Abbiamo parlato con Emanuela Ligarò delle sue scelte musicali e visuali, del particolare percorso di studi e professionale e delle sfide affrontate come artista indipendente.

Emanuela Ligarò, in arte GOLD MASS, scrive e produce musica elettronica in maniera autonoma e indipendente. Lo fa coniugando un’ evidente capacità di modellazione elettronica del suono e una scrittura che valorizza voce, ritmo e melodia. L’abilità nella cura dei suoni deriva dal suo particolare percorso di studi e lavorativo: laurea in Fisica con una specialistica in Acustica Sperimentale e successivo impiego nel campo dell’ingegneria acustica applicata all’automotive.

Chi ci segue sa bene che oltre ad essere grandi appassionati di musica e molto curiosi verso le nuove proposte in cui riconosciamo qualità, siamo anche particolarmente interessati a “come suona” la musica e a tutti gli aspetti relativi alla sua fruibilità. Per tali motivi, dare voce a Emanuela su queste pagine è stata una scelta naturale. Ne è venuto fuori uno scambio intenso, con risposte approfondite che dimostrano professionalità, competenza e conoscenza delle dinamiche del music business, ma anche empatia e una particolare sensibilità espressiva.

Emanuela è di origine sarde (anche se di madre corsa e padre calabrese) ma da anni vive a Pisa, dove ha studiato e si è laureata. Come GOLD MASS si presenta ufficialmente al pubblico nel 2018, al termine di una fase di studio, ascolto e composizione durata diversi anni e in cui è riuscita a coniugare il suo amore per la musica e la conoscenza “scientifica” del suono. 
Di formazione classica (pianoforte), individua nell’elettronica il mondo musicale più stimolante e con maggiori potenzialità di sperimentazione. Dopo una prima demo che suscita l’interesse di produttori e ingegneri del suono come Howie B (Björk, Tricky, U2), Marc Urselli (John Zorn, Mike Patton) e Paul Savage (Mogwai, Franz Ferdinand, Arab Strap), Emanuela entra in studio proprio con quest’ultimo, dando vita ai brani che compongono il primo e finora unico album, “Transition”, del 2019. 

È un lavoro convincente, solido, dove si percepiscono nettamente la capacità e il gusto “artigiano” di manipolazione degli elementi sonori. All’ascolto si dispiega un tappeto di suoni con tanti dettagli che arricchiscono l’immagine stereo, mai fine a sé stessi e sempre al servizio dei brani. 
Si avvertono rimandi a grandi nomi come Portishead, Nicolas Jaar, Sevdaliza, FKA Twigs, Four Tet, ma c’è comunque una chiara visione personale, che si esprime in atmosfere evocative e una vocalità vivida e intensa, sempre ben evidenziata nel mix. I testi non sono per nulla banali e hanno, anzi, un fascino intimo, comunicando bisogni ed emozioni legati ad aspetti che ci caratterizzano come esseri umani.

Dopo “Transition” è la volta dell’EP “Safe” (2021) concepito, composto e autoprodotto durante il periodo di lockdown. Quattro brani intimi e con un certo mood malinconico, probabilmente influenzati dal periodo in cui sono stati composti, che confermano l’abilità di GOLD MASS nel saper giocare con campionamenti, sintesi ed effetti audio vari. 

Safe” dall’EP omonimo del 2021, a nostro giudizio uno dei migliori brani scritti da GOLD MASS.

Anche qui, e forse più che su “Transition”, si nota una particolare cura delle linee vocali, con passaggi puliti e altri frutto di taglia-e-cuci che, insieme alla qualità dell’arrangiamento, catturano e spingono al riascolto.

Arriviamo quindi a “FLARE” (2024), uscito il primo marzo, registrato allo studio Auroom di Pisa, mixato e masterizzato da Stefano Puddighinu a Milano. L’EP condivide diversi aspetti con i precedenti lavori, ma al contempo segna una diversità rappresentata da beat più martellanti e in evidenza, quasi house e techno in alcuni passaggi. Un lavoro affascinante che in poco più di ventitré minuti ha la capacità di portare la mente altrove e il corpo a muoversi. Elettronica introspettiva e profonda, ma anche con gusto del ritmo e che, per caratteristiche, non teme il confronto con i grandi nomi di riferimento del genere. Ascoltare per credere.

