I Recordi sono un gruppo del periodo indierock/indie pop italiano degli anni zero: hanno fatto tour, dischi, hanno definito il loro genere “pop sbilenco”, hanno affrontato gli alti e bassi di un gruppo indipendente, hanno anche sfornato una piccola hit chiamata Vacanze all’autogrill, e alla fine si sono sciolti.
Una storia normale. Se non fosse che i Recordi non esistono nella vita reale.
Già, sono una band immaginaria nata dalla fantasia di Emanuele Rosso, fumettista friulano classe 1982. La storia è uscita inizialmente a puntate via newsletter, a partire da settembre 2021, ed è ancora leggibile su Substack. A gennaio 2025 Emanuele ha aperto un crowdfunding su Produzioni Dal Basso con l’obiettivo di pubblicare un libro di oltre 300 pagine contenente tutte le puntate di “Off the record” (ben 26, anche quelle all’epoca non ancora pubblicate in digitale), impreziosito anche da 36 testimonianze scritte da altrettante persone che, in quel periodo, hanno animato la scena “suonando, scrivendo, raccontando, documentando, organizzando o anche semplicemente essendoci, con tigna e passione per la musica”.

Emanuele ha preso le sue esperienze da vita in tour per riversarle dentro un fumetto. La novità è che non si tratta di esperienze da musicista, ma da banchettaro (oggigiorno questa figura si potrebbe chiamare marketing expert & merchandising manager): da giovane è stato infatti in tour con gli Amari proprio come addetto al banchetto del merchandising. Non sottovalutate questo ruolo, se ci leggete sapete bene quanta importanza ha il banchetto del merch (ne abbiamo scritto anche un articolo!).
Nella storia sono è quindi confluito il vissuto dell’autore in giro per i concerti a seguito di una band, ma anche il suo amore per la musica e ovviamente la sua esperienza di fumettista: ha esordito infatti nel 2013 con “Passato prossimo” (Tunuè), pubblicando poi “Limoni” (Coconino Press/Fandango, 2017) e “Goat” (Coconino Press/Fandango, 2019, il mio preferito dei tre), oltre che pubblicare su un sacco di riviste italiane.
I gruppo dei Recordi, formato dai quattro membri della band + il fonico + l’addetto al banchetto, con i loro concerti, le loro disavventure, le litigate, le registrazioni in studio, la convivenza forzata in furgone, sono i personaggi cardine di questa storia in realtà corale, raccontata su più piani temporali per far capire com’era essere un musicista indipendente in quel primo decennio del ventunesimo secolo, e come le storie cambiano, i rapporti si modificano, mentre la vita scombussola i piani di ognuno.
Il vero protagonista di “Off the record” è il periodo storico degli anni zero, non ancora esaltato nell’immaginario collettivo, non ancora elevato a livello pop, ma ancora molto amato dalle persone che ai quei tempi hanno, in un modo o nell’altro, incrociato band e artisti. Un periodo non per forza da mitizzare, ma raccontato in modo reale, sincero, e a tratti amaro. Questa ambivalenza viene ancora di più sottolineata dagli scritti a corredo del libro e raccolti in una parte intitolata “Indielogia”: abbiamo Enzo Baruffaldi aka Polaroid che fa un perfetto condensato della cultura indie pop del periodo, Federico Bernocchi con l’aneddoto più divertente di tutti, ma anche Hamilton Santià, che scrive: «Questa grande stagione dell’indie forse è stata tutta un’illusione […] ma non ci possiamo permettere questo abbandono alla nostalgia. Sarebbe una consolazione che non serve a nessuno, a noi prima di tutto». E poi il pezzo di Emiliano Colasanti, forse il mio preferito, più a fuoco che mai, poetico e severo, che racconta dello spirito del «Volevamo solo pagare l’affitto» e quel «Eravamo pirati, e siamo diventati reazionari».

Ritengo interessante raccontare cosa sono stati gli anni zero perché, senza dubbio, sono stati un periodo degno di nota per l’underground italiano, grazie alla concatenazione di alcuni elementi.
In breve:
- l’esperienza di contesto, derivata dalla scena alternativa anni ‘90 (il Consorzio Produttori Indipendenti, i Marlene Kuntz e gli Afterhours, i CSI al primo posto della classifica in Italia per una settimana con “Tabula Rasa Elettrificata”, la Mescal, i Subsonica, i Verdena sotto contratto Universal). Un momento in cui, anche in Italia, sembrava possibile un modo di fare musica che andasse a braccetto anche con un successo più o meno commerciale e con un pubblico allargato.
