Facciamo un riassunto dei misfatti del celebre servizio di streaming, tra approfondimenti e inchieste, l’indifferenza generalizzata e qualche voce di contestazione.
Attenzione: in coda all’articolo abbiamo aggiunto altre questioni successive alla prima pubblicazione e che riteniamo importanti (clicca QUI per andarci direttamente)

Non temo di essere smentito se definisco l’avvento e l’esplosione di Spotify come una delle grandi rivoluzioni del panorama musicale: ha modificato il modo di approcciare, ascoltare e fruire la musica.

Poi, come ben sappiamo, ogni rivoluzione porta con sé sia aspetti positivi che negativi. Guardate quella industriale, ad esempio (quella francese no, perché i Giacobini avevano ragione e, Terrore o no, La Rivoluzione Francese era stata una cosa giusta -cit.-).

Parliamo di una piattaforma che tutti conosciamo e di cui sappiamo altrettanto bene quanto poco i suoi fondatori – Daniel Ek e Martin Lorentzon – abbiano a cuore l’etica e la giusta retribuzione degli artisti. Moltissimi musicisti hanno criticato la politica dell’azienda svedese, che più di ogni altro servizio tecnologico ha subito quella che viene chiamata “enshittification“. Tra le voci più critiche e autorevoli quella di Bjork, che l’ha definita «probabilmente la cosa peggiore che sia mai capitata ai musicisti. La cultura dello streaming ha cambiato un’intera società e un’intera generazione di artisti».

Che ne dite? Mettiamo in fila un po’ di motivi perché Spotify, il suo Ceo, la sua politica e il suo utilizzo sono deprecabili?

La perdita di valore della musica

Eh già, come primo punto c’è una questione essenziale, spesso nascosta da numeri, dichiarazioni, algoritmi, analisi economiche, dati di borsa. Nel corso del tempo, a poco a poco, Spotify ha modificato l’industria musicale in modo sostanziale. Ha spostato il valore della musica verso contenuti brevi e immediati, influenzando la creazione artistica per adattarsi agli algoritmi di playlist e streaming. In questo modo ha alimentato l’idea che la musica sia una forma di distrazione a basso costo, squalificandone, di fatto, il lato artistico e creativo.

Tutto sembra gratis, tutto è a un click di distanza. Ma che valore ha la musica? Che valore ha essere un musicista?

Spotify ha reso normale che la musica venga pagata una cifra irrisoria, se non evitare di pagarla del tutto. Cerca però di convincerci del contrario con dichiarazioni roboanti, sostenendo che gli artisti dovrebbero considerarsi fortunati ad avere a disposizione i servizi di streaming, ognuno dei quali  «fa la sua parte per normalizzare il comportamento di pagare per la musica» (fonte).

Damon Kukowski lo dice senza giri di parole:

«Spotify non è un’azienda di musica. […] Il fatto è che Spotify non dà valore alla musica. Anzi, il suo successo finanziario come azienda dipende dalla percezione della musica come priva di valore. Nello studio accademico svedese Spotify Teardown (2019), gli autori descrivono come Ek e i suoi colleghi abbiano creato il loro modello di business  trattando la musica come titoli spazzatura (junk bonds) o scorte in eccesso».

Come scrive la giornalista Liz Pelly, quello della piattaforma è «un modello in cui l’imperativo è semplicemente quello di tenersi gli ascoltatori – fregandosene se prestano attenzione o meno – e che finisce per distorcere la nostra stessa comprensione dello scopo della musica». Pelly è l’autrice di una bellissima inchiesta, pubblicata a dicembre 2024 in un articolo su Harper’s Magazine intitolato “The Ghosts in the Machine” e successivamente in un libro (“Mood Machine: The Rise of Spotify and the Costs of the Perfect Playlist”, gennaio 2025, Atria/One Signal Publishers), che riassume anni di indagini e reportage su Spotify.

L’algoritmo, costruito ad uso e consumo della piattaforma e non dell’utilizzatore, la fa da padrone e influenza anche il modo di scrivere le canzoni stesse (ne avevamo parlato in “Le canzoni stanno diventando più corte?”).

Il conteggio delle riproduzioni sembra diventata l’unica metrica di valutazione di un artista o della sua musica. Già in passato la popolarità di un artista e la quantità di dischi venduti finivano per passare come un merito anche qualitativo. Con gli stream sulle piattaforme (e anche sul ricorso alle statistiche di follower, commenti e ingaggio sui social) questa tendenza si è ancora più inasprita. Non c’è bisogno di ricordare che qualità e numero di riproduzioni non sono minimamente correlate e vivere solamente all’ombra dei risultati è quanto di più lontano un artista dovrebbe fare.

