Partendo dal concetto di bene immateriale per l’Unesco e di come si applichi in musica, ci siamo chiesti se la French Touch abbia bisogno di essere musealizzata. Oppure è già un patrimonio collettivo, fortemente identitario e che trae da se stesso la propria capacità di resistere al tempo?

La scorsa estate ha catturato l’attenzione generale un’intervista del Presidente Macron alla radio francese FG, storica emittente specializzata in techno ed elettronica (per intenderci è come se Giorgia Meloni venisse intervistata da M2O). Ciò non deve stupire perché il politico transalpino è considerato il più melomane tra i presidenti francesi, come sottolineato anche da un articolo di Le Figaro che si intitola “Per comprendere Macron, bisogna ascoltarlo parlare di musica”. L’inquilino dell’Eliseo ha, nell’occasione, lanciato una campagna finalizzata al riconoscimento della French Touch come patrimonio dell’Unesco.

Da lì a poco la notizia è stata ripresa dalle principali testate nazionali e internazionali, aprendo un dibattito che ha diviso l’opinione sul tema. Macron si è voluto sbilanciare, dichiarando che presto la french touch verrà iscritta nel registro del patrimonio dell’Unesco. Affermazioni che hanno fatto sollevare gli occhi al cielo a diversi amanti della club culture. Ma quanto c’è di realistico e condivisibile nella proposta francese?

Air @ Vodafone Paredes de Coura 2025 (credits Extended Play)

Quali sono le regole del patrimonio unesco per la tematica musicale?

Secondo il sito italiano dell’Unesco, il patrimonio culturale può incarnarsi in beni tangibili e beni intangibili, come monumenti, siti archeologici e collezioni di oggetti da un lato e “tradizioni vive trasmesse dai nostri antenati: espressioni orali, incluso il linguaggio, arti dello spettacolo, pratiche sociali, riti e feste, conoscenza e pratiche concernenti la natura e l’universo, artigianato tradizionale. Questo patrimonio culturale immateriale è fondamentale nel mantenimento della diversità culturale di fronte alla globalizzazione. La sua comprensione aiuta il dialogo interculturale e incoraggia il rispetto reciproco dei diversi modi di vivere. La sua importanza non risiede tanto nella manifestazione culturale in sé, bensì nella ricchezza di conoscenza e competenze che vengono trasmesse da una generazione all’altra”.

L‘UNESCO ha tra i suoi obiettivi prioritari la realizzazione della trasmissione del patrimonio culturale immateriale tra le generazioni. Per questo nel 2003 ha adottato la Convenzione per la Salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, ratificata dall’Italia nel 2007, nella quale è prevista una serie di procedure per l’identificazione, la documentazione, la preservazione, la protezione, la promozione e la valorizzazione del bene culturale immateriale.

L’elemento candidabile, per la cui iscrizione è criterio fondamentale la rappresentatività della diversità e della creatività umana, deve possedere le seguenti caratteristiche:

  • essere trasmesso di generazione in generazione;
  • essere costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in stretta correlazione con l’ambiente circostante e con la sua storia;
  • permettere alle comunità, ai gruppi nonché alle singole persone di elaborare dinamicamente il senso di appartenenza sociale e culturale;
  • promuovere il rispetto per le diversità culturali e per la creatività umana;
  • diffondere l’osservanza del rispetto dei diritti umani e della sostenibilità dello sviluppo di ciascun paese.

Le Direttive Operative dettano i requisiti e i criteri per l’iscrizione e l’’UNESCO ha fino ad oggi riconosciuto come Patrimonio Immateriale 788 elementi in 150 Paesi del mondo. Molti di questi elementi presentano caratteristiche che li rendono attinenti a più di uno dei cinque settori.

In quali casi si è applicato in ambito musicale?

