Se ti trovi in questa pagina, probabilmente già saprai che “Close To Robert Smith” è una biografia sui Cure e, più nello specifico, sull’artista. Prossimamente uscirà una edizione aggiornata che comprende anche il capitolo riguardante l’analisi di “Song of a Lost World”. Ringraziando i lettori della prima edizione, di aver sostenuto il progetto, ho deciso di fare questo regalo di Natale e offrire gratuitamente agli iscritti tale integrazione.
“Quando ero giovane, avrei preferito fallire con le mie stesse mani piuttosto che vincere utilizzando però le regole di qualcun altro”
(Bbc Sounds – Dicembre 2024)
“Non penso sia un album depresso, semmai emozionale. Immagino che parlare di temi come la morte possa suggerire altrimenti, però è un disco che vuole trasmettere la gioia di godersi la vita finché ci è possibile farlo. Il valore del tempo è la chiave dell’opera. A una certa età comprendi quanto le ore siano preziose.”
(Tim’s Listening Party, 13 dicembre 2024)
Tutto era iniziato formalmente al Rocket di Crawley, il primo avamposto mediatico conquistato dai giovanissimi Cure. Fu il luogo dei primi fischi, ma anche dei primi applausi e delle prime sbronze. Il fatto che oggi il pub si chiami Rocket non cambiava di una virgola i ricordi né, soprattutto, la gratitudine di Smith. Un uomo che frequenta la stessa donna da quando la sua carriera è iniziata conosce bene l’importanza dei legami: dal primo appuntamento fino a chi ha assistito alla loro crescita.
Così, dal 12 settembre, iniziarono a circolare curiose segnalazioni da diversi canali social. Appassionati di musica giuravano di aver ricevuto una lettera dai Cure, un po’ come quella di Hogwarts in Harry Potter. Questa volta, però, la magia sembrava opera del musicista: selezionando casualmente una cinquantina di indirizzi di fan che avevano acquistato dal sito ufficiale della band, inviò loro un cartoncino nero con scritte in basso rilievo. Su di esso era possibile leggere la scritta “Songs of a Lost World” e, verso il bordo, numeri romani che suggerivano che qualcosa sarebbe accaduto il primo novembre successivo.
Le pochissime copie di quelle lettere, messe immediatamente su eBay, vennero vendute a cifre folli (oltre 300 euro). Tuttavia, non ci fu tempo per indignarsi per questa poesia gettata alle ortiche del vil denaro: il 13 settembre, un manifesto appeso proprio al Rocket di Crawley confermò quanto scritto nelle misteriose lettere. I proprietari del pub erano stati avvertiti poco prima, ma non avevano altre informazioni, se non quelle contenute nel poster appeso all’entrata. Curiosamente, né le lettere né il manifesto contenevano tracce evidenti della band: nessun logo (nonostante fosse stato aggiornato di recente sul sito ufficiale) né firme, ma chiunque aveva già capito. La notizia divenne virale in poche ore: una delle campagne mediatiche più efficaci della storia della musica, con il budget di una band di nicchia degli anni Settanta. Una strategia di marketing che avrebbe fatto felice una qualsiasi cartoleria di periferia e, allo stesso tempo, si era dimostrata davvero funzionale.
Solo dopo questa fase, che potremmo definire “analogica”, arrivarono cenni di pubblicità convenzionale: alcuni maxischermi nelle piazze più importanti del mondo – Toronto, Madrid, New York, Parigi e addirittura Roma, in via del Babuino – mostrarono lo stesso messaggio enigmatico. In un terzo momento, lo staff della band diffuse sottobanco tra le varie fanbase un sito web: www.songsofalost.world, che divenne il principale punto di aggiornamento sul nuovo album. All’inizio, però, il sito rivelava ben poco, se non una scultura visibile in tridimensionalità: “Bagatelle”.
Oltre vent’anni fa il musicista aveva ricevuto in dono un libro d’arte sloveno, ritrovato di recente si era messo a sfogliarlo, rimanendo colpito da quella scultura. Coincidenza volle che approfondì la sconoscenza di quel pezzo d’arte proprio il giorno in cui l’autore, Janez Pirnat, morì. Era il 2021. Il musicista contattò la famiglia Pirnat per avere i permessi sulla scultura che la vedova aveva ancora nella sua abitazione, a risposta affermativa le due parti si incontrarono nell’autunno 2022, quando Smith invitò la famiglia Pirnat, riservando loro otto biglietti per un concerto, quest’ultima ricambiò donandogli una scultura di una colomba. Come spesso accade nella vita del frontman, il legame continuò con discrezione e stima reciproca, soprattutto con la vedova Sandra. Smith sostenne un evento commemorativo dedicato a Janez, Days of Janez Pirnat – Nejašmić, e successivamente i due parlarono delle informazioni da condividere, sulla collaborazione e sul design della copertina dell’album. I fan più attenti, a posteriori, notarono che la scultura aveva già fatto capolino nei pass dei concerti della band nello stesso anno dell’incontro tra le due parti, come per lo show di Leeds del 6 dicembre. In soli due anni, Bagatelle era passata dal backstage delle venue alla copertina di quello che sarebbe diventato uno dei dischi più discussi della decade. Il suo inserimento nell’artwork di Songs of a Lost World fu curato dallo storico collaboratore Andy Vella, che la descrisse come una rappresentazione visiva della “desolazione” ma anche della profondità musicale del disco. Oggi possiamo ammirarla in tutta la sua enigmatica bellezza: fluttuante nello spazio, come una reliquia o una testimonianza di tempi passati.
La strategia di comunicazione bivalente proseguì anche nelle successive fasi di promozione dell’album. Da un lato, la band iniziava a rivolgere maggiore attenzione alla stampa; dall’altro, non trascurava certo i propri fan, che furono entusiasti di ricevere un nuovo “giocattolo” con cui interagire. Il 18 settembre 2024 venne lanciato un canale WhatsApp dedicato, che offriva agli iscritti alcune anticipazioni esclusive. La prima arrivò in meno di 48 ore: una breve clip di Alone, brano nato ben otto anni prima, destinato a fare da apripista al disco. Il brano completo venne pubblicato il 26 settembre, ma non prima di essere celebrato adeguatamente: un’anteprima esclusiva fu trasmessa su BBC6 durante il programma di tarda mattinata condotto da Mary Anne Hobbs, catturando immediatamente l’attenzione di pubblico e critica:
Questa è la fine di ogni canzone che cantiamo / il fuoco ridotto in cenere / le stelle annebbiate dalle lacrime / Freddi e impauriti / i fantasmi di ciò che siamo stati / brindiamo con amari residui alla nostra vuotezza /E agli uccelli che cadono dai nostri cieli e alle parole che svaniscono dai nostri pensieri / e infine all’amore / a tutto l’amore / che scivola via dalle nostre vite. /Speranze e sogni sono svaniti: questa è la fine di ogni canzone. /E tutto si ferma /Eravamo così certi che non saremmo mai cambiati /E tutto si ferma / Eravamo così sicuri che saremmo rimasti uguali / Ma tutto si ferma / Chiudiamo gli occhi per dormire / per sognare un ragazzo e una ragazza / che sognano che il mondo non sia altro che un sogno… /Dov’è finito? / Dov’è finito? / Un lamento spezzato ci richiama a casa. / Questa è la fine di ogni canzone che cantiamo, soli.
