Ricerca sul suono, vita di coppia in tour e uno smodato uso della gaffa nella chiacchierata che abbiamo fatto con la band piemontese.

C’è qualcosa che mi ha sempre affascinato nei progetti musicali a due, quelle band in cui la coppia artistica concentra su di sé tutto quello che c’è da fare, senza bisogni esterni: c’è uno speciale mix di fragilità e di opportunità, di semplicità e di mancanza.

Ovviamente, quando in ambito rock si pensa ad un progetto così, il primo nome è sempre e solo uno: i White Stripes. Ed è normale, perché Meg e Jack White sono diventati il duo rock per antonomasia, in una sintesi perfetta, con il minimale drumming di lei che dava a lui la possibilità di sfogare tutto il suo istrionismo chitarristico.
Ma, se ci pensate un attimo, vi verranno in mente tantissimi altri progetti di coppia, ad esempio i Black Keys, in attività da inizio anni zero e che negli ultimi anni sono diventati un grosso nome. Oppure i canadesi Angine De Poitrine, che al contrario sono esplosi proprio in questi mesi con il loro math rock dadaista.

Più ci muoviamo nel mondo indipendente e underground, più i nomi aumentano. Qui ad esempio un bel articolo a tema, scritto da Kate Hoos per Full Time Aesthetic, che propone band davvero interessanti e spesso poco conosciute.
Anche nel nostro paese abbiamo una serie di nomi che vale la pena menzionare, partendo però da uno che non esiste più: i Mojomatics, esplosivo duo veneziano di garage/rock’n’roll attivo fino al 2014. Altro progetto da non dimenticare è quello dei Bud Spencer Blues Explosion, band romana formata da Adriano Viterbini e Cesare Petulicchio. Doveroso citare anche la prima parte di carriera dei Bachi Da Pietra anche se Giovanni Succi, nella chiacchierata che abbiamo fatto con lui, dice che, ora che sono in tre, non tornerebbe mai indietro.

C’è però una band che nell’ultimo periodo ha catturato la mia attenzione: gli Animaux Formidables, duo che negli ultimi anni ha creato un entusiasmante mix di garage, rock’n’roll, hard blues, punk, glam, con voce filtrata, chitarra fuzzissima, e batteria ossessiva e trascinante.

Animaux Formidables – I Am a Cat and I Love My Dog (2026)

Esteticamente fortissimi, con le loro maschere in latex da gatto e un look riconoscibilissimo, riescono a creare un live coinvolgente ed entusiasmante che non può che lasciarvi con un sorriso in faccia e le orecchie soddisfatte.
Un progetto nato spontaneamente, in famiglia (Mrs e Mr Formidables sono una coppia sposata), quasi come uno sfogo, che poi è diventato un gruppo vero, a cui i due musicisti dedicano un’enorme attenzione ai dettagli.

Due le uscite all’attivo: “We are animals” del 2023 che dimostra tutta la qualità del duo piemontese e il successivo Ep “Call me Tony” del 2025 in cui la cifra stilistica rimane simile, ma l’evoluzione sul suono e sull’approccio di scrittura dei brani è evidente. A inizio 2026 ecco due novità: il nuovo singolo I Am a Cat and I Love My Dog e un pezzo assieme alla all female band italiana The Cleopatras, intitolato Bangs in your head.

EP: Partiamo da quest’ultima novità: com’è nata la collaborazione?

Mrs: Con le ragazze ci conosciamo da tempo, inizialmente solo online, ma poi ci siamo ritrovati diverse volte sui palchi. È scattata subito una bella sintonia, e ci siamo trovati subito bene insieme. Mentre stavano lavorando al loro nuovo disco, “Heart Pieces”, ci hanno chiesto se volevamo dare il nostro tocco a una canzone. Bangs in your head è un brano con un bel ritmo ossessivo di batteria che parla di una batterista voodoo. Ci è piaciuto subito, così abbiamo accettato volentieri di collaborare: io ho aggiunto delle parti di pad elettronico, il mio compagno si è occupato della voce e della chitarra, e abbiamo condiviso alcune idee per il mix. Vorrei però sottolineare che il grosso del lavoro l’hanno fatto le ragazze; è un brano riuscito proprio perché è una loro creazione, e sono davvero bravissime.

The Cleopatras – Bangs in your head (2026)

Ep: Quindi voi avete fatto gli ospiti a sorpresa! Avete in programma altre collaborazioni?

Mr: Chi lo sa! In realtà al momento no, stiamo ultimando il nostro prossimo disco, dal quale è già uscito un singolo. Non abbiamo avuto il tempo di lavorare con altri artisti, anche se ci sarebbe piaciuto. Tra le registrazioni e i concerti, non ci siamo mai fermati per dedicarci esclusivamente a questo, quindi abbiamo dovuto incastrare tutto. Abbiamo avuto alcune idee qua e là, ma attualmente la collaborazione con le Cleopatras è l’unica che si è concretizzata.

