“Tom Araya is our Elvis” è il messaggio (oltre che brano omonimo) che i romani – anzi, ostiensi – Zu hanno stampato anche sulle maglie del merch per anni, quasi a esplicitare le loro radici in una formula ironica e serissima insieme. Mi ha sempre colpito quel modo di rivendicare un’appartenenza in contrasto alle logiche più ovvie del mercato: non una posa, ma una dichiarazione d’intenti. Con i The Bobby Lees mi sono sempre immaginato qualcosa di simile prendendo come polo opposto, nel riferimento rappresentativo del music business, un’altra band romana: se esistesse una maglia con scritto “The Bobby Lees are my Måneskin”, la indosserei con soddisfazione.
Ma chi sono i Bobby Lees? E perché ne parliamo su Extended Play dove le monografie non sono esattamente il tipico prodotto editoriale?
I Bobby Lees nascono nel 2017 a Woodstock (NY), non lontano dai campi in cui si svolse il celebre festival, attestandosi presto come trio: Sam Quartin voce e chitarra, Kendall Wind al basso e Macky Bowman alla batteria. Nick Casa si unirà poco dopo alla seconda chitarra. A parte Quartin, 23 anni e con qualche comparsa come attrice nel curriculum, il resto sono tutti minorenni e senza precedenti esperienze artistiche di spessore.
In meno di un quinquennio pubblicano tre album, costruendosi un seguito da culto grazie soprattutto a live incendiari e finiscono – lo vedremo – dentro una storia che parla meno romanticamente di “ruoock’n’roll!🤘” e più realisticamente di sostenibilità economica, burnout e rapporto deformato con il music business.

Ci arriviamo presto, ma cominciamo dall’inizio.
Dopo il debutto autoprodotto “Beauty Pageant” (2018) che li fa circolare soprattutto tramite passaparola, catturano l’attenzione di Jon Spencer, il quale finirà per produrre “Skin Suit”, pubblicato nel 2020 per la Alive Naturalsound. Spencer è solo il primo di una lista di nomi noti che, in forme diverse, graviteranno attorno alla band. Anche questo è un particolare che rende interessante la loro storia: non è così comune che un gruppo giovane e indipendente ottenga attenzioni e – come vedremo – supporto concreto, da personaggi molto noti.
“Skin Suit” comincia a ruotare in radio e ad ottenere attenzioni da pubblico e critica. Nulla di innovativo, ma un approccio diretto e genuino che trascina e diverte. La giovanissima sezione strumentale macina riff, colpi di batteria secchi e una tensione che non cerca mai la rifinitura, quanto piuttosto l’impatto in your face. Su questo telaio sonoro Sam Quartin canta come se stesse tenendo due cose insieme: il controllo e il collasso. La sua voce non si limita a stare sopra il brano, ma lo piega, lo spinge, lo sporca, alternando intonazione, parlato e un’aggressività quasi teatrale, in una prosodia elastica e nervosa che però risulta genuina, mai calcolata. Anche dal vivo tiene il palco come poche e pochi sanno fare.

È in questa fase che i Bobby Lees smettono di essere soltanto una buona band che gira nel posto giusto al momento giusto. Cominciano invece a comparire dentro una piccola geografia di nomi per niente casuali. Tra i primi Mike Watt, che li passa in radio, e per Macky Bowman quello è uno di quei momenti surreali in cui capisci che la tua musica ha già superato il recinto in cui pensavi di averla chiusa.
Poi è la volta di Henry Rollins, che diventa un grande fan e li presenta alla Ipecac, l’etichetta di Mike Patton e Greg Werckman. Nel 2022 è lì che esce “Bellevue”, un album che appare come la naturale evoluzione dei precedenti lavori. L’impatto resta lo stesso, ma la band suona ancora più diretta, più “live”, anche grazie alla mano di Vance Powell, già collaboratore per anni di Jack White e vincitore di sei grammy come produttore e ingegnere del suono.
Tra i brani ce n’è uno in particolare che, oltre a essere particolarmente riuscito e tra i migliori dell’album, risulta anche il più emblematico nel rendere evidente il rapporto difficile che la band inizia a sperimentare con le dinamiche dell’industria musicale: Hollywood Junkyard. È un brano che sembra costruito per dire qualcosa di preciso sul prezzo dell’esposizione, sulle promesse dell’industria musicale e sulla tossicità dietro certi meccanismi. Il video, pur nella sua forma grottesca e satirica, rafforza il concetto e mette in scena il music business come spazio seduttivo e insieme predatorio: il passaggio in cui si vede l’abuso subito da Quartin rende la denuncia forte e concreta, quasi impossibile da addolcire in chiave metaforica.
