Una riflessione sull’Hi-Fi (con linee guida di base), ma anche sul modo in cui si ascolta e si produce musica oggi.

L’alta fedeltà – indicata anche come Hi-Fi e includendo anche la sua evoluzione Hi-end – è da sempre tema di grande discussione e curiosità nei dibattiti attorno all’ascolto di musica.
Il mondo degli entusiasti dell’Hi-Fi, spesso indicati come “audiofili”, è in gran parte popolato da persone che hanno un interesse sfrenato nella ricerca continua di tutto ciò che può migliorare la resa del proprio impianto. Dall’esterno, queste persone sono frequentemente viste con un certo sarcasmo, forse non del tutto ingiustificato.
È abbastanza facile imbattersi in commenti di fanatici dell’Hi-Fi, o più ancora dell’Hi-end, che con un certo snobismo denigrano prodotti audio di brand considerati non autorevoli e se non costano migliaia di euro. Queste stesse persone trasmettono spesso l’idea per cui solo con certi impianti sarebbe possibile ascoltare “veramente” la musica. 

È realmente così? Quanto influisce il sistema di riproduzione nella capacità di apprezzare la musica registrata? Oggi mediamente si ascolta musica meglio o peggio rispetto al passato? Quali elementi contraddistinguono un impianto di qualità?
Proviamo a rispondere a tutte queste domande. 

La musica può essere veramente apprezzata solo con un impianto di qualità?

Il nostro sistema uditivo si è evoluto nel tempo per poter riconoscere suoni (nello specifico, frequenze da 20 a 20.000 Hz) in vari ambienti e situazioni, con la capacità di adattarsi velocemente alle diverse caratteristiche acustiche proprie di ogni spazio. 

Se immaginiamo di conversare con qualcuno prima in una grande sala vuota, passando poi in un corridoio stretto, quindi in un piccolo ascensore e infine in un ampio spazio aperto, il nostro sistema uditivo e le connessioni neurali deputate all’interpretazione degli eventi sonori riescono a catturare le sfumature delle voci e a comprendere il significato dei messaggi, nonostante i cambiamenti indotti dai diversi ambienti. 

Questo, di base, è vero anche nell’ascolto della musica. Possiamo essere portati automaticamente a battere il piede a tempo e a goderci l’ascolto sia con il minuscolo speaker di uno smartphone, sia se siamo seduti di fronte a un costosissimo impianto Hi-Fi. 

Chi scrive ha avuto la fortuna di crescere in un ambiente familiare in cui un impianto con componenti separati è stato sempre presente. 

Parte dell’impianto con componenti separati che era presente in casa quando l’autore di questo articolo era un ragazzino. In foto si vedono le due casse, l’amplificatore (in mezzo) e due fonti o sorgenti audio: una piastra per la riproduzione di audiocassette (in alto), una radio AM/FM (in basso). Completavano il tutto altre due fonti: un lettore CD e un giradischi, ormai perduti e non recuperabili per questa foto.
(Foto dell’autore)

Pur non essendo di qualità eccezionale, l’impianto è stato comunque fondamentale per plasmare la mia abitudine all’ascolto di musica anche a volumi sostenuti e con una discreta qualità di base.

Quegli ascolti rappresentavano però solo una minima parte di quelli complessivi nella mia adolescenza, perché all’impianto di casa spesso preferivo uno stereo compatto (o boombox) che potevo portare alle feste, o walkman e cd player portatile – modestissimi – che potevo però ascoltare, in cuffia, in qualsiasi situazione. Ed è soprattutto con questo tipo di ascolti che ho scoperto artisti e band e sviluppato un intenso interesse per la musica, nonostante ascoltassi cassette duplicate più e più volte in qualità scadente, cd masterizzati male con pausa tra i brani dove non doveva esserci e chi più ne ha più ne metta

Jukebox, radio gracchianti, boombox, auricolari di infima qualità, cassette doppiate male, mp3 a 128kbps: non importa quanto siano scarsi i dispositivi, i supporti o i formati audio, riusciamo sempre a goderci gli ascolti, lo dimostra la storia della musica registrata.

Con tutto questo non si vuole però sminuire quello che può offrire un impianto Hi-Fi: più avanti vedremo quali sono gli elementi necessari per configurare un impianto di qualità e come questi possano arricchire l’esperienza di ascolto.