Ep: Sono contento di questa conferma sul disco nuovo in arrivo, cosa che speravo dopo aver ascoltato I Am a Cat and I Love My Dog. Il nuovo lavoro sarà un Ep sulla scia di “Call me Tony” o un disco lungo?

Mrs: Sarà un disco lungo, che in realtà è già registrato e pronto! Stiamo solo definendo alcuni dettagli, come la veste grafica e la pianificazione, tutto ciò che serve prima dell’uscita. Ma ci tengo a dire che arriverà presto! Dovrebbe uscire quest’anno.

Ep: IlPost ha pubblicato un articolo sul fatto che stanno ritornando di moda i gruppi con le maschere. È intitolato “È di nuovo il momento delle band mascherate” e no, non vi cita nell’articolo. Vi sentite più o meno di moda, rispetto a quando avete iniziato qualche anno fa? 

Mrs: Effettivamente, ora sembrano esserci più gruppi mascherati rispetto a prima, o almeno artisti che pongono molta attenzione all’aspetto estetico. Questo trend mi sembra anche influenzato dall’era in cui viviamo. Da un lato, penso sia fondamentale curare questa dimensione: è bello che un artista, oltre alla musica, lavori su un immaginario che coinvolge anche l’estetica. Non mostrarsi, in un’epoca in cui tutti desiderano mettersi in mostra e far vedere a tutti i costi la propria faccia, potrebbe rivelarsi addirittura come un ritorno alla musica.

Mr: Sono d’accordissimo con quello che dice Gatta, ma aggiungo una cosa.
Proprio pochi giorni fa, dopo aver letto un altro articolo in cui ci citavano, mi sono reso conto di quanto siamo contenti di essere menzionati insieme ad artisti come gli Angine De Poitrine, che ora stanno andando fortissimo. Spero però che tutto ciò non diventi esagerato e non si trasformi in una semplice strategia per fare clamore mediatico. È una riflessione che abbiamo già fatto più volte tra noi: chissà, un giorno potremmo anche decidere di toglierci la maschera. Per noi, fin dall’inizio, è stato un gioco, un modo di incarnare un personaggio teatrale. Ma ciò che conta di più per noi è sempre stata la dimensione sonora.
Quindi sì, è importante avere anche una cura estetica, una narrazione e un personaggio, elementi che nel rock sono sempre stati presenti. Non vorrei però che questa tendenza si intensificasse a tal punto da diventare eccessiva, figlia delle tendenze social. Prendiamo gli Angine De Poitrine, che abbiamo scoperto molto tempo prima che la loro popolarità esplodesse. Ci piacciono molto, ma ora sembra che la continua condivisione e narrazione stia generando una certa saturazione. Molte persone cominciano a esserne stanche e a reagire male di fronte a questi due personaggi a pois.
Il rischio è che tutto diventi davvero troppo legato alle modalità di comunicazione attuali, risultando esasperante. Ho pensato molto a questo, e mi sono chiesto se un giorno non possiamo decidere di cambiare, togliere la maschera. Insomma, è tutto da capire e da esplorare, ed è bello che ci sia ancora un’incognita anche per noi stessi.

Angine de Poitrine live at ESMA (Rennes, Francia), 4 dicembre 2025

Ep: Sì, concordo. Il rischio è che diventi più grosso il personaggio rispetto al musicista. La situazione degli Angine De Poitrine è invece peculiare: in pochissimo tempo, nel giro di pochi mesi, sì è arrivati ad una certa sovrasaturazione e quasi di rifiuto da parte di qualcuno che si ritrova a dire “Basta, non ne posso più”. Ed è un peccato perché la band non ha colpe, vuole solo essere ascoltata con attenzione invece che essere ridotta ad un meme.
Tornando a voi, quanto è cambiato in questi anni il vostro rapporto con la maschera?

Mr: Credo di parlare per entrambi: la maschera è diventata, in un certo senso, molto più nostra. Mentre prima, era qualcosa di estraneo, come è normale che sia. All’inizio stavamo imparando a capire cosa significasse entrare in quei personaggi mentre facevamo la nostra musica. Il progetto era nato qualche mese prima, anche se allora non era ancora stato reso pubblico. Avevamo già brani registrati in studio, quasi un disco finito, ma il concetto di maschera è venuto dopo.
Nei primi mesi, quando abbiamo iniziato a indossare la maschera, ci siamo interrogati spesso su quanto ci saremmo spinti in questa direzione. A un certo punto, però, i “personaggi” sono diventati parte integrante di noi, come degli alter ego mediatici. Nei camerini o nei backstage, quando indossiamo i nostri abiti e mettiamo la maschera, sembrano emergere due nuovi soggetti al nostro posto, e ciò cambia un po’ la nostra personalità.
Anche le persone che ci conoscono prima e dopo gli show notano questa trasformazione. Dopo i
concerti, quando parliamo con chi ci ha visto esibirci, molti ci dicono: «Sembrate completamente altre persone quando siete lì sul palco», E, in effetti, è un po’ vero.
Ad oggi, siamo diventati un tutt’uno con questi personaggi. C’è solo un momento di switch in cui sembriamo dire: «Ok, adesso tocca a voi». Per il futuro, non sappiamo ancora dove ci porterà questo percorso. Ci interroghiamo su come evolverci, per non annoiarci, ma anche per esplorare nuove connotazioni emotive che una maschera o un costume diverso potrebbero offrirci. Dobbiamo semplicemente capire cosa avremo voglia di fare.