Intervista a GOLD MASS

EP: Cominciamo dall’inizio: come hai iniziato a fare musica? Qual è la tua formazione?

GM: La mia formazione è quella di pianista classica, ho iniziato a studiare a partire dai nove anni con insegnanti privati preparando un repertorio e facendo un percorso molto comune tra chi si dedica allo strumento. Ho interrotto lo studio una volta iscritta all’università, per mancanza di tempo e piuttosto a malincuore. Nella formazione lo studio pratico di uno strumento musicale è altrettanto importante quanto lo sono le ore dedicate all’ascolto, la storia degli ascolti che una persona ha avuto dice molto della sua identità e influenzerà sensibilmente il modo di scrivere.

Nel mio caso, per diversi anni ho ascoltato principalmente musica classica, opera lirica compresa, e poi via via autori più moderni. Non direi che sia stato un caso, ma ad ogni modo sono andata avanti di pari passo con l’evoluzione cronologica della musica moderna, non ho fatto balzi avanti e indietro. Sono sempre stata piuttosto famelica e quando sentivo di aver esaurito gli ascolti di un certo periodo proseguivo oltre cercando nuovi autori.

Ho sempre scritto musica originale e sentito l’esigenza di cimentarmi in questo. È solo recentemente che ho deciso di pubblicare il mio lavoro, e di farlo a livello professionale. Da quel momento continuo a farlo e sono affascinata dall’evoluzione del modo di scrivere di un artista, e che io stessa vedo nella mia produzione, e di come questa sia strettamente connessa all’evoluzione dell’artista come persona.

EP: Quando è nato l’interesse per l’acustica e la fonica e come è sfociato poi nel campo di studi e professionale? Ci racconti in breve cosa fai nel tuo lavoro?

GM: Ho studiato fisica all’università, i corsi di acustica e di fisica musicale sono tra quelli proposti dal piano di studi e che si possono scegliere. L’acustica non è altro che una delle possibili applicazioni della teoria della propagazione delle onde, che viene utilizzata per descrivere diversi fenomeni, dall’ottica alla meccanica quantistica, e che quindi viene trattata in modo approfondito. Io sono sempre stata affascinata dalla generazione del suono, sicuramente perché quando ho iniziato a studiare fisica ero già musicista.

La specializzazione in acustica è poi avvenuta contestualmente al mio lavoro, perché sono stata assunta per occuparmi delle problematiche di rumore dei componenti che l’azienda per cui lavoro sviluppa in campo automotive. Mi occupo della caratterizzazione acustica di una sorgente sonora, in termini di pulsazioni idrauliche, vibrazioni e onde di pressione sonora. Lavoro nel reparto sperimentale in ricerca e sviluppo, allestisco e seguo le prove di rumore, posiziono sensori e post-processo i dati acquisiti, leggo e interpreto gli spettri acustici e se necessario propongo modifiche di design per ridurre l’emissione da parte del componente.

EP: Quanto pensi influisca la tua conoscenza “scientifica” del suono sulle tue composizioni? Quando componi le tue scelte su sintesi e campionamenti, ragioni anche sull’effetto che possono avere sull’ascoltatore?

GM: Semplicemente, sai cosa stai facendo. C’è una consapevolezza nel modo in cui fai le cose. C’è attenzione e soprattutto gusto nel conoscere gli aspetti tecnici di quello che sta avvenendo, sia in studio in fase di registrazione, che in fase di post-produzione. La totalità delle regole alle quali ci si attiene quando si lavora, hanno una spiegazione scientifica legata al suono e alla gestione della forma d’onda. Una scarsa formazione, può ad esempio portare all’inconveniente di dare per buone regole che vengono insegnate in rete da educatori amatoriali che non avendo formazione, spesso fanno errori.

