Abbiamo fatto un’interessante chiacchierata assieme allo scrittore e giornalista torinese per fare il punto sullo stato della musica oggi, nelle sue tante sfaccettature.

«In fondo, siamo dei privilegiati: stiamo assistendo, in diretta, a una rivoluzione.»
Così inizia “La musica liberata” (2009, Arcana Editore) dello scrittore e giornalista (non solo musicale) torinese Luca Castelli, ed effettivamente in quel periodo stava accadendo davvero qualcosa di speciale.
Il libro, scritto in modo dettagliato e competente, è stato per me indispensabile nel capire il cambiamento epocale che in quel momento avevo davanti agli occhi. Sto ovviamente parlando del fenomeno di “liberazione” (o dematerializzazione) della musica: il mondo digitale stava velocemente variando modi, metodi di consumo e fruizione della musica.

Nel 2009 il futuro non era ancora chiaro (e all’epoca dell’uscita del libro Spotify non era ancora arrivato in Italia, per dire), ma era affascinante immaginarlo. Da allora sono passati quasi 15 anni e sono ovviamente cambiate parecchie cose, tante non propriamente in positivo. Proviamo a metterne in fila qualcuna.

La musica si è sempre più liberata del corpo, ma oggi sta diventando quasi un fantasma, pallida e impalpabile.

Contemporaneamente le playlist hanno preso il posto delle mixtape diventando sì uno strumento forte e diffuso di condivisione, ma con il rischio di decontestualizzazione e di estremo distanziamento tra ascoltatore e artista, di perdita di importanza della musica in sé e dell’esperienza di ascolto (ne avevamo parlato anche qui).

La banda larga e la possibilità di essere sempre connessi ha portato a credere che non sia necessario possedere musica, ma basta un abbonamento per averla sempre (e tutta) a disposizione. Non c’è niente di più falso.

Si è inoltre passati da un problema di scarsità (difficoltà nel reperire musica più o meno di nicchia e ascoltare dischi non famosi) al problema dell’abbondanza, con la conseguente difficoltà nel gestirla.

Il giornalismo musicale è cambiato e sembra che la critica non riesca a trovare il suo spazio su internet (o forse non è abbastanza cool da venire monetizzata). Nel frattempo è stata sostituita da consigli lampo sui social o da influencer che si improvvisano critici o esperti.

I negozi di musica sono quasi scomparsi, non hanno avuto un’evoluzione verso il futuro né hanno saputo reinventarsi in qualche modo (o non hanno potuto farlo per la velocità dei cambiamenti in atto).

E Spotify? «Rappresenta la quintessenza di ciò che potrebbe essere la fruizione musicale nel futuro» scriveva Castelli, una frase profetica ma oggi non per forza interpretabile in senso buono.
Inoltre nel 2009 esisteva anche l’idea che tutto potesse diventare «Più ecologico. Più semplice. Più automatico. Spesso più adatto all’esperienza musicale a cui sei interessato». Sappiamo purtroppo che non è così: non è più ecologico (ne abbiamo parlato nell’articolo “Il costo nascosto della musica”) e sostanzialmente impoverisce l’esperienza musicale.
I limiti di Spotify sono noti: gli autori prendono pochissime royalties (e anzi, dal 2024, se una traccia non arriva ai 1000 ascolti annuali, non viene monetizzata), spesso non ci sono  informazioni complete o esaustive su chi ha lavorato al disco, non dà quindi valore ai musicisti e agli artisti. Se volete approfondire vi consigliamo un paio di articoli di Damon Krukowski sul tema: “A pyramid of inequality” e “1,000 streams or bust”)
Una certa importanza hanno le situazioni governate dall’algoritmo, costruito ad uso e consumo della piattaforma e non dell’utilizzatore, che ha influito anche nel modo di scrivere le canzoni stesse (ne avevamo parlato in “Le canzoni stanno diventando più corte?”).

Bandcamp, che per anni è stato il servizio musicale più etico e di riferimento per gli amanti della musica, ha cambiato due proprietari nel giro di poco e adesso il suo futuro è incerto.
E non dimentichiamo le innumerevoli problematiche che gli artisti stanno attraversando.

Insomma, nel 2009 l’idea di un web 2.0 (orizzontale e user generated content) poteva essere un paradiso e l’ascoltatore (con le sue scelte personali ma anche con la possibilità a sua volta di consigliare e selezionare) poteva esserne il protagonista. In poco tempo ciò è stato sorpassato da un web centralizzato, direzionato dall’alto verso il basso: le aziende settano l’agenda, dettano i tempi, le proposte, fissano le direttive. Il rischio è, per la maggior parte dei casi, un consumo passivo da parte degli utenti.

