L’importanza delle case editrici indipendenti e la situazione della letteratura ad argomento musicale raccontata dall’esperienza di chi, in questo mondo, ci lavora ogni giorno.

Ho conosciuto il team di Edizioni SUR, soprattutto Selena, durante le scorse edizioni di Bookpride, la fiera del libro dedicata agli editori indipendenti che si tiene annualmente a Milano. Sono un grande fan di questa manifestazione e non mi sono perso nemmeno una tra tutte le edizioni che si sono tenute dal 2015 fino ad oggi. Ciò mi ha permesso di conoscere quel ricchissimo sottobosco di piccole e medie case editrici che vivono e sopravvivono con coraggio e con scelte editoriali precise. Se il mondo della musica non naviga in acque placide, dal punto di vista economico, quello editoriale non se la passa meglio.

Qualche dato?
Percentuale 2022 degli italiani, da 6 anni in su, ad aver letto nell’anno precedente almeno un libro (non scolastico o per motivi professionali): 39,3%
Se prendiamo il campione da 17 anni in su, la media europea è 53% (ciò significa che quasi la metà dei cittadini europei non legge neppure un libro all’anno) mentre l’Italia si assesta su un pessimo 35%, terza percentuale peggiore tra i paesi UE. Ci sono differenze di genere, livello di studio e fascia d’età, ma mediamente più di 6 italiani su 10, over 17 anni, non leggono.
In un questionario 2023 sullo stato delle case editrici indipendenti italiane, i risultati sono chiari:

Nonostante fatturati stabili, gli editori indipendenti denunciano costi in crescita esponenziale per la produzione e la distribuzione che finiscono per erodere ogni margine e mettere in difficoltà molte aziende.
L’editoria di libri ha sofferto in modo grave per l’aumento dei costi di produzione, eppure è un settore produttivo privo di significative forme di sostegno in Italia.

Alcune di quelle realtà che ho conosciuto negli stand della fiera, a distanza di qualche anno, non esistono già più, ma i libri che ho comprato e che mi guardano dalla libreria ne testimoniano l’avventura.

Quindi, se siete fedeli alla linea del “Support your local band” o comunque di una scena indipendente musicale fatta di locali, artisti, negozi di dischi, piccole etichette, non c’è niente di meglio di supportare, oltre alle piccole librerie che si caratterizzano per una scelta interessante, pensata e non banale, anche le favolose case editrici indipendenti.

SUR, fondata a Roma nel 2011, è un esempio di queste realtà che fortunatamente esistono, che portano in Italia libri ed autori di alto livello, contribuendo alla ricchezza culturale del Paese (che fa fatica a esserne riconoscente). SUR nasce inizialmente specializzandosi in letteratura sudamericana, per poi aggiungere anche letteratura e saggistica in lingua inglese. Nella collana Big SUR troviamo anche una parte di libri ad argomento musicale, autobiografie, biografie e saggi, che sono quelli che mi hanno fatto innamorare della loro proposta. Qualche nome? Johnny Marr, Jeff Tweedy dei Wilco, Marc Ribot, Charles Mingus, Joni Mitchell, Kim Gordon, Damon Krukowski, Marc Ribot.

Abbiamo contattato SUR per una breve chiacchierata, e ringraziamo Dario Matrone e Selena Daveri che hanno risposto alle nostre domande soddisfando tutte le nostre curiosità.

Il team di Edizioni SUR

EP: Iniziamo dal principio: come è entrata la musica in SUR? Quello di pubblicare libri fortemente connessi con il mondo della musica è stato un progetto fin dall’inizio ben definito oppure è iniziato come una sorta di esperimento?

Dario: È un interesse che alcuni di noi si portavano dietro da esperienze editoriali precedenti, in realtà. La formula di una collana di letteratura in cui compaiono saltuariamente dei libri di argomento musicale era già stata sperimentata con minimum fax, dove alcuni di noi hanno lavorato a lungo. All’epoca, si trattava prevalentemente di autobiografie legate al mondo del jazz e della black music, mentre con SUR – dopo la prima uscita, che è stata “Peggio di un bastardo” di Charles Mingus, ancora una volta una “autobiografia jazz” – ci siamo allargati ad altri generi musicali, come l’indie rock ad esempio.

