Secondo il rapporto dell’IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) – la federazione che rappresenta l’industria musicale a livello globale – il mercato della musica registrata ha raggiunto, nel 2023, un valore di 28,6 miliardi di dollari, segnando un incremento del 10,2%. Si tratta del secondo aumento percentuale più alto mai registrato e del nono anno consecutivo di crescita. I ricavi si sono registrati in diverse parti del mondo – con importanti contributi in particolare da Cina, Brasile, Canada e Africa subsahariana – e hanno coinvolto quasi tutti i formati e metodi di riproduzione di musica.
Tra questi lo streaming continua a farla da padrone, rappresentando la maggior parte dell’espansione dei ricavi e della quota di mercato. Lo streaming in abbonamento è aumentato dell’11,2%, arrivando a rappresentare il 48,9% del mercato globale. Ma a crescere, nel 2023, sono stati anche i ricavi derivanti dai supporti fisici, aumentati del 13,4%, così come i proventi dei diritti di esecuzione (che si ottengono quando una canzone viene eseguita in pubblico), saliti del 9,5%.
Al momento della pubblicazione di questo articolo, i primi dati del 2024 mostrano una percentuale più marcata degli ascolti in streaming a discapito soprattutto del vinile, senza tuttavia intaccare la crescita complessiva dei ricavi.
Da questo quadro si potrebbe evincere l’immagine di un mercato musicale in perfetta salute. Ma come sempre, i dati vanno interpretati. A far incupire lo scenario basta approfondire la distribuzione dei profitti, dove un dato risulta particolarmente significativo. Secondo il rapporto di Luminate, meno dell’1% dei quasi 12 milioni di artisti monitorati nel terzo trimestre del 2023, ha generato oltre il 90% degli ascolti globali in streaming.
Se poniamo la lente di ingrandimento su quella percentuale minoritaria in grado di attirare, come un super magnete, la gran parte dei guadagni, ci appariranno sicuramente una serie di canzoni – interpretate da band o artisti del passato – ormai considerate classiche; ma anche nuove hit, interpretate da nuovi volti del pop contemporaneo. Ragazze e ragazzi in genere dotati non solo di talento musicale (chi più, chi meno), ma anche di personalità e carisma, le cui voci inondano le playlist dei servizi streaming, social network, radio e tv.
Un esempio? Nel momento della scrittura di questo articolo (inizio ottobre), nella top 10 canzoni del mercato USA compaiono ben 3 pezzi di Sabrina Carpenter, la cui hit Espresso conta più di 1 miliardo di streaming su Spotify.
Andando a ritroso negli anni è facile ricordare diverse hit di artisti come Britney Spears, Justin Bieber, Rihanna, Katy Perry, Pink, Taylor Swift, Dua Lipa, Ariana Grande e via dicendo.
Ma in quale contesto emergono questi artisti? Come nascono le hit in grado di generare numeri di ascolto che band e artisti indipendenti, magari anche affermati e con ottimo riscontro critico, possono solo sognare?
Inoltre, come mai oggi le classifiche di ascolto sono dominate da artisti solisti e le band sono quasi scomparse?
Le righe che seguono provano a rispondere a tutte queste domande, fornendo un contesto strutturale e storico.
La hit, una spezia pregiata
Oggi il music business è fortemente dominato da tre grandi major discografiche: Universal Music Group (UMG), Sony Music Entertainment e Warner Music Group (WMG). Queste tre compagnie controllano la maggior parte del mercato della musica registrata a livello globale, rappresentando una quota enorme dei ricavi generati dallo streaming, dalle vendite fisiche e digitali, e dalle licenze.
Nella torta di introiti delle major, le due fette più grandi spettano ai cataloghi dei grandi artisti del passato (un guadagno stabile e con flusso continuo) e alle hit contemporanee, capaci di generare picchi di incassi in breve tempo. Queste ultime, fin dalle prime fasi di composizione, sono pensate per introdursi, come un tarlo, nella testa degli ascoltatori e garantire così ascolti e conseguente ritorno economico.
