”, la variazione di percezione che gli astronauti sperimentano guardando la Terra dall’orbita. Steven Wilson gioca con le differenze di scala, contrapponendo l’immensità cosmica alla fragilità dell’esistenza umana, ma con un tono più riflessivo che catastrofista, sostenuto da testi che uniscono lucidità scientifica e ironia britannica.
Le composizioni alternano passaggi di chitarra, archi e piani, con la voce di Wilson che si sposta tra un registro più pulito, sussurri e piccoli spezzamenti controllati. L’album è pensato anche per una fruizione multicanale (Atmos/5.1), e questo ne ha influenzato la produzione: la strumentazione è chiaramente segmentata, con chitarre elettriche stratificate ma ben separate, synth che si spostano in profondità e batteria elettronica che dialoga con un sapore più “live”.
Come è abitudine per Steven Wilson – che si è occupato di tutta la produzione – la dinamica è gestita con equilibrio: la compressione è usata con raziocinio, non per omogeneizzare tutto, e le salite di intensità mantengono escursioni reali senza collassare in un unico volume medio. Il risultato è un suono spazioso e profondo, che rende particolarmente bene in cuffia o su un impianto di livello: la densità delle trame non appiattisce la chiarezza delle linee basse, e la spazialità ricorda tanto il prog classico quanto certa musica elettronica contemporanea.
Brano consigliato: Objects Outlive Us: Cosmic Sons of Toil
– EP
Ed Harcourt – “Orphic” (2026, Deathless Recordings) [DR:10]

Ed Harcourt, cantautore britannico noto per il suo songwriting introspettivo e gli arrangiamenti teatrali, realizza in “Orphic” un lavoro raffinato e intimo che fonde art rock, folk barocco e psichedelia, registrato nel suo studio Wolf Cabin, nei pressi di Oxford. I testi evocano miti orfici di perdita e rinascita: in Turn The Page un pianoforte maestoso sostiene melodie ascendenti, A Ghost Walked Through Me – uno dei brani migliori del disco – introduce echi spettrali immersi in chitarre liquide, mentre Monumental esplora dissonanze oniriche con archi e fiati.
Harcourt interpreta il tutto in maniera duttile e magistrale, dal sussurro fragile al falsetto, impreziosendo ogni momento. La produzione, curata dallo stesso artista con Fiona Brice, cattura un suono denso e stratificato: il mix equilibra strumenti acustici ed elettronici con separazione chiara, mantenendo spazialità profonda grazie a riverberi naturali e un rispetto pieno della dinamica. Il mastering valorizza la profondità timbrica, ponendo in risalto la splendida voce di Harcourt. A parere di chi scrive, uno dei dischi più belli, e forse sottovalutati, del 2025.
Brano consigliato: A Ghost Walked Through Me
– EP
Ada Oda – “Pelle d’oca” (2026, 62 Records) [DR: 9]

Gli Ada Oda sono stati una meteora. Nel 2022 un primo disco (“Un amore debole”) e poi nel 2025 lo scioglimento, qualche settimana prima dell’uscita di questo secondo disco, “Pelle d’oca”. Non è la prima volta che succede nella storia della musica, ma rimane un peccato. Sì, perché il gruppo belga ci aveva intrattenuto benissimo con quel misto stralunato di post punk e chanson dell’esordio e abbiamo tutti trovato irresistibile il cantato di Victoria Barracato. In questa seconda uscita ovviamente non c’è lo stupore che avevamo provato qualche anno fa, ma le 11 tracce rimangono di buon livello, forse con più elementi di indie rock rispetto al passato (Immobile e Sicurezza priorità riprendono gli insegnamenti degli Strokes dei bei tempi, Settembre è costruita su una bella linea di basso come i Pixies più pop)
Registrato da Pieterjan Coppejans al Robot Studio di Gand e poi mixata da Graham Tavel a Mirror Mirror Studio di Atlanta, il disco ha un suono secco e tridimensionale: il risultato è un un buon equilibrio di chitarre taglienti, batteria marziale e una bella combo di basso + voci in primo piano, mantenendo spazialità profonda e un range dinamico ampio. Il mastering valorizza il suono, con armoniche sature e medie definite, così da produrre un ascolto fisico e coinvolgente.
Brano consigliato: Immobile
– PV
Freddie Gibbs & The Alchemist – “Alfredo 2” (2026, ESGN Records, ALC Records) [DR 9]