Quello che scrive la musicista Carré Kwong Callaway spiega bene la situazione:

«Se vado a un incontro con un’etichetta, un manager o un agente di booking, l’unica cosa che conta sono i miei numeri. Non il mio pubblico dal vivo, le vendite del merchandise o il fatto che faccio dischi che la gente ascolta davvero: solo gli stream e i follower. E poiché non ne ho centinaia di migliaia, sono considerata irrilevante.»

(dal suo post intitolato “Why Quitting Spotify Won’t Help Indie Musicians”)

Perdita del valore della musica da parte dei musicisti, ma anche perdita del valore dell’ascolto. Spotify asseconda i nostri stati di distrazione e semi-attenzione, e fa di tutto per non invogliarci in una ricerca attiva di musica interessante, nello scoprire nuovi artisti o nuova musica, nel farci alzare dalla sedia e andare a un concerto. Lo stesso servizio di Discovery è poco valido, così come le playlist, lontane da un concetto di qualità musicale. Spotify sta diventando un servizio di muzak, un fornitore di flusso sonoro al quale non prestare troppa attenzione. Un mero riempitivo, senza rispetto per l’arte, ma che sempre di più rimane capace di macinare stream e generare enormi ricavi. Insomma un mezzo di distrazione di massa.

«Ho pubblicato da pochi mesi un album con la radio svizzera, non l’ho neanche distribuito, ce l’ho in tasca e lo regalo a chi mi è simpatico, perché non ha veramente un gran senso mettersi in una logica di mercato di diffusione»

Lo racconta Massimo Zamboni in questa intervista

Ricavi e mercato di diffusione sono due concetti chiave. E qui arriviamo al secondo punto.

La questione economica

Partiamo col dire che Spotify paga pochissimo gli artisti: la remunerazione media è di 0,003-0,005 $ per stream (al netto di altri contratti particolari tra artista o etichetta e piattaforma e altre variabili). Ciò significa che per ricevere un dollaro bisogna fare almeno 200 ascolti (qui un’infografica di The Pudding che illustra brillantemente la questione della redistribuzione delle quote).

Inoltre da gennaio 2024 è stato introdotto il limite di 1000 ascolti annuali: sotto questa soglia le royalties non vengono pagate, ma accantonate e successivamente redistribuite. Ciò significa, di fatto, intascare valangate di soldi (40 milioni, sostiene la stessa Spotify) a discapito di chi li meriterebbe e ne avrebbe il diritto.

È chiaro che un artista non può pensare di sopravvivere con questi miseri introiti. Quante storie abbiamo letto di musicisti in crisi economica? Questo articolo del Guardian del 2020, scritto dalla cantautrice inglese Nadine Shah, è un esempio lampante: nonostante una nomination ai Mercury Prize e oltre 100.000 ascolti mensili su Spotify, Shah è dovuta tornare a vivere con i genitori perché non riusciva nemmeno a pagare l’affitto:

«Lo streaming funziona davvero solo per le superstar e le super etichette discografiche. Invece di ricevere un importo diretto per ogni vendita, come nel caso dei download o degli acquisti fisici, è un sistema da “il vincitore si prende tutto”. Questo per Il modo in cui funziona: la somma delle entrate sono poi divise per “quote di mercato”. […] Anche prima del Covid, le major guadagnavano quasi 20 milioni di dollari al giorno dallo streaming. […] Nonostante tutte le promesse di democratizzazione digitale della musica, sembra che stia accadendo il contrario. Per un artista indipendente con un pubblico specifico, questo sistema non funziona. E non funziona nemmeno per i fan fedeli. Se sei un fan della dance, del jazz o del metal, è improbabile che gli artisti che ami e ascolti vedano un centesimo del tuo abbonamento.»

Un altro esempio di rilievo è Little Simz, artista inglese vincitrice di un Mercury Prize nel 2022 con “Sometimes I Might Be Introvert” e costretta ad annullare il tour americano perché economicamente insostenibile.

A distanza di qualche anno la situazione non è affatto migliorata. Anzi, il guadagno degli artisti, a parità di stream, è in costante diminuzione:

Fonte: Music economic report 2024 di Duetti
Fonte: Music economic report 2024 di Duetti

Dal punto di vista societario, ad inizio del 2023 è arrivata la comunicazione del licenziamento del 6% dei propri dipendenti (circa 800 persone), mentre alla fine di quell’anno c’è stata un’ulteriore serie di licenziamenti, con il coinvolgimento del 17% di tutti i propri lavoratori (circa 1500 persone).

Ok, direte voi, ma Spotify lo fa per tagliare i costi e per sopravvivere, no?
Hmmmm no.