Luca Castelli (2022)

Con uno stile coinvolgente ed appassionato, con nostalgia e con ironia, “La musica liberata” aveva avuto una presa enorme su chi, a fine anni zero, stava frequentando quel mondo digitale, più o meno sotterraneo, fatto di blog, forum, MySpace, net-label e webzine.
Io sono ovviamente tra questi e il libro mi ha aiutato a capire il veloce e impetuoso flusso degli eventi in cui ero immerso. Ancora oggi rimane una lettura validissima su quello che è successo prima: da Napster (1999) e il file sharing, passando dalla rivoluzione iPod (2001), il web 2.0 e MySpace, le strategie di major e artisti per cavalcare o per opporsi al cambiamento, per arrivare poi ai nuovi modelli di business su larga scala: tutto ciò ha inciso sul modo in cui ascoltiamo la musica (ma anche come la cerchiamo, la consigliamo e la raccontiamo agli altri).

Nel frattempo Luca Castelli ha continuato a scrivere e nel 2022 ha pubblicato un libro dedicato a Thom Yorke, intitolato “Nel labirinto. Thom Yorke. Storie, mito e musica” (Sperling & Kupfer). Non a caso i Radiohead sono stati un gruppo che ha segnato una tappa cardine nello sviluppo della musica: nel 2007 pubblicano “In rainbows”, venduto solo in rete con il sistema pay what you want, senza alcuna promozione, senza advanced copy inviate ai giornalisti. Un nuovo sistema, diretto, moderno, senza intermediari.
Dopo questa chiusura ideale del cerchio, mi è sembrato quindi il momento giusto per interpellare Luca su tutto quello che è successo in questi anni, per capire come lui percepisce la situazione attuale e come vede la musica del futuro.

Nel labirinto. Thom Yorke. Storie, mito e musica (2022, (Sperling & Kupfer)

L’intervista

EP: La scelta di un libro su Thom Yorke (e sui Radiohead): una scelta per te naturale, presa in autonomia e dettata dalla passione o una scelta editoriale e tu eri la persona giusta al momento giusto per portarla avanti? Insomma, come è nato il progetto?

LC: Credo si possa definire un mix di entrambe le cose. Quando ho saputo che la casa editrice Sperling & Kupfer stava valutando la possibilità di un libro su Thom Yorke, mi è venuto naturale presentare un progetto. Seguo i Radiohead da anni, ne ho scritto parecchio e ritengo Yorke uno dei pochi artisti contemporanei degni di entrare nel pantheon dei Grandi. Fatico a immaginare nel campo della musica e nello stesso periodo – gli ultimi trent’anni – qualcuno al suo livello

EP: Come si scrive un libro come “Nel labirinto. Thom Yorke. Storie, mito e musica”? Quali sono le sfide che un autore e giornalista deve affrontare nello scrivere una biografia?

LC: Dipende dal libro, dal soggetto, dall’autore. A me appassiona la ricerca d’archivio e su Thom Yorke e i Radiohead si trova una quantità e qualità di materiale incredibile: centinaia di articoli, interviste, registrazioni audio e video. Dalle tracce ufficiali conservate nella Radiohead Public Library a quelle archiviate nei database di giornali e siti d’informazione, dalle interviste su YouTube alle fonti più disparate raccolte e conservate dai fan su siti come Citizen Insane, che sembrano le miniere di Moria de “Il Signore degli Anelli”, talmente profonde da non vederne il fondo ma da cui salgono suoni misteriosi. La cosa divertente è che su Citizen Insane, in mezzo a interviste giapponesi e preistorici flyer promozionali degli On A Friday (la prima incarnazione dei Radiohead), ho trovato anche miei vecchi articoli che non ricordavo nemmeno di aver scritto. Oggi in molti di questi siti si respira un’aria di abbandono, non sono più aggiornati e sembra debbano crollarti addosso mentre li stai visitando, ma sono luoghi preziosi, in cui l’amore dei fan per un artista o un gruppo si sposa con un’opera certosina di archiviazione: il meglio dell’Internet-biblioteca, la mia prediletta. Il grosso del lavoro è stato scavare, riordinare, analizzare, unire i puntini. Durante quel processo ho visto il libro prendere forma, inizialmente fedele allo schema originale, poi scartando verso altre direzioni, dettate un po’ dalle scoperte sul passato, un po’ dall’attualità che incalzava, attraverso la ristampa e il videogioco di Kid A Mnesia e la nascita degli Smile.