EP: Avete delle scelte sempre molto interessanti, ad esempio il saggio “Ascoltare il rumore” di Damon Krukowski, oppure l’autobiografia di Jeff Tweedy “Let’s Go (So We Can Get Back)”, senza dimenticare Nick Cave e Joni Mitchell. Come avviene la scelta dei titoli? Come si muove una casa editrice come SUR in questi casi?

Dario: Ogni libro fa storia a sé, credo. Ci sono libri che abbiamo amato per il loro valore letterario, oltre che per il fatto di essere stati scritti da musicisti fondamentali. È il caso della già citata autobiografia di Mingus, o del primo romanzo di Nick Cave, “E l’asina vide l’angelo” (che ormai è un classico: risale al 1989), libri in cui si sente lo stile, un controllo sapiente del mezzo narrativo. Altri libri raccontano, semplicemente, delle storie troppo incredibili per non desiderare di farle conoscere ad altri: l’epopea afrofuturista e lisergica di George Clinton (“La mia vita funkadelica”), o le autobiografie “generazionali” di Johnny Marr, “Set the Boy Free”, e di Jeff Tweedy, “Let’s Go (So We Can Get Back)”, che sono grandi storie di controcultura giovanile e di outsider geniali. Il saggio di Damon Krukowski che hai citato, sulla musica analogica e la musica digitale, è un discorso a parte: è una delle nostre rare incursioni nella “saggistica” vera e propria, ed è stato scelto perché usa la musica come lente per interpretare l’ecosistema tecnologico (ma anche economico) in cui siamo immersi; per me è un libro che dovrebbero leggere non solo gli appassionati di musica, ma chiunque voglia avere uno sguardo critico sulla realtà. Il libro-intervista a Joni Mitchell, invece, è un puro e semplice tributo. Un gesto d’amore per Joni.

Wilco – At Least That’s What You Said (live at Austin City Limits 2005)

EP: Che musica si ascolta da SUR? Avete gusti affini tra di voi? C’è qualcuno più appassionato di altri?

Dario: Purtroppo lo smart working è un po’ un ostacolo per scambiarci opinioni e consigli, ma ricordo prima del Covid le playlist che giravano in ufficio e queste canzoni di Bon Iver o di Rodrigo Amarante che ogni tanto uscivano dal computer di qualcuno (in genere era musica lenta e melodica per non disturbare troppo i colleghi). Personalmente sono abbastanza onnivoro, ho ascoltato e ascolto generi molto diversi, ma confesso una predilezione per il jazz e per tutto ciò in cui l’abilità tecnica dei musicisti abbia un ruolo determinante. (Questo forse spiega anche la mia ossessione per i grandi chitarristi, come Johnny Marr e Marc Ribot.) 

Selena: Mi sono formata ascoltando indie rock e ho sempre avuto un debole per i cantautori tristi. Invecchiando ho imparato a spaziare di più, aprendomi a generi che prima non frequentavo come jazz, funk e world music. Continuo a non capirci nulla, sia chiaro, ma ultimamente sono in fissa con le riscoperte dal mondo arabo dell’etichetta berlinese Habibi Funk Records.

Rodrigo Amarante – NPR Music Tiny Desk Concert

EP: Durante una breve chiacchierata allo stand di SUR a Bookpride (sempre sia lodata la fiera dell’editoria indipendente!), mi avete detto che, purtroppo, in Italia la vendita di libri di argomento musicale è difficile. Effettivamente, non tutti gli amanti di musica sono lettori (o forti lettori), ma ritengo che una buona quota di appassionati e di potenziali acquirenti ci sia. Qual è secondo te il problema maggiore? È una porzione di pubblico troppo stretta? È difficile intercettarli? Quali canali state usando e quali ti sembrano i più efficaci per presentare un libro di musica?