Sebbene le università e i centri studio si occupino già della valorizzazione delle espressioni folkloristiche (folklore, antropologia, musicologia, cultura, tradizione etc). l’Unesco riceve annualmente decine e decine di candidature. Idealmente nessuno pone un dubbio o un veto preventivo sulla loro proposizione, soprattutto se si considera l’inserimento dell’espressione musicale locale all’interno di archivi digitali, per diffonderne la conoscenza e allo stesso preservarne la memoria. All’interno di queste proposte di candidatura si parla appunto di “Safeguarding and promoting intangible cultural heritage and supporting creativity of young people in the field of the music industry in the eastern region”. Sul sito sono presenti 70 pagine di risultati di ricerca della parola “music”, che non sono certo una casualità: si va dalla musica del Sudan al teatro tradizionale Kumidori di Okinawa, alla poesia di alcuni gruppi etnici dello Zambia, fino ad arrivare al materiale squisitamente italiano come l’opera dei pupi siciliani o altri buffi, stupidi, costumi locali. 

Il canto a tenore sardo, ad esempio, è stato inserito tra le iniziative di tutela. Per quanto ci può interessare da vicino, spiccano la rumba cubana, il mariachi messicano e il caso della musica Reagge giamaicana (2018), di cui è interessante riportare il sunto integrale della motivazione, estremamente utile per capire come ragionino le commissioni incaricate di accogliere o rifiutare le proposte:

Originaria di uno spazio culturale che ospitava gruppi emarginati, principalmente nella zona occidentale di Kingston, la musica reggae giamaicana è un amalgama di numerose influenze musicali, tra cui forme giamaicane più risalenti, nonché influenze caraibiche, nordamericane e latine. Col tempo, stili neo-africani, soul e rhythm and blues nordamericani sono stati incorporati nell’elemento, trasformando gradualmente lo ska in rocksteady e poi in reggae. Mentre nel suo stato embrionale la musica reggae era la voce degli emarginati, oggi è suonata e abbracciata da un’ampia fascia trasversale della società, inclusi diversi generi, gruppi etnici e religiosi. Il suo contributo al dibattito internazionale su temi di ingiustizia, resistenza, amore e umanità sottolinea le dinamiche di questo elemento come allo stesso tempo cerebrale, socio-politico, sensuale e spirituale. Le funzioni sociali fondamentali della musica – come veicolo di critica sociale, pratica catartica e mezzo per lodare Dio – non sono cambiate e la musica continua a fungere da voce per tutti. Agli studenti viene insegnato a suonare la musica nelle scuole dalla prima infanzia fino all’università, e festival e concerti reggae come il Reggae Sumfest e il Reggae Salute offrono occasioni annuali, nonché un’opportunità di apprendimento e di diffusione per artisti emergenti, musicisti e altri professionisti.

Un altro caso eclatante è, appunto, quello del 13 marzo 2024, data in cui la divisione tedesca dell’Unesco ha iscritto la techno berlinese tra i patrimoni immateriali. La proposta era partita ufficialmente nel 2021, dopo aver impiegato circa dieci anni a ottenere un forte supporto da parte di dj, imprenditori della scena notturna e associazioni che sarebbe riduttivo ridimensionare a frequentatori di rave o di discoteche.
L’importanza del riconoscimento ha uno sviluppo anche pratico, legato al fatto che negli ultimi 20 anni in Germania decine e decine di club notturni hanno chiuso i battenti. Con il riconoscimento della techno anche ai lavoratori del settore è riconosciuta la possibilità di accedere a finanziamenti pubblici (locali, nazionali o europei) e la partecipazione a bandi per lo sviluppo di tematiche artistiche o culturali. Lo stesso ministro della cultura tedesco, Claudia Roth, ha applaudito al riconoscimento, sottolineando come la club culture rappresenti valori come la diversità, il cosmopolitismo e il rispetto, oltre all’innata capacità di creare coesioni sociali e comunità libere, senza dimenticare l’operazione di recupero di spazi industriali urbanizzati in precedenza abbandonati. 