Oggi si ascolta musica meglio o peggio rispetto al passato?

Lasciando per un attimo da parte il mondo Hi-Fi (che per standard qualitativi è sempre stato piuttosto stabile nel tempo), facendo un confronto tra i dispositivi di riproduzione più economici e diffusi, la qualità media è sicuramente cresciuta negli ultimi venti anni.
Oggi con 30 euro o poco più, è possibile acquistare una cassa bluetooth con una qualità di riproduzione più che accettabile e sicuramente superiore a quella che poteva avere un piccolo stereo compatto per cassette acquistabile con 50 o 70.000 lire nei primi anni ‘90. 

Anche il livello medio di cuffie e auricolari è cresciuto, così come la varietà della scelta per caratteristiche, prezzo e tipologia. Inoltre, la presenza di altri dispositivi con i quali si può anche ascoltare musica (smart TV, smartphone, smart speaker ecc.), ha permesso l’introduzione di nuovi scenari di ascolto in una qualità indubbiamente superiore a quella di soluzioni analoghe – per fascia economica – del passato. 

Tornando all’Hi-Fi, i componenti audio di impianti di questo tipo, hanno beneficiato sicuramente di ricerca e innovazione, ma di base il sistema stereo con due diffusori (comunemente detti anche casse) continua ad essere la soluzione più diffusa, con poche variazioni rispetto al passato. I cambiamenti più importanti sono avvenuti a livello della fonte audio, dove accanto a giradischi e lettori cd, sono comparsi streamer e altri dispositivi che permettono l’ascolto di musica digitale priva di supporti fisici. 

Come viene visto oggi il mondo Hi-Fi?
Forse più che in passato (dove la presenza di impianti con componenti separati era più comunemente diffusa), come un qualcosa di elitario, costoso, ingombrante, non necessario e accostabile solo a chi è fortemente appassionato di musica.

Salvo l’eccezione di chi eredita da genitori, fratelli o sorelle più grandi la passione per la musica e l’alta fedeltà, in linea di massima sono molto pochi quelli che investono per un impianto di qualità. Questo accade spesso per una questione di costi, ma soprattutto per una sostanziale mancanza di interesse. Gli ascolti via cellulare con cuffie e casse bluetooth, via pc o smart TV, sono ritenuti più che sufficienti, oltre che più pratici e convenienti. 

Generalmente si è molto più disposti a spendere cifre importanti per una buona smart TV piuttosto che per un impianto Hi-Fi, e questo spesso avviene a prescindere da quanto si ami la musica.

(Foto di Daren Inshape (@clickedbydaren) su Unsplash)

Abbiamo visto prima che come esseri umani siamo in grado di riconoscere e di godere della musica anche se in qualità non eccezionale: fa bene quindi chi evita di spendere cifre importanti per un buon impianto? Oppure ha ragione chi sostiene che la musica si può ascoltare “veramente” solo con l’alta fedeltà?
La risposta a queste domande è ovviamente soggettiva e i fattori che entrano in gioco sono molteplici.

È tuttavia innegabile che l’ascolto di musica su un buon impianto offra un’esperienza di ascolto superiore in termini qualitativi, che conseguentemente può portare a un maggiore coinvolgimento emotivo.

Ma cosa contraddistingue, in termini di componenti e configurazione, un impianto Hi-Fi?
Lo spieghiamo nelle prossime righe, rivolte soprattutto a chi non conosce il tema e vorrebbe capirne qualcosa in più.

Elementi e caratteristiche di un impianto a componenti separati

Un impianto con componenti separati (Hi-Fi o Hi-end, per lo scopo di questo articolo non è importante la distinzione) può variare nel numero e nella tipologia degli elementi che compongono la cosiddetta catena audio (sorgenti audio, amplificatori, diffusori).

Di base si ha sempre una fonte o sorgente audio: può essere ad esempio un giradischi, un lettore cd o un player di file digitali. Si possono pertanto avere più fonti, ognuna per la tipologia di supporto o formato audio che si intende riprodurre.