Le prime parole di una canzone inedita rilasciata dai Cure dopo quasi vent’anni sono le stesse che hanno ispirato Robert Smith a superare il blocco dello scrittore. Le aveva trovate in uno dei suoi taccuini, annotate tra i pensieri che lo avevano colpito. Si tratta di un verso tratto da Dregs, un poema del poeta decadente inglese Ernest Christopher Dowson:
Il fuoco si è spento, consumato il suo calore, questa è la fine di ogni canzone che l’uomo canta! Il vino dorato è bevuto, ne restano i residui, amari come l’assenzio e salati come il dolore; e la salute e la speranza hanno seguito la strada dell’amore verso la cupa dimenticanza delle cose perdute. I fantasmi ci accompagnano fino alla fine; questa era un’amante, questo, forse, un amico. Con occhi pallidi e indifferenti, restiamo seduti ad aspettare il sipario calato e il cancello che si chiude: questa è la fine di tutte le canzoni che l’uomo canta.
Sia Dowson che Smith hanno perso, in poco tempo, buona parte della propria famiglia, ma le affinità non si limitano allo scrittore del Kent. Il componimento presenta innegabili richiami alla poetica dello stesso musicista: nell’allegoria del fuoco, così vicina al testo di 39, e nel riferimento alle stelle, che si ricollega a To Wish Impossible Things. Non è difficile percepire un’eco delle atmosfere sospese dei Cocteau Twins nell’aspetto strumentale, ma è innegabile che l’amalgama risulti cento per cento Cure. Già dal lungo incipit (“L’ho fatto per lasciare respirare la musica”, racconta Smith), emerge un elemento che era mancato nel songwriting della band e che qui torna a essere una delle sue armi migliori. Sul tema specifico, l’autore confessò:“ Parla della fine di un’altra nottata trascorsa, dopo che gli amici e i conoscenti se ne sono andati, e resti a riflettere su quella inquietante sensazione di impalpabilità che ti rimane, ovviamente non sempre[1]”.
Il sei ottobre viene rilasciato uno spezzone di quello che, a tutti gli effetti, diventerà il singolo radiofonico dell’opera: A Fragile Thing. L’anteprima ancora in esclusiva per la BBC, ma stavolta in Radio 2 e durante la trasmissione di Jo Wiley.
“Ogni volta che mi baci, potrei piangere,” disse/ “Non dirmi che ti manco, potrei morire stanotte di crepacuore. / Questa solitudine mi ha fatto mutare, siamo stati troppo lontani, / e ormai è troppo tardi per dimenticare. / Non avrei mai pensato di dover provare rimpianto per tutto ciò che non sono stata, /ma tutto questo tempo da sola mi ha lasciata ferita, triste e persa. /Sì, ogni volta che mi baci, potrei piangere. /Non dirmi che ti manco, potrei morire stanotte di crepacuore. /Questa solitudine mi ha cambiata, siamo stati troppo lontani”. / “E non c’è niente che tu possa fare per tornare indietro,” disse. / “Niente che tu possa fare se non cantare, ‘Questo amore è una cosa fragile.’ / Niente che tu possa fare ora, se non fingere ancora.” /”Niente che tu possa fare per tornare indietro,” disse. / “Niente che tu possa fare se non cantare, ‘Questo amore è una cosa fragile, questo amore è tutto per me.’ Ma niente che tu possa fare per cambiare la fine.”/ No, niente che tu possa fare. (Niente che tu possa fare, niente che tu possa fare.) / “Ogni volta che mi lasci, è una bugia,” disse. / “Fingi di aver bisogno di me, ma ci provi troppo, e sembra così sbagliato. / Mi prometti l’eternità, mi dici che non ci vorrà molto, / ma ormai è troppo tardi per dimenticare. / Non avrei mai pensato di dover provare rimpianto per tutto ciò che non è stato, ma tutto questo tempo in solitudine mi ha fatto rimanere con ferite, tristezza e smarrimento. /Sì, ogni volta che mi lasci, è una bugia. / Fingi di aver bisogno di me, ma ci provi troppo, e sembra così sbagliato. /Mi prometti l’eternità, mi dici che non ci vorrà molto.” (…) Ma non c’è niente che tu possa fare per cambiare la fine.”/No, niente che tu possa fare per cambiare la fine”.
Se Alone era una coccola per i fan più oltranzisti, A Fragile Thing bussa alla porta anche della platea dei Greatest Hits e degli ascolti più semplici o distratti, consegnando loro la prima melodia davvero orecchiabile dai tempi di The End of the World e qualche parallelismo con la coppia sognatrice presente in The Loudest Sound. Robert, ovviamente, ne ha una sua interpretazione: “Il brano parla di come l’amore sia capace di essere l’emozione più duratura e potente. Sa essere resiliente ma, allo stesso tempo, molto fragile. A volte percepisci proprio quella sensazione di rischiare di rovinare qualcosa, nonostante tu non ne sia davvero capace”. Rispetto ai brani già noti in sede live durante l’ultimo tour, A Fragile Thing è quello che ha subito più cambiamenti in fase di produzione: decelerato, introspettivo, e carico di quell’appeal anni Ottanta che ricorda un estratto da un jukebox accanto al nuovo dei Tears for Fears. Inizialmente doveva chiamarsi Kill the Sun e aveva tutt’altro testo.