Nel 2019 il suo valore in borsa era di 28 milioni di dollari. Oggi supera i 120 milioni. In 6 anni c’è stato un incremento di oltre il 300%.
Daniel Ek, con una costante vendita di azioni, ha guadagnato più di qualsiasi artista nella storia della musica: dal 2023 a marzo 2024 ha intascato 700 milioni di dollari. 
Oggi tra i suoi azionisti troviamo Universal Music Group (detiene 6,49 milioni di azioni, pari al 3,30%) e Tencent (gigante tecnologico cinese di cui accenneremo dopo, con – dato 2023 – 16,63 milioni di azioni, pari all’8,4%).

Insomma, capitalism at his finest.

Il mercato della musica

Ci sembra interessante anche alzare lo sguardo e vedere il mercato musicale nella sua interezza. A febbraio Ted Gioia ha scritto un articolo intitolato “The Music Business is Healthy Again? Really?”, in cui esprime grande scetticismo su alcune affermazioni della stampa sul tema, criticando tutti quei titoli sensazionalistici e non aderenti alla realtà, come questo:

Link all’articolo di Billboard

Sembrerebbe che, per una parte del giornalismo musicale, gli artisti siano solo dei piagnucoloni arrabbiati, mentre il mondo della musica è bello, sano, ricco.
Ted Gioia non ci va leggero:

«I giornalisti si vergognano della verità? Si inchinano agli inserzionisti? O sono semplicemente ignoranti?
Se un parassita attaccato al tuo corpo diventa sempre più grande, non significa che sei sano. Sta prosperando distruggendoti. Qualcosa di simile sta accadendo nel mondo della cultura in questo momento, specialmente in quello musicale. […]
Invece di concentrarsi sulla nuova musica, Spotify preferisce ricorrere a musica spazzatura creata dall’intelligenza artificiale (acquisita a basso costo), artisti falsi e un sacco di vecchie canzoni.»

Questo grafico, abbastanza esplicativo, mostra l’andamento del fatturato globale dell’industria musicale degli ultimi decenni e, come ci ha detto Luca Castelli, «sembra dirci che l’industria è in realtà riuscita a monetizzare molto bene il passaggio dai cd allo streaming, recuperando le perdite di inizio secolo e toccando cifre record. […]. C’è chi sta di nuovo guadagnando molto dalla musica, ma evidentemente non sono gli artisti, o comunque non tutti loro. Se no, non ci troveremmo a ripetere mantra come “non si vendono più dischi, quindi bisogna aumentare il prezzo dei concerti. Guardando quel grafico, c’è qualcosa che non quadra.»

Fonte: Statista

La tendenza sembra però cambiare: a fine 2024 Warner ha registrato un importante calo dei ricavi rispetto all’anno precedente, per colpa della oramai ben nota stagnazione degli abbonamenti individuali di Spotify, soprattutto negli Stati Uniti.

Le major e le strategie di aggancio

Le etichette stanno cercando di correre al riparo stabilendo partnership dirette di varia natura. Perché, come sostiene la Pelly:

«È davvero importante ricordare che qualsiasi discorso su Spotify è intrinsecamente anche un discorso sulle major. Spotify e l’intero modello di streaming non sarebbero possibili senza la cooperazione delle major e senza il modo in cui vengono spinte a determinare le basi strutturali di queste piattaforme.»

(Liz Pelly – fonte First Floor)

A gennaio 2025 UMG (Universal Music Group) e Spotify hanno raggiunto un accordo pluriennale con l’obiettivo dichiarato di focalizzarsi “sulla crescita, l’innovazione e il progresso del successo di artisti e cantautori […] promuovendo principi incentrati sull’artista, per favorire una maggiore monetizzazione per artisti e cantautori, oltre a migliorare l’offerta di prodotti per i consumatori”.

Ek ha comunicato che “l’innovazione costante è la chiave per rendere gli abbonamenti musicali a pagamento ancora più attraenti per un pubblico più ampio di fan in tutto il mondo”.

A livello pratico si dovrebbe tradurre in “offerte nuove e in evoluzione, nuovi livelli di abbonamento a pagamento, raggruppamento di contenuti musicali e non musicali e un catalogo di contenuti audio e video più ricco. Approfondendo le esperienze del pubblico, favorendo un ulteriore coinvolgimento e amplificando la connessione tra artisti, cantautori e i loro fan, la collaborazione tra queste due società posizionerà il settore per una continua crescita e fidelizzazione degli abbonati”. Qualcuno ha ipotizzato che questo possa significare offrire ai fan l’accesso anticipato alla nuova musica, la possibilità di accedere in anteprima a edizioni deluxe, l’audio in alta risoluzione, inviti a listening party e sessioni di domande e risposte con gli artisti. Insomma, niente di originale, niente di innovativo e niente davvero incentrato sulla musica.