Ep: A noi di Ep piace sempre molto parlare di suono,di produzione, di scelte sonore: voi avete un suono d’impatto, che “arriva subito” e potrebbe essere percepito come semplice da un orecchio meno allenato. In realtà c’è una ricerca dietro e mi sembra che ci sia una continua attenzione e sperimentazione da parte vostra sul suono. Come avete lavorato sulla vostra resa sonora in questi anni?

Mrs: Grazie! La parola “arriva” non ci definisce completamente, perché siamo sempre in evoluzione; continuiamo a cambiare e a cercare nuovi modi di fare musica. Lavoriamo partendo da un suono più monolitico e, man mano, abbiamo aggiunto elementi, come il pad elettronico nell’EP. Nel nuovo disco, ad esempio, introdurremo dei synth per arricchire i tappeti sonori.
Un altro aspetto importante è che non vogliamo utilizzare basi o sequenze pre-registrate. Questo rappresenta un ulteriore ostacolo nella creazione di un suono rotondo, ma ci piace affrontarlo. Passiamo molte ore a lavorare sulla resa sonora anche in sala prove, cambiando microfoni, pelli, chitarre e pedali. La sperimentazione è fondamentale per noi.
Inoltre, ci rendiamo conto se un’idea funziona solo quando la portiamo live. Se, durante un concerto, senti tutto perfetto, significa che stiamo andando nella direzione giusta. Ora stiamo lavorando sulle microfonazioni, ad esempio la batteria, per arrivare sul palco già pronti e avere bisogno solo dei cavi. Tutti questi aggiustamenti servono a far sì che il suono che ascoltiamo e desideriamo esca sempre nel modo giusto.
Usiamo lo stesso approccio anche in studio: per noi le registrazioni sono un modo per mettere su traccia quello che siamo dal vivo, o in sala prove. Per questo registriamo in analogico, one take e in presa diretta. Crediamo sia importante che se ascolti il disco e poi ci vedi live, ci sia una connessione sonora. Certo, il live ha un elemento di spettacolo e fisicità che è insostituibile, ma la potenza del suono deve rimanere costante e, soprattutto, deve essere riproducibile. Non possiamo suonare dodicimila strumenti in studio, dato che poi sul palco siamo solo in due.

Animaux Formidables live 2025 – Foto di Miriam Giudici

EP: Eh sì, il rischio del palco è che si sgonfia il suono: si crea un suono enorme su disco e poi diventa striminzito perché irriproducibile in sede live. Invece il vostro suono dal vivo è proprio bello, quindi tutto il vostro lavoro ha funzionato. Quanto hai sperimentato con la batteria?

Mrs: Parecchio, perché ogni volta aggiungo sempre qualcosa di nuovo. Sono partita da tre elementi e continuo a espandere il mio set. Tuttavia, le cose più importanti sono state le pelli e i microfoni. Lavorare sulla cassa è altrettanto fondamentale: qualcuno avrebbe potuto optare per un timpano, dato che ha una risonanza più ampia e avrebbe dato meno problemi, ma io ho scelto proprio una cassa messa in orizzontale. Trovare un suono che funzioni bene con quella cassa e che possa dare la stessa potenza di una cassa profonda richiede microfoni specifici e sperimentazione, magari passando il suono attraverso dei pedali per amplificare le basse. Ogni pezzo della batteria ha avuto un suo percorso di lavorazione, ma possiamo dire lo stesso della voce o della chitarra.

Mr: Io apprezzo molto quando ci dicono che, pur facendo una musica semplice, punk e diretta, si percepisce il lavoro dietro. Effettivamente è così: non ci siamo limitati a improvvisare; in tutti questi anni, ogni volta che  ci è venuta in mente un’idea, ci lavoriamo su e proviamo a sperimentare.
Abbiamo stabilito alcune regole fin dall’inizio: niente loop, sequenze o trigger. Per avere sempre lo stesso suono quindi abbiamo dovuto cercare i microfoni giusti, anche i più improbabili. In questo modo, quando siamo dal vivo, ci danno solo i canali e, indipendentemente dall’impianto o dalle dimensioni del palco, riusciamo sempre ad avere la stessa resa sonora.. 
Ovviamente, rispetto all’inizio, ci sono delle micro-variazioni nel suono della chitarra e nella voce. Stiamo cercando di trovare un suono caratterizzato sì da sporcizia e croccantezza, ma ben definito, per evitare che ci sia troppo fuzz o distorsione. Quindi, oltre al lavoro sui brani e alla costruzione dello show, passiamo molte ore a lavorare sul singolo suono, cambiando cavi, pedali e microfoni. È un processo divertente e gratificante, e quando questa attenzione viene colta dal pubblico, siamo doppiamente contenti.