Totalmente diverse sono le scelte artistiche: quelle sono legate al gusto, a un senso estetico che si sviluppa col tempo, e al modo in cui un artista sente che un suono è legato a ciò che vuole esprimere. La ricerca del suono in questo ambito è del tutto emozionale, è un viaggio che si fa personalmente, in solitaria. Di questo processo, il primo ascoltatore sono io stessa. Cerco di soddisfare il mio orecchio e mi auguro che vada bene anche per gli altri.

EP: Dal punto di vista visivo i tuoi lavori sono sempre accompagnati da immagini del tuo corpo in posizioni plastiche (guardare le cover di singoli e album, anche solo dalla pagina dei lavori dal tuo sito, rende palese la cosa). È una scelta volta a rafforzare e sottolineare particolari aspetti della tua musica?

GM: Dedico molta attenzione all’aspetto visivo del mio lavoro, sento che questo ha un ruolo importante per dare una comunicazione completa di quella che sento essere la mia identità. Il mio desiderio è pubblicare musica e contestualmente offrire l’immaginario che ho maturato in fase di scrittura e che descrive il contesto in cui il suono si muove.

Sono appassionata di fotografia da sempre e quando lavoro ad un disco nuovo, la produzione audio va di pari passo con la ricerca di suggestioni visive che cerco per lo più in rete e che contribuiscono ad influenzarmi nel processo creativo. In fase di pubblicazione, il mio intento è restituire entrambi i contributi. La musica è un qualcosa di impalpabile, è come un profumo. Il risultato della creazione di un musicista è un qualcosa di immateriale il cui unico effetto è quello di comunicare a livello emotivo. Per cui ogni elemento che possa contribuire con suggestioni diverse a questo, va ad arricchire l’esperienza. 

Adoro le immagini in ambiente neutro, le pose che hai visto sono tutte non riconducibili ad un luogo fisico, è più uno stato mentale, un non luogo filosofico dove è possibile soffermarsi a riflettere, concedendosi un’indagine introspettiva e contemplativa sulla vita. Il lavoro visivo fatto per “FLARE”, è stato realizzato in Svizzera con la collaborazione della fotografa Dafni Planta. Gli scatti analogici rivelano un ambiente neutro e indefinito, in cui l’esperienza individuale trova il suo approdo solo nella relazione con l’altro, l’ambiente e la comunità. Le copertine dei tre singoli mi mostrano da sola, ma confluiscono in un crescendo emotivo verso l’artwork finale, in cui appaio intrecciata con un’altra figura umana: è nella relazione con l’altro che ci scopriamo vivi nella nostra interezza e ricchezza.

L’immagine di copertina di “FLARE” (2024).

EP: Finora “Transition” (2019) risulta come il tuo unico album, mentre “Safe” (2021) e l’ultimo “FLARE” sono EP. Pensi che l’EP sia un formato più consono per la fruibilità in questa epoca di oceanica offerta musicale e conseguente ascolto spesso frenetico?

GM: Decisamente sì. Adoro questo formato per infiniti buoni motivi. Mi piace l’idea di rilasciare un numero contenuto di tracce, solo le migliori, tensione sempre alta. Come se fossero tutti potenziali singoli.
Da tempo ho sdoganato l’idea di album, perché sappiamo bene che sono pochi gli album che contengono tutti e soli pezzi notevoli. È più una questione di abitudine e di convenzione che altro.

Inviterei anche alla riflessione riguardo a quale sia la definizione di album e soprattutto cosa e chi la stabilisce. Per me un disco è un lavoro di senso compiuto che l’artista ha racchiuso in un progetto. I pezzi che sono stati scritti per questo progetto, non uno di più e non uno di meno, sono coerenti tra loro. Stanno insieme naturalmente, e in equilibrio nell’architettura del progetto. Si parlano. Non può essere una questione quantitativa, mi è sempre parsa una classificazione inconsistente sul piano artistico. Potrebbero essere venti tracce da trenta secondi l’una, come tre tracce da 10 minuti l’una. Se per l’artista questo ha senso compiuto, non avrebbe potuto avere un’altra forma. L’idea è la sua.