- un accesso più facile e immediato alla musica estera: l’avvento di internet ha aperto un flusso diretto in entrata di influenze, sperimentazioni e mode. Si poteva sapere quello che succedeva in tempo reale, eliminando il classico ritardo del mondo musicale italiano in rapporto con l’estero e, contemporaneamente, bypassando i filtri del giornalismo tradizionale di settore.
- MySpace (rip and always in my heart) ha ristretto le distanze anche tra le varie parti d’Italia, notoriamente sempre poco coscienti di quello che accadeva altrove. Il risultato è stato un collegamento diretto tra pubblico e band.
- lo sviluppo tecnologico, che ha portato anche a possibilità a basso costo: registrare diventa più semplice, finalizzare, distribuire e promuovere il disco anche (almeno in parte).
- una fioritura di tante piccole etichette capaci di lavorare a costi bassissimi o comunque con meno perdita possibile, che creano un terreno necessario per supportare band e musicisti. Wallace, Homesleep, Ghost, Unhip, Tafuzzy, Cane Bagnato, solo per dirne alcune. Di alcune di queste, oramai scomparse, ne abbiamo parlato nell’articolo “Etichette italiane che ci mancano un sacco”.
È stata una crescita spontanea di gruppi, artisti, etichette e pubblico, ma anche di festival e/o eventi che per anni hanno aiutato ad alimentare il tutto in un circolo più o meno virtuoso. Nel 2005 c’è stata la prima edizione del Mi Ami Festival, che originariamente stava per “Musica Indipendente A Milano”. Nel corso degli anni la parola “Indipendente” è diventata “Importante”, i banchetti delle etichette hanno lasciato rapidamente il posto a tutt’altro, la musica è scomparsa dagli stand e si sono persi un po’ il senso e l’atmosfera originaria.
In ogni caso non si può parlare di una scena indipendente degli anni zero, ma piuttosto di un panorama complesso fatto di tante realtà (più o meno solide) e tanta musica (più o meno valida) con la voglia di portare avanti un discorso nuovo, di spingere e di rischiare, cosa che adesso si vede poco.
Possiamo definire gli anni zero come una piccola esplosione continua di piccole novità e di sorprese, sia buone sia meno: musica sì, ma anche mode, atteggiamenti, ostentazioni, tutte cose ben sintetizzate nella meravigliosa Frangetta-Milano is Burning, ricordate?
Poi, a poco a poco, quel paese reale è diventato irreale, mentre l’indie si è trasformato nell’IT Pop, ma questa è un’altra storia.
E allora, spinti dalla lettura di “Off the record”, abbiamo chiesto a Emanuele di fare una chiacchierata con noi. Abbiamo deciso di intervallare tutto l’articolo con alcuni pezzi scelti dalla playlist che l’autore ha condiviso qui.
L’intervista
EP: Partiamo dalla genesi di “Off the record” e in particolare da un tuo recente post fatto sul tuo Substack e intitolato magnificamente “Era meglio il demo”, in cui hai raccontato la stesura in bozza di un primo capitolo, poi cambiato radicalmente per passare da una narrazione più classica ad una soluzione un po’ più frammentaria.
Emanuele: Sì, la prima struttura era appunto così più tutto il flashback sulla tournée, un po’ come in “Almost Famous”, che poi è uno dei riferimenti. Però mi sembrava troppo rigido e schematico, un po’ pesante, non mi convinceva. In quel periodo stavo vedendo “Atlanta” (la serie di Donald Glover), l’ho proprio amata tantissimo.
EP: Bellissima “Atlanta”! Consigliamo a tutti di vederla.
Emanuele: Bellissima e anche libera nella sua organizzazione, si prende così tante libertà che mi sono detto «Wow, si può fare anche così?». Allora ho pensato di puntare su una struttura che mi permettesse sia di tenere il filo, sia di inserire tutta una serie di altre cose. Questo mi ha permesso di usare la tournée come filo conduttore della trama, ma anche raccontare le altre idee che avevo già dall’inizio: la band da vecchia, le riflessioni sul tempo che passa, sul mancato successo, su cosa fare da grande, sul ruolo che la musica riveste nella tua vita. Avevo difficoltà ad inserire tutte queste cose solo attraverso il filone narrativo del passato, ma poi ho iniziato ad alternare i piani temporali, in maniera inizialmente un po’ casuale, poi sempre più definita.
