Quando la cultura pop (e le compilation) servono a promuovere l’accesso egualitario alla sanità e rafforzare l’inclusione sociale.

Quando si parla di compilation, che siano playlist o mixtape, la mente corre sempre ad Alta Fedeltà e alle cassettine (prima) e agli elenchi virtuali (oggi) che si creano in relazione a un tema o un gusto x. Tralasciando le motivazioni personali, sottese alla creazione delle stesse, che siano per intrattenimento o per assecondare il “romantic devil I used to be back in my youth”, vi sono dei casi in cui nascono per uno scopo nobile e altruistico. Per esempio la creazione di raccolte musicali per incentivare diritti fondamentali, quali l’inclusione, la diversità e l’accesso alle cure. A questa esigenza risponde, da oltre un trentennio, la Red Hot Organization, un’organizzazione internazionale non governativa e non profit, nata con “l’obiettivo di promuovere la diversità attraverso un accesso egualitario alla sanità tramite la cultura pop”, secondo quanto dichiarato nel proprio statuto. 

Nascita e impatto della RHO

Nel 1989, Leigh Blake (all’epoca giornalista, manager musicale e attivista) e John Carlin (avvocato, curatore, giornalista e critico d’arte) fondano a New York la ONG King Cole Inc (poi divenuta Red Hot Org), con l’intenzione di unire due obiettivi lodevoli. Da un lato curare un “AIDS charity album” alla memoria del musicista americano Cole Porter, nella forma di un tribute formato da cover dei pezzi del compositore. Dall’altro utilizzarne il ricavato per finanziare operazioni filantropiche in risposta all’epidemia di AIDS, visto l’impatto che aveva avuto sulla scena artistica e culturale di fine anni ‘80 a New York. Questo, soprattutto negli anni successivi, diventerà un tema importante: basti pensare alla scomparsa di Freddie Mercury, Eazy-E, Tom Fogerty, Ofra Haza, Fela Kuti o di Gil Scott Heron. Non tutti sono morti di AIDS, ma le loro morti sono state spesso una conseguenza di malattie opportunistiche rese più gravi dalla loro condizione di immunodepressione causata dall’HIV. Quattro anni più tardi “Philadelphia” di Jonathan Demme (già vincitore dell’Oscar per “Il Silenzio degli Innocenti” nel 1992) porta il tema sul grande schermo, riscuotendo un successo incredibile e contribuendo a dare spazio al dibattito sull’argomento. 

Credits: Red Hot Organization

Per comprendere appieno l’impatto dell’azione della Red Hot Organization, soprattutto nei suoi primi anni di attività, è utile fare un breve accenno al funzionamento dell’HIV e alla sua progressione in AIDS, un tema su cui purtroppo ancora oggi persiste confusione. 

Chi volesse approfondire gli aspetti medici di HIV e AIDS, può cliccare qui.

HIV e AIDS. Di cosa si tratta e perché è importante non confonderle

L’HIV (Human Immunodeficiency Virus) è un virus, la cui azione principale è quella di ridurre le difese immunitarie dell’organismo attaccato, distruggendo le cellule CD4 che svolgono un’importante azione di difesa contro altre infezioni. Queste unità biologiche comprendono anche i linfociti T Helper, la cui funzione principale è quella di organizzare la risposta immunitaria. In termini estremamente sintetici l’aids si manifesta quando queste cellule scendono sotto determinati livelli. Attualmente sono oggetto di ricerca e sviluppo cure o vaccini per l’eradicazione dell’infezione. Le terapie attualmente a disposizione per il trattamento dell’infezione da HIV (terapia antiretrovirale) consistono in associazioni di farmaci che, bloccando la replicazione del virus, rallentano la distruzione del sistema immunitario e quindi la progressione della malattia. L’esecuzione del test HIV, che viene svolto per legge in maniera anonima e rapida, rappresenta l’unico strumento a disposizione per la diagnosi precoce.