In modo altrettanto naturale, al racconto biografico si è pian piano intrecciata la dimensione fantastica, la storia dell’archeologo che viene dal futuro e del minotauro che sbuca dal passato. Scrivendola, ho pensato fosse utile a bilanciare le due anime di Yorke, razionale e sovrannaturale. La sua musica e quella dei Radiohead hanno una componente fantastica che richiedeva qualcosa di più che un freddo elenco cronologico di date e titoli. A posteriori, però, penso che quelle pagine abbiano svolto anche altre funzioni di cui non ero consapevole. Sono un piccolo memento per il lettore a non abbandonare mai di fronte a un testo di non-fiction una sana sospensione della credulità (l’opposto della sospensione dell’incredulità nella fiction). Non dimenticare che in ciò che viene presentato come vero biografie, interviste, persino autobiografie – non tutto lo è. C’è sempre una componente di selezione/ricostruzione/visione che è soggettiva e parziale.
Nell’archeologo, poi, mi sa che mi è scappato anche un pizzico di wishful thinking: mi piace immaginare un futuro in cui “Nel labirinto” possa essere uno strumento utile a chi vorrà scrivere altri libri su Yorke e sui Radiohead. O anche solo un portale per chi vorrà scoprire questa musica. Per questo ho cercato di inserire più informazioni possibili, con fonti precise, e devo ringraziare l’editore per aver accettato lenzuola di note a piè di pagina, manco fosse la “Divina Commedia”.

Un Flyer degli On A Friday direttamente dal lontano 1986

EP: La musica liquida, al momento dell’uscita de “La musica liberata” era una rivoluzione. Spotify sembrava la terra promessa. Ora è sempre più chiaro che ha contribuito pesantemente a svalutare la musica e a mandare sul lastrico gli artisti (anche alla luce delle ultime notizie). Cosa è andato storto e cosa si salva?

LC: Quando nel 2007 uscì l’album “In Rainbows” dei Radiohead, con la famosa operazione a prezzo libero scelto dal cliente (up to you), furono in molti a profetizzare che quello sarebbe stato il futuro della musica. Fu esattamente l’opposto: un’operazione spettacolare ed efficacissima dal punto di vista mediatico, pure abbinata a un bel disco, ma che di fatto rappresentava il canto del cigno del download e della prima stagione di Internet. Il vero futuro della musica (e non solo) in quei mesi lo stavano scrivendo la nascita dell’iPhone, il lancio di Spotify, la crescita di Facebook.

Cosa è andato storto? Personalmente, io penso di aver sottovalutato due aspetti: da un lato l’irruzione online delle vere grandi masse, con le loro passioni, abitudini, virtù ma anche debolezze; dall’altro, la spietata efficacia con cui i neo-imprenditori del Web hanno sfruttato e potenziato queste debolezze a fini commerciali, ridisegnando l’ecosistema. Tradotto in una sigla: SSS, streaming + smartphone + social network. Non dobbiamo dimenticare che l’Internet protagonista di “La musica liberata” era ancora la diretta discendente di un sistema tecnologico che non era nato a fini commerciali ma per continuare a funzionare in caso di attacco nucleare sovietico. E che era stato poi preso in mano da scienziati che si erano posti l’obiettivo di sviluppare il miglior sistema di comunicazione possibile. Quando infine quel fuoco è stato dato a noi, gente comune, è stato facile idealizzarne lo straordinario DNA originale e pensare che ci avrebbe aiutato a costruire un mondo migliore. Anche per la musica e per gli artisti, anche quando abbiamo iniziato a sfruttare la rete per le nostre esigenze quotidiane, compreso il download di musica gratuita, gran bel mix di condivisione ed egoismo. Io ci credevo davvero – e continuo a pensare che quel libro racconti in modo sincero e fedele le sensazioni che molti appassionati di musica hanno provato di fronte alle trasformazioni che si schiudevano di fronte ai loro occhi – così come penso ci credessero i Radiohead dell’up to you e forse ancor di più quelli che a fine 1999 già sperimentavano i primi carbonari livestreaming durante i lavori di “Kid A”.
L’ingresso in scena degli imprenditori informatici – quelli di nuova generazione, dotati di menti fresche e meglio portate a comprendere le prerogative del sistema – ha cambiato tutto. Negli ultimi quindici anni Internet è stata essenzialmente trasformata in una macchina per catturare l’attenzione delle persone e convertirla in soldi. Tantissimi soldi. Estraendoli anche dalla musica, evidentemente però senza redistribuirli in modo equo agli artisti.

Qualche giorno fa ho visto un grafico da un articolo intitolato “Streaming Drives Global Music Industry to New Highs” (lo trovate poco sotto, NdEP) che mostra l’andamento del fatturato globale dell’industria musicale dal 2000 al 2023. Andrebbe analizzato con calma, verificato, valutato in termini di inflazione, ma sembra dirci che l’industria è in realtà riuscita a monetizzare molto bene il passaggio dai cd allo streaming, recuperando le perdite di inizio secolo e toccando cifre record: 28 miliardi di dollari nel 2023, contro i 20 miliardi del 2000. Anche la Fimi, la federazione dell’industria italiana, pubblica da tempo dati in forte crescita. C’è chi sta di nuovo guadagnando molto dalla musica, ma evidentemente non sono gli artisti, o comunque non tutti loro. Se no, non ci troveremmo a ripetere mantra come “non si vendono più dischi, quindi bisogna aumentare il prezzo dei concerti”. Guardando quel grafico, c’è qualcosa che non quadra.