Freddie Gibbs, rapper di Gary nell’Indiana, celebre per le liriche crude sulla vita on the road, e Alan Daniel Maman, noto come The Alchemist – beatmaker di Beverly Hills che negli anni Novanta produsse i Dilated Peoples, gruppo hip-hop underground di Los Angeles con sonorità jazz e testi impegnati. Con “Alfredo 2” – tra gli album più apprezzati su RateYourMusic nel 2025 – consolidano il loro sodalizio iniziato col primo “Alfredo”, pubblicato cinque anni prima e che aveva riscosso un forte plauso di critica e pubblico.
L’estetica scelta per i dischi (titoli dei brani, copertina, titolo del disco) richiama quel connubio tra cucina e rap che aveva già captato l’attenzione di tanti appassionati quando il compianto Mf Doom pubblicò “MM.. Food” (2004). Bisognerebbe parlare un giorno degli artisti che scrivono musica legata al cibo, al netto della portata (ahah) artistica dell’album in sé, come era stato per Pranzo Oltranzista di Mike Patton. Ma qual è il punto focale di “Alfredo 2” e in cosa si differenzia dal precedente omonimo? Che è l’ascoltatore che può decidere, secondo il proprio gusto (aridaje) se preferire il primo o il secondo (non riesco a uscire da questa metafora gastronomica, vi prego aiutatemi). Il sugo (!!!) del discorso è che FG e TA sono due rapper notevoli quanto stimati, con un background musicale importante e un gusto che permetto loro di muoversi al confine tra rap e altre sonorità, manipolando gli stili e proponendo un menù che non lascia digiuni: boom bap e loop jazz fusion, ritmi anni ‘60 e ‘70, flow taglianti e sample strutturati e gustosi. Soul food su beat che creano varie texture e sfumature, per non parlare dei testi mai banali di Gibbs e la sua abilità di storyteller tra narrazioni di street life, rimpianti, spacconate e introspezione, fragilità umana e gastronomia.
La produzione di The Alchemist privilegia un’estetica lo-fi calda e terrosa, molto anni Novanta, registrata tra gli Shangri-La Studios, Mount Kane e gli ALC Studios. Il mix di Eddie Sancho integra voci e linee strumentali con separazione precisa, mantenendo profondità spaziale e un buon range dinamico. Il mastering di Joe LaPorta esalta questo calore analogico, contribuendo al suono immersivo e cinematico del disco.
Brano consigliato: Ensalada
– GM
Khruangbin – “The Universe Smiles Upon You II” (2026, Dead Oceans) [DR: 9]

I Khruangbin sono un trio texano, ma che di texano non ha praticamente nulla e il cui nome diventa difficile da scrivere al primo colpo e senza sbagliare la posizione della h. Un po’ come Chtulhu. Che infatti è scritto sbagliato, perché si scrive Cthulhu. O forse no. Siete andati a controllare? Comunque dicevamo del trio composto da Laura Lee (basso, voce e semidea del groove in tacchi sul palco), Mark Speer (chitarra) e quel metronomo umano di Donald Ray Johnson (batteria). “The Universe Smiles Upon You II”, nel senso di too (e quindi l’universo sorride anche su di te), ma pure come alternate version del debutto del 2015. Nel frattempo la band texana si è affermata, ha costruito il proprio personale sound: groovy, avvolgente, psichedelico, tridimensionale e ipnotico. Ma gli aggettivi potrebbero essere molteplici, in un costante incontro tra rock americano, blues, suoni lisergici, influenze orientali (sia del vicino che dell’oriente estremo), dub mediterraneo, funk, afrobeat. E su tutto torreggiano intarsi sonori, sessioni ritmiche e delay che fanno del loop circolare una componente organica dei brani che alimentano quel motore volante che è la traduzione della parola thai Khruangbin.
Brano consigliato: people everywhere II
– GM
Melvins – “Thunderball“ (2026, Ipecac Recordings) [DR: 9]