Piuttosto, è interessante ricordare chi e cosa decide le definizioni di EP ed album: la tecnologia con la quale in un certo periodo storico si era in grado di fissare le registrazioni su un supporto. Oggi ci portiamo dietro le abitudini degli anni precedenti, ma non solo: anche le piattaforme di streaming dettano le regole per queste definizioni, nonostante non esistano più limiti fisici per la diffusione del numero di file digitali. Tra l’altro ogni piattaforma ha regole sue. Per cui un lavoro che figura come album su una piattaforma, potrebbe risultare EP su un’altra. Queste regole possono anche cambiare di anno in anno. Per cui un lavoro che era considerato album, può risultare EP l’anno dopo. Questo meccanismo ha davvero poco a che fare con l’arte: l’artista vive di coerenza ed esprime quella, è responsabile dell’idea e della bontà di come la realizza. Tutte le schematizzazioni commerciali sono funzionali ad altro.

EP: Raccontaci “FLARE”. Quando hai iniziato a lavorarci? Quali emozioni e sensazioni hai voluto sviluppare e portare nei brani e quindi agli ascoltatori? E quali sono le tue aspettative?

GM: Ho iniziato a lavorare a “FLARE” appena finito il ciclo del disco precedente. L’essenza che ho voluto racchiudere in questo nuovo lavoro è quella legata alla possibilità di impegnarsi nella ricerca di una propria seconda nascita, questa volta consapevole e per scelta unicamente propria. Un’esortazione a vivere la vita con consapevolezza, perseguendo senza timori la propria felicità nel rispetto di tutti, perché finché si resta autentici e coerenti con la verità, non possiamo che brillare. Abbandonare il più possibile quei vincoli che non ci rappresentano più e ci immobilizzano in un’immagine di noi che non ci assomiglia e quindi genera frustrazione. “FLARE” è un’esplosione di energia, vuole essere un disco positivo che si rivolge ai desideri di tutti.

Più che parlare di aspettative, parlerei di auguri. Il mio augurio è sempre lo stesso: che le persone che la mia musica sarà in grado di raggiungere possano trarre un beneficio da quello che ascoltano. Che sia un viaggio per la mente, una compagnia o uno stimolo alla suggestione e al bisogno di venire incantati da qualcosa o qualcuno.

Il video di “Earth”, traccia di apertura di “FLARE” (2024).

EP: Guardando te stessa e i tuoi lavori in retrospettiva, come è cambiato (se è cambiato) il tuo approccio alla musica? Quanto ti ha arricchito l’esperienza dei lavori precedenti, il suonare dal vivo e in generale il percorso affrontato da artista indipendente in questi anni (parentesi pandemica inclusa)?

GM: Se mi guardo indietro potrei quasi non riconoscermi. Non tanto nell’intenzione con cui scrivo, quella è rimasta sempre la stessa. L’approccio alla musica in sé è lo stesso, è un atto intimo, di verità, di bisogno e di confessione.
Quello che è cambiato drasticamente è la conoscenza che oggi ho dell’industria musicale, come ci si muove e come si parla con i diversi professionisti. I primi tempi ho cercato di imparare da chiunque come si lavora, successivamente mi è capitato di osservare anche come non si deve lavorare.
Da un lato, ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere persone incredibilmente competenti e sensibili, come Stefano Puddighinu che ha curato il mix e il master di tutte le tracce di “FLARE”: oltre ad essere un bravissimo tecnico, ha anche un incredibile talento artistico che sviluppa nel suo progetto Essē. Dall’altro lato, devo dire che spesso andando avanti ci si rende conto che il settore musicale in Italia è formato anche da tantissime persone letteralmente improvvisate, che non avendo neanche mai lavorato in un ambiente diverso, hanno anche un modo molto blando di considerare le scadenze, le priorità e le responsabilità professionali. In questo senso, l’esperienza dal vivo è una palestra che ti forgia tantissimo. E non lo dico come se fosse una gavetta necessaria, è invece piuttosto una gavetta inevitabile.