Nelle stesse ore, i giornalisti mettevano le mani – o meglio, le orecchie – sul disco intero attraverso alcuni listening party mirati. Al pubblico, invece, veniva mostrata la tracklist definitiva, che si discostava da ciò che ci si aspettava. Dai circa settanta minuti e dalle dodici o tredici tracce ipotizzate in precedenza, Robert aveva optato (anche grazie ai consigli della moglie Mary) per una tracklist più asciutta, composta da otto pezzi e con un minutaggio più contenuto rispetto a quanto suggerito inizialmente. La scelta aveva sollevato qualche malumore tra alcuni fan, ingiustificato se si considera che molti dei capolavori della band rientrano in un bagaglio altrettanto esiguo di canzoni. Per stessa ammissione di Robert, il formato a cui puntava era quello del vinile singolo di una volta: otto canzoni per una durata di circa quaranta minuti. D’altronde, in un’epoca in cui il formato non ha più un ruolo determinante, molti artisti erano già tornati a quella misura parsimoniosa, rendendo la scelta meno sorprendente di quanto potesse sembrare. Strano da dirsi, ma fu proprio questo cambio di rotta a veder promossa A Fragile Thing all’interno della tracklist, inizialmente non era prevista nel lotto.
L’undici ottobre venne formalizzata definitivamente la data di un live che avrebbe rappresentato un altro appuntamento con la storia per i Cure: quello a Troxy. Location Art Deco che, un secolo fa, vantava di essere il più grande cinema di Londra, e da quasi vent’anni divenuta graziosa sala da concerti con una capienza sempre più ristretta (poco più di tremila persone). Per una buffa coincidenza, ci avevano da poco suonato gente del calibro di Siouxsie, Morrissey ed era giunto il turno dei Cure. Gli acerrimi antagonisti per Robert erano ben altri, per esempio Ticketmaster, a cui il musicista lancia una frecciata su X, annunciando il prezzo del biglietto con tanto di rendiconto: “Il biglietto della venue sarà al prezzo di £56,61 = £50 sono di costo effettivo (inclusa donazione di £1 per la fondazione warchild) + 8% commissione di prenotazione (£4) + £1,50 per il fondo di restauro[2] + 2% commissione di transazione (£1,11). Nessun prezzo dinamico”. L’ulteriore schiaffo morale verso l’ordinario sistema di ticketing era rappresentato dal fatto che il canale usato per la vendita dei preziosi tagliandi fosse Dice, la giovane applicazione in uso soprattutto nei circuiti underground. I biglietti durarono circa quattro secondi, forse meno. Senza alcuna possibilità di bagarinaggio per quei pochi fortunati acquirenti.
La battaglia dell’artista verso il caro prezzi vive anche tra i pixel delle webzine, a cui per esempio dichiara in quei giorni:” il biglietto dinamico è una truffa che scomparirebbe se ogni artista dicesse: ‘Non lo voglio!’. Ma la maggior parte di loro si nasconde dietro il management, dicendo: ‘Oh, non lo sapevamo’. Lo sanno tutti. Se affermano di non saperlo, o sono completamente ignoranti o stanno mentendo. È solo una questione di avidità. È il sistema che ti spinge a far ciò. (…) anche le cose più minuscole hanno oramai un prezzo. Nel mio piccolo mondo però, si fa a modo mio. L’altra volta mi dicono ‘Ma come, vendi le magliette a venti dollari? Sono alla metà di quanto dovrebbero stare’. E io lì a replicargli che, mantenendo così i prezzi, vendiamo dieci volte di più! Se le mettessimo a quindici, magari le vendite sarebbero cento volte tanto. Abbiamo ridotto i nostri profitti anche di un bel po’, però anche così, abbiamo fatto un botto di soldi e venduto tanti prodotti. Noi delle vendite, l’audience di acquistare, perché possono finalmente permetterselo. Oppure risparmiano sul biglietto e si faranno una birra in più. E la prossima volta che passeremo, torneranno [3]”. Parole che, proprio in prossimità della vendita dei biglietti del tour degli Oasis a prezzi esosi, ottengono un’eco ancora più grande, al punto che la stessa band di Manchester deciderà di mettere un freno alla pratica per le occasioni successive. C’è da scommetterci che le parole del frontman abbiano comunque influenzato, almeno indirettamente, tale scelta.
Ironia della sorte, gli unici live che la band effettuerà durante il 2024 saranno solo tre: esibizioni allo stesso tempo intime e pubbliche per la fanbase. Nonostante le location non permettessero un afflusso di pubblico ingente, tutti i concerti sono stati registrati per essere ascoltati in un secondo momento. Il 30 ottobre, la band si è esibita in due set al BBC Radio Theatre: il primo, pomeridiano, davanti alla crew, amici e parenti, per lo show di Huw Stephens su Radio 6. Durante quell’ora di performance, è stata suonata per la prima volta All I Ever Am. La sera, invece, sono stati ospiti di Radio 2; i biglietti gratuiti sono stati distribuiti casualmente ai residenti britannici iscritti al contest, ma senza particolari sorprese nella scaletta. Per quanto fosse insolito vedere i Cure esibirsi con un minutaggio così breve (rispettivamente settanta e ottanta minuti), le due date servivano solo da riscaldamento per l’esibizione di punta: la terza data, al Troxy.
Il primo novembre 2024 rappresentava l’atto finale, il culmine di un processo messo in moto sì tre mesi prima, ma pazientemente costruito, mattone dopo mattone. Robert, appena una decina di giorni prima, aveva deciso di alzare ulteriormente la posta in gioco, facendo un vero e proprio “all in” e dando l’assenso alla diretta streaming dell’evento. D’altronde, rispetto al disco precedente, il performer aveva stavolta in pugno l’attenzione mediatica dell’intera scena musicale. A partire dagli ospiti illustri presenti alla serata (Stuart Braithwaite, Billie Joe Armstrong, Boy George, Pedro Pascal, Ebon Moss-Bachrach, Tim Burgess, Simone Butler, James McCartney, Yungblud), passando per la stampa internazionale, che nel frattempo assegnava voti altissimi, fino agli appassionati di musica solitamente più tiepidi nei confronti della loro proposta, ma che nel 2024 hanno ammirato la band con occhi diversi.
Al Troxy, la band sale sul palco alle 19:57 e, per tre ore, si esibisce non solo nella migliore performance mai catturata da telecamere professionali dai tempi di Trilogy, ma probabilmente confeziona anche una delle migliori esibizioni musicali mai trasmesse in diretta su YouTube. Più di un milione di persone si collegano, e ben oltre sessantacinquemila restano connessi fino al termine di uno show catartico, commovente e ispirato. Nel primo set, interamente dedicato al nuovo album, la band appare più tesa e concentrata, intenta a svelare la propria creatura alla platea. Successivamente, si mostra invece più rilassata, eseguendo una sequenza di immancabili grandi classici, intervallati dal primo dei due encore, composto unicamente da brani di Seventeen Seconds. La performance di Robert sembra ringiovanirlo di venticinque anni artistici: persino le imprecisioni, come l’errore nel testo di Friday I’m in Love, si trasformano in momenti di intrattenimento grazie alla sua verve improvvisativa. Quando il sipario si abbassa su Boys Don’t Cry, sono in realtà molti a commuoversi: ragazzi e ragazze dai venti ai sessant’anni, cresciuti con loro, grati per ciò a cui hanno assistito, che fosse durante uno dei raduni nazionali sponsorizzati dai canali ufficiali della band o nella penombra della propria cameretta.