Quando poi ho scritto e disegnato l’episodio inedito, quello al Mi Ami, decidere dove metterlo non è stato semplice perché non era previsto inizialmente.
EP: Quindi è nato dopo, alla fine?
Emanuele: Uno degli inside jokes su quell’episodio è legato a Carlo Pastore (fondatore del Mi Ami, tra le altre cose) a cui avevo chiesto di scrivermi un pezzo da mettere nella parte finale. Lui mi ha fatto notare che era un fumetto sulla scena indie ma il Mi Ami non compare da nessuna parte. A quel punto ho deciso di fare una storia sul Mi Ami Festival e poi trovare il posto giusto per l’episodio, pensato praticamente alla fine.
EP: Tu hai pubblicato già prima per case editrici importanti per il fumetto italiano, come Coconino e Tunué. Hai mai pensato di dare a “Off the record” una strada tradizionale rivolgendosi ad una casa editrice? Oppure avevi già sin dall’inizio l’idea di gestirlo in una maniera un po’ diversa e con un mezzo diverso, come la newsletter?
Emanuele: Quando ho iniziato a pensare alla storia volevo già provare la strada della newsletter. Adesso la newsletter e in generale Substack sono arrivati molto di più al grande pubblico, anche perché c’è gente mega seguita, come la Lucarelli o altri personaggi che si portano dietro centinaia di migliaia di iscritti, ma qualche anno fa era una piattaforma ancora di nicchia. All’inizio del progetto non pensavo neanche che potesse diventare un libro, non sapevo quanto sarebbe venuto lungo o se avrei avuto la costanza di finirlo, o quanto tempo ci avrei messo. Però conoscevo bene tutti i limiti dell’editoria tradizionale nella promozione dei libri, e ho deciso di sperimentare con curiosità, anche con l’obiettivo di provare a costruirmi un pubblico. Quando ho superato la metà del progetto ho capito che poteva trasformarsi in un libro. A quel punto mi sono detto che se fosse arrivata una proposta irrinunciabile avrei potuto valutare di farlo con un editore, altrimenti sarei andato all-in con il do it yourself, mettermi alla prova e vedere cosa sarebbe successo. E così è stato.
EP: Sei soddisfatto di com’è andata?
Emanuele: Devo dire che, a star dietro a tutto ho avuto la conferma su un po’ di ragionamenti e teorie che mi ero fatto sulla comunicazione online, su quello che funziona e non funziona, su come un autore si sviluppa il proprio pubblico. Quindi sì, sono abbastanza soddisfatto. Poi è chiaro che quando la cosa funziona, speri che funzioni sempre di più, però non è che puoi pensare di partire così e diventare Zerocalcare. Sono anche molto realistico nelle aspettative.
EP: Anche perché il tuo tema era anche molto preciso, era molto centrato su un argomento, quello dell’indie anni zero.
Emanuele: Spero però che non sia solo per gente della nostra età, ma che possa essere leggibile anche da un pubblico più giovane che non ha vissuto quella scena. L’obiettivo era fare una storia leggibile a prescindere, che potesse anche magari incuriosire o aprire un mondo a chi non conosceva quel periodo.
Però allo stesso tempo sapevo che il fumetto è basato su un certo periodo, e che quindi si seleziona da solo un suo pubblico.
EP: A un certo punto di “Off the record”, a pagina 115, proprio un tuo personaggio fa una riflessione metafumettistica chiedendosi, «Che senso ha fare un fumetto così? A cosa serve, a parte stuzzicare la nostalgia di una nicchia di irriducibili? Cosa vuol dire? Qual è il messaggio?». In realtà forse non c’è un messaggio ma solo la voglia di raccontare una storia. Secondo me la risposta te la sei data da solo quando, sempre tra le tavole del libro, definisci i Recordi «una nota a margine nella storia della musica senza star, senza hit o album generazionale». Forse è importante parlare anche di questo mondo sommerso ed enorme, e non per forza raccontare le grandi storie o le band dai grossi numeri.