E infatti, secondo le due società, questi accordi “rinnovano inoltre l’impegno delle società nei confronti dei principi incentrati sull’artista, garantendo che gli artisti continuino a essere adeguatamente ricompensati per la quota di coinvolgimento del pubblico che guidano e che le loro royalties di streaming rimangano protette attraverso l’applicazione della piattaforma dei suoi sistemi di rilevamento e applicazione delle frodi”. Che significa? Che quel “adeguatamente” è ovviamente soggettivo (e deciso da Spotify e UMG) e solamente legato ai numeri (interazioni, click, stream).

Sempre a gennaio e sulla stessa scia, anche la Warner Music Group ha svelato un nuovo patto di licenza con Spotify, che ha l’obiettivo di “offrire nuove esperienze ai fan, un catalogo di musica e video più approfondito, ulteriori livelli di abbonamento a pagamento e pacchetti di contenuti differenziati”. Ciò vorrebbe dire la conferma di uno Spotify Deluxe per sopperire alla crisi degli abbonamenti, senza per forza alzare i prezzi agli attuali utenti paganti. Allo stesso tempo, questi nuovi piani e pacchetti per gli utenti (alcuni, già varati nel 2024, allargano la possibilità di ascolto anche agli audiolibri) hanno avuto un altro effetto domino terribile sugli autori: Billboard stima che i songwriter riceveranno 150 milioni di dollari in meno già nel primo anno di partenza di questi abbonamenti bundle (musica e audiolibri).

Ma ne volete sapere un’altra? Secondo Miss Krystle aka Top Music Attorney, un nuovo livello di account premium di Spotify potrebbe offrire agli utenti la possibilità di remixare la musica presente sulla piattaforma. Per rendere tutto questo legale, sembra che etichette e distributori stiano cercando di aggiornare i vari termini di servizio, così da ottenere il consenso legale necessario per remixare musica altrui. Come finirà?

Il caso degli artisti fantasma e le playlist pilotate

Negli ultimi anni, Spotify è stata accusata di utilizzare “artisti fantasma”, ovvero musicisti fittizi creati ad hoc per riempire le sue playlist e ridurre così i pagamenti delle royalty agli artisti reali. È una pratica emersa  con il nome di “Perfect Fit Content” (PFC), oggetto di indagine già dal lontano 2016, quando  Tim Ingham ne parlò in un articolo su Music Business Worldwide intitolato “Spotify is making its own records… and putting them on playlists”. L’anno successivo, Adam K. Raymond approfondì il tema su Vulture Magazine (“The Streaming Problem: How Spammers, Superstars, and Tech Giants Gamed the Music Industry”).

A queste accuse un portavoce di Spotify aveva risposto così:

«Non creiamo e non abbiamo mai creato artisti “falsi” né li abbiamo inseriti nelle playlist di Spotify. Categoricamente falso, punto e basta… Paghiamo royalty per tutte le tracce su Spotify e per tutto ciò che inseriamo nelle playlist. Non possediamo i diritti, non siamo un’etichetta, tutta la nostra musica è concessa in licenza dai titolari dei diritti e li paghiamo, non paghiamo noi stessi.»

(Fonte: Billboard)

La risposta non ha placato le polemiche né fermato le indagini, considerando il ruolo cruciale delle playlist curate da Spotify nel promuovere la musica e influenzare le abitudini di ascolto degli utenti.
Sempre Music Business Worldwide aveva fatto notare come fosse strana la presenza di artisti con milioni di stream ma senza alcuna informazione verificabile della loro esistenza, divulgando almeno 50 nomi di artisti falsi. Secondo fonti interne al settore, questa sarebbe ormai una pratica consolidata..

Nel 2022 il quotidiano svedese Dagens Nyheter ha pubblicato un articolo in cui sosteneva l’esistenza di numerosi artisti falsi e migliaia di brani creati appositamente e inseriti nelle playlist curate da Spotify.
Ancora più interessante: Johan Röhr, un compositore svedese, aveva superato i 15 miliardi di stream utilizzando almeno 656 diversi pseudonimi, con l’80% delle sue tracce presenti in playlist UFFICIALI di Spotify. Potete trovare informazioni più dettagliate in un articolo di Damon Krukowski intitolato “656 Unexpected Millionaires” e in uno de Il Post intitolato “Il musicista sconosciuto più ascoltato su Spotify”.

Il caso è tornato prepotentemente sotto i riflettori grazie all’inchiesta di Liz Pelly, già citata a inizio articolo. Secondo la giornalista, Spotify avrebbe avviato il programma PFC con l’obiettivo di aumentare i profitti, promuovendo brani commissionati dall’azienda stessa e attribuiti ad artisti ed etichette non esistenti ma create ad hoc, con nomi, biografie e immagini inventate:

«Questi artisti avevano spesso milioni di stream su Spotify, e un posto d’onore nelle playlist a tema realizzate dall’azienda e compilate da un team di curatori interni. E spesso avevano il badge di “artista verificato” di Spotify. Ma erano chiaramente falsi».

