Qui su EP siamo appassionati di letture a tema musicale e non è la prima volta che trattiamo pubblicazioni in materia. Abbiamo una sezione del sito apposita, intitolata “LETTURE”: in essa sono raccolti articoli relativi all’editoria musicale e la rubrica “Cinque articoli”, attualmente alla decima puntata e che vi consigliamo di recuperare.
Come già accaduto in passato, una delle nostre intenzioni come rivista digitale è riservare uno spazio a libri che trattino da vicino l’universo musicale, ma senza che siano necessariamente biografie o testi di grande diffusione. Preferiamo spendere qualche parola su progetti peculiari che ci hanno colpito, a prescindere dall’anno di pubblicazione o dal successo avuto. Non vogliamo fare fascette o marchette, ma provare a dare un’indicazione o un consiglio di lettura, più che di acquisto (cough cough controllate le biblioteche del vostro sistema locale, spesso nascondono dei tesori).
A questo giro, invece di concentrarci su un unico titolo come in passato, abbiamo scelto di proporvi quattro libri, ciascuno raccontato in modo sintetico.
Iniziamo con il primo:
A cura de Il Post: “Cose spiegate bene: La Musica che gira intorno. Storie di Suoni, canzoni, dischi e musicisti, e di cosa sta cambiando”
(2025, Iperborea, 280 pagine, 21 euro)

“Cose spiegate bene” è la rivista cartacea del Post, una raccolta di articoli legati da un soggetto centrale, che funge come nodo da cui sviluppare temi precisi e ben mirati. Sotto alcuni aspetti c’è una forte affinità tra lo stile adottato nella stesura dei pezzi e quello adottato qui su EP. Inutile negarlo, il Post resta uno dei nostri riferimenti giornalistici e spesso, nella chat whatsapp di redazione, condividiamo articoli su argomenti che ci interessano o di cui pensiamo «non sarebbe male scrivere di xyz». E poi arriva il Post a rub- anticipare l’idea.
Il testo, uscito a settembre 2025, contiene una selezione ragionata e curata di una trentina di articoli (una parte di questi era già stata pubblicata online sul sito del giornale), tra saggistica monografica, approfondimenti, editoriali, curati da Stefano Vizio (una delle firme della newsletter “Le Canzoni”) e Nicola Sofri, ma che non sono le uniche penne coinvolte nella stesura dei pezzi.
Tra gli articoli che ho divorato ci sono Non ci sono più i generi musicali di una volta, ossia come streaming, playlist e nostalgia stiano rendendo ancora più fragili le categorie musicali; Piero Scaruffi (un nome mitologico per chi, come noi della redazione, era molto attivo sui forum tra il primo e il secondo decennio del terzo millennio); Il business dei tour d’addio e Il suono della batteria anni ‘80.
Perché leggerlo: perché è un progetto editoriale valido, con long reading di qualità, che trattano punti che non sono all’ordine del giorno e che stimoleranno gli appassionati di giornalismo musicale.
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Giovanni Succi – “Amaro Succi”
(2024, Valigie Rosse, 145 pagine, 15 euro)

Giovanni Succi è un musicista e autore che abbiamo imparato a conoscere bene grazie ai suoi lavori con Bachi da Pietra, Madrigali Magri e in versione solista e che abbiamo incontrato tre anni fa in occasione della bella e ricca intervista che avevamo pubblicato su questi lidi. “Amaro Succi” è il suo esordio in prosa, un agile lavoro di narrativa a sfondo biografico, in cui al centro c’è la famiglia Succi, il suo amaro, Nizza Monferrato e l’ampio resoconto del vissuto di Giovanni come musicista e uomo sin dalla sua tenera età fino ad arrivare a questi poco ruggenti anni duemileeventX.
Amaro Succi come distillato, ma anche come stile di scrittura, in cui l’amarezza si mischia con l’ironia feroce tipica della penna di Giovanni e che ha impiegato nei propri dischi. C’è la provincia piemontese e il suo racconto nel racconto, ci sono piccole chicche che aiutano a unire i puntini e ricostruire vicende che faranno sorridere l’appassionato di storia della musica italiana underground.
Per chi non avesse voglia di leggere (vergogna!) c’è il podcast omonimo, dalla viva voce dell’autore.
Perché leggerlo: perché è un’opera prima di narrativa musicale in chiave biografica, tra riferimenti danteschi e Paolo Conte, tra Haiti, piccoli palchi di provincia e festival metal in Germania, tra storie di redenzione e di desolazione, tra passato e contemporaneo di un artista di nicchia.
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Kit Mackintosh – “Autotune Theory, Trap, drill, Bashment e il futuro della musica”
(2023, Nero Editions, 212 pagine, 16 euro)

