Come le composizioni estese influenzano l’attività cerebrale e trasformano l’esperienza di ascolto in modi che i brani brevi non possono replicare.

Nota per il lettore. Questo articolo è strutturato in due sezioni (e una conclusione):

  • la prima parte (lungo minutaggio e trance musicale) offre il cuore del discorso e può essere letta in un’unica sessione;
  • la seconda parte (panoramica su generi e artisti) è pensata come consultazione: scegli i generi e gli artisti che ti interessano e, se vuoi, torna a esplorare il resto in un secondo momento.

La musica, soprattutto nel mainstream, si sta trasformando e “accorciando”. In un nostro precedente articolo abbiamo esaminato come la logica economica delle piattaforme di streaming e la frammentazione della soglia dell’attenzione, esacerbata dall’avvento dei social, stiano modificando e portando la composizione dei brani verso un minutaggio sempre più breve.

Da un certo punto di vista, e per determinati generi, questo non è necessariamente un problema. La durata di un brano, infatti, non ne determina la qualità. L’autore dovrebbe chiedersi se la storia che vuole raccontare e la musica che l’accompagna abbiano avuto il tempo di emergere, svilupparsi e concludersi. Per questo potrebbero essere sufficienti due minuti oppure venti. Dipende, ovviamente, dalla tipologia del brano e dall’obiettivo artistico.

Tuttavia, in determinate composizioni con particolari condizioni ritmiche e di arrangiamento, il minutaggio si estende per rispondere alle caratteristiche del brano stesso. Che si tratti di progressioni armoniche articolate o di ritmiche cicliche e atmosfere ipnotiche, il minutaggio deve essere sufficiente perché questi elementi possano “dispiegarsi” e ottenere l’effetto desiderato dall’artista. Non è questione di indulgenza compositiva, ma di necessità funzionale.

Il popolare dj torinese Gigi D’Agostino, in una recente intervista, affronta – intorno al minuto 8:00 – proprio questo concetto di sviluppo temporale necessario alla maturazione di un’idea musicale. Sottolinea come sia concettualmente sbagliato pensare di tagliare in formato breve (radio edit) brani costruiti su cicli ripetitivi di loop armonici e variazioni che richiedono tempo per svilupparsi completamente.

Ma cosa comporta a livello biologico ascoltare musica con minutaggio esteso? Cosa succede nel nostro cervello quando ascoltiamo sei brani pop di tre minuti ciascuno oppure i diciotto minuti della sola Halleluhwah dei Can? Oltre alle ovvie differenze di genere e alle preferenze personali, quali sensazioni specifiche emergono da due esperienze con la stessa durata complessiva, ma con aspetti ritmici, armonici e di continuità concettuale così diversi? 

Ted Gioia – musicista jazz e uno dei più autorevoli commentatori del mondo musicale presente e passato – in un video intitolato “Are Three-Minute Songs Bad For Music?” del 2021, identifica una soglia precisa: servono circa dieci minuti perché il fenomeno di entrainment – la sincronizzazione delle onde cerebrali con il ritmo esterno – raggiunga la sua massima efficacia e possa indurre uno stato mentale alterato. 

Diverse ricerche, anche molto recenti, confermano che i ritmi esterni influenzano i nostri ritmi biologici e possono indurre stati di alterazione della coscienza, ma solo dopo un ascolto prolungato.

Come evidenzia Gioia, la musica lunga e ritmicamente ripetitiva è stata da sempre presente nella storia umana, spesso con il preciso scopo di indurre uno stato di trance. La corsa contemporanea alla brevità sta minacciando fortemente questa funzione specifica della musica.

Oggi, intere generazioni di ascoltatori hanno ceduto all’impazienza, condizionando il cervello a cercare la gratificazione istantanea del “gancio” melodico e del beat a sviluppo immediato. Si sta perdendo sempre di più la capacità di “ascolto profondo”, ovvero quell’impegno attivo necessario per apprezzare brani a lento sviluppo e lunga durata che sanno ripagare con esperienze ipnotiche o fortemente immersive.

Questa perdita non è casuale né inevitabile. David Foster Wallace aveva già intuito, anni prima dell’esplosione dei social network, come la frammentazione dell’attenzione e la costante ricerca dell’appagamento immediato avrebbe minacciato ogni forma di esperienza culturale profonda: dalla musica alla lettura, dalla fruizione di contenuti video alla capacità di concentrazione prolungata.