Ep: Ho letto in un’intervista che anche per la voce hai lavorato parecchio: eri insoddisfatto degli effetti per voce e hai optato per un pedale collegato al microfono, per dargli questo effetto.

Mr: Sì, uso un paio di pedali piuttosto semplici. Ho un leggero crunch, che non è propriamente distorsione, ma serve a evitare di mantenere la voce troppo pulita. In mezzo a quel suono un po’ croccante degli strumenti, un timbro eccessivamente limpido risulterebbe fuori posto. Utilizzo anche degli eco per aprire e chiudere la voce in certi momenti.
Anche sulla voce c’è stata molta ricerca, perché alcuni microfoni rispondono in modo troppo aggressivo al crunch, e rischi di perdere l’intelligibilità finendo per avere un suono di voce impastato e distorto. Spesso mi veniva fatto notare, da amici e persone che mi conoscono da tempo, che ho una bella voce e che non dovrei nasconderla. Avevano ragione: nelle prime registrazioni, con certi microfoni e quel crunch, il suono diventava davvero troppo distorto. E poteva anche essere una scelta artistica valida, ma abbiamo deciso di non continuare su quella strada. Provando invece microfoni e pedali diversi, siamo riusciti a ottenere quel suono trasparente, dove il crunch e gli eco non sono invadenti, ma si integrano bene con tutto il resto.
Recentemente, alcuni fan, che ci seguono da un po’, mi hanno chiesto se avessi preso lezioni di canto, perché secondo loro ero migliorato. In realtà, con le modifiche che ho fatto al microfono, ora semplicemente la mia voce si sente meglio. Ma in realtà ero contento di quelle domande, perché significa che l’obiettivo di cercare un suono migliore ha funzionato, pur rimanendo fedeli a noi stessi.

Apro un’altra parentesi: ci sono stati momenti in cui mi sono sforzato di cantare “male”. Alcuni potrebbero pensare che sia pazzo, ma stavo cercando quella stonatura che mi piace in alcune band, come gli Idles e Amyl & The Sniffers. Ma anche come gli Sleaford Mods, che hanno quel modo strano di cantare, mezzo parlato. Io tendo ad avere una voce molto pulita e molto intonata ma, in certi momenti, ho provato a distaccarmi dalle melodie per cercare questa stonatura. Il rischio era di esagerare, cosa che spesso faccio quando ho un’idea in testa, quindi alla fine mi sono un po’ ridimensionato per trovare una via giusta.

Amyl & The Sniffers – Hertz (2021)

Ep: Arrivare in un locale, ed avere tutto pronto così da essere sicuri che ci sia il vostro suono è fondamentale. Avete altre sfide in cui vi siete imbattuti in sede di concerto? Ci sono altri aspetti che vi creano problemi dal vivo?

Mr: Negli ultimi mesi, diciamo dall’inizio dell’anno, siamo riusciti a raggiungere un buon livello di soddisfazione per quanto riguarda la resa sonora durante i concerti. Da gennaio ad aprile, non abbiamo mai avuto la sensazione di dire: «Cacchio, quella sera si sentiva male» o «Non è uscita come volevo». Siamo molto contenti di come stanno andando le cose, in particolare con lo show. Stiamo già portando in giro qualche brano del disco nuovo, che prevede l’uso di synth e altre novità, il che ci permette di mettere alla prova anche noi stessi nell’esecuzione. 
Ci sentiamo davvero al punto giusto in termini di livello di esibizione. In passato, però, ci sono stati momenti in cui, pur arrivando con le idee chiare, ci siamo trovati con palchi che presentavano microfoni non adatti a noi o fonici con approcci troppo diversi dai nostri. Questo spesso ha portato a risultati insoddisfacenti, anche perché, essendo un duo, il rischio di complicazioni nel suono è maggiore. In una band più strutturata, il suono potrebbe non corrispondere esattamente a ciò che hai in mente, ma riesci comunque a sperimentare una certa qualità. Nel nostro caso, era possibile che il risultato fosse frustrante e che ci lasciasse insoddisfatti.
Adesso, invece, arriviamo molto più preparati; abbiamo studiato tutto e ci presentiamo con tutto cablato secondo le nostre specifiche, avendo pronto già qualsiasi microfono o suono che utilizziamo. Quindi, basta avere un impianto, di qualunque dimensione, e un fonico che possa semplicemente prendere ciò che suoniamo e mandarlo fuori dalle casse.

Ep: L’unica cosa che deve fare il fonico è non sabotarvi.

Mrs: Si deve proprio affidare a noi: arriviamo con microfoni “scotchiati” al rullante e alcune attrezzature che possono sembrare al limite della funzionalità. Spesso i fonici guardano interdetti la nostra strumentazione, perplessi, come se volessero chiedere «Hai almeno i soldi per comprarti un’asta?».