Fonte: Statista

EP: Secondo te come può fare un ascoltatore a godere della musica e contemporaneamente dare il suo contributo oggi?

LC: Detto che le abitudini sono ovviamente diverse da ascoltatore ad ascoltatore, penso che un buon punto di partenza sia sostenere ciò che si ama. Attraverso uno stream, un acquisto su Bandcamp, un vinile, una maglietta, un concerto, ma anche solo un post o un ascolto più attento. Sembra una boutade, forse persino una paraculata, ma mi fa davvero effetto vedere il tempo che buttiamo ogni giorno nel superfluo, nelle sciocchezze, nell’occuparci di ciò che non ci piace e non ci dà niente. Il tempo è denaro? Bene, sprecarlo con ciò che non amiamo – o addirittura detestiamo – significa sottrarre denaro a ciò che amiamo. Letteralmente. Pensa a tutti quei commenti online grondanti indignazione che non fanno altro che regalare attenzione, traffico e quindi soldi a ciò che non ci piace.

Aggiungo un asterisco politico. Quando si tratta di mettere mano al portafoglio e si deve scegliere tra più alternative, potrebbe essere significativo e simpatico favorire gli artisti e le realtà underground, piccole, emergenti, di nicchia. In un mondo che nelle scelte dei governi, nei modelli tecno-finanziari e nel tracollo di qualsiasi ideologia non-liberista (laica o religiosa) sembra aver preso la direzione opposta, penso che adottare comportamenti individuali orientati alla redistribuzione della ricchezza – anche nella musica – sia un bel segnale. E dal punto di vista artistico, in questo modo si contribuisce ad alimentare un sistema più vario, diversificato, creativo, meno controllato dai big.

EP: Come può invece un artista riuscire a costruire una carriera rendendola sostenibile anche dal punto di vista economico? All’epoca scrivevi che «non esiste la soluzione che va bene per tutti. Ogni artista deve trovare la sua, in base alle sue caratteristiche, alla sua musica e al suo pubblico». Mi sembra che oggi le possibilità si siano molto ristrette: abbiamo artisti che vincono grammy e poi devono annullare tour per mancanza di soldi, addirittura band che si sciolgono perché semplicemente non riescono a sostenersi. Il mercato musicale è in crisi, i dischi non servono. In Usa tanti locali chiedono percentuali anche del 10% sulle vendite del merchandising durante gli show live. Insomma, tante cose che non funzionano e chi ne subisce più le conseguenze sono proprio gli artisti. Che ne pensi?

LC: L’unico suggerimento vagamente sensato che mi sembra di poter dare è di trovare il manager giusto. Un professionista bravo e aggiornato abbastanza da sapere dove vanno a finire i 28 miliardi di dollari di cui si parla nel grafico sopra (e tutti gli altri che vengono generati in un modo o nell’altro dagli artisti: nei concerti, nel merchandising…), da riuscire a catturarne almeno una parte e sufficientemente onesto da non tenersela tutta per sé. In questo modo si depotenzierebbe anche quel mito della disintermediazione a cui è stato molto bello credere nei primi anni del millennio, ma che oggi inizia a mostrare il fiato corto.

Molto tempo fa intervistai Jerry Cantrell degli Alice In Chains. Erano gli anni in cui seguivo da vicino e con parecchio entusiasmo le iniziative di artisti-imprenditori come Trent Reznor e Amanda Palmer. Gli Alice in Chains avevano appena suonato a un festival con i Nine Inch Nails di Reznor e gli chiesi se stesse pensando di seguire il loro esempio di indipendenza assoluta. Non ricordo le parole esatte, ma il succo della sua risposta fu: «Ma sai quanto tempo dovrei dedicarci? Io voglio suonare». Può sembrare un consiglio poco romantico, ma senza i manager probabilmente dovremmo riscrivere la storia della miglior musica degli ultimi 60 anni. Dove sarebbero gli U2 se da ragazzini non avessero incontrato Paul McGuinness? E avremmo avuto i Beatles – come li conosciamo – senza Brian Epstein?

Il trailer ufficiale del videogioco Kid A Mnesia Exhibition (2021)

EP: A proposito di artisti, c’è un passaggio in cui hai scritto «Abbiamo bisogno di una generazione di artisti che interpreti le nuove condizioni offerte dalla tecnologia, che sia in grado di catturare i pregi e i difetti, le esaltazioni e le contraddizioni della società contemporanea, creando opere d’arte che raccontino e rappresentino l’essenza del nostro tempo». Secondo te, chi oggi, nel 2024, sta facendo questo?