La sorgente audio viene collegata a uno o più amplificatori che si occupano principalmente di amplificare il segnale audio, eventualmente convertirlo da digitale ad analogico, e permetterne infine l’ascolto attraverso i diffusori

La tipologia più diffusa è l’amplificatore integrato: un solo amplificatore che si occupa sia della fase di preamplificazione (in cui viene regolato il livello del segnale inviato dalla sorgente e può spesso controllare anche le impostazioni di tono come bassi, medi e alti) che di amplificazione finale (dove il segnale viene amplificato a livelli sufficienti per pilotare gli altoparlanti e produrre un suono udibile a volume adeguato). 
In configurazioni più articolate (e costose) in ambito Hi-end, si possono trovare più amplificatori che gestiscono separatamente la fase di preamplificazione (indicati spesso come amplificatori pre) e quella di amplificazione finale (indicati come amplificatori finali). 
L’amplificatore (integrato o finale) viene quindi collegato ai diffusori, l’elemento più importante nella catena audio. 

La configurazione più semplice di un impianto, per numero di elementi, è quella che vede la presenza di diffusori cosiddetti attivi. Questi sono progettati con i componenti di amplificazione assemblati direttamente all’interno del cabinet (in genere quello di solo uno dei due diffusori).
È una configurazione che semplifica notevolmente il setup dell’impianto audio, poiché elimina la necessità di un amplificatore esterno e rende possibile il collegamento diretto delle fonti alle casse (solo nel caso si voglia collegare un giradischi è necessario interporre, tra questo e le casse attive, un preamplificatore phono).

Retro di due casse attive. I componenti di amplificazione sono assemblati tutti all’interno del diffusore di destra, dove sono presenti anche le entrate per le fonti e l’alimentazione, il controllo del volume e il pulsante di accensione/spegnimento.
(Foto dell’autore)

Oggi si trovano sul mercato numerosi diffusori attivi, di dimensioni, caratteristiche e fasce di prezzo diverse. Alcuni di questi sono in grado di offrire risultati che hanno poco o nulla da invidiare a quelli di soluzioni con più componenti separati.

I diffusori, l’elemento più importante dell’impianto

Più di ogni altro elemento della catena audio, sono i diffusori a pesare maggiormente nell’output finale. Per ottenere un impianto audio di qualità, dotarsi in primis di buoni diffusori significa aver già realizzato più della metà dell’obiettivo.

Il resto spetta alla fonte e all’amplificatore (che devono in qualche modo essere coerenti con il livello qualitativo dei diffusori scelti, o quantomeno non impedire a questi di potersi esprimere pienamente e fedelmente) e soprattutto a un elemento spesso sottovalutato ma determinante: l’ambiente di ascolto. Vedremo più avanti quali sono le implicazioni relative a questo aspetto. 

E per quanto riguarda i cavi? Entrare in questo ambito significa entrare in un vespaio: il dibattito attorno ai cavi è uno di quelli più infiammati nelle discussioni sull’alta fedeltà.
Evitiamo quindi di entrarci e ci affidiamo all’esperienza di Floyd E. Toole (per anni vice presidente della sezione di ingegneria acustica della Harman Kardon e ora consulente per la stessa azienda, nonché autore del libro “Sound Reproduction”, considerato una bibbia della riproduzione Hi-Fi) che afferma come ci sia una

“nebbia” di incertezza legata all’influenza – perlopiù immaginaria – dei cavi per le casse, i cavi di alimentazione […] e delle numerose altre credenze degli appassionati di alta fedeltà […] In test di ascolto controllati e nelle misurazioni, i cavi per gli altoparlanti e i cavi di interconnessione […] mostrano differenze ridotte o addirittura inesistenti. […]

e che:

nella categoria degli altoparlanti e delle stanze, tuttavia, non c’è dubbio che esistano differenze e che queste siano chiaramente udibili.

(Floyd E. Toole, Sound Reproduction; p. 64)

L’importanza dell’ascolto con due diffusori

La stragrande maggioranza della musica registrata è stata mixata su due canali stereo. Se si è sempre ascoltata musica su casse bluetooth (quindi su un singolo diffusore) o speaker integrati del pc o della tv, un primissimo – ma notevolmente rilevante – passo nel miglioramento dei propri ascolti è quello di predisporre un impianto che preveda due diffusori.

Il semplice utilizzo di due casse, anche se magari di qualità non eccezionale, apre comunque un mondo nuovo. In alcuni casi un diffusore centrale e un subwoofer possono migliorare ulteriormente la resa, ma non è lo scopo di questo articolo allontanarsi troppo dalle configurazioni più tradizionali. 