Mr: Poi dopo rimangono sempre esterrefatti dalla resa sonora, dicendo cose come «Non l’avrei mai detto». Oltre alla tipologia di microfoni, anche il posizionamento è fondamentale per noi. Può sembrare una stupidaggine, ma a livello “estetico” meno aste ci sono, meglio è. A volte usiamo la gaffa [il nastro telato americano NdEP] per fissare il microfono sotto il rullante anziché sopra, non come si fa di solito con la clip. Abbiamo notato che così suona meglio e, visivamente, risulta più pulito.
Lo stesso vale per il microfono panoramico del piatto: lo posizioniamo da sotto, con un sistema artigianale di nastro adesivo, in questo modo è distanziato dall’asta e riduce i rientri delle vibrazioni. Ci sono molte piccole accortezze, spesso dettate dal fatto che non vogliamo vedere tutte quelle aste in primo piano, nelle foto o nei video, che per noi possono essere fastidiose.

Mrs: Considera anche che, a livello logistico, noi ci portiamo tutto il necessario. Quindi, se possiamo ottimizzare anche solo lo spazio e il peso di un’asta, è tutto di guadagnato. La nostra batteria sta in piedi con lo scotch!

Anomaux Formidables – Bubblegum (2024)

Ep: A proposito di concerti, in questi anni avete fatto un sacco di date in Italia, ma anche all’estero (Germania, Francia, Svizzera, Regno Unito, Belgio). Ci sono state grosse differenze, anche nel pubblico, tra Italia ed estero? Anche perché siete un progetto che mi sembra essere accolto più favorevolmente all’estero che qui.

Mrs: È un po’ difficile rispondere a questa domanda. In Italia, soprattutto nei circuiti underground e in quelli più piccoli dove suoniamo, la risposta del pubblico è sempre stata molto positiva. All’estero, la differenza sta più nel nostro approccio mentale che nel pubblico stesso. Cambia la tua comfort zone e anche la necessità di comunicare in un’altra lingua. In un nuovo posto, dove siamo degli sconosciuti rispetto alla fan base che abbiamo in Italia, le reazioni sono comunque ottime.
Forse all’estero c’è un po’ più di curiosità e apertura verso generi musicali meno mainstream. Ci sono molte più band che sperimentano, lontano dai canoni pop. E c’è anche un altissimo livello tecnico: abbiamo condiviso il palco con band giovanissime composte da musicisti che erano già dei mostri di bravura!

Mr: Aggiungo che all’estero c’è anche meno sorpresa. In Italia, quando entriamo con le maschere e l’outfit, notiamo gli sguardi increduli di chi non ci conosce, come a chiedersi «Chi sono questi? Da dove sono arrivati?». All’estero, invece, ci accolgono con molta più naturalezza, come a dire «Maschera in lattice da gatto? Ah sì, okay, tutto normale».
Detto questo, abbiamo girato per circa il 90% in Italia, quindi la nostra esperienza all’estero è piuttosto limitata. In Italia, ci esibiamo sempre in contesti che ci sono più congeniali, quindi locali o festival di un certo circuito. All’estero, la risposta è simile, ma c’è un numero maggiore di curiosi e, forse, post-concerto, più attenzione al merchandising.

Mrs: Un aspetto logistico importante è l’orario di inizio dei concerti. All’estero, i concerti cominciano molto presto, a volte anche intorno alle cinque o sei del pomeriggio, e questo è vantaggioso perché le persone possono venire a vederti appena direttamente usciti dal lavoro. In Italia, invece, le band spesso devono iniziare molto più tardi, il che può diventare un problema per chi deve poi viaggiare a lungo per suonare altrove. E questo aspetto incide sui musicisti, ma anche sul pubblico.

Ep: Io sono un grande fan dei concerti che iniziano presto, magari non alle sei del pomeriggio, però in un orario in cui so che posso godermi il concerto con le forze residue che mi rimangono.

Mrs: Eh sì, è un aspetto che influisce molto! Ed è un’abitudine legata agli orari italiani che è difficile da cambiare.

Mr: Per l’artista, poi, è decisamente meglio suonare in orari più ragionevoli; c’è una freschezza diversa quando si suona alle otto di sera invece che a… beh, in Italia può capitare di suonare all’una di notte, ed è successo anche a noi.

Mrs: Ho anche notato un’altra cosa: all’estero, se il concerto si svolge all’interno mentre c’è una parte esterna, le persone stanno fuori a bere o fumare, ma non appena inizia il concerto entrano subito. In Italia, invece, c’è una sorta di convivialità che porta le persone a rimanere un po’ più all’esterno, godendosi il concerto come sottofondo, senza immergersi subito..

Mr: Certo, questo può variare a seconda dei generi, ma generalmente all’estero, già con la prima nota, tutti sono dentro. In Italia, invece, può capitare che solo dopo quattro o cinque brani ci sia davvero il pienone davanti al palco. Qui siamo un po’ più lenti a carburare.

