Il documentario racconta l’importanza dell'entusiasmo giovanile nella creazione di alternative, all'egemonia culturale della capitale, nelle periferie dell'impero. E parla anche dei CCCP in URSS.

Quest’anno ho avuto l’occasione di guardare “Kissing Gorbaciov“, un documentario diretto da SMK Factory, nello specifico Andrea Paco Mariani e Luigi D’Alife, uscito nel 2023. La proiezione non si è tenuta al cinema, ma in un circolo cittadino, luogo di contaminazioni culturali e di incontro considerato luogo idoneo data la natura della pellicola. Il documentario, della durata complessiva di 96 minuti, rientra nel novero delle produzioni audiovisive che esaltano gli appassionati di musica, soprattutto quelli – come il sottoscritto – che hanno una fascinazione per la ricostruzione storica delle scene musicali e dei rapporti che si sono instaurati all’epoca, la loro evoluzione ed epilogo contemporaneo. Più che di nostalgia, parlerei di desiderio di approfondimento e inconscia tendenza al gossip musicale. 

Locandina del film (credits: Militanza Grafica)

“Kissing Gorbaciov” si può descrivere, evitando troppi spoiler, come un docufilm che racconta il percorso che porta, nel 1988, gli organizzatori del festival “Le Idi di Marzo” a Melpignano – un piccolo comune del Salento con meno di tremila anime – a invitare alcuni gruppi rock sovietici a suonare sul posto insieme e, in seguito, accompagnare alcune band italiane (CCCP, Litfiba, Mista & The Missis, The Rats) a suonare a Mosca e Leningrado. Ma in realtà racconta molto più di questo e permette di instradare una serie di riflessioni.

Il lavoro si snoda lungo tre binari precisi. Il primo è composto da foto, immagini e contributi filmati ricavati da repertori d’epoca, alcuni dei quali inediti, che mette in mostra l’appassionato e infaticabile lavoro di ricerca compiuto dagli autori.
Il secondo è composto dalle interviste ai protagonisti, con la ricostruzione degli eventi e delle interessanti letture sulla scena musicale. Questo perché, oltre a organizzatori del festival Antonio Princigalli e Sergio Blasi (che poi si occuperanno anche de Le Notti della Taranta), troviamo i CCCP (nelle persone di GL Ferretti, Annarella Giudici, Danilo Fatur e Massimo Zamboni, riuniti nella casa di campagna del primo), i Rats, i Mista & the Missis, ma anche altri addetti ai lavori, quali il critico musicale Gino Castaldo ed i giornalisti Alba Solaro e Francesco Costantini.
Il terzo filone è quello prettamente immaginario, con ricostruzioni ad hoc dell’epoca.

Trailer del documentario (credits: Michele Lupini /SMK Factory)

Gli autori

SMK Factory è una casa di produzione audiovisiva indipendente, nata in forma embrionale nel 2009, formata da professionisti del settore cinematografico e in particolare documentaristico. Il loro cinema, secondo il comunicato presente sul sito ufficiale, è «d’impatto sociale e questo ci ha sempre spinto a cogliere l’urgenza del racconto e la necessità di condividere pubblicamente il senso che le storie dei nostri film esprimono. Per noi produrre un film significa concentrarsi sul modo in cui i nostri lavori vengono prodotti, realizzati e distribuiti. Lavoriamo per costruire comunità attorno al film e alla storia che racconta, mettiamo in campo campagne di crowdfunding e distribuzione capillare nei territori al fine di alimentare dinamiche sociali e politiche.»

SMK Factory ha prodotto, nel corso degli anni, 13 lavori tra film e documentari con campagne di coproduzione popolare: “Tomorrow’s Land” (2011), “Kosovo vs Kosovo” (2012), “Una follia effimera” (2012), “Green Lies” (2014), “Vite al Centro” (2014), “Quale Petrolio?” (2016), “The Harvest” (2017), “The Milky Way” (2020), “I’m still here” (2021), “Sarura” (2022), “Careseekers” (2023). SMK Factory ha inoltre fondato nel 2013 il portale di distribuzione indipendente OpenDDB – Distribuzioni dal Basso.