Lavorare da artista indipendente amplifica e velocizza questa formazione. Oggi mi capita di parlare con amici musicisti che sanno poco o niente del diritto d’autore, dei contratti di distribuzione, di come funzionano le agenzie, di come si scrive un rider tecnico o come si gestisce la comunicazione verso la stampa o sui social. Mi capita anche spessissimo di essere contattata per avere una mano o dei consigli su come muoversi. Tutta questa esperienza è significata molta fatica e lavoro, ma non mi sentirei mai di rinnegarla o scambiare questa consapevolezza per avere altro.

EP: Qual è il tuo rapporto con i live? Come ti rapporti con il pubblico?

GM: Vivo il live come un atto potente di condivisione con persone sconosciute. Un evento in cui si mettono sul tavolo solo carte scoperte, pensieri, gioie, desideri e paure. Un concerto per me è un’esperienza che si fa collettivamente, tra chi si trova sul palco e chi si trova nel pubblico. Un rituale in cui si condividono le luci e le ombre di ciascuno. Non è qualcosa che si fa così, a cuor leggero, o che personalmente riesca fare in modo spensierato: lo vivo in modo serio, con l’idea che non si dovrebbe mai uscire uguali a prima da un’esperienza collettiva. Personalmente questo è il mio modo di vivere un live ma è anche quello che cerco quando vado ai live degli altri artisti.

Il semplice intrattenimento non riesce ad interessarmi, anzi lo trovo pericoloso perché riconosco che va nell’esatta direzione di tutto ciò che ci circonda e la maggior parte delle volte ha lo scopo di anestetizzarci a una realtà che ci abusa e sfrutta. Tutto intorno a noi è intrattenimento, i programmi alla televisione – quando non sono di pura propaganda – le serie tv, lo sport fatto da altri, l’alta cucina fatta da altri, etc.. Tutto intorno a noi è terribilmente impegnato ad intrattenerci o a plasmarci verso un modello comportamentale e di pensiero.

Un concerto può essere un evento reale, in cui si dicono cose e si esprimono sensazioni che non trovano spazio altrove e che ci fanno sentire veri e autentici. Senza filtro. Sono rare le occasioni come queste, ma ne abbiamo così bisogno. Non è un caso che quasi ad ogni concerto, in Italia e all’estero, io abbia stretto rapporti con persone che erano presenti nel pubblico e con cui continuo a parlare e a confrontarmi negli anni.

EP: Se hai fatto un giro sulla nostra webzine, avrai notato che ci sta molto a cuore l’aspetto del “come suona” la musica, e considerando l’affascinante palette sonora delle tue composizioni e la tua sfera professionale, non potevamo non coinvolgerti su questo tema. Personalmente sono fermamente convinto che l’uso sfrenato della compressione, soprattutto in generi come il pop e il rock (meno nell’elettronica, IDM e altri dove la compressione – anche spinta – può essere strumento espressivo importante), stia togliendo naturalezza ai suoni (introducendo distorsione) e sia causa di ascolti affaticanti e meno gratificanti rispetto a quello che accadeva con gli album prodotti prima del 1996 (quando è stato inventato il digital brickwall limiter). Il tutto per rimanere in scia di una (presunta) competitività nel mercato, in un mondo in cui si ascolta musica in contesti caotici e con dispositivi economici. Insomma, il tema è quello che alle cronache è stato descritto come “loudness war”. Cosa ne pensi?

GM: La loudness war è la dimostrazione di quanto siano state influenti e rilevanti le ragioni del mercato rispetto a quelle artistiche. Ma soprattutto di quanto siano determinanti sulle caratteristiche finali di un file audio, le abitudini e possibilità di fruizione che un ascoltatore ha in un certo periodo storico, in termini di supporti esistenti e sistemi di riproduzione audio.

