Una riflessione sul ruolo e l'importanza delle note non suonate.

Le pause nelle linee di basso sono uno degli aspetti musicali più sfuggenti, eppure tra i più determinanti. Sfuggenti per la loro natura, determinanti per il loro effetto.
La pausa è un’assenza, una sospensione, una non-nota. Se si aggiunge poi il fatto che il basso è lo strumento che più opera nell’ombra, portando avanti il suo ruolo carontino galleggiando sulle basse frequenze tra ritmica e melodia, sarà ancora più chiaro come a una sua non-nota sarà complicato attribuire immediata importanza.
Ragionare intorno a un concetto così effimero è sicuramente complicato. Questo articolo non ha intenti di analisi accademica, esiste già una letteratura con questo approccio realizzata da autori ben più preparati del sottoscritto (bassista per passione ma con un’altra professione). L’approccio scelto in questa sede è un approccio appassionato e giocoso.

D’altro canto, la lingua anglosassone ci insegna come si possa usare lo stesso verbo per giocare e per suonare e allora, per giocare un po’ con le note, le pause e le parole, potremmo analizzare il discorso sotto due differenti luci: una più tecnica e al contempo naturale, l’altra più linguistica e, se vogliamo, speculativa.
Sempre per diletto potremmo riassumere i due aspetti chiamandoli fisica e teatro.

Un brano musicale è ovviamente legato al concetto di tempo.
Ha una durata più o meno breve, che viene riempita frazionando lo spazio interno a sua disposizione con una struttura ordinata, più o meno complicata. Circoscrivendo il nostro discorso all’insieme della musica da band, già di per sé molto ampio, questo ruolo appartiene in primis agli strumenti cosiddetti ritmici, su tutti batteria e basso. Sta a loro predisporre ogni cosa perché si crei il movimento.

Permettetemi di prenderla un po’ alla lontana: il tempo è la strada che il brano deve percorrere.
Il veicolo ovviamente cambia a seconda della band, ma ruote, sospensioni e tutto ciò che mette in contatto il mezzo con la strada spetta sempre alla batteria; la carrozzeria lucida e l’aerodinamica delle linee competono ai melodici; ça va sans dire, il motore tocca al basso.
Una metafora di questo tipo può avere differenti chiavi di lettura a seconda del punto di partenza. Legittimamente potrebbe essere naturale identificare la batteria come forza motrice. Se si pensa però alla concezione di un brano a partire dal concetto astratto di tempo, la strada, nel risalire dall’asfalto al nostro orecchio attraverso la band, il veicolo, è proprio nel centro che si evidenzia il ruolo del basso.

Queste tre anime sono ognuna indispensabile all’altra. Pensate, per esempio, a una splendida auto da corsa dalle linee eleganti, che però rimane ferma a impolverarsi. O ancora immaginate un motore e un sistema di ruote e sospensioni perfettamente sincronizzati tra loro, ma lasciati nudi e senza stile. Sono fotografie irrimediabilmente incomplete.

Il basso dell’autore di questo articolo

Se il basso è dunque il motore, prendiamo in prestito le quattro fasi proprio di un motore a scoppio (quello esemplificativo potrebbe essere un buon utilizzo a impatto zero, in quest’epoca di conversione all’elettrico): l’aspirazione della pausa, la compressione del dito sulla corda, lo scoppio di suono dagli amplificatori, lo scarico di energia sul pubblico… e tutto si muove!
È una questione naturale. Il movimento è cinetica e l’energia cinetica presuppone energia potenziale. Ecco qui il concetto fisico di tensione e rilascio che crea il moto. La pausa nella linea di basso è l’energia potenziale che si trasforma in energia cinetica quando la nota viene suonata.
Negli spazi prodotti dalle pause si inserisce poi a incastro la batteria, come i denti degli ingranaggi che uniscono motore e ruote (prometto agli esperti di meccanica che questa era l’ultima semplificazione motoristica). Il sincronismo dev’essere perfetto. Le migliori sezioni ritmiche della storia, infatti, arrivano all’orecchio e alla pancia di chi ascolta come un’unica entità.