Foto di Giorgio Z Gatti

Ep: Avete qualche aneddoto da raccontare sulle date fate? O qualche situazione che vi è rimasta nel cuore in tutti questi concerti tra Italia e estero?

Mr: Mamma mia, abbiamo di tutto e di più! È incredibile il tipo di persone che si incontrano e le situazioni che possono capitare durante i concerti. Sicuramente, ciò che ci rimane più impresso, soprattutto per il genere che facciamo, è quando sotto il palco c’è il finimondo: gente che salta, poga, fa bordello! È ovvio che noi ci gasiamo di più in queste situazioni. Certo, è bello anche vedere gente attenta e partecipe, anche se più statica, ma l’energia di un pubblico, principalmente giovane, che si scatena ti carica tantissimo.

Mrs: Parlando di aneddoti, una volta ho rotto l’asta del piatto alla prima canzone e un ragazzo in prima fila mi ha detto: «Te lo tengo io per tutto il tempo». E lo ha fatto per davvero.

Mr: Un’altra volta, durante un concerto, c’era un tizio di una certa età, vestito in giacca e camicia. Dopo appena 15 secondi della prima canzone è salito sul palco a torso nudo, a ballare e saltare. Solo che poi è caracollato portandosi giù la batteria, l’asta del microfono e una cassa spia, ed è finito con la faccia contro il mixer. Tutti pensavano fosse morto, invece si è rialzato e ha continuato a ballare, mentre i tecnici e le persone intorno cercavano di ricostruire il palco.

Mrs: Abbiamo anche ricevuto un sacco di inviti, del tipo «Venite a dormire da noi stasera» o «Venite a mangiare la pasta aglio olio e peperoncino alle 3 di notte». Mai ricevuti così tanti inviti! Certo, gli inviti a dormire li rifiutiamo sempre.

Mrs: E poi c’è quella volta in tangenziale, quando abbiamo rotto il vetro con la macchina strapiena di strumenti. Stavamo andando a Bari e, in una sosta in centro Italia, ho fatto retromarcia e ho colpito un espositore. Il vetro si è frantumato in mille pezzi! Con la macchina carica di strumenti incastrati come a Tetris, abbiamo attraversato l’autostrada scongiurando che qualcosa cadesse, mentre l’odore di smog entrava nel veicolo. Alla fine, abbiamo risolto usando una tenda da sole nastrata con la gaffa, per evitare di respirare il nostro stesso scarico.

Mr: La gaffa è davvero una costante della nostra vita, meno male che esiste.

Ep: L’avete riparato prima del ritorno o avete continuato con una tenda da sole al posto del vetro?

Mr: Sì, l’abbiamo riparato nel nostro unico day-off. Eravamo a Catania e abbiamo portato la macchina a riparare. Era a circa dieci chilometri di distanza, per cui poi ce la siamo fatta a piedi due volte, dopo averla lasciata e poi per tornare a riprenderla, ma alla fine siamo riusciti a risolvere!

Animaux Formidables – We are all animals (2022)

Ep: È molto bello il fatto che tanta gente venga a parlarvi dopo i concerti, sia curiosa di voi, addirittura vi chiede di dormire da loro! La sensazione è che il palco sia il vostro ambiente naturale, siete a vostro agio sempre, e sapete coinvolgere il pubblico oltre che interagire deliziosamente fra di voi. Riuscite in modo semplice ad annullare la distanza fra voi e il  pubblico creando un momento felice e una situazione in cui stare bene.

Mr: Grazie! È bello che emerga, perché il nostro obiettivo è proprio quello: non creare distanza fra noi e il pubblico, ma piuttosto avere un’adesione totale. È molto più bello, per noi in primis. Dopo i concerti, non ci facciamo alcun problema a interagire. Spesso la gente rimane stupita e ci dice «Siete super affabili». Perché no? Insomma, perché non dovremmo esserlo?

Ep: Perché nei video vi vedono con le mazze da baseball e con le catene, sembrate minacciosi!

Mr: Ahahah forse. Ci tengo a sottolineare che gli inviti che riceviamo non hanno mai chissà che sfondo strano: sono sempre legati alla convivialità, all’ospitalità e al desiderio di passare una serata insieme. Noi rifiutiamo sempre, semplicemente perché, logisticamente, abbiamo bisogno di riposare: il giorno dopo c’è un altro concerto, e poi un altro, e così via. È vero che per il pubblico quella è la loro serata, e la stanno aspettando da tutta la settimana, quindi vogliono che duri il più a lungo possibile. Ma noi abbiamo impegni da rispettare e energie da recuperare. Però restare a conversare dopo il concerto rafforza quel senso di vicinanza che cerchiamo di trasmettere anche mentre siamo sul palco.

Ep: A proposito di rapporto con il pubblico, il momento glitter c’è sempre stato (per chi non abbia mai visto gli AF dal vivo, c’è un momento che coinvolge Mrs Formidables, dei malcapitati spettatori, un piatto della batteria e quantità smodate di brillantini)? Ed è andata sempre bene?