I registi (credits: Michele Lapini / SMK Factory)

In ultimo ha recentemente firmato il nuovo videoclip ufficiale dell’ultimo singolo dei CCCP, pubblicato a fine agosto e contenuto nella recente raccolta “Felicitazioni”.
Il brano, dal titolo Onde, è stato girato tra i filari del casolare in cui si svolge parte della narrazione della pellicola e presenta i quattro CCCP allo stato attuale.

Dell’importanza e delle tracce lasciate, nella storia della musica, dal passaggio dei CCCP si è discusso in passato e il dibattito continua, senza dare l’idea di volersi arrestare. Quale fosse la linea a cui i CCCP sono (stati) fedeli, quale fosse la sua estensione e chi l’avesse tracciata è un tema che infiamma ancora oggi il pubblico. Questo perché la figura di Giovanni Lindo Ferretti è, a parer di chi scrive, una delle più carismatiche e complesse da delineare (e si ritorna alla linea, neanche fossimo in una puntata delle serie animata curata da Osvaldo Cavandoli o in Sala Var) e la sua identità è sempre stata foriera di contraddizioni, di analisi e posizioni riguardo a quanto detto o fatto nella propria vita.

Personalmente, a proposito di prendere posizione, non posso che nutrire un profondo rispetto per la persona e l’artista monumentale nelle sue varie incarnazioni, e mi sono indifferenti le sue scelte nel post C.S.I. Allo stesso modo si potrebbero considerare i CCCP un’entità forte, di completa rottura con quanto accadeva tra gli anni ‘80 e ‘90, e di cui si sentiva la necessità vitale. Questo tema è, peraltro, ampiamente analizzato all’interno di “Kissing Gorbaciov”, dalle voci autorevoli coinvolte e dalla scelta del materiale utilizzato, che mostra la vità dei CCCP sopra e fuori dal palco durante il tour tra Salento, l’Emilia e l’Unione Sovietica.

(credits: Michele Lupini / SMK Factory)

Perché guardare il documentario?

Innanzitutto perché è un prodotto visivamente bello. Il racconto si alterna tra il piano del passato e quello odierno, unendo i puntini tra la retrospettiva e la condivisione di sensazioni, ricordi e considerazioni personali dal punto di vista dei protagonisti interessati dalle vicende. L’uso di materiali d’epoca, tra cui una emozionante narrazione recuperata dalla videocamera degli stessi CCCP e con Ferretti come operatore durante il loro viaggio in Russia, si combina con elementi e artifici creati ad hoc. L’estetica retrò è curata al dettaglio, rendendo talvolta difficile distinguere quali parti siano autentiche e provenienti dal passato e quali, invece, siano costruite ad arte con filtri, tecnica di montaggio e fotografia. La scena dell’ospedale e i telegiornali (di cui non dico niente per non spoilerare, per quanto questa frase sia un chiaro esempio della pistola di Čechov) sottolineano la dedizione maniacale per il dettaglio, in cui più di una volta si rischia di confondere il piano del passato reale con quello del passato fittizio.

Piacerà sicuramente all’appassionato di musica con un debole per gli aneddoti, tra cui il mind blown del fatto che Curami sia stata creata sulla base di un riff improvvisato da Zamboni e che a Ferretti ricordava i The Cure. O chi fosse realmente la persona dietro il nomignolo Settantasette, figura punk misteriosa menzionata in Emilia Paranoica («Chiedi a settantasette se non sai come si fa»), i primi incontri con i Litfiba e Maroccolo o, alla fine, quello che gli sguardi tra i componenti dicono a distanza di oltre trent’anni. In un continuo gioco di passato e presente tra i CCCP dell’epoca e quelli attuali, forse a dimostrare che una linea c’è sempre stata ma era chiara solo alle persone che volevano vederla.
Sicuramente di impatto è, come confermato dalla viva voce dei protagonisti, il concerto tenutosi davanti a una folla gremita e composta di militari appartenenti all’armata rossa. Palazzetto dello sport, Mosca, 23 marzo 1989. Quando la band emiliana suona A ja ljublju SSSR, brano che principia con un rifacimento dell’inno sovietico, i militari si alzano in piedi e tendono il pugno sinistro. Il timore, secondo quanto riferito dallo stesso Zamboni, era che la platea militare potesse recepire il prosieguo del brano non come omaggio, ma come oltraggio gravissimo verso la Madre Patria e quello che rappresentava. 