Emanuele: Abbiamo tutti il bias del sopravvissuto: solitamente le storie di formazione, le storie di successo, sono storie di chi che ce l’ha fatta; ma per uno che ce l’ha fatta e, vale nell’arte e ancora di più nello sport, ne hai migliaia che si sono fermati per mille motivi diversi. Quindi mi piaceva l’idea di fare una specie di elegia di una band di quelle che non è arrivata mai ai vertici. È chiaro che parlo di musica, ma è stato divertente metterci anche tutta una serie di riflessioni metatestuali o autoriflessive, per parlare e ragionare su quello che faccio io coi fumetti, sul mio spazio nel fumetto, di me stesso.
EP: Ho letto qualche recensione online, sono state tutte molto interessanti e “Off the record” è stato accolto generalmente molto bene. Ma spesso, in queste recensioni, si spinge un po’ troppo sulla parte legata alla nostalgia. In realtà io non la vedo come un’opera così nostalgica, ma ci ritrovo più un sentimento legato al tempo che passa.
Emanuele: Ti ringrazio molto perché effettivamente può suscitare sentimenti nostalgici, ma l’idea è di non essere nostalgico, anzi è un po’ una critica alla nostalgia.
EP: Negli ultimi anni è abbastanza facile cedere alla nostalgia per raccontare qualcosa e dare l’effetto del wow, che belli tempi che erano. Però nelle tue tavole, in quello che dicono i personaggi, ma soprattutto anche nella parte finale, quella composta dai pezzi scritti da altri, le cose più interessanti sono quelle un po’ più critiche e che dipingono una visione reale, senza per forza avere pretese nostalgiche.
Emanuele: Sì, e mi è piaciuto che mi siano arrivati vari pezzi che riflettono criticamente su quella cosa. Il primo che mi viene in mente è quello di Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò, che si definisce un «”grumpy old man” che odia in modo particolare il presente, ma non riesce ad avere troppa nostalgia del passato». Anch’io sono d’accordo e volevo evitare che venisse inquadrato come opera nostalgica. Ovvio che chi ha vissuto quegli anni ed è preso bene da quel periodo, leggendolo riattiverà dei ricordi ed è inevitabile e mi va anche bene. Però la nostalgia di solito è un’evocazione di un passato in una chiave positiva, senza ricordarsi dei momenti più negativi. Io invece volevo raccontare il periodo in maniera più possibile oggettiva, cercando di essere anche ironico, critico, senza magnificare il passato o perché sto raccontando la mia giovinezza.
Anch’io sono molto scettico sui filoni puramente nostalgici: è un sistema di informazione e di contenuti si autofagocita e ha bisogno continuamente di riproporre il passato, ciclicamente, per fini commerciali. E quindi ecco le band che costantemente fanno reunion a distanza di tempo, magari in una fascia d’età in cui il fan è una persona ormai altospendente, che può permettersi biglietti da 100 euro o più.
EP: O il vinile in edizione limitata rimasterizzato e con l’aggiunta di bonus track tutt’altro che imperdibili. Lo vedo anche nel cinema: il recupero, lo spin-off, il remake, viene ripresa e rimasticata la cosa che sappiamo che ha funzionato vent’anni, trent’anni fa.
Emanuele: È un modo per andare sul sicuro con cose che hanno già un pubblico. Fare cose totalmente nuove è ovviamente più difficile perché ti espone al rischio che possa non piacere, che non funzioni, e quindi l’approdo nostalgico è un approdo più sicuro, a basso rischio, motivo per cui appunto Hollywood è tutto un reboot, un remake, uno spin off. Si cercano di mungere finché possibile le cose che la gente conosce e ci vengono proposte continue varianti di quelle cose.
EP: Tu hai citato Jukka, io rispondo con Damir Ivic che scrive del «essere indie come parte debole». Come hai intercettato tutti gli autori dei pezzi finali?
Emanuele: Mi sono fatto un elenco di tutti quelli che conoscevo direttamente, la maggior parte in realtà, oppure persone a cui ero relativamente sicuro di arrivare con al massimo un grado di separazione, selezionando tutta una serie di persone che erano attive in quegli anni e capaci di scrivere bene. Li ho contattati tutti spiegando il progetto autoprodotto che stavo portando avanti, contando anche sul fatto che si fidassero del risultato. E devo dire che nella stragrande maggioranza dei casi è andata molto bene: avevo contattato una quarantina di persone e 36 hanno risposto. Sono molto orgoglioso del risultato complessivo.