Risorsa molto preziosa, la hit viene ricercata e contesa come il melange in “Dune”. La hit riuscita diventa irresistibile e, proprio come la spezia su Arrakis, genera dipendenza. Una dipendenza fatta di ascolti continui che, quando moltiplicati per milioni e miliardi, si trasformano in un enorme ritorno economico. Non solo grazie alle royalties legate alle riproduzioni, ma anche al successo che garantiscono all’artista (e quindi all’etichetta) con i conseguenti sviluppi della carriera.
Alcuni osservatori speravano che lo streaming avrebbe superato il modello delle hit, adottando la teoria della long tail di Chris Anderson, che suggerisce come i prodotti di nicchia, grazie alla distribuzione digitale, possano superare, complessivamente, le vendite dei prodotti di punta. Applicata alla musica, si immaginava che gli ascoltatori avrebbero premiato complessivamente di più i brani meno conosciuti.
In realtà, le hit restano centrali per i profitti delle major, e la sproporzione tra gli enormi guadagni di pochi e le grandi difficoltà di molti, continua a caratterizzare il settore.
Appare chiaro quindi come molti degli sforzi di queste grandi etichette sia rivolto alla produzione di brani confezionati per il successo (e poi alla loro sfrenata promozione su tutti i canali possibili). Un processo complesso e che vede tante figure coinvolte, oltre quella dell’artista performer (che quasi sempre rappresenta solo il “front-end”).
I protagonisti dietro e davanti le quinte delle hit mainstream
John Seabrook nel 2015 ha pubblicato un libro intitolato “The Song Machine: Inside the Hit Factory”, che fornisce molte indicazioni su questo sistema, oltre ad aver rappresentato la maggiore ispirazione per la scrittura di questo articolo.

Figure come quella del songwriter e del produttore sono state centrali fin dalle origini della popular music. Si pensi, ad esempio, a Jerry Leiber e Mike Stoller, che negli anni Cinquanta scrissero e produssero alcuni dei brani più significativi di Elvis Presley e dei Coasters. A cambiare, nel tempo, sono state soprattutto la scala e la sistematicità di questo processo. A partire dagli anni Novanta, l’industria musicale mainstream si è trasformata in una fabbrica delle hit: è esattamente così che va immaginato il sistema che sta dietro ai brani in vetta alle classifiche. Ruoli chiave e procedure consolidate si articolano come in una catena di montaggio, dove ciascun passaggio contribuisce a plasmare il bramato prodotto finale: la canzone di successo.
Performer (artisti)
Sono la punta dell’iceberg, il tramite finale con cui un pezzo arriva alle orecchie (e agli occhi) degli ascoltatori. Sono i personaggi principali (a livello di visibilità), scelti e selezionati non solo per il talento vocale, ma per il pacchetto completo che rappresentano: immagine, carisma, fascino. In poche parole: potenziale di mercato. Performer in grado di generare il massimo richiamo e quindi un gran numero di ascolti. Basta solo confezionare per loro la canzone e l’immagine (estetica, comunicazione, personalità) adatte.

Non tutti gli artisti in cima alle classifiche sono semplici interpreti. Alcuni di loro (una minima parte nello scenario odierno) godono di una discreta autonomia nelle scelte di immagine e nella composizione delle canzoni. E ovviamente ci sono anche – rari – casi di artisti indipendenti che riescono a conquistare le vette di ascolto. Tuttavia, gli artisti mainstream che riescono rapidamente a raggiungere il successo sono generalmente sostenuti da un complesso processo di lavoro, che coinvolge diverse figure professionali e ruoli specifici.
E le band?
