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In un insolito – ma per certi versi gradito – orario (19:30), un Monk quasi soldout accoglie calorosamente la pluripremiata sassofonista Nubya Garcia e la sua band.
Nubya Garcia nasce a Camden Town, Londra, nel 1991, ultima di quattro figli. Suo padre è un cineasta britannico di origine trinidadiana, mentre sua madre, di origine guyanese, è un’ex funzionaria pubblica con una grande passione per la musica. All’età di cinque anni inizia a frequentare il Camden Saturday Music Centre, dove impara a suonare il violino, e poi la viola, entrando nella London Schools Symphony Orchestra. Cresce in un ambiente musicale vario grazie al patrigno, strumentista di ottoni, e alla madre, appassionata di diversi generi musicali.
A dieci anni inizia a studiare sassofono con Vicky Wright e entra nel Camden Youth Jazz Band sotto la guida della pianista jazz Nikki Yeoh. Successivamente, frequenta il programma di jazz per giovani della Royal Academy of Music e partecipa ai workshop musicali per giovani del Roundhouse e del Tomorrow’s Warriors, guidati da Gary Crosby.
Nel 2017 debutta con l’EP “Nubya’s 5ive”, consolidando la sua presenza nella scena jazz. Prosegue con l’EP “When We Are” (2018), in cui sperimenta l’uso dell’ elettronica in ambito jazz, e collabora con artisti della scena londinese come Theon Cross e Moses Boyd, oltre a far parte dei gruppi Nérija e Maisha.
In “Odyssey” (2024), Garcia approfondisce temi di introspezione e ricerca di sé. Ogni traccia rappresenta una tappa del suo percorso artistico e personale, in una sorta di odissea – per l’appunto – musicale, arricchita dalle collaborazioni con Esperanza Spalding e Georgia Anne Muldrow.
Il concerto al Monk è stato, probabilmente, uno dei migliori tenuti a Roma quest’anno. Sicuramente, per quanto mi riguarda, il migliore per livello degli strumentisti. Una band incredibile che letteralmente a occhi chiusi ha suonato per quasi due ore un jazz moderno, muscolare e incredibilmente groovy, che ha catturato anche chi – come il sottoscritto – non è particolarmente avvezzo al jazz.
Garcia ama molto parlare con il pubblico, e tra un pezzo e l’altro racconta aneddoti, storie, lancia inviti all’amore e all’amicizia, loda il pubblico e il Monk. Quando imbraccia il sax e inizia a suonare, il tempo sembra sospendersi e tornano in mente le sonorità di grandi musicisti jazz del passato.
Concertone.