Liz Pelly

Invece di pagare royalty complete per brani di artisti reali, Spotify avrebbe quindi commissionato a società terze la creazione di musica “d’atmosfera” a basso costo, attribuendola a profili falsi e inserendola nelle playlist più popolari di musica chill, lo-fi, ambient. Questi brani, spesso in posizioni di rilievo, venivano spinti soprattutto nelle playlist usate come sottofondo, sfruttando l’ascolto passivo degli utenti e, di fatto, estromettendo a poco a poco la musica degli altri artisti.

L’utilizzo del PFC è chiaramente una strategia non etica perché:

  • mira a rendere l’ascoltatore un soggetto totalmente passivo e disinteressato a quello che sta ascoltando (e quindi anche agli artisti e alle band vere)
  • riduce le opportunità per gli artisti emergenti di farsi conoscere attraverso le playlist di Spotify
  • crea un sistema di concorrenza sleale, in cui gli artisti reali si trovano a competere con profili creati ad hoc per massimizzare i profitti di Spotify.
  • altera la  distribuzione delle royalty, penalizzando gli artisti reali a causa degli accordi con i ghost artist e favorendo la concentrazione delle entrate nelle mani di pochi
  • non è trasparente con i propri utenti

Il passo successivo potete immaginarlo. Perché Spotify dovrebbe pagare musicisti per creare tracce neutre, anonime, innocue, riempitive e tendenzialmente molto simili, quando può farlo con l’AI massimizzando ulteriormente i profitti?

Le playlist e il servizio Discovery Mode continuano a sollevare dubbi su quanto favoriscano chi paga, dando alle major un potere enorme. Negli anni ‘50/’60, negli Usa, lo scandalo “payola” rivelò come le case discografiche pagassero sottobanco DJ e direttori radio per trasmettere brani senza dichiararlo, una pratica poi vietata perché alterava artificialmente la popolarità delle canzoni.

Spotify sembra riproporre un fenomeno simile: l’articolo “Pay to get playlisted? The accusations against Spotify’s Discovery Mode” della Pelly (tratto sempre dal libro citato) evidenzia la scarsa trasparenza del sistema. Più si usa Discovery Mode a pagamento, più i brani vengono spinti dall’algoritmo e inseriti nelle playlist ufficiali, senza che l’ascoltatore ne sia informato, pilotando così l’esperienza d’ascolto. L’articolo cita anche altre soluzioni promozionali offerte da Spotify, sottolineando come gli artisti siano spinti ad adottarle tutte: «Non basta acquistare pubblicità, accettare una royalty ridotta per usare il Discovery Mode o pregare la divinità generatrice delle playlist: devono fare tutto».

Gli altri problemi di gestione (a discapito degli artisti)

Citiamo due casi molto concreti, rilevanti e sintomatici di quanto poco gli artisti contano agli occhi della piattaforma.

Le playlist bot e l’uso improprio

Esistono playlist bot formate da canzoni di band e artisti che vengono aggiunte in modo automatico. Poco male direte voi, dopotutto la politica di Spotify contro lo “streaming artificiale” vieta esplicitamente l’utilizzo di bot o script per manipolare il numero di ascolti, quindi si suppone che agirà per proteggere l’artista e per eliminare il bot? Non è proprio così. Secondo le linee guida di Spotify, c’è un’alta possibilità che all’artista venga cancellato l’intero album (che contiene la traccia aggiunta in una playlist) per uso improprio. Ciò significa incolpare l’artista per un comportamento ingannevole di qualcun altro. La cosa è stata raccontata da numerosi artisti su reddit (ecco un paio di esempi: uno e due) e sembra che non sia chiaro il motivo delle cancellazioni né come un musicista può difendersi da questo.

Il problema della musica creata con AI

Negli ultimi anni si è moltiplicata la presenza di artisti finti e di canzoni generate (o modificate) dall’Intelligenza Artificiale, spesso caricate con intenti fraudolenti. In alcuni casi,infatti, gli algoritmi addestrati a riconoscere il plagio finiscono per penalizzare gli stessi artisti vittime del furto, identificando come copie non autorizzate le loro opere originali da cui l’AI ha attinto. 

Il problema è duplice (oltre agli evidenti risvolti etici e artistici):

  • chi carica queste tracce incassa royalty non sue (perché la musica NON è sua)
  • Questi brani vengono usati per inviare false segnalazioni di copyright, bloccando la monetizzazione sulle piattaforme (es. YouTube) e, nei casi peggiori, causando la rimozione della musica originale. 