L’HIV si trasmette in qualsiasi stadio della malattia tramite rapporti sessuali non protetti, contatto con sangue, trasmissione verticale tra madre e bambino durante la gravidanza, il parto e l’allattamento al seno. Il virus dell’HIV ha un’elevata capacità di replicazione, soprattutto nelle prime fasi dell’infezione. Per replicarsi sfrutta i globuli bianchi, distruggendoli e lasciando l’organismo privo di queste cellule. Dall’infezione all’AIDS conclamata possono trascorrere anche molti anni: infatti la manifestazione del virus presenta spesso sintomi di una sindrome simil-influenzale (tra cui febbre, dolori diffusi, sudorazioni notturne) e in alcuni casi l’infezione può restare senza sintomi (latenza clinica) per molti anni. In questa fase si possono manifestare infezioni causate patogeni “opportunisti” già presenti nell’organismo che portano a malattie la cui progressione può essere potenzialmente mortale.

La diagnosi può essere formulata con specifici test del sangue (Elisa, Western Blot,dell’antigene p24, etc), tenendo presente che nei Nei primi mesi dopo un possibile esposizione il virus può essere ancora non rilevabile al test; questo è il cosiddetto “periodo finestra”, durante il quale si è già contagiati e contagiosi, ma non è ancora avvenuta la sieroconversione. La pandemia di AIDS è cominciata, secondo i primi accertamenti, nel 1981 ed è ancora oggi in essere, con milioni di morti negli ultimi decenni.

Dati della World Health Organization, consultabili qui

Secondo le statistiche globali di HIV.gov, nel 2024 erano accertati 39,9 milioni di casi di soggetti in vita con HIV, con un numero di morti per AIDS di 630mila persone. Il numero di decessi è alto, ma fortunatamente in riduzione rispetto al passato. Infatti rispetto al picco del 2004, la percentuale si è ridotta del 69%: se nel 2023-24 erano morte 630.000 persone, nel 2004 i morti erano stati 2,1 milioni e nel 2010 si erano ridotti a 1,3 milioni. Ciò è stato reso possibile da una serie di fattori, tra cui il progresso medico-scientifico, la lotta contro l’aids, l’accesso alle terapie retrovirali che attualmente riguarda il 77% di soggetti affetti da HIV, con l’obiettivo dichiarato al 2025 di arrivare al 95%. Come intuibile ci sono anche differenze regionali: in Africa nel 2023 erano presenti 25,9 milioni di casi di soggetti affetti da HIV, mentre in Europa centrale, occidentale e USA i casi erano ridotti a “soli” 2.3 milioni.

La sensibilizzazione del fenomeno ha coinvolto decine di migliaia di soggetti e attori, tra cui la Red Hot Org. Dalla sua nascita a oggi, oltre 400 artisti, produttori e registi hanno fornito un proprio contributo in più di venti prodotti editoriali, nella forma di raccolte, album, documentari ed eventi benefici (tra cui uno speciale del 1990 condotto da Richard Gere, Carrie Fisher e Kyle MacLachlan, trasmesso in diretta nel giorno del World Aids Day) e che hanno contribuito ad alimentare l’attenzione sul fenomeno e raccogliere oltre dieci milioni di dollari di donazioni. Come un ragno che tesse la tela usando la stessa seta che produce nel proprio organismo, così l’ONG non cerca aiuto fuori dalla propria comunità. Vuole, per l’appunto, sollecitare la forza intellettuale, soprattutto esponenti che considera più interessanti – a prescindere dalla notorietà, siano esordienti con grande potenziale, sia star del firmamento mainstream – per valorizzare questa battaglia.

Credits: Gary Gershoff – Red Hot Org.

Il lavoro di stesura dietro questo lavoro – come ogni articolo pubblicato su Extended Play – mi ha fatto conoscere decine di progetti inerenti il tema, vista anche l’importanza della pandemia dell’HIV, di cui basta riguardare i dati che sono stati precedentemente riportati nell’articolo. Sono comunque un’estrema sintesi del materiale che è disponibile in rete e che consiglio di recuperare per chi volesse approfondire il tema. Ed è merito anche del progetto iniziale, che supera le aspettative in termini di risultato, se vi è stato uno sviluppo e la nascita di numerosi soggetti. I diversi milioni di dollari raccolti sono – stati e lo sono ancora oggi – destinati a fondazioni di ricerca ed enti benefici che si occupano di AIDS e HIV come AmFAR e ACT UP. Quest’ultima, acronimo di AIDS Coalition To Unleash Power, è un’associazione di azione diretta, fondata nel 1987 dal drammaturgo e attivista Larry Kramer, e che ancora oggi ha mantenuto lo scopo di debellare l’AIDS.