In questo scenario oggi sembra esserci poco spazio per le band, che via via stanno scomparendo dalle classifiche mainstream. Il fenomeno è dovuto a una combinazione di fattori, tra cui il ruolo dei social media e il cambiamento nel modo in cui consumiamo la musica. Ma soprattutto, gestire una band nel mainstream è complesso: più personalità da coordinare, più esigenze da soddisfare e maggiori costi da sostenere. Sono tutti elementi che si scontrano con le esigenze di manager ed etichette, che cercano investimenti sicuri e ritorni rapidi.
La gran parte delle band oggi attive rimane confinata nel mercato indipendente, con fortune alterne e comunque più modeste (dal punto di vista economico). Devono inoltre affrontare costi spesso insostenibili, specie per permettersi di andare in tour, nonostante proprio i tour rappresentino una delle principali fonti di guadagno.
Il tema della progressiva scomparsa di band nelle classifiche mainstream è stato recentemente affrontato anche da Rick Beato.
Nella selezione dei performer/artisti, è fondamentale la divisione A&R (Artists & Repertoire) dell’etichetta: si occupa dello scouting, ma anche dello sviluppo del repertorio e dell’identità degli artisti in collaborazione con il manager, come spiega bene Veronica Vezzoli (A&R Manager di Sony Music Italy) in questa intervista per Italia Music Lab.
Manager
I manager sono i veri direttori d’orchestra dietro le quinte. Gestiscono la carriera dell’artista, negoziano i contratti, organizzano concerti e collaborazioni, e soprattutto decidono la direzione musicale e di immagine dell’artista performer. Lavorano a stretto contatto con l’etichetta (in particolare con la divisione A&R) e hanno una visione di lungo termine, cercando di massimizzare la visibilità e il profitto.
Spetta al manager anche gran parte della definizione della strategia commerciale (contatti e accordi con brand e sponsor).
Per comodità si fa riferimento alla singola figura del manager, ma dietro un artista di grande successo esiste spesso un team di gestione o un’agenzia che fornisce supporto a 360 gradi. Tra le aziende più famose di questo tipo c’è sicuramente la Roc Nation di Jay-Z, la cui occupazione si estende in diversi settori (è anche un’etichetta discografica).
Tra i manager più importanti degli ultimi anni possiamo citare Scooter Braun, famoso per aver scoperto Justin Bieber su YouTube e averne poi gestito l’immagine e la carriera, e per il lavoro con altri artisti di successo come Ariana Grande, Demi Lovato, J Balvin e Kanye West.

Ci sono poi manager più legati a un singolo artista, come più spesso accadeva in passato. È il caso di Jonathan Dickins, manager di Adele, della quale ha gestito la carriera con un approccio discreto ma estremamente efficace (visti i risultati). Sotto la sua guida, Adele è diventata una delle artiste più vendute di tutti i tempi, con una carriera basata non solo sulla qualità della musica ma anche su una gestione attenta della sua immagine pubblica e del marketing.
Nel panorama italiano, è impossibile non menzionare Fabrizio Ferraguzzo. Ex discografico con Sony Music Italy e poi direttore musicale di X Factor, è stato l’artefice dell’incredibile ascesa dei Måneskin. Partiti come una band emergente senza troppe pretese, arrivano alla vittoria prima di Sanremo e poi dell’Eurovision con la manager Marta Donà. Ma è con Ferraguzzo (anche produttore del primo album della band) che diventano in breve tempo un fenomeno globale. Per la gestione dell’immagine e della carriera del gruppo, il manager contribuisce a fondare, nel 2021, la società Exit Music Management.
Songwriter
I songwriter possono scrivere per sé stessi o per un artista specifico. Tuttavia oggi, soprattutto negli USA, lavorano più frequentemente in team, con l’obiettivo di sviluppare brani che potrebbero andare bene per vari performer. Sono veri e propri “hitmaker”, specializzati nel creare testi e melodie che siano radiofonici, orecchiabili e che abbiano il potenziale per diventare virali sui social. Lavorano a stretto contatto con i produttori (a volte i ruoli si sovrappongono), per trovare il giusto sound e adattare la canzone all’artista a cui sarà proposta.