(Credits Extended Play)

Questi aspetti sono applicabili alla french touch?

Personalmente non ne sono sicuro, ma proverò a ragionare a voce alta sui vari quesiti. Per quanto riguarda l’aspetto protezionistico e le logiche di welfare state la risposta è positiva, perché ogni realtà culturale, a prescindere dalla sua estensione in termini di affluenza e di gettito economico, beneficia di sovvenzioni pubbliche e del sistema di remunerazione dei bandi. Anzi, più ci si addentra in piccole realtà indipendenti e slegate da logiche di mercato, più i finanziamenti rappresentano la voce principale e primaria per la sopravvivenza e il sostentamento delle attività di associazioni ed eventi. In questo senso, un eventuale riconoscimento della french touch porterebbe vantaggi concreti a vari livelli: dalla creazione di workshop allo sviluppo di festival, mostre, pubblicazioni e sistemi di tutela su varia scala. Ma questo beneficio sarebbe limitato alle tasche dei fruitori diretti (musicisti, etichette e ascoltatori abituali) o potrebbe estendersi anche a chi, pur non appartenendo alla scena, vive comunque delle sue ricadute culturali ed economiche? Sembra comunque vi sia stata una forte contestazione da parte del quotidiano tedesco Der Spiegel, opposto alla candidatura, in quanto sarebbe “necessario far cessare la museificazione di qualsiasi cosa, limitandosi alla salvaguardia delle forme culturali che sono in via d’estinzione”.

La French Touch, per quanto sia un sottogenere musicale meraviglioso per chi scrive e che ha regalato al mondo dischi di artisti eccezionali (Daft Punk, Justice, Sebastien Tellier, Phoenix, Air, Etienne de Crècy o Cassius, giusto per citarne alcuni), non ha le stesse finalità di creazione di comunità o racconto di ideali, come è stato per reggae e techno. Liberandoci della dimensione squisitamente musicale, di cui si potrebbero scrivere pagine e pagine – come ha fatto il numero speciale di Les Inrockuptibles dello scorso giugno – la FT è un genere che da tre decenni ha avuto l’importanza di rilanciare la scena francese a livello mondiale. Non a caso i Daft Punk sono l’emblema di questa rivoluzione, che ha permesso di catturare l’attenzione del mondo e indirizzarla a Parigi. La scena nazionale, infatti, dopo l’epoca d’oro degli chansonniers tra gli anni ‘50 e ‘70, era ormai avara di grandi successi internazionali, quasi chiusa in una prigione dorata fatta di elitarismo e di narcisismo, specchiandosi nella propria bellezza e rinunciando a competere con il resto del mondo.

La FT ha avuto il grande merito, dunque, di ricordare al mondo l’esistenza della musica francese, con una precisa estetica e determinate coordinate. “Homework”, l’esordio del 1997 dei Daft Punk, è il primo disco di musica house e techno che viene pubblicato con la Virgin Records, accompagnato da singoli in classifica Billboard e Top 20, quasi tre milioni di copie vendute (di cui 500mila in Francia) e due video diretti da registi rampanti come Spike Jonze (Da Funk) e Michel Gondry (Around The World). A proposito di quest’ultimo singolo, ricordo che quando uscì su Mtv Italia per me fu una vera e propria epifania e mi destabilizzò notevolmente, per essere un ragazzo abituato ad ascoltare Queen, Deep Purple e altri classici rock che trovavo a casa nella collezione di mio padre. 

Testo: Around the world (ripetuto 144 volte)

I dubbi comunque sussistono, perché, paradossalmente la FT non ha una componente francofona evidente, se non eventualmente nei nomi di alcuni artisti o dischi, considerando che la maggior parte delle canzoni sono per lo più strumentali o con alcuni passaggi in lingua inglese, con buona pace del protezionismo linguistico nazionale. Emmanuel Macron ha scherzato, ça va sans dire, e allo stesso tempo avvalorato la propria tesi quando ha detto che i francesi hanno portato il proprio tocco alla musica electro, cosa effettivamente vera.