In un’era in cui gli show rappresentano la principale fonte di guadagno per le band, i Cure regalano un concerto in qualità Blu-ray, lasciandolo disponibile sul proprio canale senza le fastidiose pubblicità tipiche della piattaforma, probabilmente per esplicita volontà di Robert. Del resto, l’intero Songs of a Lost World è un’opera scritta da una sola penna, dalle primissime demo del 2010-2013 fino alla vera e propria sessione di registrazione con la band del 2019 ai Rockfield Studios, nel Monmouthshire: un mese di totale isolamento, al punto da giustificare il titolo del disco. In Galles, Robert aveva iniziato a scremare i circa trentacinque provini che aveva a disposizione, registrandone ben venticinque per poi selezionare un lotto che fosse più coerente. Quattro di questi brani rappresentano, per lui, l’ossatura principale, le canzoni scritte quando l’idea di un album era ancora un miraggio: la traccia iniziale, quella conclusiva, I Can Never Say Goodbye e And Nothing Is Forever.
And Nothing Is Forever è collocata tra i singoli già svelati dai Cure nelle settimane precedenti. La generosa porzione di archi che si ascolta al suo interno è stata influenzata dal periodo in cui Smith aveva lavorato alla rimasterizzazione di Wild Mood Swings, cercando chicche inedite da inserire nella futura nuova edizione di quel contraddittorio lavoro. Durante questo processo, aveva ritrovato alcuni tentativi sinfonici che lo avevano ispirato a scrivere nuove partiture con lo stesso spirito. Suonarla dal vivo durante il tour precedente aiutò Simon a prendere confidenza con il pezzo e, successivamente, a registrare una nuova linea di basso. And Nothing Is Forever è costruita intorno a un incipit elegante, con antichi campionamenti di mellotron, evitando però l’uso di una vera sezione di archi che, secondo l’autore, avrebbe reso il componimento “strambo”. Il testo è ispirato a delle promesse che Robert aveva fatto a un caro amico a cui restava poco da vivere. L’artista non riuscì a essere presente negli ultimi istanti di quella persona amata, ma, in qualche modo, sono riusciti comunque a incontrarsi attraverso le note.
Promettimi che sarai con me alla fine/ Dimmi che saremo insieme e che non dimenticherai / Per quanto lontano tu vada (Per quanto lontano tu vada) / Mi ricorderai col tempo / Promettimi che sarai con me alla fine / Dimmi che saremo insieme, senza rimpianti / Per quanto lontano tu vada (Per quanto lontano tu vada) / Mi ricorderai stanotte /E scivola accanto a me / Nel silenzio di un battito / Avvolgimi tra le tue braccia / In una ninna nanna sussurrata / Come il ricordo della prima volta / Nella quiete di una lacrima / Mentre mi stringi per l’ultima volta / Nel morire della vita / Lo so, lo so / Che il mio mondo è invecchiato / E niente dura per sempre / Ma davvero non importa / Se mi dici che saremo insieme / Se mi prometti che sarai con me alla fine / Se mi prometti che sarai con me alla fine / Scivola accanto a me / Nel silenzio di un battito
Viene quindi spontaneo ricercare un parallelismo tra Wild Mood Swings e quella Treasure, dove l’amante chiedeva al protagonista di essere dimenticata per proseguire la vita con maggior serenità. In And Nothing Is Forever, invece, sembra che il protagonista chieda al suo interlocutore l’opposto: essere ricordato, così da continuare a vivere attraverso i ricordi, come una sorta di passeggero nell’altrui vita. Smith sembra accontentarlo, inserendolo nel componimento e, di conseguenza, rendendolo immortale attraverso di esso.
Warsong, invece, ha sfiorato la possibilità di essere collocata tra i pochi brani politici dei Cure. Ispirata inizialmente dalla ciclicità dei conflitti tra nazioni, come fosse una Machine Gun di Jimi Hendrix, dove persino i suoni degli strumenti ricordano le armi imbracciate. Robert ha vissuto la sua giovinezza in piena guerra fredda tra i sovietici e gli americani, e altri vari conflitti in scala minore. Ora che i suoi capelli si sono imbiancati, si sente nuovamente al punto di partenza, come un perverso gioco dell’oca, con i binari sempre a cerchio. “C’è una sorta di tendenza, soprattutto maschile, nel cercare costantemente il conflitto. Su questo aspetto non mi pare che ci siamo granché evoluti. La natura intorno a noi sembra esserci riuscita e noi meno, e questa cosa mi porta frustrazione: non impariamo dai nostri errori. Ogni generazione sembra fare gli stessi, e più invecchio, più me ne accorgo. La canzone voleva chiedersi il perché di tutto questo”. Inizialmente era una canzone dal minutaggio generoso, più verbosa, con riferimenti persino alla rivoluzione russa. Tuttavia, dissuaso dai suoi compagni di band (“sembreresti un professore di storia alterato!”), finì per diventare la canzone più breve del disco, concentrandosi sull’incomunicabilità tra due individui, prendendo spunto da un legame compromesso nel passato del musicista. Il testo, con ambivalenza, può ancora riferirsi a entrambi i temi.
Oh, è misera la maniera in cui combattiamo / verso amari finali strappiamo la notte in due /io desidero la tua morte, tu vuoi la mia vita /ci raccontiamo bugie per nascondere la verità/ e ci odiamo per tutto ciò che facciamo/ è vergogna, orgoglio ferito, rabbia vendicativa che brucia nel profondo/ Veleno nel sangue e dolore, sogni infranti, speranze in lutto/ per tutto ciò che avremmo potuto essere, tutto frainteso/ ma non c’è nessuna via d’uscita da tutto ciò/ alcuna maniera di trovare la pace/ che mai abbiamo avuto prima/ per quanto possiamo rimpiangere/ tutto ciò che sapremo/ sono amari finali/ perché siamo nati per la guerra.