La Nero Editions è una casa editrice italiana di cui dovremmo andare orgogliosi. Sotto certi aspetti la considero la sorella minore della Minimum Fax, ma a differenza di quest’ultima sceglie tematiche e autori più peculiari. La Nero è visionaria, iconoclasta, open minded e ferocemente curiosa, e alla logica dell’autore da copertina antepone la scelta di argomenti e interpreti che sfuggono il più delle volte ai salotti del mainstream. Dobbiamo anche ringraziarla per aver tradotto in italiano “Realismo Capitalista” di Mark Fisher, così come aver scelto di pubblicare testi relativi a post-umanesimo, sorveglianza e privacy, internet culture o musica, per sceglierne alcuni. Solo nell’ultimo ambito sono disponibili testi sull’hyperpop, complotto e musica house, il raving oppure la guerra sonora. Non ricordo neanche in che libreria (o negozio di dischi) abbia recuperato “Autotune Theory”, ma ricordo solo che decisi di acquistarlo a scatola chiusa. Vuoi la prefazione di Simon Reynolds, vuoi le citazioni in quarta di copertina (tra «Un calcio in culo alla retromania» di The Quietus e l’entusiasmo iperbolico di Bobby Gillespie dei Primal Scream), l’acquisto non è stato vano.
Kit Mackintosh è un giovane dj e produttore londinese, ma è anche un attento osservatore della cultura e della musica che lo circonda e che si è scoperto anche un’ottima penna. Sono rimasto colpito dalla qualità della sua analisi e scrittura musicale, soprattutto su temi così polarizzanti. La tesi principale del libro è l’opposizione radicale all’idea che l’innovazione musicale si sia fermata negli anni Duemila, ma che invece ci sia un futuro e che proprio nei generi bistrattati dal pubblico di Virgin Radio (e non solo) si possano trovare le tracce di un’evoluzione in termini positivi.
“Autotune Theory” è un testo con una determinata complessità, anche perché gli argomenti e i generi trattati non fanno parte della dieta quotidiana di un ascoltatore medio (mumble rap, drill, bashment, trap, grime e via dicendo). Ci si potrebbe trovare spaesati, in assenza di riferimenti tangibili e immediati, ma il consiglio è di leggere senza pregiudizi e assecondare il flusso della narrazione.
Perché leggerlo: è un unicum sull’argomento e Kit Macintosh è un profondo conoscitore della materia: qui in particolar modo si è concentrato sulla scena inglese e giamaicana, entrambe scelte come parametri culturali. Si percepisce come l’autore abbia l’entusiasmo del giovane che ha vissuto il fenomeno in contemporanea al suo svolgimento, ma senza che la passione abbia condizionato una valutazione troppo faziosa o limitata. Segnalo anche questa interessante intervista all’autore, a cura di Luke Davis.
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Daniel Adjerad – “Punchlines – La richesse d’une énonciation”
(2021, Le Mot Et Le Reste, 111 pagine, 13 euro)

Breve saggio in lingua francese, di cui la mancanza di una traduzione in italiano rappresenta effettivamente l’ostacolo principale nella lettura. Daniel Adjerad (1988) è un dottore in filosofia e professore aggregato all’università parigina della Sorbonne, con una passione per il rap e la linguistica. La punchline è un termine che nasce nel mondo del pugilato, soprattutto con Mohammed Alì, ma che negli ultimi decenni ha colonizzato due altri mondi come quello dell’hip hop e della stand-up comedy. In tutti i tre i casi si potrebbe sintetizzare come il colpo che viene messo a segno e viene incassato dall’avversario e che potrebbe mettere fine all’incontro. Che si tratti di un pugile sul ring, un comico sul palco o di due rapper in freestyle all’interno di un cypher, la punchline è diventata un’arte e ha rappresentato dei momenti iconici, disintegrando l’antagonista e lasciandolo frastornato sotto i colpi andati a segno.
Adjerad analizza lo stile linguistico, sotto una chiave filosofica e sociologica, della punchline – pugno allo stomaco o all’ego – come strumento sintattico nella lotta verbale tra rapper. Un altro aspetto interessante del libro è il suo focus sulla scena francese e su come il campanilismo linguistico sia ben più di un vezzo, ma una precisa presa di posizione a salvaguardia della francofonia in una millenaria lotta contro l’inglese.
Perché leggerlo: un titolo che raccoglie l’amore per il rap, analizzato su un piano linguistico (compiendo una vera e propria analisi del testo e delle sue componenti), con un particolare approfondimento della scena francese e come questa contribuisca a raccontare la società, la lingua e la politica transalpina. Un’occasione ulteriore per fare un giro sul sito della casa editrice marsigliese.



Tra i libri sulla musica che vanno assolutamente letti aggiungo il saggio “La musica è finita” di Gino Castaldo, e soprattutto lo strepitoso romanzo “L’ultima tournée di Sally O’Hara” di Michele Mingrone. Li conoscevi già?
Ciao! Non li conoscevo, di Castaldo avevo letto qualche vecchia pubblicazione cofirmata con Ernesto Assante. Ti ringrazio e li metto in lista letture. Per i romanzi “musicali” abbiamo anche pubblicato un articolo, lo hai letto? https://extended-play.it/undici-romanzi-musicali-per-lestate/
L’ho scoperto adesso, e gli ho messo un Mi piace grosso quanto una casa. Colgo l’occasione per consigliarti quest’altro splendido romanzo musicale: https://wwayne.wordpress.com/2020/08/23/un-sogno-da-realizzare/. L’hai già letto?