Per ottenere i vantaggi che due diffusori di buona qualità possono offrire e che per caratteristiche proprie dell’oggetto non è possibile ottenere, ad esempio, da una singola cassa bluetooth (anche se di alta qualità), è necessario posizionarli correttamente e cercare di minimizzare i difetti del proprio ambiente d’ascolto.

Posizionamento dei diffusori

Che siano del tipo da pavimento (Tower o Floorstanding) o da libreria (Bookshelf o Standmount), il posizionamento dei diffusori è fondamentale per un ascolto di qualità.
Generalmente si consiglia di collocare i diffusori a una distanza equidistante dalla testa dell’ascoltatore, creando un triangolo più o meno equilatero tra questa e i diffusori.
Per capire a quale altezza collocare le casse, ci si può regolare con i tweeter (gli altoparlanti che riproducono le frequenze alte, di solito posizionati nella parte superiore del diffusore): questi dovrebbero risultare all’incirca in linea con le orecchie dell’ascoltatore.

Sperimentando con l’angolazione dei diffusori (generalmente si consiglia di girarli leggermente, in maniera convergente, verso l’ascoltatore) e regolando le distanze, è possibile individuare il cosiddetto sweet spot, ovvero il punto dove l’ascoltatore ottiene il suono più bilanciato e coinvolgente, in cui diventano percepibili elementi sonori non rilevabili con speaker integrati o casse bluetooth.

Il triangolo equilatero è un’indicazione di massima: in realtà, a seconda delle dimensioni e dell’arredamento della stanza, nonché delle caratteristiche dei diffusori, il vertice (e quindi il punto di “sweet spot”) potrebbe stare più lontano o più vicino. L’unico modo è fare prove allontanando di qualche centimetro (sì, anche pochi cm possono fare la differenza) la propria posizione o la distanza tra le casse, fino a che non si ha la percezione più precisa del soundstage. Nella gran parte dei brani, la voce si percepisce sempre esattamente al centro tra le due casse. Un buon brano per fare le prove di corretto piazzamento è questo (soprattutto nel primo minuto, la voce di Holly Cole è perfettamente centrata, e così dovreste percepirla).

L’aspetto principale che viene colto dopo aver individuato lo sweet spot è la precisione dell’immagine stereo, ovvero la corretta percezione della provenienza dei suoni di strumenti e voci all’interno dello spazio che si crea tra, sopra, sotto e lateralmente ai due diffusori.

È il cosiddetto soundstage, un vero e proprio palcoscenico virtuale percepito dal nostro cervello, dove ogni strumento e ogni voce sembrano occupare una posizione definita di fronte a noi, proprio come accade sul palco di un concerto, dove ogni membro della band si posiziona in un punto preciso. 

Anche al pc è possibile ascoltare musica con un’ottima resa: posizionando i diffusori alla giusta altezza come in questa foto (presumibilmente sono in linea con le orecchie di chi siede di fronte al pc), è possibile percepire il soundstage e godere di un’esperienza di ascolto arricchita. I moderni PC hanno ormai schede madri che consentono una buona elaborazione dell’audio, ma volendo migliorare ulteriormente la resa si può optare per una scheda audio dedicata o un DAC esterno. 
(Foto di Brian J. Tromp [@84media] su Unsplash)

Poiché i suoni sono chiaramente separati e posizionati, è possibile cogliere dettagli sonori che, nella loro relazione attraverso i due canali stereo riprodotti da una coppia di diffusori, non possono essere avvertiti in altro modo.

È importante sottolineare che l’immagine stereo che dà vita alla percezione del soundstage non è prodotta dalle casse o dall’amplificatore, ma è il frutto del lavoro fatto dagli ingegneri del suono – soprattutto in fase di mix – sul brano o sul disco. Al proprio impianto, e in particolare ai diffusori, spetta il compito di rendere al meglio questo lavoro (ambiente di ascolto permettendo).

La percezione del soundstage è il principale elemento distintivo che differenzia l’ascolto su un impianto dotato di buoni diffusori da quello su dispositivi con altoparlante singolo o con altoparlanti di bassa qualità accoppiati in uno spazio ridotto.

Quali sono i diffusori migliori?