In sintesi, chi carica queste tracce si sta appropriando illegalmente di opere altrui, danneggiando gli artisti reali.

Sembra incredibile ma è quello che succede a molti. In questo video di Ola Englund intitolato “SOME A$$HOLE STOLE MY MUSIC” di ottobre 2024, viene raccontato in modo chiaro questo imbroglio. La cosa ancora più surreale è che tali tracce scam sono pubblicate da Tencent Music Entertainment Group, un servizio di distribuzione musicale digitale che, come accennato, possiede una parte di Spotify tramite una serie di sussidiarie e holding.

Ciò succede principalmente a musicisti minori, indipendenti, che agiscono in totale autonomia e che non hanno i mezzi legali ed economici per difendersi da queste false accuse o attacchi.

Un altro video interessante è quello di Venus Theory, caricato sempre nell’autunno 2024 e intitolato “AI Copyright Claimed My Last Video”, che parte con una domanda fondamentale:

«Se hai creato una canzone usando l’intelligenza artificiale, chi ne detiene il copyright? Sei tu? È la piattaforma di intelligenza artificiale su cui l’hai creata? Non è nessuno? Oppure è il creatore dei dati su cui è stata addestrata l’intelligenza artificiale?

Beh, qualunque sia la risposta che pensi di avere, probabilmente è sbagliata e io sto iniziando a preoccuparmi parecchio perché questo aspetto sta per diventare un problema enorme. Se sei un musicista o uno YouTuber o un artista o un creatore di contenuti di qualsiasi tipo, queste domande sono sempre più importanti: ciò potrebbe essere il via alla prossima grande truffa per violazione del copyright, non solo qui su YouTube ma fondamentalmente su ogni piattaforma su Internet»

Il problema ovviamente trascende Spotify, perché va ad aprire una serie di discussioni a livello legale, in un ambito che oggi manca di una regolamentazione chiara e uniforme. Qualsiasi normativa esistente è per lo più frammentata, applicata solo a livello nazionale, e ciò che è valido negli Stati Uniti non lo è necessariamente in Cina.

Le canzoni generate da AI vengono create tramite modelli pre-addestrati su database musicali. Nessuno ha mai dichiarato esplicitamente da dove provengono questi dati: potrebbe essere qualsiasi traccia che si trovi in rete o nelle piattaforme di streaming senza alcun consenso da parte degli artisti stessi. Ad esempio, nel 2024, Universal Music Group, Sony Music e Warner Music Group hanno fatto causa a Suno e Udio, due startup che generano tracce tramite AI, con l’accusa di aver replicato musica dei loro artisti utilizzando la tecnologia AI senza autorizzazione. A febbraio 2025 la prima decisione della corte: addestrare l’AI tramite contenuti protetti dal diritto d’autore non può essere considerato “fair use”.

Uno sguardo sulle altre questioni

Senza dilungarsi troppo, ci sono un paio di altre questioni da mettere sul piatto.

Il sostegno a Trump e la disinformazione

Qui c’è ben poco da dire se non che, come riporta il giornale svedese Dagens Nyheter, Spotify ha donato 150 mila dollari al Comitato per l’Inaugurazione Presidenziale (per dovere di cronaca Apple e Amazon, concorrenti di Spotify, ne hanno donati 1 milione a testa).

Non dimentichiamo che, indirettamente, Spotify ha tirato la lunga volata di Trump anche con la questione podcast: nel 2020 si accorda con l’opinionista e commentatore Joe Rogan per un contratto in esclusiva di pubblicazione delle puntate del suo podcast (si parla di più di 100 milioni di dollari).

Questo articolo de IlPost riporta che “più volte i dirigenti [di Spotify – NdEp] si trovarono nella posizione di dover chiarire che l’azienda non produce il podcast di Rogan, non approva gli ospiti né gli argomenti, e non conosce in anticipo i contenuti delle puntate prima della pubblicazione”. Di fatto, se fissi delle linee guida e poi non le segui in prima persona, dando spazio a un complottista, novax, disinformatore, misogino e razzista, solo per tornaconto economico, dal punto di vista etico sei totalmente connivente.

La questione ambientale.

Ne aveva già parlato su EP Marco Acquafredda nell’articolo “Il costo nascosto della musica” (che vi consigliamo di leggere), ma ci teniamo almeno ad accennarlo qui: il consumo di risorse e di energia per la gestione dei data center è altamente problematico e il suo impatto è tutt’altro che sostenibile.

Lo fa solo Spotify? No.
Per questo dobbiamo ignorarlo? No.

Per cui ecco due grafici molto esplicativi la cui fonte è un articolo di Ellen Peirson-Hagger e Katharine Swindells intitolato “Is Spotify bad for the environment?” e pubblicato su New Statesman:

Fonte: New Statesman
Fonte: New Statesman

E quindi?