EP: Ho trovato davvero interessante la trasparenza con cui,nel tuo post su Substack intitolato “Cosa ho imparato dal crowdfunding del libro di OFF THE RECORD”, hai raccontato il crowdfunding, nei minimi dettagli, senza nascondere le cifre, i numeri, ma anzi dilungandoti con informazioni davvero interessanti e soprattutto utili per chi non ha mai pensato a usare questo strumento per promuoversi.
Emanuele: Nel 2020 ho creato il MeFu (Mestieri del Fumetto, associazione senza scopo di lucro che si propone di tutelare e rappresentare tutti quelli che fanno fumetti in Italia), e in questi anni abbiamo ricevuto molto richieste di consulenza, spesso da giovani che non sanno come funziona economicamente il mondo del fumetto, quindi il nostro dovere è anche quello di spiegare il lato economico e come affrontare le aspettative che hanno. Insegno alla Scuola Comics a Torino e allo IED, e cerco sempre di spiegare ai ragazzi che vogliono lavorare nel campo del fumetto e dell’illustrazione, cosa possono legittimamente aspettarsi se vogliono farne una professione. Quindi, così come cerco di insegnare e comunicare con trasparenza ai giovani, mi sembrava interessante raccontare anche in maniera molto pulita tutto l’aspetto finanziario dietro alla campagna di prevendite, in modo didattico e divulgativo, come una sorta di tutorial, senza aver niente da nascondere.
EP: Io sono orgoglioso di aver partecipato al crowdfunding quindi ho già la mia copia qui, di fianco a me. Però diciamo subito che, se qualcuno è interessato e vuole avere tra le mani “Off the record”, la cosa che deve fare è semplicemente contattarti.
Emanuele: Esatto, scrivermi una mail. Poi “Off the record” si trova anche in qualche libreria con cui ho avuto agganci diretti, però è chiaro che non posso avere una distribuzione nazionale come ce l’ha un editore, il limite di un’autoproduzione è quella. Al massimo lo puoi comprare a qualche evento, a qualche fiera in cui sono presente, ma so che non è come andare in libreria e capisco la difficoltà, ma è inevitabile che sia così. Ho saputo che un paio di copie del libro sono state acquistate per metterle in un paio di biblioteche: questa è una bella cosa, perché comunque la biblioteca è un circuito diverso, arriva a persone inaspettate, fuori da ogni tua bolla, e mi piace molto la possibilità di incrociare lettori totalmente casuali.
EP: C’è un’altra cosa che hai raccontato (sempre su Substack) che mi ha sconfortato tantissimo, ed è quello che hai scritto sulle condivisioni da parte dei colleghi fumettisti: «nel fumetto non c’è poi molto spirito di comunità e piacere di promuovere il lavoro di altrə. Ognunə è molto attentə al proprio orticello (e ne comprendo il motivo, considerando che si tratta di spartirsi sempre briciole e briciolette, sia in fatto di denaro che di attenzioni del pubblico) e pensa che promuovere il lavoro di altrə possa togliere qualcosa a sé stessə. Insomma dallə colleghə molta poca promozione e condivisione».
Anche qui sei stato molto chiaro e sincero, facendo trasparire una situazione estremamente limitata di condivisione e di promozione del lavoro di altri. Posso dire però che questo è un tipo di atteggiamento che non comprendo minimamente?
Emanuele: Sai, essendo talmente limitati gli spazi al sole, i momenti di visibilità, le possibilità di ottenere l’attenzione delle persone, ognuno ha così necessità o gelosia del proprio spazio per far passare e conoscere le proprie cose, che è difficile che lo conceda ad altri. C’è una concorrenza così ampia che tutti hanno la tensione a promuovere quello che fanno, soprattutto nel proprio settore, che è difficile che promuovano qualcosa che concepiscono parzialmente come concorrenza, anche se è un bel progetto. Da una parte secondo me è una paura irrazionale e immotivata, però sicuramente siamo in un sistema estremamente competitivo. Per cui mi sono detto “Ok, se coinvolgo gente del mondo della musica, allora potrà aver piacere nel condividere i miei contenuti, perché non vedono in me un potenziale concorrente”.
EP: Secondo me ci perdono tutti ad avere questo atteggiamento di chiusura.