LC: Molti rapper, mi sembra. Come scrive Alessandro Lolli nell’articolo “Otto miliardi di celebrità”, «più di ogni altra espressione artistica, il rap è stato un continuo discorso sulla fama, sulla brama di inseguirla e l’incubo di viverla, sulle figure che accerchiano il famoso, i fan… e gli hater». Cioè, sull’essenza del nostro tempo.
I testi dei trapper più violenti possono anche dare fastidio, a me ne danno parecchio, ma probabilmente rispecchiano bene quel senso di disagio di adolescenti che fin da subito si sentono immersi in un clima di competizione, faide giovanili, pornografia low cost, mito del denaro e ricerca del successo come unico obiettivo. Se poi inserisci la tecnologia, chi meglio del rap e della trap si sono fusi negli ultimi dieci anni con Spotify, TikTok, YouTube e qualsiasi altro nuovo canale di diffusione / promozione / comunicazione / consumo musicale? Se invece torniamo alla mia bolla generazionale, anche operazioni come il “listening party” di Kanye West a Milano o i concerti berlinesi dei CCCP rispondono bene ai parametri della domanda. Cosa c’è di più attuale di un non-evento come quello orchestrato da West, con un tizio mascherato che passeggia al centro del Forum di Assago, senza nemmeno la musica dal vivo, con l’unico obiettivo di essere instagrammato e discusso per un giorno su Internet? O di un altro evento in cui la musica dal vivo ci sarebbe anche, ma per migliaia di persone – soprattutto quelle che non erano presenti in Germania ma lo hanno consumato sui social, come il sottoscritto – rimarrà soltanto con l’immagine di Andrea Scanzi che parla, il pubblico che lo insulta, mentre Giovanni Lindo Ferretti mostra il dito medio? Rimarrà per poco, in realtà: penso che molti di noi l’abbiano già rimossa.
Questa è l’essenza del nostro tempo, quella mainstream, quella più appariscente, finta e caratteristica degli anni Venti del secolo: la musica come ancella fugace di replicanti di Andy Warhol, orpello di un contenuto che ha l’obiettivo primario di essere commentato, non ascoltato. Oggi rovescerei il significato del passaggio che hai citato nella domanda. Non tanto perché sia sbagliato, ma perché… ci piace davvero questa essenza dominante? Non ne vogliamo cercare altre? Non abbiamo forse bisogno di una musica, una letteratura, un cinema e un’arte che provino a rovesciarla? Che cerchino di immaginare un’alternativa più eccitante e meno centrata sul marketing e sulla provocazione, a maggior ragione in un’epoca in cui ci viene fatto credere che non ne esistono? È complicato? Sì, perché c’è sempre il rischio di scivolare nella bonaccia della nostalgia o nella stramberia fine a se stessa. Ma come disse una volta un filosofo greco – o forse erano i Coldplay – «nobody said it was easy». In quanto alla tecnologia, se il qualcosa “che interpreti le nuove condizioni offerte” significa qualche trucchetto di comunicazione che riesca a catturare 15 nanosecondi di attenzione nel suk digitale, allora anche no, dai.

Diverso è il discorso sul contributo che la tecnologia può dare al processo creativo. Nella storia dell’arte è sempre stato così e ancora oggi qualsiasi tecnologia – analogica o digitale, arcaica o innovativa, forse persino il babau dell’intelligenza artificiale – offre potenzialità straordinarie quando si sposa con il genio degli artisti. Il bello è che vale per tecnologie davvero diversissime: dalla chitarra a cui Paolo Angeli sta dedicando l’intera vita, modificandola pezzo per pezzo, chiave per chiave, corda per corda, come un artigiano rinascimentale e usandola come tappeto volante per esplorare nuovi territori a cui solo lui può accedere, ai sofisticati e digitalissimi software con cui James Cameron ha creato l’universo dei film “Avatar”, forse il più compiuto mondo di fantasia mai immaginato dai tempi di Hieronymous Bosch.

Andiamo a Berlino, Bepp… Lindo!

EP: Tu hai collaborato anche per Il Mucchio. Come ti sembra il livello della critica musicale italiana oggigiorno? In un’intervista di un anno fa, Damir Ivic è stato molto critico sulla questione. Tra recensioni che sono copia incolla di comunicati stampa, poco approfondimento, voglia solo di fare numeri, e vecchi giornalisti una volta ottimi che oramai si dimostrano solo boomer reazionari, c’è qualcosa di valido e di valore?