I songwriter possono partire da zero, sviluppando un brano su una traccia strumentale fornita dal produttore, oppure lavorare su un’idea iniziale dell’artista, aiutandolo a perfezionare la struttura, il testo e la melodia.
Una volta completato, il brano può essere affidato a un arrangiatore, che avrà il compito di “vestire” la canzone, scegliendo gli strumenti, definendo le partiture e creando l’arrangiamento che darà al brano la sua forma finale.
Tra i songwriter più influenti nel pop mainstream degli ultimi anni c’è sicuramente Max Martin, il cui lavoro (sia come songwriter che come produttore) ha letteralmente plasmato il panorama pop recente, creando successi per artisti come Britney Spears, Justin Bieber, Katy Perry e Taylor Swift. In questo video, proprio questi artisti raccontano l’esperienza di lavoro con il produttore svedese.
Ci sono songwriter che scrivono per sé e per gli altri, come ad esempio Sia, che scrive appunto i suoi pezzi ma ha collaborato anche con tanti altri artisti, raggiungendo lo status ampiamente riconosciuto di una delle autrici di maggior successo e talento del pop recente.
Altri esempi includono Julia Michaels, anch’essa autrice di brani per moltissimi artisti tra cui Selena Gomez, Justin Bieber e OneRepublic, il cui frontman, Ryan Tedder, ha unito la propria carriera con la band a quella di songwriter per artisti come Beyoncé e Adele.
Produttori
Se nel mondo indie il produttore tendenzialmente aiuta una band o un artista a sviluppare la propria proposta, in modo più o meno interventista a seconda dei casi; in ambito mainstream solitamente i produttori – insieme ai songwriter – determinano in tutto e per tutto la natura dei brani, modellando anche il sound complessivo e l’identità sonora dell’artista.
Produttori come Max Martin, Pharrell Williams e Dr. Luke hanno avuto un impatto enorme sul pop contemporaneo (quantomeno quello mainstream), attraverso un suono riconoscibile e associato a performer non solo dotati vocalmente, ma spesso anche di bella immagine e commercialmente funzionali.

La sfida del produttore in ambito mainstream è quella di individuare le tendenze globali e trovare una formula che definisca e anticipi nuovi sviluppi di quelle tendenze, allo scopo di creare sonorità che possano incontrare il gusto del pubblico. È il produttore a decidere se una canzone sarà più orientata al pop, all’hip-hop o a sonorità più sperimentali.
Quanto un artista/performer collabori con produttori e songwriter, dipende dall’autonomia e dall’importanza dei ruoli coinvolti. Artisti affermati come la Taylor Swift di oggi avranno un maggiore controllo su composizione e sound, mentre artisti emergenti, appena entrati nella “hit factory”, avranno meno (o nessuna) autonomia, con produttori e songwriter che ne definiscono immagine e direzione musicale.
Nel panorama musicale degli ultimi anni, molti successi sono stati contraddistinti da fruttuose collaborazioni tra songwriter e produttori. Ad esempio, sono i già citati Max Martin e Dr. Luke a figurare dietro il successo di brani come Since U Been Gone di Kelly Clarkson e Teenage Dream di Katy Perry. Un’altra coppia di successo è quella formata da Sia e Greg Kurstin, che hanno contribuito alla fama di Hello di Adele.
In ambito R&B, The-Dream e Tricky Stewart sono gli artefici di Umbrella di Rihanna e Single Ladies (Put a Ring on It) di Beyoncé.
Ci sono poi produttori che si dividono tra il mondo mainstream e quello più legato ad artisti ed etichette indipendenti. Come Jack Antonoff, che ha lavorato con artisti associati al mainstream come Taylor Swift e Sabrina Carpenter, ma anche con musicisti più vicini al mondo indie come St. Vincent e Florence and the Machine.