I cinque brani di “Thunderball” fondono il riffing pesante e distorto tipico dei Melvins con inserti noise e ritmi sludge, spaziando da aperture heavy come in King of Rome a suite estese (Short Hair With A Wig). L’interludio Vomit of Clarity introduce sintetizzatori ambient al confine del caos, mentre Victory of the Pyramids parte con un groove rock’n’roll sostenuto per sprofondare poi in un doom viscoso. Chiude Venus Blood con un’atmosfera mistica, bassi penetranti e melodie dimesse.
Buzz Osborne alla chitarra, basso e voce e Mike Dillard alla batteria, sono affiancati da Void Manes e Ni Maîtres per noise e texture elettroniche, in una ennesima nuova versione della storica band della band di Aberdeen che bilancia violenza primitiva e introspezione psichedelica.
Toshi Kasai alla produzione (registrazione e mixing) e John Golden al mastering mantengono un equilibrio timbrico solido, con separazione netta tra gli strumenti nonostante la densità sludge. Il mix gestisce bene la larghezza stereo, con bassi corposi e alti taglienti, risultando vivido e immersivo senza eccessi di compressione.
Brano consigliato: King of Rome
– EP
The Necks – “Disquiet” (2026, Northern Spy) [DR: 9]

“Disquiet” è il ventesimo album in studio del trio australiano The Necks, composto da Chris Abrahams al piano e organo Hammond, Lloyd Swanton al contrabbasso e basso elettrico e Tony Buck alla batteria, percussioni e chitarra elettrica. Il lavoro si dispiega su tre volumi per oltre tre ore di improvvisazione ipnotica e stratificata, registrata con cura ai Rancom St. Studios di Sydney. I quattro brani, Rapid Eye Movement (57 minuti), Ghost Net (74 minuti), Causeway (26 minuti) e Warm Running Sunlight (32 minuti), evolvono da motivi minimali iniziali verso strutture labirintiche che accumulano tensione attraverso ripetizioni e mutazioni sottili, incorporando anche field recordings.
È una proposta che suggerisce un ascolto immersivo e ipnotico: i suoni sovrapposti non sfumano, ma catturano l’attenzione senza sosta, con Buck che spesso imprime la direzione tramite rullate potenti e Swanton che dà un ritmo pulsante e continuo come un battito cardiaco.
La produzione, con mixing a cura di Tim Whitten e mastering a cura di Douglas H. Henderson, esalta il range dinamico ampio, mantenendo texture aperte e definizione microdinamica nei layer sovrapposti, senza appiattimenti eccessivi. Un approccio che rispetta l’intuizione collettiva del trio, rendendo “Disquiet” un monumento all’improvvisazione paziente contro la gratificazione istantanea e rappresentante ideale della nostra indagine sull’ascolto lungo.
Brano consigliato: nessuno. Il più breve ha una durata di 26 minuti, sarebbe eccessivo per una playlist. Nel complesso è un lavoro che è incompatibile con il concetto di playlist.
– EP
Anna von Hausswolff – “Iconoclasts” (2026, YEAR0001) [DR: 8]

Dal punto di vista compositivo, “Iconoclasts” segna un evidente spostamento rispetto ai lavori precedenti di Anna von Hausswolff, introducendo un marcato aspetto ritmico con elementi di groove e percussioni tribali che sostituiscono i lenti tappeti di organo. I brani – spesso oltre i cinque o sette minuti – accumulano layer orchestrali, chitarre distorte e floor toms prima di rompere in release catartiche, come nei quasi nove minuti di Struggle With the Beast. Questo approccio privilegia un moto perpetuo e un accumulo dai toni epici, pur mantenendo una tensione e una densità controllate.
Il cantato della stessa von Hausswolff muta in modo altrettanto netto: se prima era incline a un canto che enfatizzava l’intensità emotiva attraverso vibrati ampi, armoniche spinte e un uso quasi operistico del registro, qui cerca di assumere una forza tagliente, mantenendo spesso al limite i giri del registro alto di frequenze. A parere di chi scrive, questo purtroppo è anche un limite del disco: la compositrice svedese, in più di qualche brano, sembra forzare un timbro che non riesce a sostenere pienamente (come in The Iconoclasts), mentre in altri, lo stesso si avverte come nasale (The Whole Woman, con Iggy Pop).
Il valore aggiunto e con peso specifico notevole sulle composizioni, sta invece nel sax di Otis Sandsjö: non una semplice aggiunta, ma il materiale magmatico sottostante che avvolge i brani, ne definisce la grana interna e ne sostiene l’architettura ritmica.
Il mix, curato da Randall Dunn, bilancia con grande cura la palette strumentale ampliata, mantenendo un range dinamico ampio, senza compressioni eccessive che avrebbero appiattito i layer orchestrali. Il mastering di Heba Kadry rispetta ed esalta questa disciplina dinamica.
Brano consigliato: Struggle with the Beast
– EP
Heartworms – “Glutton for Punishment” (2026, Speedy Wunderground) [DR: 8]