Tommy Shannon e Chris Layton erano un’unica persona, di nome Double e Trouble di cognome, quando mettevano il loro tappeto incalzante a servizio del leggendario Stevie Ray Vaughan.
Come non citare poi i fratelli Aston e Carlton Barrett, anima degli Wailers di Bob Marley, veri e propri architetti di un genere. Proprio all’inizio di quest’anno Aston ci ha lasciati e ha raggiunto il fratello Carlton che dall’altra parte lo aspettava già da un po’ dietro le pelli. Qualsiasi sia l’aldilà nel quale crediate, ora ha un groove migliore.

Questa è pertanto la parte fisica della questione. Una tensione necessaria per creare il moto e un’apertura sfruttata per creare legami con l’amico batterista.
Se questa prima parte del discorso si riferisce alla sfera ritmica, la seconda, quella teatrale, ci fa volgere lo sguardo all’ambito armonico.

La natura duale del basso, infatti, fa sì che esso sia uno strumento ritmico che dialoga armonicamente con quelli melodici. Mette in comunicazione le leggi naturali della batteria con le speculazioni espressive di chi canta, voce o strumento che sia.
Il pensiero va subito all’interplay tra Scott LaFaro e Bill Evans, davvero qualcosa di speciale. Note e pause che si intrecciano, corde del basso e tasti del pianoforte che si fondono e la loro Witchcraft è davvero magia.

Il basso dialoga, comunica, quindi parla o meglio, trovandoci in senso figurato su di un palco, recita.
Se prima abbiamo scomodato i meccanici ora tocca infastidire gli attori, che sicuramente potranno confermare come i respiri nella declamazione di un testo siano importanti tanto quanto le parole.
Una lunga sospensione prima di una parola le conferirà maggiore importanza; un monologo più serrato invece risulterà più opprimente e incalzante; se cadenzato avrà un non so che di sicuro, determinato. I respiri, o le pause in questo caso, contribuiscono in maniera decisiva a dare l’intenzione desiderata all’intera esposizione.

Chiamiamo di nuovo in causa il grande Aston Family Man Barrett. I suoi respiri in anticipo sui colpi delle percussioni, “tirano indietro” il tempo, rendendo ogni parola ragionata, e il discorso dell’iconica War di Bob Marley è il discorso di un saggio.
Il giovane Gordon Sumner, in arte Sting, imparò bene la lezione, le fece attraversare l’oceano e la inserì alla fine di una strofa smaniosa, rallentando la lancetta dei secondi nel ritornello di Bring on the night dei Police, dove la notte è richiesta come una tregua necessaria.
Tutt’altro intento hanno i respiri che Bootsy Collins regala a Give up the funk dei Parliament. Un monologo sfrontato e irriverente, le sue pause conferiscono tempo comico al discorso, paragonabile a quello del più caustico degli stand up comedians.
Trevor Dunn invece quasi non ne mette di pause nella vorace Squeeze me macaroni dei Mr. Bungle, fagocitando tutto senza respiro in un discorso ingordo e dissennato… ora però stiamo parlando dell’assenza della pausa, dell’assenza di un’assenza, e forse è il caso di fermarci.

Ragionare intorno a un concetto così impalpabile può essere un passatempo stimolante e farlo intorno alle non-note è stato un gioco divertente, spero vi siate divertiti, leggendo questo articolo, a giocarci con me.
Vorrei chiudere con una frase che nel mio piccolo ho scolpita nella mente come un mantra. La frase che il mio Maestro disse una ventina d’anni fa (ahimè) quando, come esercizio, scrissi la mia prima linea di basso: sono più importanti le note che non suoni.
Praticamente tutta questa argomentazione riassunta in sole otto parole. Se ne avesse usate di più si sarebbe contraddetto, non credete?