Il titolo rimase Warsong, anche con l’intento di legarsi in antitesi con Lovesong, presente in Disintegration. Fu la composizione più difficile da terminare, considerando che mutava costantemente. Per esempio, l’uso del campionamento dell’harmonium, udito in passato in pezzi storici come Untitled e Apart, fu una scelta ponderata solo quest’anno dai musicisti. In passato, il brano era stato concepito per essere più essenziale, poggiato su basso, chitarra e batteria. Ci si ricollega a quel senso di continuità anche in Drone: Nodrone, nel suo attacco strumentale che richiama una certa violenza sonora limitrofa a Burn, una frastagliata meccanica guidata dal basso di Gallup, che suona come avrebbe dovuto suonare il disco omonimo se non si fosse incagliato troppo nella moda del Nu Metal. Per la posizione nella tracklist e il mood della trama, è stata paragonata da Robert a Fascination Street. Egli trovò lo spunto testuale quando si trovò per la prima volta dinnanzi a un drone, che vide volare intorno a sé, intento probabilmente a registrare frammenti della sua privacy casalinga. “Mi sentii non minacciato, più che altro vulnerabile. In quel momento incarnò la parte che più detesto del mondo moderno. Chiunque stesse guidando quel coso non avrebbe dovuto spingersi così oltre”. I versi descrivono la reazione a quel sopruso e la consapevolezza che la vecchiaia comporta anche il non comprendere alcuni aspetti della quotidianità moderna:
“Sto crollando di nuovo, lo sento nell’aria / Non so davvero cosa dire / Non ricordo di esserci stato affatto / Sì, lo so, non c’è dubbio che ci fossi / Ma le risposte che ho / Non sono quelle che vuoi / E così è tutto un “Non lo so, davvero no” /E un “Forse sì, ma forse no” / E un “Potrebbe essere che io abbia perso la mia identità?”/ Sì, tutto un “Non lo so, davvero no” / E un “Forse sì, ma forse no”/ E un “Credo sia più o meno come finire per essere nessuno?” /Giù, giù, giù, sì, sono praticamente finito /Con lo sguardo nel tamburo della stessa vecchia pistola calda / Giù, giù, giù / Sì, sono praticamente finito / Perdo la ragione quando crollo attraversando la porta / Notte nera senza fine, perso nel cercare qualcosa di più / Almeno ora so come lo perdo ogni volta / Un ultimo tentativo di felicità? / Ah, ah, ah, ah, felicità (felicità) / So che c’è qualcosa che non va, tutto così incerto / Sto cercando di dare un senso a tutto, ma credo che la spiegazione sia /Non ci riesco più, ammesso che io ci sia mai riuscito / Un po’ strano pensare che ci voglia così tanto per essere fraintesi /E così è tutto un “Non lo so, davvero no” / E un “Forse sì, ma forse no” / E un “Potrebbe essere che io stia spostando la mia realtà?” / E un “Credo sia più o meno così che doveva andare” / Giù, giù, giù, sì, sono praticamente finito / Con lo sguardo nel barile della stessa vecchia pistola calda / Giù, giù, giù / Sì, sono praticamente finito / Perdo la ragione quando crollo attraversando la porta / Notte nera senza fine, perso nel cercare qualcosa di più / Almeno ora so come lo perdo ogni volta / Un ultimo tentativo / Un ultimo tentativo /Un ultimo tentativo”
Colpisce quel “Staring down the barrel of the same warm gun”, che sembra chiudere il ciclo con la scena cinematografica di Killing an Arab (“Staring down the barrel at the Arab on the ground”) di quasi cinquant’anni prima. Stavolta però le perplessità non sono nella mente del carnefice, ma in quella della potenziale vittima, di una tecnologia giovane che non conosce appieno. In un attimo essa spoglia il musicista delle sue convinzioni, guardandolo dall’alto in basso come Meursault dinnanzi all’arabo. Drone:Nodrone è tra le canzoni entrate in tracklist quasi al fotofinish, all’inizio Robert non pensava che sarebbe finita nel nuovo album, considerando il suo fare atipico rispetto a tutto il resto, tuttavia è stata proprio la sua univocità a risultare utile nell’economia di Songs of a Lost World. “fornisce una scossa al disco, rappresenta il reagire e controbilancia le altre riflessioni sviluppate intorno alla tematica dell’invecchiare, è un sostenere che mi resta ancora tempo per migliorare le cose”, sostenne l’artista.
Già, perché la saggezza popolare ci insegna che a tutto può esserci un rimedio, tranne a una cosa. Quella certezza ineluttabile che, con l’avanzare dell’età, si fa strada nelle nostre esistenze in diverse forme. “Le nostre canzoni hanno sempre avuto qualche riferimento alla mortalità, è normale che con il passare degli anni quell’aspetto diventi più tangibile. Io, e in generale la band, invecchiando, riscontriamo la presenza della morte nelle nostre cerchie di conoscenza con più frequenza. Che tu lo voglia o no, capita. Mentre da giovane tendi a romanticizzare certi concetti. Arduo è trasferire questa esperienza nelle canzoni, mostrare le tue concezioni che cambiano[4]”. La morte è un concetto che ha passeggiato accanto alla penna dei Cure in diverse porzioni di carriera, sin dagli esordi, passando per Faith fino a Cut Here. Robert ha descritto diversi stati d’animo e sfumature limitrofe all’epilogo della vita. Temendola, irridendola, sviandola, interpretandola persino. Perdere un fratello però, è un’altra cosa. Se Robert oggi ha un microfono tra le dita è anche grazie a lui, alla musica che fece scoprire a lui e agli altri ragazzi immaginari prima che diventassero tangibili su un palco. Il guru, lo spirito libero, il mentore. Richard Smith. Di lui, Robert ricorda con affetto:” Mi ha convinto che io potessi fare qualsiasi cosa volessi, mio padre era anche molto di supporto, ma decisamente più tradizionale. Voleva che finissi gli studi e poi, se lo avessi ancora voluto, che entrassi in una band. Mentre io cercavo di fargli capire che non è così che funziona il mondo. Non puoi uscire dall’università e poi decidere di entrare in una band”. Richard fu il famigliare che spinse Robert a cogliere l’attimo fuggente, per fare della vita ciò che sognava. Forse sarà anche per questo che, per la prima volta in quasi cinquant’anni di carriera, Smith decise di registrare una melodia vocale di una canzone dei Cure tra le sue mura della sua abitazione. Cercando il giusto tono che solo quella dimora circondata dai propri affetti può darti. Così nacque I Can Never Say Goodbye, con il fine di onorare, e anche affrontare, la morte del suo consanguineo. Narrando la loro ultima notte trascorsa assieme:
Il tuono rimbomba per annegare / La luna di novembre in fredda pioggia nera / Questo fulmine squarcia il cielo in due / Sussurrando il suo nome / Deve svegliarsi / L’amore sta svanendo / Ascolta le campane oltre il mare / È quasi troppo tardi / Le ombre si avvicinano ora / E non c’è più dove nascondersi / E non riesco a svegliare questo sonno senza sogni / Per quanto ci provi / Sono in ginocchio /vuoto dentro / Qualcosa di malvagio sta arrivando / Fuori dalla notte crudele e traditrice / Qualcosa di malvagio sta arrivando /Per rubare la vita di mio fratello / Qualcosa di malvagio sta arrivando / Non posso mai dire addio /Non posso mai dire addio.