Jojo Orme, nome d’arte Heartworms, è una musicista inglese nata circa 27 anni fa a Londra, da padre di origini afghane e pachistane e madre di origini danesi e cinesi.
Da bambina acquisisce la passione per la musica dalla mamma, ma poi affronta un’infanzia difficile lasciando casa a 14 anni per entrare in affidamento. Nel tempo, accanto alla passione per la musica, ne sviluppa una parallela per l’immaginario militare, in particolare per l’aeronautica della seconda guerra mondiale, con un’ossessione per gli aerei da caccia come gli Spitfire, le divise RAF e la storia correlata.
Nei nove brani di “Glutton for Punishment”, per un totale di 37 minuti, si accumulano strati elettronici pulsanti, percussioni ritmiche e chitarre industriali che si fanno spazio tra ritmi dance-punk. Si sentono echi di Depeche Mode per il groove incessante e di PJ Harvey per i testi taglienti, che trattano temi quali ossessioni autodistruttive e relazioni tossiche. Brani come Warplane – dedicato a un pilota di Spitfire – o Jacked alternano crescendo intensi a ritornelli accattivanti, con la voce di Orme che passa da sussurri spettrali a esplosioni teatrali.
Prodotto e in parte mixato da Dan Carey nei suoi studi, l’album adotta un approccio diretto e dal vivo, con strati densi – batterie elettroniche e acustiche, bassi distorti, sintetizzatori evanescenti – tenuti insieme senza troppe sovraincisioni, fedele al metodo rapido di Carey che lascia spazio alle imperfezioni autentiche. Il mastering di Jason Mitchell preserva un’ampiezza dinamica ampia, evitando la compressione eccessiva tipica di molto pop elettronico moderno: il suono è arioso, con picchi che respirano, esaltando la texture “gotica” senza perdere dettagli.
Se vogliamo trovare un difetto, si avverte una brillantezza eccessiva nei suoni sibilanti – come le “s” cantate – e negli alti, come i piatti delle batteria (charleston o hi-hat), che su dispositivi con tweeter particolarmente brillanti potrebbero risultare striduli e affaticanti, ma al di là di questo, ad avercene di produzioni complessive così ariose, lontane da quelle con master schiantati e sfascia orecchie ormai dilaganti.
Brano consigliato: Mad Catch
– EP
Il Mago del Gelato – “Chi è Nicola Felpieri?” (2026, Numero Uno/Sony Music) [DR: 8]

L’interrogativo che dà il titolo al disco dei milanesi Il Mago del Gelato (nome preso da una gelateria che si trovava davanti alla sala prove in cui suonava la band) non ha una risposta. Si tratta di un personaggio fittizio, enigmatico e il cui identikit non viene risolto nelle tracce che compongono questo viaggio sonoro. Un enigma che è parte della sua attrattiva: la narrazione si costruisce sugli elementi, la verità (di questo racconto di fantasia) sta nei dettagli, nel poliziottesco noir à la Calibro 35 (brani come Depistaggio, Segreto, Il Felpieri, In punta Di Piedi), nella fusion, nelle colonne sonore anni ‘60 e ‘70 italiane (Granturismo è un evidentissimo richiamo ad Augusto Martelli), nella svolta prog esotica e new age di Herbie Hancock e nel pastiche di groove jazz e rock sensuale presente in tutto il disco. Da sottolineare l’azzeccatissima collaborazione con Venerus. Un gruppo da tenere sott’occhio e che sta per pubblicare un nuovo disco.
Brano consigliato: Depistaggio
– GM
mclusky – “the world is still here and so are we” (2026, Ipecac Recordings) [DR: 8]