Mihail Sergeevic Gorbacëv (credits: Michele Lapini/ SMK Factory)

Fare musica alla periferia dell’impero: l’esempio di Melpignano.

Alla fine degli anni ottanta il Salento era, soprattutto nei piccoli borghi di provincia, a vocazione fortemente rurale e falcidiata da una serie di problematiche. C’erano sicuramente lu mare, lu sole e lu jentu, come cantavano gli Aprés La Classe (formazione ska-punk originaria di Aradea, paese che dista meno di 20 km da Melpignano), ma c’erano anche l’abbandono delle istituzioni, i forti problemi economici che laceravano il tessuto sociale, una rete di trasporti rudimentale e una voglia ancestrale di rivalsa.
Non si ha la pretesa di dire che questo quadro, fortunatamente, appartenga al passato, ma, di sicuro ci sono stati forti passi in avanti e una piccola parte di questo risveglio credo che sia legato al tema di questo articolo. Perché, se un articolo de Il Post del luglio scorso, dal titolo “Come la Puglia è diventata la regina dei festival estivi” (anche se poi, vai a vedere nel dettaglio, tante regioni italiane hanno una ricca programmazione estiva, tra cui la Sardegna come raccontato da Sa Scena) implica un’evoluzione decisa in tal senso, partendo da una posizione di forte svantaggio.

Quando un gruppo di giovanissimi di sinistra decide, nella seconda metà degli anni ‘80, di candidarsi (e vincere) alle elezioni comunali di Melpignano, questo porta con sé una ventata di entusiasmo e l’euforia (in senso etimologico di apportare del bene) tipica dei giovani che vogliono creare qualcosa senza vincolarsi al calcolo razionale dell’ipotetico risultato. Sono questi atti di fede che spesso spingono a provarci quando in pochi vorrebbero scommettere sull’esito positivo.
Sicuramente se non ci fosse stata un’appartenenza politica all’area del comunismo, difficilmente Gorbaciov avrebbe fornito gli strumenti economici per sostenere il festival e creare questo scambio tra gruppi rock sovietici e italiani, in una logica di import-export sonoro. Il welfare culturale, permettiamoci l’uso di questo termine, è un’arma importante per agevolare il traffico artistico e l’incontro tra pubblico e musicista, ma non deve essere l’unica via. Deve, semmai, coadiuvare, in un clima di libertà, il processo creativo di situazioni, eventi e scene musicali senza però commettere ingerenza. Questo sulla carta, ma si rischia di divagare. 

Lo scambio tra i gruppi rock sovietici e quelli italiani è uno dei temi portanti del documentario, ma non è l’unico. Il “caso Melpignano” è innanzitutto una riflessione sulla portata delle azioni dei giovani quando usano la cultura come strumento per lo sviluppo di idee e di territori. La parola cultura – intesa in senso lato e non solo come manifestazione di forme “alte” o “colte” – in questo caso ha assunto la forma di gruppi punk e post punk, che contribuivano a incarnare lo spirito del tempo.
La presenza massiccia di giornalisti ha spostato il focus verso una zona lontana dalle pagine delle riviste e dei media generali, già nota invece alle fanzine. Melpignano ha smentito chi pensava che i festival locali non rappresentassero un meccanismo di sviluppo, un magnete per il turismo musicale e un modo di proporre musica lontano dalle città. 

Haupstadt der DDR, Haupstadt der DDR, Haupstad der DDR (credits: Michele Lupini /SMK Factory)

Nel frattempo le proiezioni proseguono, in base al calendario reso disponibile sui canali social di SMK, con l’indicazione di orari, costi e luogo. Personalmente ritengo valga la pena di vederlo, ma tenete in considerazione anche le modalità alternative di fruizione: lo streaming (con una donazione minima) e/o l’acquisto del dvd, insieme al merch realizzato dalla stessa Factory. La nostra redazione, se vi interessa l’argomento punk, concerti e storie alla periferia dell’impero, vi consiglia la visione di “Margini”, film del 2022 diretto da Niccolò Falsetti.

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