Il processo di mastering è diventato piuttosto complicato negli ultimi 10-15 anni perché occorre realizzare un file audio per tutti i potenziali formati di pubblicazione. Negli anni ’90 le vendite di vinili e di audiocassette erano diventate quasi inesistenti e internet era una realtà troppo primitiva per essere considerata un mezzo per la distribuzione musicale professionale e legale. L’obiettivo principale degli ingegneri di mastering era esclusivamente il compact disc. In questa fase c’è stata una corsa netta verso livelli di loudness sempre maggiori, e tutti sanno che una traccia a volume più alto risulta più bella di una traccia a volume minore. Se tutti si tarano su un livello alto di loudness, sei forzato a fare lo stesso. È come partecipare ad un campionato in cui tutti barano e tu sei l’unico onesto, tenendo presente che, anche per chi bara, la competizione è dura.
Nel 1999 sono comparsi Napster e altri servizi di condivisione peer-to-peer, ma la larghezza di banda rappresentava ancora una delle principali limitazioni per il caricamento e il download di file di grandi dimensioni. Poco dopo è arrivata l’era della distribuzione digitale.

La mia impressione è che potrebbe arrivare un momento in cui il volume estremo non sarà più una priorità, con l’audio digitale e i master digitali che non raggiungeranno neanche lontanamente lo 0dBFS. Questo, oltre a riportare la dinamica, semplificherebbe notevolmente i problemi causati dai codificatori lossy. Ma credo che si stia già vedendo un’inversione di rotta e una leggera tendenza al ribasso nel volume, almeno questa è l’esperienza che ho avuto io con gli ingegneri di mastering con cui ho lavorato. Tra l’altro la normalizzazione introdotta dalle piattaforme di streaming sta rendendo la guerra del volume meno rilevante.

EP: Rimanendo in ambito “audio geek”, cosa ne pensi del Dolby Atmos applicato alla musica? Si stanno pubblicando sempre più album in tale formato sulle piattaforme che lo supportano. Può rappresentare una novità importante nel modo in cui si fruisce la musica (e anche nel modo di comporre)? Hai mai pensato o magari già sperimentato un mix di questo tipo per i tuoi lavori?

GM: Per una decina di anni circa se ne è parlato solo a proposito dei film: solo di recente è diventata una proposta dell’industria musicale per la fruizione della musica. Personalmente non l’ho ancora sperimentato, potrebbe essere interessante pensarlo in occasione di un evento che offra la possibilità di diffusione audio di questo tipo. Difficile però dire se sia una soluzione che andrà a fare parte della nostra fruizione abituale della musica o se sia solo una moda passeggera. Credo sia utile ragionare su quanto sia realmente vantaggioso realizzare un mix di questo tipo e quanto una soluzione del genere risulti invece più una strategia di marketing. Al momento mi sembra che la stragrande maggioranza delle persone usufruisca della musica tramite semplici cuffiette e soprattutto durante spostamenti, in giornate sempre più congestionate di cose da fare. Difficile pensare che ci sia un’inversione di abitudini e che le persone si prendano del tempo per godere della musica mentre non si fa altro, e sedute all’interno di una “bolla Atmos”. Magari potrebbe diventare l’abitudine degli audiofili, che sono in minor numero, ma pur sempre una fetta di mercato che le aziende vogliono raggiungere.

Il video di “There Should Be Sky Above You” (da “FLARE”), con chiari riferimenti al drammatico conflitto in atto in Palestina.

EP: Sappiamo che sei anche una grande ascoltatrice. Prima di salutarci ti va di consigliare a noi e ai lettori qualche album che ti ha colpito, soprattutto tra quelli usciti negli ultimi tre anni?

GM: Buona domanda, proviamo così:

BICEP – Isles (2021)

Burial – Dreamfear / Boy Sent From Above (2024)

Jamie XX – It’s So Good (2024) e KILL DEM (2022)

James Blake – Playing Robots Into Heaven (2024)

MODERAT – MORE D4T4 (2022)

Nicolas Jaar – Intiha (2023)


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