Selena: A lungo anch’io ho pensato che il pubblico ci fosse. Ho sempre acquistato libri di musica, e ho sempre visto i miei amici farlo, anche se perfino nella bolla noto un calo. La verità è che i dati di vendita non sono affatto incoraggianti e – anche se esistono eccezioni virtuose – raramente si riesce a rientrare dell’investimento necessario per la pubblicazione (spese di acquisto diritti, traduzione, stampa, solo per citarne alcune). Sulle cause possiamo solo fare supposizioni. Tante lettrici e lettori con più di trenta o quarant’anni mi raccontano di non avere più tempo. Poi c’è chi preferisce leggere in inglese, senza aspettare la traduzione. Credo che abbia influito anche il fatto di essere sempre online: possiamo cercare istantaneamente qualsiasi informazione sui nostri artisti preferiti, ascoltare podcast e vedere documentari sulle piattaforme. Un lettore molto giovane a una fiera mi ha detto una cosa che mi è rimasta in testa: «I miei amici si scocciano ad ascoltare un disco intero, figuriamoci se hanno voglia di sorbirsi 200 pagine». Forse è anche quello il problema, siamo più distratti.

Quanto ai canali di vendita, pubblicando prevalentemente di narrativa, abbiamo un rapporto privilegiato con le librerie. Per intercettare gli appassionati di musica periodicamente tentiamo anche strade diverse, contattando i negozi di dischi, oppure vendendo i nostri libri a concerti e festival musicali. Mi duole confermarti che i risultati restano deludenti, quindi sono pronta ad accogliere i suggerimenti vostri e di chi legge.

Selena

EP: Vorrei parlare brevemente di alcune vostre ultime uscite: innanzitutto “È tempo di inventare! Cronache dalla rivoluzione indie rock” uscito a novembre 2022 (è qui accanto a me proprio adesso). La trovo un’uscita interessante e soprattutto coraggiosissima: “Puncture” è praticamente sconosciuta in italia e la musica di cui trattano gli articoli è sicuramente di nicchia (tra cui Fugazi, Sleater-Kinney, Pavement, Pixies, Meat Puppets, PJ Harvey, tutti artisti che qui a EP amiamo particolarmente). Cosa vi ha fatto dire «Sì, questo lo vogliamo a tutti i costi portare in Italia»? E come è stato accolto?

Dario: Quel libro, per me, rappresenta una specie di manifesto. Il manifesto dell’indie rock, non soltanto come genere musicale, ma anche come stile di vita e di pensiero. L’idea di porsi fuori dagli schemi e dalle logiche commerciali, il do-it-yourself, la ricerca di un’indipendenza economica dalle major e di un’indipendenza culturale dal mainstream – tanto da parte dei creatori della musica che da parte dei fan. Oggi chiaramente tutto sembra andare nella direzione opposta: le corporation e le grandi piattaforme plasmano tutto, e sembra impossibile anche solo l’idea di ricercare spazi di creazione, ascolto, fruizione indipendenti. Questo influenza la musica. Se i Pixies o le Sleater-Kinney avessero cominciato con il solo obiettivo di massimizzare il numero di follower, le visualizzazioni su YouTube e gli ascolti su Spotify, probabilmente non avrebbero mai creato la musica anticonformista, innovativa, dirompente che hanno creato. Un libro come “È tempo di inventare!” ci ricorda questo: che un altro mondo (musicale) è possibile, perché c’è già stato e noi l’abbiamo visto, l’abbiamo ascoltato. Ovviamente è un messaggio in totale antitesi con lo zeitgeist, e infatti il libro è circolato poco e non ha venduto particolarmente bene.

Johnny Marr (e Dario a sinistra, con il libro in mano)

EP: Ed è un peccato perché merita davvero (e infatti io ce l’ho orgogliosamente nella mia libreria e lo consiglio a tutti). A marzo 2023 invece è uscito invece “Un lavoro da donne”, un’antologia di contributi a tema ampio e musicale scritti proprio da 16 donne, che riescono a dare un punto di vista diverso dal solito, originale e non banale. Com’è nata la storia editoriale in SUR di questo libro, dalla scelta di pubblicazione alla risposta dei lettori?

Dario: Tutto è cominciato con una coincidenza: un giorno la traduttrice Chiara Veltri mi ha segnalato il libro, e il giorno dopo Martina Testa, che è l’editor della collana Big SUR, a sua volta ha proposto di pubblicarlo. La cosa buffa è che in quel momento il libro non esisteva ancora, esisteva solo il progetto e la lista delle autrici che avrebbero partecipato all’antologia. Per cui si trattava, come a volte avviene, di fare un’offerta al buio. Sembrava un progetto perfetto per noi e abbiamo offerto. Il libro poi è stato all’altezza delle premesse e della fama delle autrici – non solo Kim Gordon, che insieme a Sinéad Gleeson è la curatrice dell’antologia, ma importanti voci della letteratura contemporanea come Maggie Nelson, Ottessa Moshfegh, Leslie Jamison, Rachel Kushner. Nel proporlo al pubblico italiano abbiamo poi coinvolto Claudia Durastanti, che ci sembrava potesse portare una sensibilità affine, moderna e attenta alla musica, e così Claudia ha scritto la prefazione. La traduzione è stata affidata a Chiara Veltri, quindi è stato a tutti gli effetti “un lavoro da donne”.

Selena: Ricordo bene il giro di mail in cui Martina Testa ci ha illustrato il progetto di “Un lavoro da donne” per valutarne la pubblicazione. Eravamo molto curiosi ed eccitati. Anche se, come ha detto Dario, il libro non esisteva ancora, sulla carta aveva tutti gli elementi per interessare il pubblico e funzionare, anche dal punto di vista commerciale. “Un lavoro da donne” è un libro composito e originale, raccoglie storie e voci molti diverse tra loro (non solo scrittrici e artiste, ma anche professioniste dell’industria musicale) e tanti consigli d’ascolto che spaziano dal folk al jazz, dal rock alle sonorità sperimentali. Le presentazioni italiane del libro sono state molto partecipate, hanno confermato il suo valore e ci hanno permesso di coinvolgere artiste e narratrici straordinariamente generose come Laila Al Habash, Giulia Cavaliere, Chiara Colli, Sofia Mattioli, Alba Solaro e la stessa Claudia Durastanti, autrice della prefazione. Sul fronte delle vendite, al contrario, la risposta è stata nettamente inferiore rispetto alle attese: a un anno dall’uscita il libro è molto lontano dalla soglia minima delle 1.000 copie.

Kim Gordon (Sonic Youth) al festival Route du Rock, Agosto 2007

EP: L’ultima vostra uscita in campo musicale è “Nelle mie corde. Storie e sproloqui di un chitarrista noise” di Marc Ribot. Cosa vi ha stupito leggendolo (e lavorandoci su) e cosa, secondo voi, rende Ribot un personaggio e un musicista così peculiare?

Dario: Quando ho letto questo libro, mi è sembrato di entrare nella testa di uno scrittore che se avesse suonato la chitarra avrebbe potuto produrre esattamente le stesse note che si sentono nei dischi di Marc Ribot. Quello che voglio dire è che nel libro, in un certo senso, c’è la stessa sensibilità che c’è nel modo di suonare la chitarra di Ribot. Ci sono passaggi scatenati, folli, in cui sembra di sentire Ribot che gioca con la velocità e la distorsione. Ci sono passaggi intimi, lirici, in cui conta la minima inflessione e il minimo dettaglio, come in una ballad jazz. C’è il nonsense, come un breve arpeggio dissonante. È un libro irregolare e multiforme come l’artista che l’ha scritto, un libro che sfugge alle etichette e – cosa che non guasta – usa la scrittura con una consapevolezza che raramente i musicisti hanno. 

EP: Chiudiamo con una domanda giocosa: qual è il libro dei sogni che vorreste portare in Italia (lasciando stare qualsiasi ragionamento di fattibilità)? O, spingendo ancora di più di fantasia, qual è il libro che vorreste pubblicare (anche se non è ancora stato scritto), legato alla musica?

Dario: Scelgo un libro che non esiste: una storia dei Grateful Dead, però scritta da un grande scrittore americano! Un’epopea psichedelica raccontata da una forte voce letteraria. 

Selena: L’autobiografia di Elliott Smith, quella che esiste solo nell’universo parallelo in cui lui ha scelto di restare, regalandoci altri vent’anni di canzoni meravigliose. 

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