Per poter determinare la qualità di una coppia di diffusori oggi esistono dei metodi che permettono in qualche modo di misurarne la resa, anche se poi è l’ambiente d’ascolto a determinare il risultato finale e, in ultima istanza, noi e il nostro udito a giudicarlo.
Non ci dilunghiamo in noiose descrizioni tecniche di tali misurazioni, ma ci soffermiamo sulla risposta in frequenza, a parere di chi scrive uno degli aspetti più importanti da prendere in considerazione quando si valuta l’acquisto delle casse. 

La risposta in frequenza è la caratteristica che misura quanto fedelmente vengono resi i suoni di ogni strumento, voce o altro elemento sonoro udibile dall’essere umano. 
Una regola non scritta ma ormai condivisa nell’ambito Hi-Fi, vuole che la migliore risposta in frequenza è quella che in grafico appare il più possibile piatta (flat) rispetto all’asse orizzontale. 

In questo video Sabino Coppolecchia – divulgatore e appassionato di Hi-Fi – spiega in parole chiare che cos’è la risposta in frequenza e perché è importante che sia il più possibile piatta

Nelle prove a doppio cieco (prove in cui né i partecipanti né gli sperimentatori sanno quale prodotto stanno testando, eliminando così possibili influenze e pregiudizi e garantendo risultati obiettivi), le casse generalmente più apprezzate si rivelano essere proprio quelle con la risposta in frequenza piatta e con una buona resa dei bassi.
Le frequenze basse, rispetto a quelle alte, necessitano di un volume maggiore per essere percepite, quindi diffusori e ambienti di ascolto che evidenziano (non eccessivamente) i bassi, sono generalmente molto graditi dagli ascoltatori.

Altro elemento fondamentale nel determinare la qualità dei diffusori è la progettazione: i componenti e i materiali utilizzati, nonché la loro posizione all’interno del cabinet influiscono in maniera determinante sulla qualità di riproduzione. 

Tutto questo, come già scritto in precedenza, si scontra inevitabilmente con i problemi acustici dei nostri ambienti d’ascolto, ma partire con un paio di diffusori che da “laboratorio” escono con una risposta in frequenza il più possibile flat e una progettazione di livello, significa evitare complicazioni che nascono già prima di piazzare i diffusori nella nostra stanza. 

A questo punto vi starete chiedendo come fare per trovare casse con buona progettazione e buona risposta in frequenza. I consigli sono gli stessi che potrebbero applicarsi praticamente a qualsiasi categoria di prodotto: recensioni sul web, forum specializzati, una chiacchierata con gli addetti al negozio Hi-Fi (se acquistate in negozi fisici), con la raccomandazione di non addentrarsi troppo nel ginepraio delle discussioni sui cavi, per i motivi già espressi. Se volete, potete chiedere anche a noi in privato o in fondo a questo articolo.  

L’ambiente di ascolto

Sulle caratteristiche e i problemi dell’ambiente di ascolto ci si potrebbe scrivere un articolo a parte, ma in questa sede è sufficiente segnalare quanto questo aspetto sia impattante.
È l’elemento finale della catena audio, l’ultimo anello che influisce sul suono prima che questo arrivi alle nostre orecchie. 

Tutti conosciamo l’effetto di eco che si verifica quando parliamo o battiamo le mani in una stanza vuota, così come abbiamo presente quanto quell’eco diminuisca o si annulli se si riempie la stanza di mobili e altri elementi di arredo. Le caratteristiche della stanza in cui è posizionato l’impianto determinano in maniera rilevante la resa acustica di ciò che ascoltiamo.

Generalmente, l’ascolto in una normale stanza non trattata acusticamente (ovvero senza modifiche fisiche di correzione acustica come l’aggiunta di pannelli diffusori o fonoassorbenti) è costituito principalmente da suono riflesso (dalle pareti, dai mobili, dal pavimento, dal soffitto) e in parte minore da suono diretto, cioè quello che arriva direttamente alle nostre orecchie prima di impattare altre superfici.

Scrive ancora il già citato Toole:

È una piccola frazione dell’energia sonora presente nella stanza, ma il suono diretto è percettivamente molto importante perché è responsabile della determinazione della localizzazione: la provenienza e la posizione nello spazio dei suoni che udiamo, cioè il soundstage

(Floyd E. Toole, Op. cit; p. 196)

Forma, materiale e occupazione complessiva dello spazio degli elementi di arredo impattano enormemente la resa acustica. 
Le onde sonore, emesse dai diffusori, interagiscono con le superfici dell’ambiente causando riflessioni, riverberi e risonanze. Questi fattori possono alterare l’equilibrio tonale, la definizione degli strumenti e la chiarezza generale del suono: per ottenere una buona qualità di ascolto è necessario trovare il miglior compromesso tra materiali fonoassorbenti e riflettenti e tra suono diretto e indiretto. 