Mrs: Non mi ricordo neanche quando è stata la prima volta, probabilmente da un anno. In realtà stavo pensando anche a qualcos’altro, vediamo in futuro.

Ep: Può essere interessante e soprattutto sorprendente. Io ad esempio, la seconda volta ero già pronto e ho fatto subito due passi indietro.

Mr: È un classico di chi è già venuto una prima volta: molti sanno a cosa potrebbero andare incontro e si spostano.

Mrs: Però prima di farlo chiediamo sempre il permesso al locale, perché capisco che poi sia tutto da pulire. Ci sono locali che dicono di no, quindi ora vorrei trovare un’alternativa. Ma cosa fare?

Mr: Lo ammetto: io sarei uno di quei gestori che dice di no, quei glitter sono un accollo da togliere!

Ep: Eh, non non dirlo a me! Dovrei averne ancora in macchina ad un anno di distanza!
Cambiando argomento, mi ricollego a quanto avete detto sulla produzione, ovvero che in studio il vostro obiettivo è ottenere un un suono molto diretto e per farlo registrate in presa diretta. Per la produzione di entrambi i vostri lavori avete lavorato con Marco Fasolo (Jennifer Gentle, I Hate My Village ma anche produttore, fonico, e autore di colonne sonore). Come siete entrati in contatto con lui? È stata una scelta precisa vostra? 

Mr: Guarda, ad onor del vero, Marco è probabilmente uno dei motori che hanno fatto sì che questo progetto partisse concretamente. Lo conosciamo da tempo, a livello di amicizia. Quando eravamo ancora agli inizi, facevamo solo delle sperimentazioni in sala prove, per divertirci, e ci registravamo col telefono per fissare le idee. Marco è venuto a trovarci un weekend, come aveva già fatto altre volte, e in quel momento gli ho fatto ascoltare alcune cose. Era stata una mia decisione perché lei inizialmente non voleva farlo. Invece Marco mi ha risposto «Ragazzi, questa roba è forte, ha un alto potenziale! Perché non venite in studio e la mettiamo in bella copia?».
Marco ha sempre lavorato con il nastro magnetico, con attrezzature analogiche, e ha sempre optato per registrazioni in presa diretta. Ci prepariamo sempre bene prima di andare in studio. Alla fine, il nostro lavoro con lui consiste in una giornata intera all’insegna della ricerca dei suoni, dei microfoni giusti e dell’evitare rientri indesiderati: suoniamo nella stessa stanza, come si fa dal vivo, per catturare quell’essenza.
Il giorno successivo è dedicato alle registrazioni vere e proprie. Schiacciamo play e partiamo con il primo brano, continuando fino a completare tutto. Per il mixaggio, utilizziamo un banco analogico, e a volte mixiamo anche a sei mani, con Marco e noi due che lavoriamo in tempo reale per regolare i livelli e fare aggiustamenti sia nei ritornelli che nelle strofe. Questo metodo può sembrare tradizionale e forse anacronistico, ma è sempre stato parte del nostro processo creativo ed è quello che restituisce meglio la nostra essenza. Anche per questo nostro secondo LP abbiamo lavorato così.
Marco è la figura più adatta, sia per il suo ruolo di “padre spirituale” del progetto. sia perché quella modalità di registrazione ci rappresenta meglio. Ogni tanto ci interroghiamo su come sarà il nostro prossimo lavoro e se continueremo su questa strada o se avremo voglia di un cambiamento. Insomma, lo capiremo, ma per adesso questa formula è perfetta..

Foto di Patrycja Holuk

Ep: Ci sono musicisti o band a cui vi siete ispirati a livello di suono o a cui avete “rubato” idee per la scrittura dei pezzi?

Mrs: In realtà, i nostri ascolti sono molto diversificati tra di noi. Abbiamo sicuramente dei punti di contatto, ma anche gusti particolari che ci differenziano. Se parliamo di un approccio del tipo “Mi piace questa band e voglio provare a ricreare qualcosa di simile”, allora la risposta è no. Fin dall’inizio, abbiamo cercato di tradurre ciò che ci piace in un nostro linguaggio. Ascoltiamo tante cose, e inevitabilmente quando creiamo, alcuni elementi ci finiscono dentro. Seguiamo diverse band di cui magari ci entusiasma molto il loro suono. Tuttavia, non possiamo dire di aver preso ispirazione specifica da una sola band.