Emanuele: Anche secondo me, perché se ci fosse un maggiore spirito di comunità e si guardassero le cose insieme, si formerebbe una rete più compatta e unita, e si otterrebbe di più per tutti. Però il fumetto è un settore molto ego-centrato, molto basato sulle singole figure, per cui fare comunità è molto difficile, che sia per promuovere un progetto, ma che sia anche per ottenere dei diritti per tutti. Anche questo lo vedo costantemente nella mia attività nel MeFu. È una riflessione un po’ amara che mi sentivo di mettere su carta, però non è che mi stupisca, anzi è andata esattamente come mi aspettavo che andasse e avevo previsto questa cosa in maniera molto chiara.
EP: Sei ancora coinvolto in qualche modo nel mondo della musica?
Emanuele: Beh, gran parte degli amici, i musicisti, e tutti quelli che ho coinvolto e contattato sono persone che sento, e che rientrano ancora nella mia cerchia di conoscenze, ma coinvolto attivamente direi di no: adesso non faccio più niente a parte fare l’ascoltatore ai concerti. Non ho più l’età per fare il banchettaro, prima facevo anche un sacco di foto alle band ma adesso non le faccio più. Una cosa che vorrei riprendere lateralmente rispetto alla musica, è la radio, perché ho fatto tanti anni da speaker radiofonico a Radio Città del Capo, dove mettevo chiaramente musica. Ma da quando sono a Torino, non ho ancora trovato modo di riprendere a farlo, anche se mi piacerebbe.
EP: Ma non era noioso fare il banchettaro?
Emanuele: Per me che sono sempre stato un uomo a cui piace osservare la gente, fare un po’ di analisi sociali, antropologiche sulle persone, ecco… quelle situazioni erano interessanti. Mi divertiva vedere il pubblico dei concerti, chiacchierare con i fan che venivano a comprare le cose al banchetto. Mi divertiva anche fare la vita da tour, anche se chiaramente da fuori è una roba noiosissima: stai tantissimo nel furgone e cazzeggi con gli altri delle band, però di fatto non è che ci sia niente di così fondamentale che verrà fuori da quei discorsi. Però era bello passare quelle estati un po’ senza senso, in giro per l’Italia. Ecco, oggi non avrei più il tempo di farlo, l’ho potuto fare solo all’epoca dell’università.

EP: Altra domanda sulla musica: cosa ascolti di bello adesso?
Emanuele: Questa è un’altra cosa su cui ho riflettuto negli ultimi anni. Una volta ero costantemente alla ricerca di novità, adesso faccio più fatica a incorporare nuova musica. Sarà l’età che avanza o forse la diversa modalità di fruizione: mentre prima dovevi sbatterti per cercare nuova musica, adesso con lo streaming ti arriva direttamente. Teoricamente puoi avere a disposizione tutto, e paradossalmente, questo ti porta ad attribuirle meno importanza di una volta.
Le cose su cui casco inevitabilmente è soprattutto musica black. Prima ancora dell’indie rock, io sono cresciuto con il rap italiano degli anni 90, e quindi quando esce il nuovo album, ad esempio di Salmo o di Marracash, vado sempre ad ascoltarlo. Il mio primo impulso, quando voglio ascoltare della musica, è sempre l’ambito black: rap, R&B, soul, sia italiana che straniera. Principalmente mi piace ascoltare musica da quel mondo lì.
EP: Quindi, diciamo, Atlanta ti è piaciuta anche per quello, per la scena black e hip hop.
Emanuele: Sì, anche se i pezzi che faceva Paper Boi non è che mi facessero impazzire, però comunque il contesto in cui avveniva era carino e tutti i personaggi della serie erano favolosi.
Poi io a volte do una possibilità anche alle cose più rockeggianti, i dischi che magari mi consigliano gli amici, ma spesso alla fine non mi dicono niente di particolare e faccio molto più fatica a innamorarmi di qualcosa. Un esempio sono i Fontaines DC: non mi dispiacciono, ma dopo qualche ascolto non mi fanno venire voglia di esplorare altro. L’ultima cosa che ho ascoltato, perché ne parlano tutti ed è un disco molto chiacchierato, è “Being killed” dei Geese: sì ok, carino, l’ho ascoltato un paio di volte, poi finisce che non c’ho tutta sta voglia di riascoltarlo, e ritorno sempre sulla roba più black e rap.