Quello che in Hollywood Junkyard è ancora messo in scena in forma grottesca, nel giro di poco tempo diventa cronaca. Nonostante il successo crescente e i numerosi concerti sold out, alla fine del 2023 la band pubblica su Instagram un lungo comunicato in cui annuncia una pausa a tempo indefinito e individua nella combinazione tra streaming e costi di tournée il nodo principale dell’insostenibilità economica. Nel testo si legge che «il problema principale sembra essere Spotify (ma guarda un po’) e lo streaming… che hanno ridotto il valore della musica quasi a zero», con band come la loro che «a malapena guadagnano qualcosa dalle royalty», e con algoritmi e numeri di stream che sono diventati più importanti di quello che rappresenta realmente la musica per le persone. Il comunicato contiene una metafora che è diventata virale perché evidenzia brutalmente la realtà della musica in streaming:
«è assurdo che la maggior parte delle persone oggi spenda tre o cinque dollari per un caffè, ma non voglia più pagare la stessa cifra per un album che ascolta», perché lo streaming «ha imposto uno standard di merda che quasi tutti abbiamo accettato».
La band annuncia quindi una manciata di ultime date con tappa finale a casa loro, al Colony di Woodstock.
Il comunicato comincia a circolare ben oltre i follower su Instagram. A intercettarlo è anche Jason Momoa, noto attore hollywoodiano, bassista e grande appassionato di musica, che già conosce la band e decide di esporsi in prima persona. Prima arriva il messaggio sui social, poi una telefonata in cui – racconta Quartin – Momoa fa le domande che nessuno del settore aveva avuto il coraggio o la voglia di fare: «cosa state facendo, come funziona, perché non state guadagnando?»
Momoa si attiva in prima persona e propone alla band di aiutarla a continuare a suonare e a lavorare a un nuovo album, arrivando anche a offrire la possibilità di comparire in una puntata della seconda stagione di On the Roam, la serie HBO che cura lui stesso, le cui riprese potrebbero iniziare proprio durante la loro data finale al Colony di Woodstock.
La band, almeno all’inizio, fatica a crederci e intanto congela tutto, preparandosi all’ondata di emozioni per l’ultimo concerto. La bassista Kendall Wind ricorda:
«Io e Sam ci sentimmo poco prima al telefono, piangendo. Era la cosa più grossa che avessi mai fatto nella mia vita fino a quel momento. Mi sentivo come se stessi dicendo addio a qualcosa che era quasi tutto»
L’ultimo show, quello che fino a poche settimane prima sembrava un addio certo, diventa un turning point inaspettato. Jason Momoa si presenta al concerto, partecipa sul palco e sotto il palco, divertendosi e – chissà – pogando? (nel caso, immagino i poveretti che si sono trovati a scontrarsi fisicamente con quell’armadio vivente). Non solo, porta con sé la crew della serie “On the Roam”, dando subito concretezza alla sua proposta di filmare la band (l’episodio sui Bobby Lees verrà poi trasmesso nel maggio del 2026 e si apre proprio con le immagini di questo live).
Sarà che sto invecchiando, ma mi sono commosso, soprattutto nel vedere l’emozione sui volti di Sam Quartin e del resto della band quando Momoa riprende i tratti salienti del loro comunicato e quando poi comunica l’intenzione concreta di aiutarli.
Dopo quello che sembrava dovesse essere l’ultimo live, la band si prende una pausa di riflessione. Quartin porta avanti la sua prima gravidanza, mentre Kendall Wind e Macky Bowman restano comunque agganciati alla musica grazie a Jon Spencer, che negli ultimi anni li ha coinvolti come sezione ritmica dei suoi tour e dei suoi dischi. Nonostante l’importanza delle nuove esperienze di vita e artistiche, in questo periodo ognuno dei membri della band matura la consapevolezza di non poter fare a meno di quella forma di vita condivisa in cui sono cresciuti, ma nessuno sa davvero come ripartire.
Il ritorno di Momoa arriva nel momento giusto: circa un anno dopo l’incontro al Colony si ripresenta a Woodstock con la sua crew. Non solo per le riprese, ma anche per rivedere Sam e gli altri e offrire un aiuto concreto. Nasce un rapporto sincero, fatto di affetto e amicizia: Momoa gira per Woodstock con loro, incontra le rispettive famiglie e soprattutto copre le spese necessarie perché la band possa tornare in sala prove a scrivere nuovi pezzi.