Insomma, a leggerli tutti insieme, la lista risulta d’impatto.

Da una parte, Spotify si presenta come un servizio amico degli artisti e un’opportunità per scoprire novità musicali; dall’altra, ha messo in piedi un sistema opaco che favorisce e sostiene le major, consentendo loro di continuare a fare enormi profitti.

Sappiamo bene che, al netto di casi estremi, non cambierà nulla in futuro perché:

  • la maggior parte delle persone  continuerà ad usare Spotify per i propri ascolti, ormai abituati alla sua comodità e alla vastità del catalogo
  • per la maggior parte dei musicisti è necessario caricare i propri brani sulla piattaforma perché rimane comunque una vetrina fondamentale, al punto che oggi se non sei su Spotify, non esisti.. Da questo punto di vista non c’è possibilità di scelta.

Oggi, per come sono messe le cose, non si può sfuggire a Spotify.

Ignorare tutto quello che abbiamo detto fino a qui è facilissimo, soprattutto quando le voci di dissenso sono generalmente piccole, tendenzialmente messe a tacere, e se l’enorme numero di utilizzatori non ci sente perché negli auricolari gira qualche playlist di low fi music.
Riteniamo però indispensabile creare consapevolezza e far sapere che il sistema di business di Spotify non è equo, né etico, né sostenibile, né trasparente.
E ricordiamolo: Apple Music, Tidal, YouTube Music, Amazon Music e le altre piattaforme non sono alternative valide, ma espressioni simili dello stesso sistema. (Bandcamp è già meglio).

Quindi come ne usciamo? E possiamo davvero uscirne?

Non c’è una soluzione semplice né un ritrovato tecnologico che funga da panacea. Bisogna ripensare e rivalutare la musica, la sua importanza e il suo ruolo nel mondo. È forse una questione filosofica, ma  essenziale. Scorciatoie non ce ne sono e non possiamo aspettarci che sia Spotify ad agire per migliorare un sistema malato che essa stessa ha creato.

A livello macro le istituzioni dovrebbero agire per portare un sistema equo, cosa che vedo alquanto difficile. Basti guardare a quello che succede negli Usa, dove governo e megacorporation lavorano in modo congiunto per aumentare il gap di ricchezza e per creare un mondo sempre più distopico, non solo a livello musicale.

In modo pratico, come ascoltatori consapevoli, si deve lavorare assieme ad artisti e alle piccole etichette per dare valore alla musica, anche a costo di pagare un po’ di più. Si possono mettere in campo delle microazioni per cercare di migliorare questo sistema, puntando su canali digitali alternativi, su piattaforme controllate dal basso, su etichette indipendenti, sul fare rete, sull’agire attivamente per veicolare quello che vale davvero, sulle azioni dirette e a livello glocal. Indispensabile tornare ad acquistare musica e avere il controllo della propria collezione (senza demandarlo alle piattaforme). È necessaria una forte spinta dal basso, congiunta, con iniziative come quelle di UMAW (United Musicians and Allied Workers).

Sempre secondo Ted Gioia:

«Invece di inchinarsi e raschiare il fondo del barile, [le etichette] dovrebbero tagliare fuori Spotify e lanciare la loro piattaforma di streaming, gestita come una cooperativa di etichette e artisti.
Questa è una vera soluzione a lungo termine e avvantaggia tutti coloro che amano la musica. Gli unici perdenti sono i tecnocrati che stanno implementando la stretta. […] L’unica vera emozione nella musica oggi è l’esibizione dal vivo.»

(“The Music Business is Healthy Again? Really?”)

Soprattutto è necessario fuggire dallo stato di ascoltatore passivo: fare ricerca attiva, attenta, smetterla di avere Spotify in sottofondo solo per abitudine, senza in realtà ascoltare nulla. Comprare musica nei negozi o ai banchetti, andare ai concerti.
Insomma meno digitale, più mondo reale: è faticoso, è lento, ma è necessario.

Aggiornamento del 01/11/2025

Investimenti militari

Daniel Ek ha annunciato di aver investito circa 700 milioni di dollari in un’azienda di software militari di intelligenza artificiale integrati in droni da guerra. L’azienda si chiama Helsing e potete leggerne qui:

Questo ha portato diverse band a boicottare Spotify e a togliere i loro brani dalla piattaforma. Qualche nome? Beh, tra le prime che hanno preso questa decisione troviamo Deerhoof, King Gizzard & The Lizard Wizard, Xiu Xiu, Godspeed You! Black Emperor, senza dimenticare i Massive Attack.