La scena elettronica, a partire dalla seconda metà degli anni ‘90, venne sconvolta da questa collezione di suoni e stili disparati. Su una base house e techno, sono state installate la disco music dei ‘70, il funk, tinte pop e lounge, con un’estetica contemporanea innovativa, genuina e che ancora oggi resta immutabile e perfetta. Questa eterogeneità del genere, in cui il totale è superiore alla somma dei singoli elementi, non per forza stride concettualmente con l’idea che meriti una forma di protezionismo o di tutela, come se rischiasse di andare incontro a un suo impoverimento e conseguente perdita di interesse da parte di pubblico e critica.

Da un lato, infatti, Il genere è vivo, gode di ottima salute e la sua stessa natura non richiede una qualche forma di tutela politica, ma è la forza stessa della scuola francese che vive in modo autarchico e continuerà a farlo. Dall’altro lato, è certo che sia un genere musicale estremamente identitario e che ha avuto il merito di portare una ventata di freschezza nell’ultimo trentennio, non solo sulla dancefloor.

Alla fine dei conti è veramente un male darne una tutela in termini di patrimonio immateriale? Significherebbe riconoscere l’importanza della musica come forma di arte sublime e superiore, meritevole di essere salvaguardata e valorizzata, sperando che sia di buon auspicio ad altri scenari, in cui gli artisti faticano a sopravvivere sotto i colpi incessanti di un mainstream plastificato e senza identità.

Dischi consigliati

Anziché proporre la solita lista dei 10-15 dischi per conoscere il genere, questa volta l’idea è di suddividere i dischi in tre macro categorie. La prima [ANTENATI] riguarda album che hanno gettato le basi per il genere, la seconda [GOLDEN AGE] comprende dischi che hanno canonizzato lo stile e ne rappresentano la cifra stilistica e l’ultima [DISCENDENTI] si riferisce a band recenti che hanno contribuito a mantenere viva la FT.
Attenzione: non è e non sarà mai una lista definitiva, ma solo un elenco di suggerimenti di ascolto. Nella stessa Golden Age sono stati lasciati fuori più dischi dello stesso artista, come ad esempio gli AIR. Cogliete l’occasione per chiedervi se meriti di più “Moon Safari” o “Talkie Walkie”, oppure se sia giusto che Mr Oizo sia stato lasciato fuori. Per i Daft Punk è stata compiuta un’eccezione, perché “Homework” è un disco di portata storica e “Discovery” viene considerato la pietra angolare dell’intero movimento.

ANTENATI

  • Giorgio Moroder – “From Here to Eternity” (1977)
  • Cerrone – “Cerrone III – Supernature” (1977)
  • Kraftwerk – “Die Mensch-Maschine” (1978)
  • Mr Fingers – “Amnesia” (1989)
  • Space – “Magic Fly” (1977)

GOLDEN AGE

  • Daft Punk – “Homework” (1997)
  • Daft Punk – “Discovery” (2001)
  • Air – “Moon Safari” (2000)
  • Cassius – “1999” (1999)
  • St Germain – “Tourist” (2000)
  • Etienne de Crecy – “Super Discount” (1996)
  • Modjo – “Modjo” (2001)
  • Sebastien Tellier – “La ritournelle” (2001)
  • Stardust – “Music sounds better with you” (1998)
  • Motorbass – “Pansoul” (1996)

DISCENDENTI

  • Justice – “Cross” (2007)
  • Digitalism – “Idealism” (2007)
  • Hercules & Love Affair – s/t (2008)
  • Chromeo – “Fancy Footworks” (2008) 
  • Kavinsky – “Nightcall” (2010)
  • SebastiAn – “Total” (2011)