Estratto dell’intervista rilasciata da David Foster Wallace all’emittente tedesca ZDF nel 2003.

Ma torniamo alla soglia dei dieci minuti necessaria a provocare uno stato in qualche modo alterato: provate a pensare a quanti brani dei vostri artisti preferiti raggiungono o superano questo minutaggio. Se conoscete brani così lunghi, è probabile che vi sia istintivo associarli a un “viaggio”: in un certo senso, è proprio di questo che si tratta. Nelle cronache di diverse epoche e diverse civiltà, infatti, la musica è frequentemente associata a un viaggio, terreno o ultraterreno. 

Persino nel Papiro di Derveni, il più antico manoscritto rinvenuto in Europa (che contiene un commento allegorico a un inno dedicato alla figura di Orfeo), la musica assume un ruolo centrale nelle pratiche di divinazione: è proprio grazie a questa che l’iniziato viene condotto verso uno stato di trance e di trasformazione spirituale, pre-condizione necessaria per il viaggio che deve affrontare. Il manoscritto dimostra come già nel IV secolo a.C. si riconoscesse alla musica la facoltà di permettere l’accesso a dimensioni altre. E questo non accadeva di certo con brani di due o tre minuti.

Musica e trance: cosa ci dicono antropologia, musicologia e scienza

L’antropologo Mircea Eliade ha dedicato gran parte della sua opera allo studio delle esperienze mistiche e religiose, in particolare quelle legate allo sciamanesimo. Nella sua visione, l’estasi rappresenta una forma di conoscenza e comunicazione con il sacro: le esperienze di trance associate alle pratiche sciamaniche sono intese come viaggi dell’anima, in cui lo sciamano si sposta in altri mondi o dimensioni per interagire con gli spiriti e ottenere guarigione o conoscenza.

Il tamburo emerge come elemento centrale in questo tipo di esperienze. Eliade, insieme ad altri antropologi come Gilbert Rouget, Michel Leiris e Michael Harner, ha identificato un principio che attraversa diverse culture: l’utilizzo di ritmi ripetuti e regolari, ottenuti tramite percussioni, per indurre stati alterati di coscienza. Lo sciamano trova nel tamburo (o strumenti percussivi simili) lo strumento principale per raggiungere e far raggiungere ai partecipanti del rito stati mentali alterati, confermando attraverso la pratica millenaria quello che la ricerca scientifica contemporanea ha iniziato a documentare con precisione: il potere del ritmo percussivo e ripetuto di modificare la coscienza.

Una tradizione ben nota a noi italiani è quella legata al tarantismo, che conosciamo soprattutto grazie al lavoro di Ernesto De Martino e Diego Carpitella, di cui avevamo già parlato in un precedente articolo. Nel rito che secondo la credenza popolare portava alla cura del morso della taranta – ragno ritenuto velenoso – un ruolo chiave, nella configurazione strumentale, lo aveva proprio il tamburello.

Se avete mai partecipato a un rave o a un concerto di musica con particolare insistenza ritmica, potrà esservi capitato di raggiungere uno stato in cui sembra di essere sospesi, staccati da ogni pensiero, rapiti nel flusso dell’ascolto e del movimento. Non è semplice autosuggestione: è un fenomeno neurobiologico documentato.

Negli anni Sessanta, lo psicologo Andrew Neher osservò che determinati pattern ritmici producono variazioni misurabili nell’elettroencefalogramma. In particolare, alcune onde cerebrali – come le alfa e a volte le theta – tendono a sincronizzarsi con la frequenza del ritmo, un fenomeno che definì “auditory driving” e che oggi è noto in ambito scientifico come entrainment. Neher propose che proprio questo effetto potesse costituire la spiegazione scientifica per l’uso di percussioni martellanti e ripetitive nei rituali di trance.

Decenni più tardi, una ricerca del 2015 condotta con risonanza magnetica funzionale su praticanti sciamanici esperti ha mostrato che, durante la trance, le reti cerebrali si riorganizzano: le aree legate all’introspezione e al pensiero interno diventano più attive e meglio collegate, mentre quelle deputate all’elaborazione dei suoni e degli stimoli esterni riducono la loro attività. In pratica, il cervello sembra “staccare” parzialmente dagli stimoli sensoriali per favorire un flusso interiore di pensieri ed emozioni. 
Il fatto che queste modificazioni siano state osservate soprattutto su praticanti sciamanici esperti, indica che la predisposizione personale gioca un ruolo determinante nel raggiungimento di certi stati mentali. Per l’ascoltatore comune, questo suggerisce che per ottenere esperienze fortemente immersive è necessario un ascolto focalizzato che contempli pazienza, resistenza allo skip e alla distrazione, nonché un completo e deliberato abbandono alla persistenza di ritmiche e pattern ciclici.