Lo smantellamento dei diritti degli artisti

L’avevamo scritto nell’articolo come possibilità, ma adesso è certezza: Spotify ha cambiato i termini contrattuali, per cui adesso, chi carica brani (artista, ma più spesso il distributore) deve sottostare ad alcuni punti piuttosto preoccupanti che vanno nella direzione peggiore: anche se hai i diritti di un brano, sembrerebbe che Spotify può legalmente farne quello che vuole senza interpellare nessuno o pagare alcunchè).
Dico sembrerebbe perché Spotify ha negato tutto e sostiene che la modifica riguardi solo gli ascoltatori (come se la cosa fosse meno grave), ma allora perché i termini di servizio “Spotify for artists” contengono le stesse modifiche?

Ovviamente bisogna capire cosa e che diritti l’artista (o la band) abbia ceduto al distributore (ad esempio Distrokid) e che contratti specifici quest’ultimo abbia fatto con Spotify. Ma a prescindere, quello che c’è scritto non è confortante.

Un primo punto permette alla piattaforma di trasferire in licenza i diritti delle tracce ai propri partner commerciali, senza che l’artista (o l’etichetta o in ogni caso il detentore dei diritti) possa opporsi o percepire un qualsiasi pagamento. Spotify ha la possibilità di (cito pedissequamente):

  • modificare
  • creare opere derivate
  • distribuire
  • utilizzare il contenuto

con qualsiasi mezzo, da solo o in combinazione con altri contenuti o materiali, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, metodo o tecnologia, attualmente noto o realizzato in seguito.
Nella pratica Spotify rende disponibile a se stessa e ai suoi partner tecnologici tutti i brani presenti con la possibilità di farci quel che vuole (ad esempio remix, una cosa che avevamo accennato e che è ancora in modalità beta), e con ogni tecnologia presente e futura. Pura follia, vero?

Un secondo permette a Spotify di usare per le proprie campagne di marketing una serie di dati, tra cui nomi di artisti e band pubblicate le relative immagini caricate, anche qui senza richiedere alcuna autorizzazione o pagarne i diritti d’uso.
Per capirci: qualsiasi artista su Spotify può finire esplicitamente nelle pubblicità di Spotify, senza possibilità di appello.

L’ultimo punto da sottolineare è la rinuncia a qualsiasi “diritto morale” o equivalente. Badate bene, qui non si parla di diritti d’uso commerciale. Il termine “dritto morale” si riferisce a un concetto giuridico che protegge i diritti personali e morali degli autori di opere artistiche. Questo si basa su due principi fondamentali:

  • Diritto di paternità: L’autore ha il diritto di essere riconosciuto come il creatore dell’opera. Questo significa che nessuno può attribuirsi il merito di un’opera che non ha creato.
  • Diritto di integrità: L’autore ha il diritto di opporsi a qualsiasi modifica, deformazione o alterazione della sua opera che possa danneggiare il suo onore o la sua reputazione. Questo implica che l’opera deve essere rispettata nella sua forma originale e non deve essere utilizzata in modi che possano compromettere l’intento dell’autore.

Artisti e band che usano Spotify stanno rinunciando a questi diritti? Nel dubbio meglio passare da un legale di fiducia.

Le campagne di reclutamento dell’ICE

Negli Usa Spotify ha ospitato inserzioni pubblicitarie dell’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement) l’agenzia federale statunitense responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione responsabile, ultimamente, di violente retate e arresti che oltrepassano ampiamente il rispetto dei diritti umani, per portare avanti il programma di deportazioni di massa voluto da Trump.

Non sono inserzioni normali, ma proprie campagne di reclutamento distopiche in cui viene detto di unirsi all’ICE “per portare a termine la propria missione” e “per proteggere l’America”.
La stessa cosa è successa su altri media (HBO Max, Hulu, ma anche ESPN), su piattaforme social (Meta, LinkedIn, X) o su altri servizi di streaming (Pandora).

Anche questo ha portato a numerose cancellazioni da parte di utenti e a proteste da parte di artisti (ad esempio i Thursday).

L’AI sedicente amica degli artisti

Il 16 ottobre Spotify ha annunciato una partnership con Sony Music Group, Universal Music Group, Warner Music Group, Merlin e Believe per sviluppare prodotti musicali basati sull’intelligenza artificiale.
Di che si tratta? Di prodotti come il DJ AI, oppure playlist AI.

Secondo Spotify queste sono funzionalità pensate per mettere in contatto fan e artisti e che addirittura “creeranno flussi di entrate completamente nuovi per titolari dei diritti, artisti e autori, garantendo che siano adeguatamente compensati per l’utilizzo delle loro opere e riconosciuti in modo trasparente per i loro contributi”.

Per Spotify questo significa “artist-first” ma è ovviamente il solito fumo negli occhi (e questa volta nemmeno venduto bene).