Mr: Ci piace esplorare vari generi e scoprire nuove sonorità. Credo che ciò che ascoltiamo venga interiorizzato, e in un certo senso riversato inconsapevolmente nelle nostre creazioni. Mi rendo conto che più ascoltiamo generi diversi da quello che suoniamo, più è facile essere contaminati, e questo ci porta ad un level-up del nostro progetto.
Invece a volte ci viene voglia di ascoltare qualcosa di simile a noi e scopriamo band entusiasmanti. Recentemente, ad esempio, ci siamo innamorati dei Soft Play [NdEp: Qualcuno potrebbe conoscerli con il loro vecchio nome: Slaves] : qualcuno ci ha fatto notare che hanno un set-up ritmico simile al nostro: due pezzi di batteria, voce e chitarra. Nel loro caso è il percussionista che canta e fanno un genere diverso, ma ci piacciono molto, li sentiamo a noi affini e il loro ultimo disco è uno di quelli che ascoltiamo maggiormente in questo periodo. Anche gli Idles ci piacciono per le loro sonorità, soprattutto riguardo alle chitarre.
Ma è quando ascoltiamo cose molto distanti da noi che ci rendiamo conto di come queste ci contaminino e influenzino il nostro modo di comporre. Può succedere che tu arrivi a tradurre in modo inconsapevole elementi di artisti che sembrano lontanissimi da te. Ma, alla fine, qualcosa arriva e finisce per spostare il tuo equilibrio, anche se non te ne accorgi.

Ep: Cosa state ascoltando di bello in questo periodo?

Mr: A parte i Soft Play, ci piace molto Lola Young: il suo ultimo disco è molto bello. Ascoltiamo molto anche gli Sleaford Mods: loro mi fanno impazzire sia per la parte musicale, sia per il modo di cantare, del tutto strambo e insolito.

Mrs: Se invece penso ad una band italiana, ti dico Le Capre A Sonagli: sono in attività da parecchi anni, ma adesso stanno portando in giro un nuovo show molto figo. È stato uno degli ultimi live che mi ha entusiasmato, è uno spettacolo da guardare dall’inizio alla fine.

Mr: Noi li conosciamo da tanto, hanno fatto una bella evoluzione pur restando fedeli a loro stessi. Hanno rivisto il loro spettacolo, il modo in cui portano i brani dal vivo, in un modo veramente molto bello: è un mix fra un rave party, un concerto rock, la dancehall techno, ed è veramente figo. Io, quando vado ai concerti, sono tra quelli che viene definito “pubblico morto”: magari mi sto godendo tantissimo il live ma rimango immobile come un palo, sono fatto così. Invece con Le Capre A Sonagli mi sono ritrovato a ballare dall’inizio alla fine, senza nemmeno rendermene conto, per la loro capacità di essere coinvolgenti dal vivo, soprattutto a livello ritmico.

Soft Play – Punk’s dead (2023)

Ep: Una domanda che va un po’ sul personale: come ha influito o sta influendo questa avventura musicale sul vostro matrimonio, visto l’investimento emotivo che richiede un progetto del genere.

Mrs: Per assurdo, da quando suoniamo insieme, il nostro rapporto è migliorato. Non ci crederebbe nessuno, visto che trascorriamo molto tempo insieme, e a volte capita che ci scorniamo. La sala prove, i concerti e il tour possono essere impegnativi: siamo sempre in giro, spesso stanchi, e la tensione può facilmente salire. Ma abbiamo imparato a controllare queste situazioni anche perché a poco a poco sono diventate parte della nostra quotidianità. Trattiamo questo progetto come se fosse nostro figlio, con un approccio di genitorialità sana.

Mr: Per quanto possa sembrare strano o far sorridere, questo parallelismo è perfetto. Gestire una band, non solo a livello amatoriale ma anche professionale, comporta sforzi e stress che mettono alla prova la solidità di una coppia. Non voglio dire che sia paragonabile all’avere un figlio, ma sicuramente ci sono somiglianze, ed entrambe spostano equilibri e attenzioni.
Quindi l’equazione è simile a molte altre situazioni che possono influenzare la dinamica di una coppia. Se c’è una base solida, la volontà di costruire reciprocamente, di essere autocritici e di analizzare, l’esperienza può solo migliorare la relazione. Ci vuole però molta attenzione; è fondamentale non perdersi di vista e in questo caso allora diventa una forza. Con dinamiche diverse, più egocentrismo e meno volontà di collaborare, il rischio è che si distrugga tutto..

Ep: Chiudiamo con una domanda di rito: su cosa state lavorando adesso e quali sono i vostri obiettivi per il 2026? Cosa succederà quest’anno? Avete già accennato al nuovo disco, immagino abbiate anche in programma dei concerti?

Mrs: Sì, stiamo concentrando i nostri sforzi sull’estero. Se tutto va secondo i piani, quest’autunno faremo un bel periodo fuori dall’Italia. Così poi potremo raccontarti e rispondere meglio alla tua domanda sull’estero! I due progetti principali per il 2026 sono il disco e la sua promozione, in particolare fuori dai confini italiani. Il sogno nel cassetto è il Giappone, anche se sappiamo che ci vorrà del tempo per realizzarlo.

Mr: È l’obiettivo per il 2027 che abbiamo fissato insieme a chi ci sta supportando nel nostro lavoro all’estero, quindi non è solo una fantasia ma un progetto vero e proprio. È un po’ presto per fare previsioni, ma siamo ottimisti e vedremo cosa succederà!

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Animaux Formidables:

I fotografi autori degli scatti usati per l’articolo: