Se c’è qualcosa capace di evocare la musica senza coinvolgere alcun tipo di suono, quel qualcosa è una grandiosa fotografia di un concerto.
Le foto sono un enorme mezzo di comunicazione e di trasmissione di emozioni: quanti gruppi ho scoperto solamente attirato da un vivido scatto di un live, un’immagine intensa capace di farmi percepire l’energia di quel momento e immaginare il coinvolgimento del pubblico.
Personalmente sono sempre stato appassionato di gig photography: compro libri di fotografi che mi piacciono, dedico tempo a seguire e vedere foto sulla rete, alla ricerca di artisti nuovi che mi sappiano emozionare con i loro scatti. Anche io in passato ho passato tanto tempo cercando di immortalare l’energia che sentivo arrivare sul palco, fotografando band poco conosciute, in contesti spesso piccoli, di provincia, con poco pubblico, ma che riuscivano a darmi delle sensazioni incredibili. Era il mio modo di contribuire a quello che succedeva, non solo in quel momento sul palco, ma di una situazione (o di una scena) in cui volevo sentirmi parte attiva, senza per forza esserlo nelle vesti di musicista.
La lista dei fotografi che apprezzo è lunga, ma per me è doveroso almeno citarne due, il cui approccio è simile: sempre in prima linea, spesso in piccoli club, sotto al palco o accanto ad esso, con il desiderio e la capacità di immortalare quello che succede, senza aver paura di essere travolti dal pogo o colpiti dal manico di uno strumento («I always wondered how anyone could hold a beer in one hand, take pictures with the other, and still manage to get kicked in the face» dice Bruce Pavitt del primo dei due).
Cominciamo con Charles Peterson, autore di tantissimi scatti legati alla scena underground di Seattle degli anni ‘80 e ‘90. Non a caso all’epoca era stato scelto dalla Sub Pop per costruire la parte visuale dell’etichetta e, in qualche modo, definirne un’identità riconoscibile. Alcune delle sue foto sono diventate copertine di album (“Screaming life” e “Louder than love” dei Soundgarden, “Superfuzz bigmuff” dei Mudhoney sono sicuramente le più famose. Più recentemente anche la copertina della raccolta “Has God seen my shadow?” di Mark Lanegan e quella del box set “Start together” delle Sleater-Kinney), altre hanno accompagnato i press kit, almeno una è entrata in ogni booklet dei dischi pubblicati dall’etichetta americana.
Le sue foto sono sincere, piene di movimento e sudore, ed è evidente il loro contributo nel creare un immaginario di quella scena musicale: Peterson ha stabilito una sorta di vocabolario visivo, determinando il modo in cui la scena di Seattle è stata percepita e stabilendo una sorta di standard narrativo visuale a cui tutti si sono appoggiati.
Ha pubblicato quattro raccolte e la mia preferita è la prima, intitolata “Touch Me I’m Sick” (PowerHouse, 2003).
Il secondo è Glen E. Friedman, legato invece alla scena punk hardcore (Black Flag, Adolescents, Fugazi, Dead Kennedys, Circle Jerks, Minor Threat, Misfits, Bad Brains, Suicidal Tendencies), a quella surf/skate degli Z-Boys a Dogtown (Tony Alva, Jay Adams, Stacy Peralta e tutti gli altri) e, in seguito, alla prima scena hip hop (Beastie Boys, Run DMC, Public Enemy).
Avete presente la celeberrima foto dei Minor Threat sull’ingresso di casa MacKaye? È sua.
Di lui vi consiglio il monumentale “Keep Your Eyes Open: The Fugazi Photographs of Glen E. Friedman”, un libro contenente 200 bellissime foto della band di Washington Dc periodo 1986-2002: ben sedici anni di scatti meravigliosi, sia a colori che in bianco e nero. Friedman non si focalizza solo sulla band (che rimane protagonista degli scatti) ma cerca anche di cogliere il rapporto con il pubblico e l’energia che scaturiva da questo incontro: «Composing images that technically mirrored the organic, democratic, charged and generous ethos of Fugazi in an aesthetically sensible and symmetric style became my goal.»
Foto caratterizzate da tanti esperimenti con luce (sempre naturale), movimento e composizione, per arrivare ad un coinvolgente risultato di potenza ed emozione.
Questi sono solo due, i miei preferiti, ma ovviamente ci sono tanti altri gig photographers famosi entrati nell’immaginario di tutti e che spesso hanno plasmato l’immagine di gruppi e artisti rendendoli iconici (giusto per citarne altri: Anton Corbijn, David Levine, David Belisle, Jim Marshall, Peter Ellenby, Ross Halfin, Bob Gruen, Mick Rock). Su di loro potete trovare libri, articoli, post, interviste. Abbiamo scelto di non parlare di loro visto che, per nostra natura, ci piace mettere invece in risalto progetti pregevoli che magari, per un motivo o l’altro, meriterebbero più attenzione.
Uno di questi è proprio VEZ Magazine, webzine attiva da più di sette anni, che parla sì di musica, ma soprattutto è focalizzata sulle foto di musica dal vivo. Dalle parole del fondatore e direttore Luca Ortolani «VEZ è nato per raccontare tramite immagini tutte quelle emozioni che proviamo ogni volta che andiamo ad un live, e per dare modo alle persone di poter avere la nostra stessa fortuna e poter anche solo per una volta avere un pass al collo e fotografare il loro artista preferito».

VEZ è una sorta di “famiglia allargata”, come riportato sul sito, composta da giornalisti e da fotografi, sia professionisti che amatoriali. Ma com’è iniziato il tutto? Ce lo racconta proprio Luca: «VEZ è nato in una sera d’estate del 2017, mentre davanti a me sul palco del Rimini Park Rock suonavano The Offspring. Io e Sara Alice Ceccarelli (una ragazza dello staff) ci spremevamo le meningi sul come poter assistere e fotografare i concerti delle nostre band preferite, senza spendere un patrimonio o andando contro le regole che purtroppo non permettono di entrare ai live con macchine fotografiche professionali, così la risposta è stata molto semplice, creiamo un magazine! Il nome? Facile, quello con cui ci chiamavamo sempre: VEZ! Così il giorno dopo il concerto avevamo già comprato il dominio e pochi giorni dopo siamo andati Online con il sito.»
Insomma, una di quelle situazioni in cui lo slancio ti porta a concretizzare la tua passione in un’idea che, a poco a poco, si trasforma in realtà, crescendo passo dopo passo: «Grazie a Sara e alle mie amicizie – prosegue Luca – inizialmente caricavamo solo i concerti dove facevamo parte dello staff o dove conoscevamo i gestori, ma poi piano piano siamo riusciti a fare tutti i piccoli passi che hanno reso VEZ quello che vedete ora, e tante persone si sono interessate a noi e ci hanno chiesto di collaborare. VEZ è nato per raccontare tramite immagini tutte quelle emozioni che proviamo ogni volta che andiamo ad un live, e per dare modo alle persone di poter avere la nostra stessa fortuna e poter anche solo per una volta avere un pass al collo e fotografare il loro artista preferito».
Ovviamente non c’è crescita senza persone entusiaste e dedite al progetto. A tal proposito Francesca Garattoni (l’altra metà della direzione del sito) ci racconta: «Io sono arrivata a VEZ agli inizi del 2018, dopo un lungo pellegrinaggio tra magazine e siti vari che però non prioritizzavano la fotografia, come invece VEZ prometteva di fare. Al tempo vivevo già in Danimarca e sono presto diventata ‘l’ufficio estero’ del magazine! Con gli anni e un po’ di faccia tosta ho iniziato a tessere una rete di relazioni con alcuni dei promoter e dei locali danesi e tedeschi di confine (Amburgo ha una scena molto attiva) e oggi siamo tre fotografi\scrittori che popolano la sezione Nordic del nostro sito».
Insomma, un sito bellissimo per gli appassionati di musica e di fotografia, ben curato, con una visione precisa e concreta. Francesca ci racconta: «Per me è una passione che mi ha spinta a migliorare e a rendermi professionale in quello che faccio, oltre ad assorbire una quantità importante del mio tempo, ma fare foto ai concerti non mi ha ancora portato nessun tipo di compenso economico». Allo stesso modo Luca conferma: «Posso dirti che sono poche le volte per cui posso dire di aver lavorato con musica e foto, meno di quante avrei voluto e meno di quanto mi sarei meritato. Però devo ammettere che non scattando per lavoro, in molti casi si ha più libertà artistica».
Passione e dedizione è quello che fa muovere VEZ e anche in questo ci ritroviamo. E anche per Extended Play i concerti e la fotografia ai live è importantissima, ad esempio avete visto il nostro Archivio Fotografico? Con questa visione comune, ci sembrava il minimo fare una bella chiacchierata con Luca e Francesca per chiedere loro tutto quello che ci veniva in mente su questo mondo.
EP: Da quanto tempo fate foto ai concerti e come avete iniziato? E, per curiosità, qual è il primo concerto che avete fotografato?
Luca: Se parliamo in generale direi che il primo concerto che ho fotografato è stato il Vagrant Tour con i From Autumn to Ashes, Senses Fail e altre band il 25 novembre del 2004 all’Estragon di Bologna. Ero in prima fila ed avevo una macchinetta analogica con il flash e una delle prime macchine digitali della Casio da 1 Megapixel! Si salvarono poche foto ma che soddisfazione!
La prima band fotografata per VEZ con un vero pass foto concesso dal promoter della serata invece è stata Lali Puna il 17 Novembre 2017, ah che bei ricordi!
Francesca: Ho iniziato a portarmi dietro una macchina fotografica ai concerti nel 2006, quando ancora i controlli erano pochi e i concerti accessibili anche con le reflex. Il mio inizio è stata la risposta ad una necessità: mi ero trasferita da poco a Seattle, WA per approfondire i miei studi post-laurea e fare foto era un modo per rimanere in contatto e condividere le mie esperienze con i miei amici in Italia. A questo punto forse vi chiederete perché proprio le foto di concerti ed è presto detto: sono cresciuta con il Velvet di Rimini a pochi kilometri da casa e con un’educazione musicale come quella, Seattle era una specie di terra promessa con tutto il ben di dio che passava per i suoi locali! Il primo concerto che ho fotografato (per me stessa) sono quindi stati i Muse al Paramount Theatre, mentre il primo concerto pubblicato sono stati The Faint al Covo Club di Bologna due anni dopo, nel 2008, per SentireAscoltare.
EP: In tutto questo tempo com’è cambiata la vostra attività di gig photographer?
Luca: Tutto si è modernizzato. Da quando è nato VEZ, le varie scuole di Milano e addirittura i social hanno lanciato, nel vero senso della parola, sempre più ragazzini che si sono improvvisati artisti o fotografi: ormai per la maggior parte della gente basta avere una macchina fotografica per essere un professionista, conta più la quantità della qualità e conta più la velocità della cura dei dettagli, ma io me ne sbatto e continuo a fare quello che voglio.
Sono stufo di trovare gente nel pit che è lì solo per aumentare il numero dei live fotografati o per fare la fotina da agenzia, sono stufo di tutto questo, ma ho sempre guardato al mio piatto e mai a quello degli altri, a volte anche a discapito dell’amicizia di altri fotografi.
Francesca: Trovo che in questi quasi vent’anni si sia passati dal fotografare con coscienza all’immortalare momenti in modo bulimico: quando ho iniziato, portarsi in borsa una macchina fotografica era una scelta esplicita, per alcuni un bisogno che altri non sentivano; oggi giorno praticamente chiunque ha una macchina fotografica in tasca tutto il tempo e questa accessibilità tecnologica ha portato una certa svalutazione dell’atto e dell’arte di scattare una fotografia. Questo ha portato a far credere a tanti di essere fotografi perché sanno schiacciare un bottone, un po’ meno sono quelli davvero coscienti di quello che fanno e soprattutto sanno reagire e adattarsi alle situazioni sotto palco.
EP: Qual è la cosa più difficile, ultimamente, per un fotografo? Sembra che i fotografi ufficiali abbiano sempre più paletti, tra policy, permessi, richieste strane, divieti. Com’è la situazione oggi?
Luca: Per me è stato sempre tutto difficile, a partire dalla conferma del pass fino alla policy della band. I pass sono sempre meno nonostante le richieste siano sempre di più, le band stanno iniziando a non farsi fotografare o a farsi fotografare da mixer o al buio, quando sei da pit è quasi un sollievo sentirsi dire «First three songs, no flash!» e vedere accendere le luci. Ci stanno facendo un po’ passare la voglia. A volte penso che abbia veramente più senso pagare il biglietto e godersi il concerto.
Francesca: Ad oggi, le cose più difficili per un fotografo sono: ricevere un riscontro dagli uffici stampa, sia che gli accrediti vengano approvati che negati, in tempi rispettosi per chi deve andare all’evento (almeno un giorno prima, non solo qualche ora prima per un evento spesso anche a centinaia di kilometri di distanza) e poter scattare senza dover firmare liberatorie capestro. Si sta diffondendo sempre più spesso tra gli artisti questa moda di sottoporre ai fotografi la firma di contratti o liberatorie che limitano tantissimo l’uso delle fotografie scattate in barba alle leggi che regolamentano i diritti d’autore. Ovviamente non parlo di usare le fotografie a scopo di lucro per farne del merchandise con soggetto l’artista, ma di poter pubblicare le mie foto sui miei canali social o di poterle usare per un portfolio o al limite una mostra fotografica; i contratti che invece siamo costretti a firmare per poter fotografare un evento ambiscono ad avere completo controllo sul nostro operato, dall’approvazione delle foto fino a pretendere la cessione gratuita dei diritti sulle nostre foto all’artista, che può poi liberamente disporne anche per materiale promozionale.
EP: Solitamente ai musicisti nostrani si chiede sempre il loro parere sulla differenza di pubblico e di organizzazione dei concerti tra la situazione italiana e quella estera. Voi, che avete sicuramente un punto di vista diverso da quello dell’artista sul palco, cosa ci potete dire?
Luca: Io ho cercato solo una volta di fotografare all’estero, esattamente allo Slam Dunk UK del 2019. Mi hanno negato il pass per l’enorme richiesta, ma, colpo di scena, mi hanno consigliato di portare tutta la mia attrezzatura perché era possibile entrare al festival con qualsiasi tipo di supporto foto e video (pura follia in Italia), ed è quello che ho fatto, portandomi a casa tante belle foto e tanti ricordi stupendi. Credo non ci sia altro da aggiungere, ma Francesca che ha sicuramente più da dire su questo punto.
Francesca: Credo di poter parlare più della situazione estera che di quella italiana, vivendo e scattando principalmente in Danimarca. Qui le cose direi che sono piuttosto tranquille, tendenzialmente rilassate: nei piccoli locali, il pubblico non si affanna per essere attaccato al palco o alla transenna: stare appiccicati a degli sconosciuti?! Per carità!!! Lasciateci il nostro spazio vitale!!!
Le cose sono diverse di fronte ai grandi palchi, dove chiaramente la gente tende a riempire gli spazi, però credo che quello che è successo al festival di Roskilde nel 2000 (la tragedia durante il concerto dei Pearl Jam) abbia insegnato parecchio sia agli organizzatori che al pubblico su come approcciare un concerto, specialmente in termini di sicurezza.
In termini di organizzazione, invece, ci sono situazioni eccellenti come situazioni meno buone: si passa da palazzetti in cui i fotografi vengono scortati come VIP a festival in cui veniamo trattati come la peggior feccia, talvolta da personale non adeguato, talvolta dagli staff degli artisti… è un po’ una ruota che gira. Quello che però apprezzo molto è l’atteggiamento di supporto reciproco, sia tecnico che morale, nella comunità dei fotografi, dal consigliare sulla scelta degli scatti e fare revisioni critiche (sempre molto costruttive) al prestarsi l’attrezzatura in situazioni difficili durante i festival, ma soprattutto il fatto di fare fronte comune in situazioni come la firma delle liberatorie: la scorsa estate, per esempio, per un concerto a Copenhagen tutti i fotografi accreditati previa firma di contratto hanno declinato il pass; l’ufficio stampa ha capito che non avrebbero avuto copertura per un evento che riempiva un palazzetto da 16,000 anime e ha negoziato con il management della band per togliere la liberatoria.
EP: Ammetto di aver conosciuto Francesca e i suoi bellissimi scatti tramite Instagram. Che importanza può avere oggi secondo voi uno strumento come questo (e in generale i social) per chi vuole fare della fotografia qualcosa di più di una passione? Ci sono altri “posti” sul web che ritenete utili citare o consigliare?
Francesca: Grazie mille per i “bellissimi scatti”! Oggi i social sono una vetrina quasi obbligatoria per poter far conoscere il proprio lavoro, ma anche estremamente volatile. Troppe foto, troppi contenuti, troppa quantità e sempre meno qualità. Non si fa tempo a postare una foto che è già stata sommersa da altri dieci, venti, cinquanta contenuti nei feed. Un profilo instagram è comunque comodo per dare un’idea del proprio stile e del proprio lavoro, ma se uno vuole proporsi seriamente, un proprio sito o portfolio è consigliabile.
Luca: Instagram al giorno d’oggi è sicuramente importantissimo, io ci spreco intere ore ammirando profili e foto. Ma a parte fare i guardoni, la cosa più importante per farsi conoscere sono i repost e i tag (cosa che quasi tutti gli artisti non fanno!). Ma Instagram e i social in generale sono anche un’arma a doppio taglio, perché spesso si finisce per avere enormi cali di autostima vedendo le opere d’arte di alcuni fotografi, mannaggia a loro! Quando non guardo instagram vado direttamente su google o Pinterest se devo cercare references per lavori.
EP: C’è qualche fotografo che vi ha ispirato? O i cui scatti vi hanno insegnato qualcosa? Insomma, c’è qualcuno che apprezzate particolarmente?
Luca: Assolutamente sì. Chico De Luigi, un grandissimo fotografo e amico.
Mi ha insegnato tanto, non tanto tecnicamente quanto psicologicamente, devo dire grazie soprattutto a lui se in tutti questi anni ho cercato sempre di migliorarmi. Ho capito che anche in fotografia per migliorare fuori si deve partire da dentro. Sembra scontato ma è difficilissimo.
Francesca: Ci sono molti fotografi che apprezzo per il loro modo di rappresentare la realtà attraverso le loro fotografie (ma che non hanno nulla a che fare con i concerti), così come ho imparato da pittori o illustratori, che sia l’uso della luce o la composizione dell’immagine.
Non ho un fotografo preferito o a cui mi ispiro quando sono nel pit: mi lascio ispirare dal momento, da quello che succede sul palco, situazioni, luci, dettagli; inoltre ho la fortuna di essere circondata da persone talentuose che mi fanno rendere conto, concerto dopo concerto, quanto siamo tutti diversi come fotografi, ciascuno con il proprio stile e i propri punti di vista unici, nessuno giusto e nessuno sbagliato.
EP: Sicuramente ci sarà stato qualche episodio divertente, qualche aneddoto che spesso raccontate magari alle cene tra amici (vedo già l’atmosfera conviviale e voci che dicono «Dai, raccontaci qualcosa! Che ti è successo ultimamente sotto il palco?»).
Francesca: Più che altro situazioni surreali e richieste stravaganti: dall’artista che non vuole foto in cui si vedano le narici, al gruppo che vuole essere fotografato solo in bianco e nero, all’artista che vuole solo foto del suo lato sinistro, niente figura intera e niente primi piani. Addirittura una band voleva solo foto durante il soundcheck!
La scorsa estate mi sono rifiutata di andare a fotografare un gruppo che non ha dato accesso al pit e ha richiesto “No closeups of face and only pictures from waist up” (no primi piani e solo foto dalla vita in su) – musicisti o pugili?!
Luca: Se parliamo di sottopalco diciamo che le cose più stravaganti sono state sicuramente alcune policy. Da chi non vuole che gli fotografi i denti, chi vuole solo foto dove dentro l’inquadratura ci sia tutta la band, chi ti da un minuto per scattare e chi ti fa fare gli ultimi brani del live, diciamo che ci sono policy abbastanza folkloristiche a volte.
Due volte mi hanno anche preso in prestito la macchina fotografica: il cantante dei Pennywise, che ha fatto la foto al pubblico dal palco e a noi fotografi, e il cantante degli You Me At Six, che è sceso dal palco e mi ha preso la macchina fotografica per poi risalire sul palco, impostarsi la macchina da solo e scattare foto a tutti i membri della band. Sono stati due episodi molto divertenti.
EP: È ancora valida la vecchia legge del “three songs no flash”?. Ve lo chiedo perché dalla mia esperienza personale di forte presenzialista ai concerti, noto che ci sono volte in cui il pubblico (tramite cellulari o macchine compatte) per tutta la durata del concerto scatta foto a ripetizione con i flash. A questo punto forse i fotografi ufficiali danno meno fastidio.
Francesca: Sì, per i fotografi accreditati è quasi sempre valida la regola tassativa del “first three songs, no flash”, con ovviamente le sue eccezioni e derivazioni più creative. In alcune circostanze è possibile continuare a scattare fuori dal pit per tutto il concerto, ma previa esplicita autorizzazione da parte dell’organizzatore o del management.
Se fosse per me, il pubblico che scatta con il flash meriterebbe l’espulsione dal concerto, ma sono parecchio integralista per queste cose: non ho nulla contro chi vuole portarsi a casa dei ricordi del concerto, ma non tollero quando questi comportamenti sfociano in maleducazione e mancanza di rispetto nei confronti di chi li circonda.
Luca: Per assurdo è meglio pagare il biglietto e andare nel parterre con i cellulari di ultima generazione o le super compatte da millemila megapixel e il flash, così sono tutti felici.
La regola purtroppo è ancora valida, a parte in alcuni piccoli club o per poche band, Salmo e 30 Seconds To Mars i primi due che mi vengono in mente, che fanno fotografare spesso tutto il live. Nelle grandi location invece spesso dopo “primi tre brani, no flash” segue anche il “poi verrete scortati fuori dalla location”, come dei carcerati. Siamo considerati feccia
EP: Consigli per i fotografi in erba? Oltre a fare tantissima pratica intendo. Quanta preparazione teorica ritenete necessaria?
Luca: Scattare tantissimo, in tutte le situazioni. Dal club piccolo dove devi scattare da in mezzo alla gente, alla grande location dove hai il palco alto 2 metri. Ci sentiamo sempre preparatissimi finché non arriva la situazione particolare che non è mai capitata, e lì bisogna essere pronti, è importantissimo saper gestire gli imprevisti.
La strumentazione per me è importante ma solo se la sai e la vuoi usare, se no è inutile. Vedo tanta gente aggiornare continuamente il suo parco macchine e obiettivi, con gli ultimi ritrovati tecnologici, quando invece dovrebbe fare un bel corso di composizione fotografica. I giovani hanno una gran fretta, tendono a saltare step importanti, si credono dei fotografi professionisti quando ancora nemmeno hanno comprato una macchina fotografica, questa cosa mi fa molto ridere e allo stesso tempo molto incazzare. Ripeto, devi sempre metterti alla prova, perché c’è sempre da imparare.
Francesca: I consigli per i fotografi in erba sono sempre i soliti: scattare, scattare, scattare. Mettersi alla prova nelle situazioni difficili, cioè nei club senza pit, con poche luci, con gruppi statici sul palco: sono queste le situazioni che fanno le ossa, perchè quando si impara ad allenare l’occhio e conoscere la propria attrezzatura in queste condizioni, poi si sanno gestire anche tutte le altre situazioni. I palchi grandi, i gruppi ‘grossi’ possono intimorire, ma solitamente hanno condizioni più semplici da un punto di vista fotografico, a meno chè non si finisca a fotografare dal mixer e lì diventa molto più rilevante avere l’attrezzatura adatta. In termini di preparazione teorica, un minimo per capire come funzionano ISO, tempi di esposizione e apertura è necessaria, ma è più importante conoscere bene la propria macchina fotografica e, un po’ ripetendo quello che ha detto già Luca, come farla funzionare al meglio nelle condizioni dei concerti. A livello di strumentazione, una macchina con un sensore che abbia poco rumore ad ISO alti e ottiche luminose, solitamente un 24-70 e un 70-200 mm f2.8 sono quasi sempre tutto quello che serve.
EP: E a livello di strumentazione?
Luca e Francesca: una macchina fotografica con un sensore che abbia poco rumore, che riesca a gestire alti ISO (almeno fino a 6400) e ottiche luminose. Con due obbiettivi come un 24/70 f2.8 e un 70/200 f2.8, puoi fare quasi tutto.
EP: L’intelligenza artificiale è ormai entrata nell’uso comune in molte attività e lavori. In ambito fotografico ormai i principali software di post produzione hanno plugin o funzioni integrate che utilizzano l’AI, ad esempio per la riduzione del rumore. Solitamente sfruttate questi strumenti? Vi stanno aiutando? In generale, che rapporto avete con l’AI?
Francesca: L’intelligenza artificiale è un’arma a doppio taglio, soprattutto nei casi in cui l’intelligenza naturale è limitata. Qui si possono aprire infinite discussioni deontologiche intorno all’integrità del fotografo e della fotografia.
Ci sono strumenti che trovo siano innocui da usare, come per esempio la riduzione del rumore, in quanto non vanno ad intaccare l’autenticità della fotografia, ma semplicemente compensano i limiti dati dal sensore della macchina fotografica. Se parliamo invece di correzione delle fotografie in modo significativo, per esempio ricostruire i piedi di un cantante perché l’inquadratura originale li aveva tagliati o ancora peggio il buon vecchio copia-incolla di photoshop per creare inquadrature inesistenti, ecco, queste sono cose che non trovo corrette da usare senza che siano ammessi esplicitamente. A quel punto, però, la domanda che dovremmo porci è: “si può definire fotografia un’immagine così manipolata? Dove finisce la fotografia e inizia la creatività del software?”
Posso dire che per quanto riguarda la post produzione delle fotografie che scatto, il mio rapporto con l’AI è cauto e il più possibile conservativo. Cerco di mettere in pratica gli insegnamenti che ho ricevuto durante i corsi di fotografia che ho seguito, soprattutto riguardo la post produzione digitale: va bene aggiustare quello che una volta si poteva aggiustare sulle foto fatte con le pellicole (esposizione, contrasto, saturazione dei colori fino anche al taglio dell’inquadratura…), con le estensioni che oggi sono possibili tramite la tecnologia, ma lì mi fermo perché credo che come fotografi dobbiamo avere l’onestà intellettuale di riportare quello che vediamo e anche accettare che talvolta manchiamo un momento, invece di provare a tutti i costi di creare la fotografia perfetta falsificando uno scatto non riuscito.
Luca: Personalmente sono convinto che sia giusto usare la post produzione grafica e l’AI per togliere il rumore o piccoli elementi di disturbo (di cui la gente a volte non si accorgerebbe neanche) all’interno della foto, non sono mai stato contro a questo, anzi. Ma quando mi vai a cambiare totalmente la foto aggiungendo addirittura elementi di altre foto o dal web, cercando anche di mascherare bene tutto per far risultare la foto realistica, allora no.
Ho molta paura dell’AI, perché piano piano finiremo col confondere la realtà con l’immaginazione. Non solo in fotografia.
EP: C’è qualche gruppo/artista che vorreste fotografare e per ora non avete avuto ancora l’occasione di farlo?
Luca: Madonna sì! Qui sarò breve! I Blink 182 perché è per loro che ho creato VEZ. E Dua Lipa per tanti motivi, ma sento già lo sguardo di Francesca su di me.
Francesca: Oh sì, ce ne sono, ma spero che il numero si riduca sempre di più! Non ho mai avuto la possibilità di fotografare ufficialmente, per esempio, i Pearl Jam e i Deftones – per dire un paio dei miei gruppi del cuore – ma se mentre per i primi inizio ad avere ormai poche speranze e forse anche meno interesse che in passato, i secondi dovrei essere in grado di depennarli dalla lista la prossima estate, spero!
Per quanto riguarda Luca e Dua Lipa… è una storia lunga e preferisco non commentare! :D
EP: Non lasciarci così, commenta pure!
Francesca: Luca ha la fissa per Dua Lipa per due motivi: primo, perché gli piacciono le belle ragazze, secondo perché gli è sfuggita l’occasione di fotografarla qualche anno fa quando fece tappa all’Unipol Arena di Bologna. Caso volle che riuscii a fotografarla io al Roskilde Festival e vista da vicino non è tutta ‘sta gran roba, soprattutto per le smorfie che fa quando canta che la rendono quasi infotografabile! Come distruggere un sogno in poche parole! Mi spiace, Luca!!!
EP: Dopo tanti anni e tanti concerti, cosa fate per rimanere creativi, per non annoiarvi e per evitare che, alla fine, si cada nella routine, anche artistica?
Francesca: La cosa bella del fotografare concerti è che anche se si torna a fotografare lo stesso gruppo tour dopo tour, ogni concerto è sempre un’esperienza unica e non ci si annoia mai veramente. Quasi sempre è il concerto sul palco che cambia e che mantiene viva l’attenzione dei fotografi, se invece il concerto è una fotocopia di uno già scattato, allora cerco di cambiare io e il mio modo di guardare al palco, trovare qualcosa di interessante da fotografare che mi era sfuggito precedentemente come una situazione, un gesto, un dettaglio. Ci sono dei momenti in cui si, è vero, scattare ai concerti può diventare routine, ma succede quando si smette di metterci il cuore nello scattare, quando non si sente più connessione con chi è sul palco. Quello direi che è un buon campanello d’allarme per rivedere i propri interessi.
Luca: È essenziale rimanere sempre se stessi. Personalmente a volte provo a cambiare scatto, faccio continuamente ricerca su libri e online, provo a migliorarmi in generale (perché c’è sempre da imparare), ma poi quando sono nel pit torno me stesso, nella maniera più bella e vera possibile. So di poter fare tutto ma non lo faccio, e va bene così.
EP: Che rapporto avete con la musica (a parte l’ovvio legame professionale)? Siete avidi ascoltatori? E che dischi state apprezzando in questo periodo? Avete voglia di consigliarci qualcosa?
Luca: La musica è sempre stata parte integrante della mia vita anche prima di VEZ, a parte le ore infinite di ascolto dei vinili di mio padre, che penso accomuni la maggior parte di noi, ho un passato da Deejay. Tra il 1998 e il 2006 ho suonato Hardcore, Techno, successivamente Elettronica e infine Rock in alcune Disco della riviera e zona Forlì e Cesena. Nel mentre gestivo anche, assieme ad altri ragazzi, la saletta Rock di una famosa discoteca di Forlì (L’Empyre), io precisamente organizzavo i live in pre serata, infatti da allora ho tantissimi amici musicisti (quelli veri), con alcuni ci esco ancora! Devo davvero tantissimo alla musica.
Parlando di dischi invece posso dirvi che ascolto tantissimi artisti e mi piace qualsiasi genere. In questi giorni sto ascoltando l’album “Small Changes” di Michael Kiwanuka, “Mahashmashana” di Father John Misty (regalatomi da Francesca a Natale) e “Funeral Soundtrack #4” dei Destroy Boys e molti altri! Per i consigli vi lascio a Francesca che sicuramente è più brava di me!
Francesca: La musica non manca mai nelle mie giornate, anche solo per tenermi compagnia in macchina mentre vado in ufficio. Durante gli anni di studio non riuscivo a concentrarmi se non avevo la radio accesa o un cd che andava in loop nello stereo – alcuni album sono così intrinsecamente legati a certi esami dell’università che quando li metto su vedo ancora davanti agli occhi le pagine degli appunti!
Ultimamente mi rendo conto di esplorare meno musica nuova ma tendo più a tenermi aggiornata sulle nuove uscite dei gruppi che mi piacciono, un po’ per pigrizia e un po’ per sovraccarico cognitivo, se così vogliamo definirlo: troppe uscite, troppi artisti cometa che lasciano un po’ il tempo che trovano.
In questo periodo sto ascoltando principalmente i dischi che ho segnalato come best of 2024 nelle tradizionali classifiche di fine anno di VEZ, le cosiddette VEZ5; in particolare consiglio i nuovi album di Father John Misty “Mahashmashana” e di Humanist “On the Edge of a Lost and Lonely World”, oltre al mio album preferito dello scorso anno, “As It Ever Was, So It Will Be Again” de The Decemberists, altamente consigliati anche come performance dal vivo. E mi fermo qui perchè potrei continuare per ore!”
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