“Red Hot + Blue” e le successive compilation

Gli sforzi combinati danno vita nel 1989 all’universo “Red Hot + Blue”, progetto multimediale che combina musica, video, fashion, arte e design per omaggiare il compositore americano Cole Porter (1891 – 1964), autore di successi come Night and day, I’ve got you under my skin, Begin the Beguine e altri brani che sono stati elevati a standard del Jazz, rock e pop a partire dagli anni cinquanta in poi.

Copertina del disco – credits: RedHotOrg

La prima compilation ospita nomi importanti per il panorama dell’epoca, che propongono delle versioni coraggiose e personali del repertorio di Porter, a distanza di diversi anni dalla pubblicazione dell’originale. Ad esempio Neneh Cherry (I’ve got you under my skin) con una versione proto-trip hop, sensuale, aggressiva e neo soul dai toni cupi, Sinead O’ Connor, Salif Keita, Iggy Pop & Debbie Harry, Five Young Cannibals (quelli di She drives me crazy, che erano all’apice del successo), The Pogues, David Byrne, Annie Lennox, U2 e altri nomi. La scelta degli artisti coinvolti garantisce libertà e freschezza, premiando la scelta dei curatori e ottenendo un successo importante. Il successo di “Red+Blue” ha indicato la strada da percorrere, che è stata lastricata di una serie di album e video che abbracciano un vasto range di stili musicali, accomunati tra loro da un tema. Quest’ultimo è stato spesso un tributo a un personaggio della musica considerato rilevante da e per gli artisti coinvolti: Duke Ellington, George Gershwin, Tom Jobim, Arthur Russell, the Grateful Dead e Fela Kuti. Il numero delle pubblicazioni, curate da Red Hot, è cresciuto negli anni ed ha superato i venti episodi, mantenendo sempre un livello qualitativo alto sia sul piano degli artwork, che della produzione e del contenuto musicale. ll consiglio è dare uno sguardo alla pagina ufficiale e scorrere i singoli album, seguendo il flusso della propria curiosità. Ad esempio si può scegliere una zona del mondo e i suoi generi musicali di riferimento (“Red Hot + Rio”, “Red Hot + Latin: Silencio = Muerte”, “Red Hot + Lisbon: Onda Sonora”, “Red Hot + Rio, America Is Dying Slowly”), un omaggio a un artista (anche diversi tra loro per epoca e genere, come Sun Ra e Bach) o temi politici e collaterali (il movimento LGBT+ a Taiwan, la guerra nucleare, la diaspore africana). 

Nel 1992 esce “Red Hot + Dance”, con artwork di Keith Haring e la presenza di artisti pop come Sly & Family Stone, Madonna, Seal, Lisa Stanfield e George Michael. Quest’ultimo, che portava in dote tre pezzi originali, si fece promotore dell’opera, andando addirittura in scontro legale due anni dopo con la Sony, perché responsabile di non aver fornito alcun supporto al progetto. Questo fu uno dei motivi principali per cui l’artista decise di interrompere ogni rapporto lavorativo con l’etichetta.

Materiale promozionale per Red Hot + Rio – Credits: Donald Graham x Red Hot Org.

Nel 1993 il progetto si sposta su territori sonori differenti: “No Alternative”, sempre a cura di Paul Heck e con il supporto di esponenti della scena alternative e grunge, tra cui Billy Corgan. Le cover sono state realizzate da gruppi come Urge Overkill, Goo Goo Dolls, Pavement, Smashing Pumpkins, Soundgarden, Bob Mould, Nirvana, Patti Smith e Beastie Boys per citare i più famosi. Inizia a delinearsi uno scenario che consolida il lavoro dell’ONG, in campo musicale, come qualcosa di rivoluzionario: proporre ottima musica per una causa importante, regalando spazio a nomi interessanti o che si cimentano in qualcosa di diverso dal loro solito registro. L’anno seguente, nel 1995, il Time Magazine sceglie, come Best Music, “Stolen Moments: Red Hot + Cool”, definendolo un album epocale che sfrutta brillantemente «il fuoco del rap e il fascino del jazz, trascendendo generi e generazioni» (a titolo informativo, in quella classifica troviamo sul podio anche “Dookie” dei Green Day e un disco di musica classica) e contiene anche un remix di un brano di A Love Supreme curato da Pharoh Sanders in chiave trip hop.