Massimo Pupillo (ZU) [foto dell’autore dell’articolo]

Uno studio del 2021 ha individuato, tramite elettroencefalogramma, una “firma elettrica” della trance che si manifesta con un incremento delle onde gamma, evidenti modifiche nella comunicazione tra alcune aree cerebrali e un equilibrio particolare che permette al cervello di essere contemporaneamente stabile e creativo. Questi pattern si sono rivelati coerenti con le esperienze riportate dai partecipanti, ovvero visioni, immagini vivide e improvvisi “insight”, simili a quelli vissuti dai musicisti quando, dopo ripetuti take, perdono il senso del tempo e accedono a stati profondi di creatività: è il cosiddetto flow. 

Molto recente, infine, è uno studio del 2025 che ha analizzato gli effetti di alcuni brani di musica elettronica sugli ascoltatori attraverso registrazioni EEG. È stato dimostrato che la forza con cui le onde cerebrali si sincronizzano al beat (soprattutto intorno a 1.65 Hz) può predire la profondità del vissuto alterato: più il cervello si “aggancia” al ritmo, più i partecipanti riportano sensazioni di unità, sospensione temporale e immersione totale.

Grafici a ragnatela che illustrano come i partecipanti hanno valutato, dopo l’ascolto di brani elettronici, aspetti chiave dell’esperienza soggettiva: senso di unità con l’ambiente, dimensione spirituale e sensazione di distacco corporeo.

I risultati suggeriscono che il ritmo non solo guida le percezioni esterne, ma può modulare la consapevolezza interna, rafforzando emozioni e pensieri tipici degli stati di trance indotti musicalmente. Questo potrebbe essere uno dei motivi che spiegano il successo degli eventi di musica elettronica, dove set molto lunghi – anche di tre o più ore – creano una situazione ritmica fortemente stabile e pervasiva. Questa favorisce una dimensione collettiva che somiglia molto a quella di alcuni riti tradizionali del passato che inducevano stati di trance.

Se il ritmo può dunque influenzare il funzionamento del cervello, non sorprende che per secoli sia stato utilizzato anche come strumento di memoria e trasmissione culturale. Molte delle conoscenze che abbiamo di epoche passate, ci sono state trasmesse proprio perché veicolate attraverso il canto, forma in cui è più facile memorizzare concetti complessi o di lunga articolazione (basti pensare alle classiche filastrocche per bambini, come la celebre Alphabet Song utilizzata per insegnare l’alfabeto in paesi anglofoni). 

Un caso emblematico è quello di Avdo Međedović, cantore epico bosniaco del primo Novecento, divenuto celebre grazie agli studi di Milman Parry e Albert Lord. Accompagnandosi con la gusle, uno strumento a corda tradizionale, Međedović era in grado di recitare poemi lunghi decine di migliaia di versi, improvvisando e rielaborando ogni volta la narrazione. Parry e Lord notarono inoltre che quando cantava senza la gusle, la sua capacità mnemonica si riduceva drasticamente: lo strumento non aveva dunque la sola funzione di accompagnamento musicale, ma svolgeva anche un ruolo essenziale come supporto cognitivo.

Insomma, la storia e le ricerche scientifiche mostrano come la musica influenzi i nostri pattern cerebrali a diversi livelli. I brani lunghi con caratteristiche ritmiche cicliche e persistenti possono indurre piacevoli alterazioni cerebrali, anche se molto dipende dalla predisposizione dell’ascoltatore. Se si è abituati ad ascoltare musica breve e a rapido coinvolgimento, brani lunghi e con ripetizioni ritmiche possono apparire di primo acchito noiosi. Occorre abbracciare la lentezza e la persistenza delle soluzioni ritmiche o armoniche ripetute, mettendo da parte l’impazienza. Poi bisogna naturalmente trovare band e artisti che incontrino i propri gusti: la buona notizia è che la scelta non manca.

Moltissimi artisti, in modo episodico o continuativo, hanno scelto di allontanarsi dalla brevità della forma canzone tradizionale per esplorare strutture più lunghe, caratterizzate da ritmi dilatati e arrangiamenti pensati per generare un ascolto immersivo e contemplativo, dove l’appagamento non è immediato ma si materializza sul medio lungo termine. 