LC: La collaborazione con il Mucchio è terminata da qualche anno e la rivista ha cessato le pubblicazioni (a giugno 2018 – NdEP). Destino, ahimè, condiviso con molte altre testate musicali storiche: quasi tutte quelle che cito nella prima parte di “Nel labirinto”, quelle che hanno accompagnato l’ascesa dei Radiohead negli anni Novanta, non esistono più. Nei confronti della critica ho un amore molto novecentesco: penso sia utilissima – anzi, necessaria – sia in ottica del presente (mettere ordine, spiegare, aiutarci a comprendere meglio e gestire la torrenziale produzione contemporanea) che di futuro (la storicizzazione della musica e degli altri linguaggi creativi). Il problema è che la critica è una cosa seria. Non è sparare il primo giudizio che viene in mente in cinquanta caratteri, con la speranza di innescare un dibattito che rimbalzi come una pietra piatta sui social. Richiede tempo, competenze, un approccio rigoroso e una passione sconfinata. E, particolare non secondario, una lettura altrettanto attenta. Tutti aspetti che la rendono geneticamente quasi aliena e praticamente inadattabile soprattutto ai social network. Sono un mcluhaniano convinto, penso che il medium sia il messaggio e che il medium “social” impedisca tanto al critico di esercitare vera critica (perché tenderà sempre, più o meno inconsciamente, a convertirla in qualcosa di acchiappa-like) quanto al lettore/utente di fruirla come tale (le concederà la stessa quantità di attenzione di qualsiasi altro contenuto del flusso: su questo punto dovremmo di nuovo farci qualche domanda, è possibile che l’essenza del tempo sia non aver più tempo di riflettere nemmeno un istante su ciò che leggiamo / vediamo / ascoltiamo?).

Sono molto novecentesco anche nella visione sacerdotale della critica: oggi siamo tutti bravissimi a criticare, ma sono pochissimi i bravi critici. Hai citato Damir Ivic, che per me svolge un lavoro quasi eroico nel modo in cui cerca di conciliare il ruolo di critico (i suoi articoli lunghi su “Soundwall” e “Rolling Stone”) con i ping pong di parole sui social. Aggiungerei un altro ex-collega al Mucchio, Eddy Cilìa, che stimo molto sia per ciò che scrive che per come invece riesce a tenere la barra drittissima nella cura, valorizzazione ed estensione del suo immenso lavoro critico, basato su articoli scritti in 40 anni di carriera, attraverso i libri e il blog “Venerato Maestro Oppure. Sul fronte cinematografico, invece, da un po’ di tempo trovo ciò che sto cercando in siti come “Quinlan e “Notebook”, il blog della piattaforma Mubi. La risposta alla tua domanda dunque è di nuovo un po’ dantesco-illuminista: se c’è qualcosa che non ti piace – comprese le recensioni copia-e-incolla – non ti curar di loro ma guarda, passa e cerca un’alternativa migliore. Sulla carta o sul web, di certo esiste.

EP: Una volta c’erano i blog e pure i forum. Adesso ci sembra davvero difficile avere un posto dove discutere di musica con passione, perdendoci parole e tempo. Secondo te adesso dove si possono trovare questi spazi? E come vedi il futuro della discussione musicale e della critica sul web?

LC: È interessante perché lo scrittore Paolo Di Paolo si è posto di recente una domanda simile per quanto riguarda la letteratura (“In Italia non c’è più nessuno con cui parlare di letteratura”). Già il fatto che qualcuno si faccia questo tipo di domande, significa che in realtà c’è ancora chi ne sente il bisogno.
Su Internet, credo che un modello insuperato rimanga quello dei forum, soprattutto per il modo in cui erano suddivisi in stanze: in una si parlava di una band, in un’altra di un disco, in un’altra magari si divagava nello sport, in un’altra sulla politica e in un’altra ci si perdeva nel cazzeggio. E ferrea calava la scure su chi andava off topic. I forum esistono ancora, solo che sono in gran parte abbandonati – come i vecchi siti dei Radiohead – perché la maggior parte delle persone è migrata verso i social. Credo che se si voglia parlare seriamente di un qualsiasi argomento, si debba cercare un luogo concentrato sul medesimo, non troppo dispersivo.

EP: L’onniutente, con il suo bagaglio di conoscenze, la sua voglia di fare, di scoprire, di essere aggiornato, esiste ancora? O sta soffocando, schiacciato dall’enorme quantità di dati, musica, notizie, post, per la maggior parte poco interessanti?

LC: L’onniutente – mamma mia che neologismo orribile, chiedo scusa – esiste ancora. Io personalmente mi iscrivo alla categoria. Solo che deve anche lui raggiungere un grado di consapevolezza più maturo sulla realtà che lo circonda. Come esseri umani non abbiamo le capacità di immagazzinare una quantità infinita di informazioni. Non possiamo sapere tutto, occuparci di tutto, commentare tutto. Dobbiamo tornare a selezionare, approfondire e infine godere di ciò che abbiamo approfondito.