EP: Invece parlando un po’ di fumetti, chi ti piace? Cosa leggi? Chi ti ispira?
Emanuele: Nel fumetto invece sento ancora freschezza. Ho una grande attenzione a tutto quello che esce in Italia, è inevitabile, e preferisco le narrazioni autoconclusive, quelle che chiamiamo generalmente graphic novel, anche se è un termine ombrello che indica un formato più che un contenuto. In realtà sono cresciuto con i manga e con i fumetti Marvel, però adesso mi attirano di più i romanzi a fumetti. Tra quelli che reputo più bravi c’è sicuramente Manuele Fior. Poi sono un grandissimo fan di Paolo Bacilieri: è appena uscito il secondo volume del suo adattamento dei libri di Giorgio Scerbanenco dedicato a Duca Lamberti, intitolato “Traditori di tutti” (Oblomov Edizioni) ed è molto molto bello. Voglio citare anche “Per aspera ad astra” (Coconino Press) del mio amico Lorenzo Fonda che secondo me è uno dei migliori libri usciti in Italia quest’anno.
Poi sono molto influenzato dal fumetto americano dal 2000 in poi: David Mazzucchelli, Adrian Tomine, Daniel Clowes, Chris Ware mi hanno segnato molto nel loro modo di impostare la narrazione. Mazzucchelli forse più di tutti, lo reputo il numero uno in assoluto.
EP: Tutti nomi molto interessanti! “Asterios Polyp” di David Mazzucchelli è un’opera incredibile e. per fortuna, è appena stato ristampato da Coconino Press. Io in questi ultimi anni mi sono appassionato a Paco Roca, che ha un modo di raccontare davvero entusiasmante.
Emanuele: Concordo, è un grandissimo narratore e anche lui secondo me è un po’ un figlio di Mazzucchelli.
Quando stavo a Bologna, per una dozzina d’anni ho lavorato per Hamelin, l’associazione culturale che ha sempre fatto promozione del fumetto e dell’illustrazione, e che per tanto tempo ha organizzato un festival che si chiamava BilBolBul, che ora non esiste più. Lavorando alle mostre, agli incontri, ho avuto modo di chiacchierare con tantissimi di questi autori, parlarci, scambiarci idee a cena, farci delle serate, quindi sono anche molto fortunato a poterli incontrare di persona. Sono fumettisti, non sono delle rockstar, pochissimi se la credono al punto da fare i divi, sono tutte persone assolutamente normali.
EP: Ricordiamo anche la tua collaborazione con il Treviso Comic Book Festival.
Emanuele: Sono un amico di lunga data di Alberto e Nicola. Li ho conosciuti ormai 25 anni fa, direi, e quindi anche lì vado tutti gli anni. Ho curato delle mostre per loro, spesso faccio da moderatore negli incontri quando serve, è un bellissimo contesto e loro fanno un bel lavoro, Se hanno bisogno di qualcosa lo faccio molto volentieri perché sono amici, fanno cose belle, quindi supporto la scena.
EP: Chiudiamo con un’ultima doppia domanda a bruciapelo: qual è il tuo fumetto preferito che parla di musica e qual è la tua band immaginaria preferita? Per band immaginaria intendiamo quelle band nate dalla fantasia di autori e presenti nei libri, nei film, nei fumetti. Qualsiasi risposta è valida. Per esempio la mia sono i Mystic Spiral.
Emanuele: Una risposta scontata, potrebbe essere citare gli Spinal Tap, oppure gli Stillwater da “Almost famous”, però forse è troppo facile.
Allora, facciamo che per quanto riguarda i fumetti legati alla musica non posso non citare prima di tutto “Love & Rockets” dei fratelli Hernandez, anche se la musica non ha sempre un ruolo di primo piano, ma è presente e ritorna perlomeno in buona parte delle storie di Jaime Hernandez.
Un altro fumetto con tanta musica dentro a cui sono molto affezionato è “Scott Pilgrim” di Brian Lee O’Malley, che risponde in parte anche alla tua seconda domanda, visto che la band fittizia lì raccontata, cioè gli Sex Bob-Omb, non è niente male.
Però è doverosa almeno un’altra citazione più nostrana: “From here to eternity”, opera d’esordio di Francesco Guarnaccia, pubblicato da Mammaiuto (e leggibile ancora tutta online sul loro sito), storia dei Punk Arrè e del terribile Emilio Fugazi!

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