Non ci addentriamo in consigli specifici che non possono essere forniti senza conoscere la struttura della stanza, ma generalmente è una buona idea quella di cercare di minimizzare le riflessioni che arrivano per prime alle nostre orecchie, come ad esempio quelle provenienti dal pavimento o dal muro alle nostre spalle.

Un buon accorgimento è quello di mettere un tappeto tra il punto d’ascolto e i diffusori (che magari arreda pure 🙂 ) e, se si ha la possibilità, lasciare spazio tra il divano/poltrona e il muro dietro. Se alle spalle si ha una finestra può essere utile, quando si ascolta, chiudere le tende.

Foto di Nick Southall su Flickr. Da questa foto possiamo dedurre tre ottime scelte: 1) immaginandoci l’ascoltatore seduto al centro del divano, le casse sembrano essere alla giusta altezza, alla giusta distanza e correttamente convergenti verso il punto di ascolto; 2) c’è un tappeto a terra; 3) c’è spazio dietro al divano.

Un ambiente troppo riverberante può creare un suono confuso e indefinito, mentre un ambiente troppo fonoassorbente devitalizza il suono e lo appiattisce. Trovare l’equilibrio tra riflessioni e assorbimenti del suono è essenziale per un’acustica ottimale.

Uno dei problemi più ricorrenti negli ambienti di ascolto casalinghi è la resa delle frequenze sub-basse (da 20 a 100Hz circa), che possono perfino essere annullate dalle caratteristiche strutturali della stanza, anche quando i diffusori offrono di base una buona risposta a tali frequenze. 
I più esigenti ricorrono a trattamenti particolari (pannelli acustici, diffusori, bass traps), mentre i più fortunati possono riuscire ad ottenere una resa soddisfacente delle frequenze basse grazie alle dimensioni e alle caratteristiche della stanza, senza bisogno di alcun intervento.

Un brano ben prodotto e riprodotto su un impianto con due diffusori di qualità (e il resto della catena audio di un livello adeguato che non comprometta la resa) fa emergere chiaramente il soundstage, con tutti gli elementi di arrangiamento e mix che vengono resi così come artisti e ingegneri del suono li hanno pensati. Ogni suono viene riprodotto nella sua perfetta resa timbrica, corposo, profondo e vivido, perfettamente intellegibile in tutte le sue sfumature

Quando si passa da ascolti con casse singole o dispositivi con casse ravvicinate ad un impianto con due diffusori correttamente posizionati e di qualità, il primo ascolto genera sempre un effetto wow!, proprio perché il nostro cervello rileva pienamente quegli elementi pensati per offrire un’esperienza di ascolto superiore. 

Quanto si spende per un impianto di qualità?

È impossibile rispondere sinteticamente a questa domanda, perché dipende dalle esigenze, dalla grandezza dell’ambiente di ascolto e da altri fattori. Ma oggi, per avere due diffusori di qualità (buona risposta in frequenza, buona costruzione e buona resa dei bassi) non serve necessariamente spendere cifre da capogiro. Idem per un buon amplificatore

Il tema è lungo e necessiterebbe di un articolo a parte, ma un miglioramento dei propri ascolti – se si è abituati all’ ascolto con casse integrate del pc, cellulare o casse bluetooth – si può ottenere con cifre alla portata di tutti, o quasi.
Da questo punto di vista, rispetto al passato, la situazione è infatti notevolmente migliorata e oggi è possibile configurare un impianto di qualità con poche centinaia di euro, cioè quello che generalmente, in una famiglia in normali condizioni economiche, non ci si pone il problema di spendere per l’acquisto di una console da gioco di ultima generazione o per una Smart Tv di media qualità. 

E le cuffie?