L’abbondanza può essere al tempo stesso la nostra migliore amica e nemica. Per me è una cara amica quando mi ricorda che fino all’ultimo respiro avrò sempre qualche libro, qualche film, qualche brano musicale, qualche luogo che avrò voglia di conoscere. È tecnicamente impossibile che esaurisca ciò che mi appassiona e saperlo è una gioia. È nemica quando mi distoglie da questo percorso. Oppure quando diventa uno strumento fine a se stessa, che cerca di convincerti a nutrirla. Purtroppo questa è un po’ la natura del digitale, che è tecnicamente un moltiplicatore infinito di informazioni e – soprattutto quando è stato preso in mano dagli imprenditori/informatici di cui sopra – ha inevitabilmente generato mostruosità che davvero sembrano volerti soffocare, come il flusso infinito dei social, come Facebook che a ogni istante ti domanda di scrivere «A cosa stai pensando?», come Netflix che non ti lascia nemmeno vedere i titoli di coda di un episodio di una serie tv che già ha fatto partire il successivo o come Daniel Ek di Spotify che invita gli artisti a produrre sempre più canzoni.

Sulla copertina di “La musica liberata” avevo voluto un rubinetto da cui uscivano tutte le novità che stavano cambiando l’esperienza musicale. Era sottinteso però che noi non ci saremmo trovati sotto il rubinetto, dentro il flusso, ma saremmo stati la mano che l’avrebbe aperto e chiuso. Ecco, forse dovremmo uscire dal flusso e recuperare la capacità di essere quella mano. Non solo nella musica.

EP: Sono capitato su un tuo vecchio post del 2011 in cui sottolineavi le problematiche di un grosso festival, anzi rassegna, come l’Heinken Jammin Festival. A distanza di anni la situazione non è certo migliorata: da un lato nel 2023 abbiamo raggiunto un livello bassissimo in tante rassegne e non ho mai sentito così tante critiche (motivate e circostanziate): Blur a Lucca, Arctic Monkeys a Milano e a Roma, Springsteen a Monza… Non solo rassegne ma anche grossi eventi, funestati da mille problemi di vario tipo: prezzi altissimi per il pit, gestione interna degli spazi insensata, gestione assente delle code prima e dopo l’evento, audio non all’altezza, quella truffa legalizzata chiamata sistema token, pubblico trattato come una vacca da mungere e nulla più. Non sono ottimista e non vedo possibili miglioramenti futuri né la volontà di apportarli, dopotutto l’organizzazione è sempre peggio ma il sold out arriva nonostante i prezzi. Dall’altro, ci sono i festival che funzionano, ma che rischiano di fare una brutta fine per colpe non loro: questi giorni le brutte notizie sul Todays Festival di Torino sono davvero tristi. Tu come la vedi?

LC: È da un po’ di tempo ormai che per me i grandi festival e i concerti in spianate tipo autodromo non valgono più il prezzo del biglietto e delle varie voci collaterali. Credo che il personale punto di non ritorno sia stato il live dei Pearl Jam nel 2018 all’area Expo vicino a Milano: parcheggio a pagamento lontanissimo, token diabolici, posizione a cinquanta metri dal palco ed Eddie Vedder afono. La tempesta perfetta. E cito proprio i Pearl Jam perché sono di gran lunga il gruppo che più ho amato dal vivo: Assago 1996, Assago 2006 e Padova 2018 rappresentano la Santa Trinità della mia vita da fruitore di concerti.
Mi sembra che i maxi-eventi stiano diventando qualcosa in cui l’aspetto prioritario è sempre più il partecipare, l’esserci, il fotografarsi, mentre la musica passa in secondo piano. Ma può darsi che c’entri anche l’età: oggi non mi attira nemmeno più molto il Primavera Sound, che usavo come termine di paragone in quel vecchio post del 2011 e che ho frequentato molto in passato. E qui rientra in gioco il lato positivo dell’abbondanza. Detto che chi fa sold out alla fine dal suo punto di vista ha sempre ragione, per fortuna esistono tantissime alternative molto più affini al modo in cui oggi preferisco fruire musica dal vivo. Certo, probabilmente significa rinunciare a qualche concerto di superbig, a meno che non siano in stadi o palazzetti. L’anno scorso ho goduto parecchio nel vedere gli Smile in un locale medio-grosso come il Fabrique di Milano, nemmeno tutto esaurito, a una decina di metri dal palco. Con i Radiohead dubito sarebbe stato possibile.