Inizialmente sarebbe dovuta durare circa undici o dodici minuti, con una ciclicità affine a The Same Deep Water as You e una sessantina di versi che sintetizzavano il loro cammino assieme. Uno sfogo, una elegia dal pulpito di una chiesa. Robert però poi sentì di dover lasciare asciugare quelle lacrimanti emozioni, mettere da parte i contenuti più personali, con la finalità di tirarne fuori l’essenza musicale di quel dolore. I versi rimasti al suo interno sono comunque di una efficacia disarmante. Gli accordi iniziali di pianoforte di I Can Never Say Goodbye già anticipano un dolore inenarrabile nella sua interezza, calano l’ascoltatore in quel dramma vissuto dalla famiglia Smith senza la necessità di dover scavare ulteriormente nell’intimità di quei ricordi oltre quelle strofe. Il pezzo è uno degli highlights del disco anche per questa ragione: permette a Smith di comunicare ciò che avrebbe espresso raddoppiando la durata del brano, senza quindi dover necessariamente condividere con noi più di quanto necessario. È il potere della musica, è il potere di un artista che sa come scrivere i suoi brani anche dopo circa mezzo secolo di carriera e ne è consapevole.
Consapevolezza e coscienza sono però anche i temi della successiva All I Ever Am, Robert si era dichiarato molto affascinato da queste tematiche incentrate sulI’io interiore, l’essere tra passato e futuro:” Quando qualcuno guarda una foto del passato, con la mente si proietta nei ricordi di quel periodo. Per esempio entrando nella mente di quel ragazzo nell’immagine, pensando come lui. Io non ci riesco e scrissi anche una canzone con questo tema, si chiamava Lost. Non riesco a immedesimarmi nemmeno in una foto scattata cinque anni fa. (…) Questa forma dissociativa l’ho riscontrata anche in altre persone. (…) È un brano abbastanza vecchio, a volte non mi è molto chiaro nemmeno a me”. All I Ever Am è quindi tra le canzoni più criptiche della discografia dell’artista, mi limito a tradurlo come riflessione sulla dualità degli individui:
“Penso troppo a tutto ciò che è passato / A come era prima dei miei pensieri /Ossessionato dalle scelte fatte, sicuro / Nell’ignoranza della storia /E delle conseguenze, mentre sempre più / Ricordo male, senza speranza /Il modo in cui l’amore finiva ogni volta / Non era mai abbastanza / Perdo tutta la mia vita così /Riflettendo sul tempo e sui ricordi / E tutto per paura di ciò che troverò / Se mi fermassi e svuotassi la mia mente / Da tutti i fantasmi e tutti i sogni / Tutto ciò a cui mi aggrappo credendo /Che tutto ciò che sono stato / Non sia mai del tutto ciò che sono ora / Penso troppo a tutto ciò che verrà / A come sarà dopo che avrò rinunciato / Alla mia stanca danza con il tempo / E la resa mi muove lentamente /Verso un palcoscenico buio e vuoto / Dove posso cantare il mondo che conosco / Il modo in cui l’amore finisce ogni volta / Non sarà mai abbastanza / Spreco tutto il mio mondo così / Trattenendo il tempo e i ricordi / E tutto per paura di ciò che troverò / Se mi fermassi e svuotassi la mia mente / Da tutti i fantasmi e tutti i sogni / Tutto ciò a cui mi aggrappo credendo / Che tutto ciò che sono stato / Non sia mai del tutto ciò che sono ora / E tutto per paura di ciò che troverò /Se mi fermassi
Persino il gioco di luci durante il live al Troxy, a detta sua, non era scelto a caso: i riflettori indicavano due lati separati per raffigurare il potenziale passato e futuro, mentre nel finale si concentravano su Robert Smith, rappresentando il presente. All I Ever Am è un uptempo curioso, dove ogni strumento sembra dividersi con educazione un tratto di strada in cui condurre la canzone. Grezza ma, allo stesso tempo, dolce. In quest’ultimo segmento del disco sembra salire in cattedra Jason Cooper, il musicista che non ti aspetti. Il gregario di tante avventure che, nonostante tutto, sembra non riuscire a scrollarsi di dosso la critica e, soprattutto, il suo ingombrante predecessore alle bacchette. Robert sembra accorgersi di questo aspetto: in quei mesi di registrazione ha dichiarato di aver passato tanto tempo ad affinare l’alchimia tra batteria e chitarra, cercando il suono giusto, la profondità adeguata, il timbro giusto. E quando arriviamo nei pressi di Endsong, è come se Cooper fosse annunciato in pedana, come un atleta di salto con l’asta (bacchette), dopo una quarantina di minuti di intenso riscaldamento. L’ostacolo è la diffidenza, quella frangia non esile di pubblico che ancora non si è abituata davvero al suo stile. Il batterista entra nella traccia nello stile di una rincorsa, si prende sulle spalle il pezzo, il suo climax, l’epicità di una delle uscite di scena più incisive in un album dei Cure. Marca i tom come se volesse dar loro una lezione, ad uno ad uno, per poi sciogliersi in un beat più rilassato e sempre più articolato. Con quello, stacca da terra e inizia a elevarsi. Ci si aspetta che qualcuno esordisca dinnanzi al microfono, almeno per un verso, un respiro, una virgola; e invece no. Sono trecentottanta secondi in cui assistiamo a uno scavalcamento di un ostacolo, in una trama che suona come All Cats Are Grey fosse in Bloodflowers in salsa progressive. Verso la fine arriva Robert, cantando versi emozionali, scritti in un solo giorno del 2019, nei confronti del tempo che passava:
E sono fuori, nel buio, a fissare la luna rossa sangue / Ricordando le speranze e i sogni che avevo e tutto ciò che dovevo fare / E chiedendomi cosa ne è stato di quel ragazzo e del mondo che chiamava suo / Sono fuori, nel buio, a chiedermi come sono diventato così vecchio / È tutto andato, è tutto andato / Non è rimasto nulla di tutto ciò che amavo / Tutto sembra sbagliato / È tutto andato, è tutto andato, è tutto andato / Niente speranze, niente sogni, nessun mondo / No, non appartengo più /Non appartengo più a questo posto / È tutto andato, è tutto andato / Mi perderò nel tempo / Non ci vorrà molto / È tutto andato, è tutto andato, è tutto andato / Rimasto solo con il nulla alla fine di ogni canzone / Rimasto solo con il nulla alla fine di ogni canzone / Rimasto solo con il nulla, il nulla / Il nulla / Il nulla /Il nulla.