Ancora più trasversale risulta il lavoro nella carriera di Rick Rubin, la cui produzione spazia dagli Slayer a Johnny Cash e che in ambito mainstream lo vede collaborare, ad esempio, con Shakira.
Songwriter e produttori contribuiscono quindi a sviluppare l’identità sonora dei performer, ma la sfida più grande che li impegna è quella di comporre brani che abbiano le caratteristiche per stamparsi nella testa degli ascoltatori.
Scrive Seabrook:
«Gruppi specializzati di songwriter e produttori utilizzano un metodo di composizione che io definisco “track-and-hook”, allo scopo di creare brani che siano quasi irresistibili. […] Intorno alla metà degli anni 2000, l’approccio “track-and-hook” alla scrittura musicale – dove un produttore, che è responsabile del beat, della progressione degli accordi e della strumentazione, lavora in collaborazione con un topliner, ovvero un autore specializzato nella creazione di melodie e ritornelli accattivanti – diventa il metodo standard con cui venivano scritte le canzoni di successo.»
Lo stile track-and-hook è molto più adattabile per una produzione di tipo seriale, da fabbrica. I produttori possono creare batch di brani in un’unica volta e inviarli a differenti topliner (le figure che si occupano di scrivere il testo e la melodia). Solitamente il produttore invia lo stesso brano a più topliner e sceglie infine la melodia migliore tra quelle che gli vengono inviate in risposta.
Il track-and-hook consente anche di specializzare i ruoli. Soprattutto negli studi USA, un brano mainstream può essere frutto del lavoro di ruoli molto verticali: ci sono esperti per la scrittura del testo, ma anche esperti per la creazione del ritornello e quelli per la creazione del bridge.
Dovremmo distinguere il ruolo del performer da quello delle figure dietro le quinte della “hit factory”. Troppo spesso nella narrazione di media e social si fa riferimento ai performer come se fossero gli autori originali dei brani. Il lettore/ascoltatore spesso assume che il brano x sia frutto della creatività dell’artista y, ignorando il ruolo di produttori e songwriter, che sono invece i veri autori della quasi totalità delle hit mainstream. In molti casi il performer non partecipa affatto alla composizione del brano, che invece viene affidata totalmente a produttori e songwriter (spesso più di uno). Questi sono incoraggiati a mantenere un basso profilo, proprio allo scopo di rafforzare commercialmente l’immagine dell’artista.
Un tema ricorrente è che i brani mainstream degli ultimi anni tendano a somigliarsi. Questo si verifica, da un lato, perché molti di questi brani sono concepiti dai medesimi produttori, e dall’altro, perché il track-and-hook privilegia progressioni semplici, beat coinvolgenti, testi d’effetto e ritornelli incisivi, anziché complessità armoniche e strutturali che favorirebbero una maggiore diversità. Inoltre, le canzoni tendono ad essere molto più brevi rispetto al passato e questo sta influendo sulle composizioni, introducendo un ulteriore elemento che scoraggia la sperimentazione.
Ma dove nasce questo sistema di “fabbricazione” delle hit? I precedenti sono collocabili in epoche differenti e in luoghi geograficamente distanti.
Il precedente giamaicano
Sebbene siano gli Stati Uniti a dominare il mercato globale delle hit e ad avere le strutture e i meccanismi più performanti di produzione di brani di successo, non è lì che questa modalità di creazione nasce.
Seabrook scrive che il prototipo del sistema track-and-hook è stato inventato in Giamaica negli anni Settanta e poi importato negli USA nei primi anni dell’hip-hop:
«Il metodo fu inventato dai produttori reggae in Jamaica, i quali creavano una traccia ritmica e invitavano poi dieci o più aspiranti cantanti per registrare una canzone. Dalla Jamaica la tecnica si diffuse a New York dove fu utilizzata dai primi collettivi hip-hop»

Ma è nel nord Europa, e precisamente in Svezia, che va ricercato il sistema produttivo che anticipa quello attuale statunitense. È una storia poco nota ma determinante per l’evoluzione della musica pop, legata a personaggi, luoghi e canzoni che vale la pena ricordare e raccontare.