Una simile alternativa qui a Torino è stata per anni proprio Todays, ideato, confezionato e curato da Gianluca Gozzi come un appuntamento in perfetto equilibrio tra la grande qualità della musica, l’ottima fruibilità dei concerti e – mio chiodo fisso – la totale assenza di token. Solo che si tratta di un festival promosso e finanziato da un ente pubblico, quindi legato a fattori – anche di natura politica – che vanno al di là delle semplici considerazioni sul valore artistico o sui numeri stessi dell’iniziativa. A Torino siamo abituati a veder nascere e scomparire simili realtà, basti pensare alla triste fine di Traffic, il predecessore di Todays, quello che ancora oggi se vai a vedere il cartellone della mitologica edizione del 2007 ti chiedi se davvero sia stata possibile (Lou Reed, LCD Soundsystem, Daft Punk, The Coral, Arctic Monkeys, Antony and the Johnsons, Franco Battiato e Subsonica, tutti gratuiti e in quattro giorni). Così come siamo abituati a rivoluzioni nelle direzioni artistiche, che quasi sempre arrivano all’indomani di cambi di giunte e amministrazioni e spesso sono traumatiche anche a livello umano. Per ragioni diverse, nel 2024 avremo nuovi timonieri anche in eventi extra-musicali di grosso calibro come il Salone del Libro e il Torino Film Festival. Sono usciti da poco i risultati del bando del nuovo Todays, con la vittoria dell’agenzia Reverse. È la stessa che da anni organizza festival più pop come Sonic Park a Stupinigi e Ritmika a Moncalieri, ma che l’anno scorso fu anche associata al Primavera Sound in quella strana voce di mezza estate sul possibile sbarco in città del festival catalano. La sfida che ha davanti è notevole, per i tempi ridottissimi – quasi tutti gli eventi estivi hanno i cartelloni già chiusi – e nei confronti del pubblico più affezionato a Todays, non solo torinese, che difficilmente dimenticherà le nove edizioni targate Gozzi.

Luca Castelli e Daniela Pes

EP: Chiudiamo in leggerezza: cosa stai ascoltando di bello in questo periodo? C’è qualcosa di nuovo che ha catturato la tua attenzione?

LC: C’è tantissimo! Limitandomi alle cose italiane, un mio Festival di Sanremo ideale a febbraio avrebbe visto trionfare Daniela Pes, magari in duetto gallurese-carnico con Massimo Silverio, davanti a Marta Del Grandi e ad Andrea Satta, il cantante dei Têtes de Bois. In un colpo solo ho citato i miei quattro dischi italiani preferiti dell’anno scorso: “Spira” (Pes), “Hrudja” (Silverio), “Selva” (Del Grandi) e “Niente di nuovo tranne te” (Satta, a cui avrei dato anche il Premio della Critica).

Quest’anno mi sono piaciuti molto “Realtà Aumentata” dei Subsonica e, in ordine sparso e inserendo qualche nome internazionale, i nuovi album di La Crus, A Toys Orchestra, Smile, Yard Act, Adrienne Lenker e Kim Gordon. Questo per rimanere nei territori da ex-collaboratore del Mucchio. Ma ho la grande fortuna di vivere in una città vivace e di fare un lavoro al Corriere Torino che mi permette di frequentare da vicino tutti i suoi ambienti musicali, dove è raro che ci sia anche solo una settimana priva di nuovi stimoli.

Ripensando agli ultimi dodici mesi, andando in ordine ancora più sparso e dimenticando di certo un sacco di cose, si può esser portati sulla Luna da una giovane violoncellista guatemalteca che suona sotto le stelle digitali del Planetario (Mabe Fratti, che tornerà in autunno a C2C), da una superband di supermusicisti italiani che accompagna a teatro Manuel Agnelli e Casadilego con superarrangiamenti delle supercanzoni di David Bowie in un super-Lazarus diretto da Valter Malosti (si capisce che mi è piaciuto?), dal pubblico under 30 che al Teatro Regio si commuove per “La bohème” o si scatena per il libertino secondo atto di “La rondine” di Puccini, da un esploratore di suoni come Giorgio Li Calzi che cuce l’abito perfetto per le poesie di Chandra Livia Candiani (“La via delle nuvole”, disco sublime appena uscito su Bandcamp), da Teodor Currentzis che con la sua orchestra e il suo coro siberiano musicAeterna fa emergere lentamente il Requiem di Mozart dall’oscurità assoluta dell’Auditorium del Lingotto e da Edda che fa invece riemergere prepotentemente tutto il suo repertorio in un concerto perfetto a Spazio 211. O ancora, giusto qualche giorno fa, da Suzanne Ciani che – a 77 anni! – arriva dalla California e ipnotizza la sala piena del Cinema Massimo con un sintetizzatore Buchla 200e degli anni Settanta. La Musica c’è sempre e da secoli è lei stessa l’essenza di tutti i tempi. È ciò che le mettiamo attorno che a volte sembra nasconderla.