L’ultima frase si estende letteralmente e si frammenta con il passare dei secondi, fino a sgretolarsi del tutto. Visti anche i richiami all’epilogo di Faith, ci si è soffermati molto su questa affermazione, così come sulla prima frase pronunciata in Alone. Lo si è visto anche in One Hundred Years in Pornography: l’audience, spesso con i Cure, cede un po’ alla tentazione di soffermarsi sulla prima e sull’ultima pagina, come se stessimo sbirciando un libro attraverso uno spoiler. L’esperienza insegna però che con questa band non bisogna mai avere fretta nel trarre conclusioni affrettate. Anzi, si è invitati a osservare il contesto, l’insieme e, soprattutto, i piccoli indizi che l’autore spesso sparge qua e là. Dove, sì, Smith canta sicuramente lo sconforto di essere sempre più un reduce di quella sua famiglia che ha sempre considerato come una squadra affiatata. Però, persino nella malinconia, volge un pensiero affettuoso nei confronti del padre. Infatti, quelli che descrive sono i ricordi di una giornata passata con lui, e sono l’ispirazione principale della canzone: una notte stellata durante la quale l’Apollo 11 atterrava sulla Luna, e lui e suo padre stavano osservando quella stessa porzione di cielo. L’artista aggiunge: “Ricordo la sensazione di, tipo, ‘Non ci credevo’. Sono cresciuto nei gloriosi trent’anni anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale – il mondo in cui sono nato stava migliorando, poco a poco, ogni anno. Sembrava semplicemente che il mondo fosse su una traiettoria ascendente e lo sbarco sulla Luna ne facesse parte.” Anche per questo, però, l’epilogo non sembra avere la connotazione nichilista che apparentemente sarebbe facile attribuirgli. Specifica il cantante: “Volevo concludere il disco con qualcosa di particolarmente potente che sposasse il tema del disco, ovvero il passare del tempo e quanto io sia cambiato – o no – assieme a lui in questa cinquantina di anni. Persino il titolo originario del disco avrebbe dovuto avere attinenza con il mezzo secolo trascorso dall’allunaggio. Eravamo in studio in quel periodo del 2019 e riflettevo su come fosse un lasso di tempo enorme della mia vita. Era il guardare al futuro: nella mia ingenuità di bambino pensavo che poi saremmo andati su Giove. In Endsong volevo riprodurre in scala questo enorme lasso di tempo.“
C’è anche un altro indizio a favore della tesi che l’ottava traccia non voglia essere la conclusione così disperata, in realtà non è nemmeno troppo nascosta: nel centropagina del booklet del disco troviamo il testo di Bodyam Sky, il brano chitarra e voce che avrebbe dovuto concludere l’album e che è stato escluso solo all’ultimo momento, quando il disco era già stato “alleggerito” della sua tenebra da 12/13 canzoni e quindi non necessitava più di un pezzo luminoso in chiusura. Robert la cita nella lunghissima intervista caricata sul canale ufficiale nel periodo di uscita di Songs of a Lost World, definendola la “risposta” alle riflessioni di Endsong. Il fatto che, rispetto alle altre escluse, sia rimasta nel libretto è comunque un chiaro segnale che faccia parte del messaggio complessivo che l’album vuole offrire:
Sempre noi due a sognare un mondo, / Possiamo sognare fino alla fine. / Il sole che sorge in un cielo di Bodiam, / E una promessa che non cambieremo mai, / Né dimenticheremo cosa significa essere giovani e innamorati, /Al limite, vivi, /Tenendoci insieme per sempre, promettendo di non morire mai. / O dimenticare come ci si sente, sigillati con un bacio, / In questo sogno di un mondo /Ai confini di tutto. / Il sole che tramonta in un cielo di Bodiam, / E una promessa che non cadremo mai, /Né dimenticheremo com’è ora questo mondo, /Promesso al limite. /Tenendoci stretti e sognando, alla fine, /Com’è stato trovato questo mondo, /Innamorati al limite, /Giovani, vivi e per sempre, alla fine, /Com’è nostro questo mondo, /Promesso al limite. /Tenendoci stretti e sognando, /Alla fine. /Tenendoci stretti e sognando, /Alla fine. /Sognando, /Insieme, /Per sempre.
Il Castello di Bodiam, situato vicino a Robertsbridge nell’East Sussex, è un magnifico edificio del quattordicesimo secolo al centro di un fossato. Dichiarato qualche anno fa sito archeologico di importanza nazionale, è oggi anche un ritrovo per gli appassionati che osservano le stelle. Ha tutta l’impressione di rappresentare un finale aperto, in cui è ancora Robert a fissare le meraviglie di una notte stellata, ma in compagnia di Mary, saldo elemento della famiglia che ha creato nel presente. C’è della poesia nell’ipotizzare che Smith abbia lasciato un dettaglio così esclusivo all’interno dell’artwork, come a voler premiare quei cocciuti innamorati della musica che si ostinano a comprarla. Anche perché, in fondo, Songs of a Lost World è una lettera d’amore anche verso il vero mondo perduto: quel mainstream musicale che curava ogni singolo dettaglio delle sue opere, aspettando che venissero discusse e acquistate per diversi mesi a seguire.