Senza pretese di completezza, proviamo a tracciare in maniera molto sintetica e di alto livello in quali sentieri si è sviluppata maggiormente questa esplorazione, dagli anni ‘60 in avanti.


Espansione e decostruzione della forma canzone

L’esplosione controculturale degli anni Sessanta e Settanta ha aperto la strada a un’idea di musica da vivere come esperienza estesa e trasformativa. Spinti dalla contestazione delle convenzioni formali occidentali, dall’esplorazione di stati alterati di coscienza – spesso indotti dall’uso di sostanze allucinogene – e dall’adozione di modelli tonali e ritmici non occidentali, band e artisti hanno progressivamente smantellato la struttura strofa-ritornello per dare vita a composizioni di lunga durata.

A cavallo tra i due decenni, i Grateful Dead coniano nel rock una forma analoga alle jam session del jazz: lunghe esecuzioni costruite su pattern ritmici reiterati e progressioni armoniche sempre mutevoli che creano uno «spazio tempo» sospeso, dove l’improvvisazione non è virtuosismo fine a sé stesso ma un mezzo per raggiungere una trance condivisa. In parallelo, il krautrock tedesco – con il motorik beat di Neu! e Can – sperimenta la ripetizione come tecnica di sincronizzazione neuromotoria, mentre band come Faust e Amon Düül II decostruiscono il flusso sonoro attraverso collage a nastro, riverberi, momenti teatrali e frammentazioni tribali.

Nel 1978, Brian Eno con “Music for Airports” inventa di fatto l’ambient music (fu lui stesso ad utilizzare questo termine), genere non fondato sull’insistenza ritmica, ma sicuramente in grado di immergere l’ascoltatore in una dimensione sospesa. Pochi anni dopo, Steve Roach concepisce un ambient elettronico fatto di atmosfere lisergiche e caldi droni ottenuti da synth analogici. 

Negli anni Ottanta, la scena industrial spinge il rumore verso un uso rituale. Throbbing Gristle ed Einstürzende Neubauten trasformano oggetti e macchinari industriali in percussioni insistenti e metalliche, mentre i Coil spingono questo approccio verso lidi magici e cerimoniali, soprattutto in quello che possiamo considerare una pietra miliare della musica ipnotica: “Time Machines” (1998).

L’album è strutturato come una serie di droni psichedelici, ciascuno intitolato al nome di un composto allucinogeno e “testato e ritestato” in studio per riprodurre quanto più fedelmente possibile l’effetto narcotico dei corrispondenti composti. Drew McDowall, ideatore dei loop iniziali, racconta di aver tratto ispirazione dalla musica cerimoniale tibetana, utilizzando oscillatori e filtri analogici per generare frequenze capaci di favorire “scivolamenti temporali” in ascolti ad alto volume (spoiler: funziona, provare per credere).

Su un piano diverso, ma sempre nel terreno di un approccio nuovo rispetto alla forma canzone classica, l’ethereal wave di Cocteau Twins e Dead Can Dance opera una rarefazione del suono in cui riverberi lunghi e avvolgenti trasformano ogni chitarra e tastiera in nuvole di suono. Le voci, spesso enfatizzate da delay e modulazioni, perdono la loro funzione narrativa per diventare strumenti melodici, intrecciandosi a effetti ambientali e linee di basso minimali.

Negli anni Novanta, lo shoegaze dei My Bloody Valentine e lo slowcore di Codeine e Red House Painters sviluppano nuove esperienze immersive, ma probabilmente risultano defilati rispetto al profilo degli artisti che si vogliono includere in questo articolo. Più centrali in tal senso sono invece gli Spacemen 3, che estremizzano l’arte dell’ipnosi sonora in “Dreamweapon” (1990): la titletrack è composta da quarantacinque minuti di drone in chiave di La dal vivo, documentando quanto estrema possa diventare la rarefazione sonora. Gli Spiritualized di Jason Pierce ereditano questa visione contestualizzandola in orchestrazioni epiche dove ogni elemento concorre a creare esperienze immersive e ipnotiche.