In questo articolo ci siamo concentrati principalmente sull’impianto con diffusori, ma anche per le cuffie è possibile fare un discorso in cui si distinguono ascolti mediocri e ascolti di maggiore qualità. Per raggiungere buoni livelli bisogna banalmente puntare a cuffie di una certa qualità e possibilmente a un buon amplificatore per cuffie. 
Come si scelgono buone cuffie? Come per i diffusori: risposta in frequenza, buona progettazione e bassi quanto bastano. Cuffie di buona qualità permettono di percepire trasparenza e dettaglio esattamente come avviene per i diffusori. 

Tuttavia, a parere di chi scrive, i diffusori offrono un’esperienza diversa, più simile a quella che si vive nei live, in primis per la sensazione fisica che restituiscono soprattutto le frequenze basse e poi per la propagazione del suono nello spazio di ascolto che concretizza in maniera migliore la sensazione dei suoni in your face. Inoltre, anche il soundstage percepito sulle cuffie è limitato rispetto a quello che può “costruirsi” davanti a noi con due diffusori di qualità.

Quale musica rende meglio su un impianto di qualità?

Al soundstage e alla percezione “tridimensionale” dell’ascolto, contribuisce in maniera determinante il range dinamico (banalmente e sinteticamente, la differenza di volume tra i suoni a basso volume e quelli ad alto volume), un aspetto cruciale nel determinare la godibilità di un ascolto. 

In ambito pop e rock, salvo qualche eccezione, la tendenza è chiara: soprattutto a partire dagli anni ‘00 si producono album con un range dinamico nettamente limitato rispetto alle produzioni del passato e con i quali l’esperienza di ascolto risulta inevitabilmente impoverita. Specialmente per alcuni generi come il rock, passaggi saturi di medie e alte frequenze (chitarre, piatti della batteria) e basse frequenze (basso, grancassa), se registrati e/o masterizzati senza un range dinamico adeguato, finiscono per impastarsi in uno strato sonoro quasi monodimensionale, ridotto nel soundstage, caotico e poco definito.

Come spiegato nel dettaglio nel nostro articolo sulla loudness war, soprattutto negli anni ‘80 e nella prima metà dei ‘90, gli album venivano prodotti con un ampio range dinamico offrendo esperienze di ascolto coinvolgenti e non affaticanti. Non è un caso che tuttora in qualsiasi classifica di dischi “audiofili” si trovi un’ampia presenza di dischi di quei decenni. 

La riduzione progressiva del range dinamico è anche e soprattutto una conseguenza del modo in cui è cambiato l’ascolto della musica. Rispetto a 20 anni fa sono cambiati i contesti e si sono diffusi svariati dispositivi per l’ascolto, in mobilità e non.

Tutto questo va indubbiamente preso in considerazione nelle fasi finali di produzione di un disco.
Ad esempio sarebbe impensabile, oggi, pubblicare un brano che abbia il range dinamico di Rid of Me: sul minuscolo speaker di un cellulare o su un qualsiasi dispositivo non in grado di erogare molti db, la strofa praticamente non si sente.

Rid of Me, brano del secondo album omonimo di PJ Harvey, prodotto da Steve Albini.

Questo però, a parere di chi scrive, non può giustificare obbrobri del genere e nemmeno timidissimi tentativi di mezzo come questo, che risultano sempre indegni se paragonati a dischi masterizzati con ampio rispetto del range dinamico. 

Un compromesso di maggiore qualità esiste e quando adottato porta vantaggi a tutti, da chi suona a chi ascolta. 

Un compromesso che non scontenta nessuno

Un compromesso tra qualità e flessibilità di fruizione, è quello dove un buon (non eccessivo) range dinamico – e, nella fase di mixing, l’utilizzo consapevole di compressori audio nella gestione dei transienti – premia l’ascolto su impianti Hi-Fi e contemporaneamente rende degnamente anche su una cassa bluetooth. Perché anche su una cassa bluetooth, un brano dinamico finisce per risaltare, in qualità, rispetto a una produzione con volumi troppo compressi e parti in clipping. 

Nella nostra rubrica Album of the Ear abbiamo selezionato diversi esempi. Quegli album per noi rappresentano una via sostenibile e che può accontentare tutti. La sensazione, purtroppo confermata dai fatti, è che si stia invece insistendo nel produrre dischi con range dinamico ridotto al solo scopo di premiare ascolti distratti su dispositivi economici e tentare di ottenere maggiori numeri negli streaming o nei passaggi in radio. 