Dalle dichiarazioni e dalle immagini che si possono vedere nell’episodio della serie, l’alchimia è totale. Sembra che la pausa abbia davvero permesso al gruppo di ricaricare le batterie: in appena due settimane compongono 14 nuovi brani. Sempre con l’aiuto di Momoa, volano a Los Angeles per registrare nello storico Sunset Sound, dove, tanto per citare uno dei tanti capolavori nati lì, è stato registrato “Led Zeppelin IV”.
Racconta Nick Casa (che un po’ a sorpresa lascia la band proprio dopo le registrazioni):
«Potrei raccontare milioni di storie di persone ben inserite nell’industria musicale, che fanno questo lavoro, che hanno mostrato apprezzamento per noi ma che non hanno mosso un dito. E invece Jason è arrivato e ci ha servito su un piatto d’argento l’opportunità di fare questa cosa, che piaceva anche a lui, e non lo ringrazierò mai abbastanza per averci aiutato così tanto»
A quel punto la band, con l’aiuto di John Swab, manager e marito di Sam Quartin, si mette alla ricerca di un’etichetta che possa permettergli di fare uno scatto in avanti, senza ricadere nelle difficoltà che avevano portato alla decisione di fermarsi.
Quando a bussare e mostrare interesse verso i nuovi brani è Brett Gurewitz della Epitaph, la band capisce di avere davanti l’occasione migliore possibile: una label attenta agli artisti indipendenti, ma con il respiro e gli strumenti giusti per offrire promozione, supporto e un accordo più favorevole anche sul fronte dello streaming.
Il 12 giugno viene quindi pubblicato “New Self”. Poco più di venti minuti, ma esplosivi come non mai (grazie anche alla produzione di Dave Sardy e Alex Pasco) e più che sufficienti a restituire tutta la voglia di riaffermazione della band che nonostante le opportunità avute non dimentica IL problema: un sistema crudele da cui sono riusciti a tirarsi fuori solo grazie a un intervento personale (il testo di Napoleon sembra essere in continuità con Hollywood Junkyard).
Con il passare degli anni e l’accumulo degli ascolti, mi sono accorto che una delle caratteristiche principali che mi colpisce in una band è la capacità di essere diretta, genuina, senza pose e senza filtri. È un aspetto che inevitabilmente emerge anche nel suono e a cui contribuisce anche il mix, ma che un artista possiede o non possiede. Nei Bobby Lees ritrovo tutto questo. Hanno sempre avuto qualcosa di ruvido, di urgente, di irriducibile. Proprio per questo credo che il loro stop non vada letto come una parentesi malinconica, ma come una denuncia necessaria: se una band così deve fermarsi per far capire quanto il sistema sia marcio, è chiaro che non è la band ad essere il problema.
“New Self” è una ripartenza, certo, ma non nasconde quanto era stato denunciato prima, anzi. Dentro questo disco c’è quanto era presente anche nei precedenti: la rabbia, la fatica, l’orgoglio e, in più, la consapevolezza di essere passati attraverso un modello di business che li stava consumando e che continuerà a farlo se le cose non cambieranno.
Racconta Quartin davanti alle telecamere di “On the Roam”:
«È chiaro che qualcosa non funziona se fai tutto esaurito in locali da 500 posti, a New York, Los Angeles e in tutto il mondo e non riesci a guadagnare di che vivere. Per l’album “Bellevue”, ad esempio, siamo stati in tour per 18 mesi, facendo moltissime serate, e abbiamo guadagnato appena 4000 dollari. In un anno e mezzo. […] Purtroppo ci siamo resi conto che se dai alle persone la possibilità di non pagare, non lo faranno. Ci ho pensato molto, ho parlato con altri artisti durante i tour ed è questo il nodo della questione. Non si riesce a creare valore e quindi non si cresce»
E ancora:
«Lungo tutto il percorso, non avevamo mai avuto la percezione reale di poter vivere della musica che facevamo.Siete stati voi che ci avete fatto questo enorme regalo, ma noi siamo solo una band. Ci sono tante altre ottime band in giro e perciò credo ancora che questo mondo debba cambiare, perché non si può andare avanti così»
La storia dei Bobby Lees è una storia che ci aiuta a riflettere sull’importanza del sostegno agli artisti indipendenti. Il sistema ha evidenti storture, ma limitarsi a prenderne atto o indignarsi non basta. Per quanto è possibile per ognuno di noi, è importante acquistare al merch, comprare i biglietti in anticipo anche – e soprattutto – per le date nei piccoli e medi club. È necessario attivarsi concretamente, creare spazi, occasioni e tutto ciò che possa aiutare a cambiare il sistema e renderlo più sostenibile.
Il confine tra una band che faticosamente ce la fa a continuare e una che si ferma è sottilissimo. Sta anche a noi fare in modo che le nostre band preferite non siano costrette a fare quel passo.