I mclusky (tutto minuscolo, mi raccomando) tornano dopo ventun’anni e riprendono esattamente da dove si erano fermati: una miscela di post-hardcore, noise caustico, rock’n’roll e punk spinto a tutta velocità. In 33 minuti ci ricordano il loro modo sghembo, caotico e senza compromessi di approcciare la scrittura dei brani. E quindi ecco l’apertura con i feedback e la batteria marziale di unpopular parts of a pig, il riff tagliente e le urla isteriche di the world is still here and so are we, o music for stabbing che mescola melodie pop a caos. Chitarre distorte, pause, esplosioni, attitudine beffarda e incontrollata.
Andrew Falkous interpreta con il suo ghigno graffiante, alternando falsetti striduli a ringhi rabbiosi che dominano il mix senza coprire la sezione ritmica. La produzione, registrata in vari studi britannici, punta su un suono crudo e diretto: il mix separa chitarre aggressive e voce in primo piano mantenendo coesione, con spazialità secca e un buon range dinamico che preserva impatti percussivi esaltandone il contrasto con i silenzi. Il mastering evita compressioni eccessive, lasciando che distorsioni e armoniche sature riempiano lo spazio con energia grezza e di grande impatto.
Brano consigliato: cops and coppers
– PV
Niia – “V” (2026, Candid Records) – [DR: 8]

Niia (Niia Bertino) è una cantante e produttrice di Los Angeles con origini nostrane: la nonna materna era una cantante lirica italiana. Nel suo percorso Niia ha attraversato indie, pop sperimentale ed elettronica, ma in “V” torna a un immaginario jazz‑oriented, ma con diverse aperture ad altri generi. Il jazz non è un repertorio immobile, ma un campo in cui alternare ballad pianistiche, sussurri trip‑hop e texture elettroniche, bilanciando desiderio di classicità e bisogno di scompaginamento.
Brani come Ronny Cammareri adottano un’andatura latina e uno sviluppo strumentale in cui piano e fiati dialogano in un clima di interplay jazz‑oriented, mentre Throw My Head Out the Window si costruisce intorno a una sezione ritmica incalzante, sassofono, tappeto di sintetizzatori avvolgente ma mai invasivo, una gran linea di basso e la voce di Niia altrettanto grandiosa che si esprime su più registri confezionando uno dei migliori brani del disco.
Nel canto, Niia lavora con un controllo molto solido sul volume, sulla posizione del suono e sul respiro, passando da piani filtrati, quasi parlanti, a momenti di voce più materica e aperta, evitando abbellimenti eccessivi. La voce è spesso trattata come uno strumento, con i fraseggi che si sovrappongono al piano, lasciando il dubbio che la fonte del suono sia strumentale o cantata. Questo effetto è ottenuto anche grazie a una produzione che privilegia un’altezza di mix relativamente centrata, evita sovrapposizioni di voci con grande respiro dinamico.
L’ascolto di “V” richiede attenzione perché le transizioni dinamiche si muovono per micro‑spostamenti anziché per crescendo lineari: transizioni di arrangiamento, cambi di distanza dal microfono per la voce, uso selettivo di riverbero e interventi di basso sintetizzato definiscono alternanze di vicinanza e distanza. Tutti aspetti che sarebbe un peccato perdersi con ascolti distratti.
Della produzione del disco se ne sono occupati Niia stessa, Spencer Zahn e Lawrence Rothman.
Brano consigliato: Throw My Head Out The Window
– EP
Nourished by Time – “The Passionate Ones” (2026, XL Recordings) [DR: 8]

Il secondo lavoro di Marcus Elliott Brown, pubblicato per XL Recordings sotto il nome d’arte di Nourished By Time, è un disco che erroneamente potrebbe essere accostato all’alternative r&b ibrido di questo decennio e che si avvicina a Blood Orange, Childish Gambino, Frank Ocean e le varie reincarnazioni del progressive soul degli anni ‘settanta e ottanta. In verità c’è molto di più, per esempio nella scelta di filtrare la black music tramite suoni synth dilatati e con sovrastrutture di effetti, slow jam malinconiche, beat rallentati, keys distorte e hauntologiche. Se è vero che tra le influenze presenti nel lavoro possiamo annoverare Prince e i Funkadelic, c’è anche un forte gusto retrofuturista, che suona come un vintage con l’applicazione dell’effetto Mandela. Pensiamo che la black music classica suoni così, mentre non è vero e tutto sommato siamo soddisfatti. Oltre all’aspetto musicale non dobbiamo snobbare la profonda componente di critica sociale e politica presente nell’album, dalla salute mentale al lavoro precario, dalle conseguenze dell’amore al socialismo.
Brano consigliato: when the war is over
– GM
The Weather Station – “Humanhood” [DR 8] (2026, Fat Possum) [DR: 8]