Non di rado, oggi le formazioni musicali più note riducono il loro nuovo album a una sorta di poster promozionale per il successivo tour, da appendere e staccare a fine evento. I Cure sono riusciti a rimettere la musica al centro del cosiddetto “villaggio”, trasformando la nuova uscita in un vero e proprio evento di interesse, come lo erano tanti album fino a una ventina di anni fa, quando la riuscita di un prodotto significava un ricavo di anche venti milioni di copie vendute. Nel presente, tali cifre sono impensabili. Questa condizione, unita all’appagamento che avanza con l’età, ha portato tante star a trascurare i propri prodotti nella loro interezza. Per Robert Smith, però, era diverso: lui, che cifre astronomiche non le aveva mai fatte, mirava solo a un ritorno in scena che “vendicasse” i precedenti risultati di sedici anni prima. Stavolta ignorando le regole delle case discografiche e fronteggiando i nuovi dettami dei grandi brand delle attività concertistiche. Lui, che non solo pretende un prezzo equo del biglietto, ma, nonostante la sua band sia tornata improvvisamente in trend, decide di non andare in tour in questo suo anno di grazia. Preferendo lasciare online il live al Troxy su YouTube e mandando alle stampe solo le otto canzoni nuove da quella esibizione, con il titolo Songs of a Live World, con gli incassi destinati in beneficenza. Una onestà intellettuale che ha fatto innamorare del disco tanti appassionati di musica solitamente più distratti verso alla loro musica, oltre che a riavvicinare “fedeli” che si erano allontanati in questi decenni. Ascoltatori che magari potranno cogliere l’occasione per rivalutare il sottovalutato Bloodflowers, che sembra tanto legato a un filo nemmeno troppo invisibile a Songs of a Lost World. In termini di produzione, ruvidità, temi, rapporto tra gli strumenti e l’uso di brevi incipit come fossero jingle, che restano incollati all’udito per l’intera durata di alcuni pezzi.
A proposito della “durata”: il nuovo disco dei Cure non fece solo incetta di ottime posizioni in classifica di vendita nella prima settimana (primo in Austria, Belgio, Danimarca, Olanda, Francia, Germania, Scozia, Svizzera, Svezia e persino Regno Unito. Secondo in Italia, Spagna, quarti in America), ma rimase anche in cima alle preferenze di addetti ai lavori di svariate testate giornalistiche mondiali, comprese le britanniche che, non di rado, nel corso degli anni si erano dimostrate parecchio esigenti con la band di Crawley. Robert Smith, nel frattempo, era tornato a “robertsmitheggiare” alla sua maniera, parlando di un nuovo album da fare uscire l’estate successiva, che dovrebbe contenere svariati brani rimasti ai box nei decenni scorsi (It Can Never Be the Same, A Boy I Never Knew), ed è lì che attende di essere mixato, che i Cure avevano in programma il ritiro entro il cinquantenario e tanto altro. Chissà quante altre cose ha in serbo per noi questo teppista soffice, che ha cantato le canzoni di un mondo perso ma, nel frattempo, sembra averne ritrovato un altro.
CUREosità del capitolo
In Songs of a Lost World viene recuperata una piacevole tradizione della discografia dei Cure, la citazione letteraria nel libretto. Uno stralcio di un sonetto elisabettiano “When I Have Fears” del poeta romantico inglese John Keats, che in aderenza con il disco, affronta i temi della mortalità, l’ambizione creativa e la natura effimera della vita. Il poeta lo scrive già in un periodo di salute precaria, dopo aver perso alcune persone care, temendo di poter morire a breve (e, ahimè così sarà), prima di poter realizzare il suo potenziale artistico o di vivere pienamente l’amore. È il caso di riportarlo integralmente, sottolineando il passaggio ripreso da Smith:
Quando temo di poter cessare di esistere / Prima che la mia penna abbia colto il mio cervello fecondo, / Prima che alti tomi, pieni di scritture, /Custodiscano come ricchi granai il grano maturo; / Quando contemplo, sul volto stellato della notte, / Enormi simboli nuvolosi di una grande fantasia, /E penso che potrei non vivere abbastanza per tracciare / Le loro ombre, con la magica mano del caso; / E quando sento, bella creatura di un’ora / che mai più potrò posare gli occhi su di te,/ Che mai più proverò il piacere del potere fatato / di un amore istintivo e inconsapevole /Allora, sulla riva del vasto mondo mi fermo, solo, / e rifletto, finché Amore e Fama si dissolvono nel nulla.
È Innegabile quindi che Songs of a Lost World abbia riportato nei Cure alcuni antichi pregi, ahimè anche qualche consuetudinario vizio. Sto parlando ovviamente della qualità del master di questo disco che, come svariati altri lavori del Robert Smith emancipato dalle consulenze di produttori tenaci, non suona come vorrebbe un audiofilo. Si consiglia l’acquisto della edizione deluxe per godere del formato Bluray e quindi della relativa opzione Atmos, è al momento la maniera migliore di gustarsi questo gran bel disco.
Per quanto Gallup e Gabrels abbiano modificato alcune loro parti di canzoni già registrate per Songs of a Lost World dopo il tour europeo di fine 2022, lo stesso discorso non vale sia per la batteria di Jason che, soprattutto per il cantato di Smith. Pur avendo inciso nuove take vocali a casa sua, il frontman ha poi preferito tenere tutti gli originali così com’erano stati già incisi.
Prima dell’annuncio di Songs of a Lost World i Cure avevano dato alle stampe Novembre: Live in France 2022, un singolo in vinile ecofriendly a dodici pollici distribuito dal proprio sito ufficiale che conteneva due lati A: And Nothing is Forever e I Can Never Say Goodbye. La prima eseguita a Montpellier alla France Arena l’otto novembre 2022, la seconda a Tolosa allo Zenith cinque giorni dopo. Sole cinquecento copie (di cui cento autografate da Robert) prodotte dalla Naked Record Club i cui proventi destinati all’ente benefico EarthPercent di Brian Eno. In formato fisico è uscito anche il singolo di A Fragile Thing, in sette pollici, sfortunatamente senza bsides: solo una radio edit, un dimenticabile remix di Robert e la versione live al Troxy che però già trovate in Songs of a Live World.
A proposito di tempo che passa: vi ricordate la bambina ritratta nella copertina di Galore? Si è sposata verso la fine del 2024 e ha ricevuto come dono di nozze il “suo” cd autografato dall’intera band. Sembra che sua madre Julia abbia contattato Andy Vella per fare a Isabel Slark (oggi fan dei Cure) questo grazioso omaggio.
Smith, alla Radio X che un tempo contribuì a far nascere, ha raccontato di una trentina di brani ancora in giro a casa sua in formato embrionale, mi auguro di poterne parlare nelle future ristampe di questo libro.
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[1] The Cure – Songs Of A Lost World Track by Track | X-Posure, 16 dicembre 2024
[2] Una tassa comune nel Regno Unito che coinvolge gli eventi
[3] The Times, The Cure’s Robert Smith: ‘Ticket pricing is a scam. It’s driven by greed, 13 ottobre 2024.
[4] The Cure – Robert Smith Interview – Songs of A Lost World