Immaginiamo un possibile futuro, che potrebbe anche essere molto vicino, in cui la presenza di impianti Hi-Fi nelle case diventi sempre più diffusa, insieme all’interesse crescente per l’ascolto attento. I giovani si stancano di riprodurre in maniera distratta singoli brani attraverso altoparlanti bluetooth o altri dispositivi economici e iniziano a dedicarsi all’ascolto di album su impianti audio di qualità.
Come pensate possa essere vista la produzione discografica di questi anni se non come un grosso buco nero dal punto di vista della qualità audio? 

L’ascolto di musica con ampio range dinamico – è scientificamente provato – porta a una migliore risposta emotiva nei nostri ascolti, oltre a essere meno affaticante.
Il presunto vantaggio competitivo sul mercato – nell’ottica della cosiddetta loudness war – che sarebbe ottenibile con brani dal range dinamico molto ristretto (e quindi volume medio più alto), non è mai stato dimostrato e non è dimostrabile. Come facciamo infatti a sapere se un album di successo con DR 5 non avrebbe avuto quello stesso successo se fosse stato masterizzato con un range dinamico maggiore?
Sappiamo invece con certezza che, da un lato, quel disco non suonerà così bene su un buon impianto, e dall’altro che molti album con un buon range dinamico sono stati anche un successo commerciale, invalidando quindi la teoria per cui senza volumi compressi non si sarebbe competitivi sul mercato.

Nelle selezioni di AOTE trovate diversi album degli ultimi anni con range dinamico ampio, di successo o molto apprezzati dalla critica. Vi consigliamo di leggere le parole di Bob Ludwig sul mastering di “The Stage”, album del 2016 degli Avenged Sevenfold che conta diversi milioni di streaming su Spotify.

Ridurre il range dinamico significa comprimere la differenza di volume che naturalmente esiste tra i suoni più forti e quelli più deboli. Questo, inoltre, si accompagna spesso a un taglio dei transienti, ovvero un’eliminazione parziale dell’informazione sonora.

Questo è uno dei migliori esempi per capire quanto un range dinamico limitato danneggi la musica. Le versioni a confronto sono una estratta dal videogame Guitar Hero con ampio range dinamico e l’altra estratta dal CD così come è stato pubblicato dai Metallica, con range dinamico molto limitato, transienti tagliati e conseguente distorsione introdotta. Si consiglia l’ascolto in cuffia a volume medio alto. 

Vale la pena sacrificare la qualità sonora di un album per qualche ascolto in più (non assicurabile e tutto da dimostrare) effettuato distrattamente su dispositivi economici? 
Se state leggendo e siete musicisti o persone in qualche modo coinvolte nella catena di produzione della musica con potere decisionale o di indirizzamento sulla finalizzazione dei dischi, pensiamo sia quantomeno saggio porsi questa domanda. 
Episodi come quello citato sopra di Bob Ludwig dimostrano che è possibile indicare la via a band ed etichette.

E la musica hi-res?

Per quanto riguarda la fase di ascolto, i vantaggi sono minimi e, nella stragrande maggioranza dei casi (e degli impianti), non percepibili. I motivi li spieghiamo qui.

Conclusioni

La qualità della riproduzione non è mai stata un fattore determinante per apprezzare la musica, ma è altrettanto vero che una buona qualità di ascolto permette di cogliere caratteristiche e sfumature altrimenti non percepibili. Dischi ben prodotti e riprodotti su un impianto di livello restituiscono, nel complesso, un’esperienza di ascolto superiore.
Quanto si è interessati a tale esperienza e quanto si è nelle disponibilità (economiche, di spazio e di quieto vivere con il vicinato) per poterlo fare, è ovviamente soggettivo. 

Chiudiamo con un consiglio spostando leggermente il focus: che ascoltiate musica dal cellulare o con un impianto Hi-Fi, l’importante è ascoltare e supportare i vostri artisti preferiti dal vivo. È proprio questo che non bisogna mai farsi mancare, perché è dal vivo che – fonico, pubblico e struttura permettendo – è possibile godersi un’ esperienza complessiva che nessun impianto al mondo può restituire. 

Vi lasciamo con questo video estratto dall’anime “Akiba’s Trip: The Animation” che fa un simpatico ritratto del mondo audiofilo con riferimento musicale alle idol band, ma la cui conclusione è applicabile a qualsiasi tipo di musica e band seguiate.
Buona visione e ovviamente buoni ascolti!