Il modello svedese: Denniz Pop e i Cheiron Studios
All’inizio degli anni ‘90, la Svezia si trova in una condizione ambigua. Da un lato è schiacciata da una pesante crisi finanziaria, dall’altro – come una sorta di reazione a quella situazione – inizia a vivere un fermento culturale che, come vedremo, impatta anche il mondo della musica.
La televisione, da sempre sotto il controllo esclusivo dell’azienda pubblica radiotelevisiva SVT e con la pubblicità considerata illegale, perde il monopolio nel 1992, aprendo spazi a canali e pubblicità con contenuti provenienti da tutti i paesi, in particolare USA e UK.
A Stoccolma si affaccia una nuova estetica: colorata, d’impatto, creativa.
L’italiana Diesel sceglie proprio la capitale svedese per l’identità del proprio marchio e le campagne dal taglio provocatorio e irriverente.
La moda diventa l’unica vetrina per apparire in un’epoca che ancora non conosce internet. Le scelte vertono su colori forti e materiali appariscenti, ma è presente anche molto vintage anni ‘70 (influenza forse dell’estetica grunge).
Anche la scena musicale subisce uno shock positivo. Nonostante la crisi finanziaria, lo Stato elargisce sovvenzioni per l’arte e la cultura, favorendo la sperimentazione e il supporto allo sviluppo dei talenti.
I giovani percepiscono e assorbono immediatamente le novità. Stoccolma si riempie di club.
Garage, appartamenti, cantine: ogni spazio è buono per essere occupato da dj o da band e da giovani che ballano e si divertono. Nei disco club emergono nuove sonorità, contraddistinte dalla fusione di stili elettronici e pop. L’estetica minimalista nordica si scontra con la crescita dei club, la cultura DJ e le influenze USA e UK.

Ma il fermento si avverte in ogni genere. Si colloca in questi primi anni Novanta la nascita di band quali Hellacopters (garage/rock’n’roll), Anathema (doom metal), Opeth (progressive metal), In Flames (death metal), per citarne solo alcune tra quelle che hanno raggiunto un successo anche fuori dai propri confini.
È in questo contesto culturale che si inserisce la figura di Dag Volle, conosciuto da tutti come Denniz Pop, un personaggio in grado di cambiare la musica pop in Svezia e lasciare una traccia profonda sul music business statunitense e mondiale così come funziona oggi.
Dag è un ragazzone biondo, simpatico, sorridente, amante degli scherzi ed estremamente generoso. Veste t-shirt, camicie di flanella larghe e calzoni militari, ed è ossessionato dalla musica. Anche se per i giovani svedesi è piuttosto facile avvicinarsi allo studio di uno strumento grazie agli incentivi statali, Dag non è attratto da quell’idea. Preferisce decisamente l’ascolto, e in breve tempo quella passione si sposta sulla manipolazione dei suoni e il campionamento. Già a 15 anni inizia a fare il DJ suonando in vari club, e intorno al 1988 entra a far parte dello SweMix, un collettivo svedese di DJ e produttori musicali, fondato nel 1986 a Stoccolma e specializzato in remix e produzione musicale.
Tra i lavori di questo periodo in cui Volle figura come produttore si ricordano Hello Africa e No Coke di Dr. Alban, e Another Mother di Kayo, brani pubblicati nel 1990 e che raggiungono un discreto successo in Svezia.
Dopo alcune divergenze artistiche col resto dello SweMix, Volle lascia il collettivo e fonda i Cheiron Studios al numero 20 di Kungsholmsgatan, un’area centrale della capitale svedese.
È qui che sceglie il nickname Denniz, ispirato a un fumetto, e a cui più tardi aggiungerà “Pop”.