Le composizioni di “Humanhood” danno l’impressione di qualcosa che non si lascia mai afferrare del tutto: partono da un folk che sembra familiare, ma poi si sfalda, scivola nel jazz, nell’art pop, e ogni volta cambia forma. I testi di Tamara Lindeman parlano di dissociazione, del rapporto complicato con il corpo, ma senza mai risultare didascalici. In Neon Signs, per esempio, il desiderio non viene spiegato, viene spezzato, trascinato dentro un ritmo nervoso; in Humanhood invece l’acqua diventa un’immagine quasi fisica di ritorno a sé, più percepita che raccontata.
Anche la band lavora in questa direzione: le strutture sembrano nascere mentre le ascolti, con improvvisazioni che tengono insieme i brani senza mai chiuderli davvero. Ci sono passaggi in cui tutto si addensa, quasi si scompone, e altri in cui resta pochissimo, solo spazio e silenzio. La voce di Lindeman sta esattamente lì in mezzo: è fragile, a tratti instabile, ma proprio per questo credibile, capace di tenere insieme vulnerabilità e urgenza. Intorno, le armonie vocali e gli inserti di violino non cercano mai di emergere, piuttosto accompagnano, aggiungono profondità senza spostare il centro emotivo dei brani.
La produzione, registrata live con un paio di sessioni ai Canterbury Studios di Toronto e curata da Lindeman con Marcus Paquin, privilegia la spontaneità: il mix di Joseph Lorge bilancia riverberi analogici e compressioni misurate per restituire un equilibrio timbrico ricco, dove sax, percussioni elettroniche e pianoforte coesistono con una separazione netta e profondità spaziale. La dinamica mantiene un range ampio, evitando schiacciamenti eccessivi per preservare i picchi drammatici, caratteristiche rispettate e ben gestite dal mastering di Joao Carvalho.
Forse mancano brani che spingono al replay, ma nel complesso rimane un buon disco, raffinato e intimo.
Brano consigliato: Lonely
– EP
Altri album con master meno dinamico, ma da ascoltare
Come spiegato nell’introduzione, il master dinamico per noi è una scelta lodevole ed è alla base di questa nostra rubrica. Tuttavia non può essere una discriminante assoluta nell’apprezzamento di un album, ci mancherebbe! I vantaggi di un master dinamico li abbiamo ampiamente analizzati, ma anche in assenza di questo, anche nel 2025, sono stati pubblicati dischi notevoli sia per contenuto che per resa sonora generale.
Nella tabella che segue, abbiamo incluso i 10 album con master inferiore a DR8 che ci sono piaciuti di più e che suonano comunque molto bene:
| ARTISTA | ALBUM | DR |
|---|---|---|
| Caroline | Caroline 2 | 7 |
| Darkside | Nothing | 7 |
| Julie’s Haircut | Radiance Opposition | 7 |
| SANAM | Sametou Sawtan | 7 |
| Oklou | choke enough | 6 |
| Pulp | More | 6 |
| Rosalia | LUX | 6 |
| DITZ | Never Exhale | 5 |
| Popolous | Isla diferente | 5 |
| Ela Minus | DIA | 4 |
Playlist
Come già fatto per le precedenti puntate di AOTE, qui sotto trovate la playlist con i brani suggeriti per ogni album. Seguiteci e mettete like alla playlist.
Album of The Ear tornerà fra un anno per il sesto volume sul 2026.
Nel frattempo buon ascolto di scoperta o ripasso del 2025!
Rinnoviamo il consiglio di controllare che nelle impostazioni abbiate selezionata la massima qualità disponibile per il vostro tipo di abbonamento e – importante – la normalizzazione disattivata.