“Transa”, l’ultima pubblicazione in ordine cronologico

L’ultimo disco, che è quello con cui sono entrato in contatto con Red Hot, è “Transa”. Si tratta di un mastodontico lavoro, in termini di durata complessiva e soggetti coinvolti, pubblicato nel novembre scorso. Il minutaggio si avvicina alle quattro ore (tre ore e cinquanta minuti, per la precisione), spalmato su otto parti per quarantasei brani in totale. Il filo conduttore è il riconoscimento e la tutela dei diritti delle persone trans e la celebrazione della comunità trans nella sua globalità, in quanto comunità falcidiata dal problema dell’HIV. La composizione dei singoli dischi non è omogenea in termini di numero di brani e minuti per disco. Le stesse canzoni differiscono per tre ragioni principali: la durata, lo stile (più che il genere tout court) e il nome dei partecipanti. Sul piano musicale gli stili sono folk, pop, alternative ed elettronica, divisi in otto capitoli o suite, che “raccontano” il percorso di una persona trans dalla sua nascita fino al raggiungimento di un proprio equilibrio e benessere (Womb of the soul, Survival, Dark Knight, Awakening, Grief, Acceptance, Liberation, Reinventation). Le parole e le musiche sono opera di musicisti e musiciste che sono supportive del movimento dall’esterno o ne fanno parte in quanto soggetti coinvolti nel proprio io. Tra gli oltre cento nomi coinvolti, spiccano Jeff Tweedy, Devendra Banhart, Julien Baker, ANOHNI, Andrè 3000, Perfume Genius, Lee Ranaldo e tanti altri. Il disco ha riscosso successo e recensioni positive, ad esempio quella de The Guardian, o, rimanendo in Italia, quella di Onda Rock. 

Copertina del disco

Il Poptivism come arma

Nella storia della musica si è svolto più di un evento – nel senso fenomenologico del termine – che è rimasto impresso nella memoria del grande pubblico, non solo per coloro che l’hanno vissuto in diretta. Pensiamo ai progetti curati da Bob Geldolf, come i supergruppi Band Aid e USA for Africa, che rispettivamente cantarono Do they know it’s Christmas o We Are The World, passando per il Live Aid del 1985. Quello che è stato definito poptivism, ossia cercare un impatto positivo dell’attivismo in ambito di cultura pop, è una chiave che rappresenta una strada da percorrere. Gli artisti hanno certamente una vocazione sociale e il lavoro dell’intelletto dovrebbe assecondare anche delle spinte di progresso e miglioramento del tessuto sociale, in diverse direzioni e in molteplici aspetti.

Altro che telethon.

Ci teniamo a menzionare altri esempi, come “No Boundaries: A Benefit For The Kosovar Refugees“, pubblicata dalla Epic Records nel 1999 e che permise di raccogliere 1 milione di dollari per aiutare le popolazioni kosovare nel conflitto di fine secolo che aveva coinvolto le forze kosovare e albanesi da un lato e la Repubblica Federale di Jugoslavia dall’altro. Oppure “Instant Karma“, album patrocinato da Amnesty International per la crisi del Darfur (2007), “Peace Together” (1993) che riguardava i giovani in Irlanda del Nord, oppure “Nobody’s Child: Romanian Angel Appeal” del 1990, per aiutare i bambini orfani in Romania, con la partecipazione di George Harrison, Van Morrison, Elton John, Stevie Wonder e altri nomi celebri dell’epoca. La lezione della Red Hot Org è preziosa in tal senso ed esplica come la qualità musicale possa trovare terreno fertile in un ambiente in cui finalità positive e benessere collettivo possano ispirarsi a vicenda e ottenerne un reciproco beneficio.