La fama mondiale di Denniz Pop inizia nel 1992, quando una giovane band di Göteborg, Ace of Base, ascolta Another Mother di Kayo e capisce che quello è il sound che cercano. Inviano quindi a casa di Dag una cassetta con la registrazione di un brano chiamato Mr. Ace e una nota con preghiera di richiamare.
Dag inserisce la cassetta nello stereo della macchina e per qualche strano motivo questa rimane incastrata. Non potendola estrarre, finisce per ascoltarla più di quanto pensasse inizialmente di farlo, per diversi giorni, fino a che non si convince che il brano ha del potenziale.
Chiama così la band e la invita nei Cheiron Studios per lavorare sul pezzo.
È un episodio che cambierà la sua storia, quella degli Ace of Base e che inciderà profondamente nella musica pop mondiale.
Sulla prima versione di Mr. Ace, Seabrook scrive:
«Inizia con un backbeat reggae suonato da un synth simile a un pianoforte. Dopo quattro battute, entra nel mix un rozzo ritmo dance: suona come qualcuno che fa cadere una scatola di mele sul pavimento, in 4/4. Da qualche parte all’interno del demo c’erano grandi ritornelli, ma gli autori non li avevano collocati esattamente bene. Il brano terminava con una sorta di fischio, forse la parte più orecchiabile dell’intero pasticcio.»
Dag trasforma questa materia grezza e confusa rimuovendo gli elementi reggae più tradizionali e introducendo un beat più in linea con le tendenze pop dell’epoca, mantenendo comunque una cadenza reggae nel groove. Ne risulta un suono fresco e orecchiabile, permeato di sensualità e ambiguità che si riflettono nel testo e nell’interpretazione vocale.
Il brano verrà pubblicato con il nome All That She Wants. Il resto è storia.
Qualche mese dopo è la volta di The Sign, che contribuisce al successo mondiale della band.
La fama di Denniz Pop si espande oltre i confini svedesi. Con i guadagni ottenuti migliora le attrezzature dello studio e amplia il suo team assumendo, tra gli altri, un chitarrista metal di nome Martin Karl Sandberg, oggi conosciuto come Max Martin.
In questi anni, negli studi Cherion, si mette a punto un processo produttivo molto simile a quello che Seabrook definisce “track-and-hook”, brevemente descritto nella prima parte di questo articolo. La scrittura dei pezzi viene frammentata e gestita da più persone o team e le tracce finalizzate vengono poi sottoposte a possibili cantanti o band, finché non si trova il match che funziona.
Tra i successi da primi posti in classifica nati all’interno degli studi Cheiron, si ricordano l’album omonimo di debutto dei Backstreet Boys, quello degli ‘N Sync, e Hit Me Baby One More Time, scelta dall’allora sedicenne Britney Spears e a lei assegnata dopo il rifiuto di altri artisti non convinti della bontà del pezzo (con probabili enormi rimpianti visto il successo poi raggiunto: oltre 10 milioni di copie vendute e primo posto nelle classifiche di mezzo mondo).
Denniz Pop muore il 30 agosto del 1998, a soli 35 anni, a causa di un cancro allo stomaco.
Max Martin è oggi uno dei maggiori produttori di hit nel mercato statunitense. Attualmente figura come produttore o co-produttore di 27 brani che, tra il 1998 e il 2024, hanno raggiunto il primo posto della classifica “Hot 100” di Billboard.
Nel 2013 sono stati ideati i Denniz Pop Awards da ex membri dei Cheiron Studios, allo scopo di valorizzare songwriter, produttori e artisti scandinavi. Tra i vincitori che hanno raggiunto una discreta fama anche fuori confine ci sono Swedish House Mafia e Avicii.
Concludiamo l’articolo con questo toccante video in cui, Daniel Volle, figlio di Dag, visita gli spazi dell’ex Studio Cheiron e parla con i colleghi (tra cui Max Martin) di suo padre (scomparso quando Daniel aveva solo 11 anni):