Nel versante strumentale, i Tortoise decompongono la forma rock attraverso contaminazioni jazz e krautrock, costruendo in brani come Djed (20 minuti), traccia di apertura di “Millions Now Living Will Never Die” (1996), architetture ritmiche che variano lentamente e dove è soprattutto la linea di basso pulsante ad avere carattere ipnotico. I Sigur Rós raggiungono l’estremo opposto: in album come “()” (2002) creano musica meditativa e minimalista dove pochi riff di piano o chitarra vengono ripetuti e trascinati all’infinito, attraverso un piano ritmico costante senza variazioni apprezzabili per sessanta minuti.

I Dirty Three (“Ocean Songs”, 1998) sfruttano il violino di Warren Ellis come voce narrante: in brani come Authentic Celestial Music o nei sedici minuti di Deep Waters, il suo arco ossessivo disegna mulinelli emotivi e ondate sonore che portano l’ascoltatore in un contesto marino notturno e ipnotico.

I Bardo Pond (“Amanita”, 1996) perseguitano l’effetto straniante attraverso costruzioni lente e climax sottili: chitarre cariche di fuzz e feedback liberano una cascata continua di rumore granulare e abrasivo, come di rocce che si sgretolano, su cui si innesta la voce di Isobel Sollenberger, sospesa tra lamento e fiotto melodico.

Su un piano più vicino al post-rock con carattere orchestrale, non possiamo non citare il collettivo canadese Godspeed You! Black Emperor, che utilizza droni orchestrali e field recording per costruire pezzi lunghi oltre il quarto d’ora, in cui il crescendo di archi e chitarre riverberate trasformano l’ascolto in un viaggio epico. Dal vivo, gli ascoltatori possono sperimentare un’esperienza più unica che rara nel mondo della musica. In studio, “Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven” (2000) è l’album imprescindibile, composto da 4 lunghe sinfonie per un totale di 88 minuti.

Nello stesso periodo, Mogwai ed Explosions in the Sky, entrambi più immersivi che ipnotici, perfezionano l’arte del contrasto dinamico estremo. Gli scozzesi Mogwai in “Come On Die Young” (1999) scolpiscono paesaggi di austera bellezza minimalista dove a emergere come traccia più ipnotica, anche per la lunga durata, è la monumentale Christmas Steps. I texani Explosions in the Sky in “The Earth Is Not a Cold Dead Place” (2003) trasformano ogni brano in una sinfonia catartica, grazie all’utilizzo delle tre chitarre che intrecciano melodie complementari e giocando tra momenti appena sussurrati ed esplosioni potentissime.

Parallelamente, le scene doom e drone radicalizzano il concetto di lunghezza e ripetizione: gli Sleep con “Dopesmoker” (1999) trasformano un singolo riff in un viaggio di oltre un’ora, mentre Earth (“Earth 2”, 1993) e Sunn O))) (“Monoliths & Dimensions”, 2009) riprendono la lezione dei Coil spingendo la dilatazione temporale verso l’astrazione totale e trasformando la musica in un evento fisico in cui la modulazione di frequenza sostituisce la melodia.

Dominik Matus, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

Questo percorso non rappresenta una semplice evoluzione stilistica, ma, in molti casi, va visto come una sistematica ricerca di modalità compositive ed esecutive capaci di indurre stati percettivi alterati. Ripetizione insistente, saturazione delle frequenze, dilatazione temporale, contrasti dinamici estremi: ogni genere sviluppa strategie specifiche che si distanziano totalmente dai meccanismi di ascolto condizionato e offrono la possibilità di accedere a dimensioni esperienziali più profonde. È un processo che recupera, più o meno consciamente, la funzione originaria della musica come tecnologia di trasformazione, adattandola ai linguaggi e agli strumenti contemporanei.

Contrasto con il presente: l’algoritmo contro il rituale

La distanza tra nicchia e mainstream oggi è più netta che mai. Da una parte, le band indipendenti affrontano la precarietà economica tra tour e autoproduzione; dall’altra il pop mainstream prospera su un mercato codificato, guidato dalla produzione di hit in serie e dall’accentramento dei ricavi. Questa scissione si riflette nelle scelte compositive, che comprendono anche le scelte sul minutaggio e gli aspetti ritmici fin qui discussi. Il mainstream contemporaneo, al netto di qualche eccezione, ha definitivamente abbandonato qualsiasi sperimentazione sulla durata estesa, privilegiando format ottimizzati per la fruizione frammentata e l’attenzione volatile.

Nei circuiti indipendenti si consolida invece una resistenza consapevole a questi meccanismi. Non si tratta semplicemente di nostalgia per le forme lunghe del passato, ma piuttosto di una ricerca deliberata di modalità espressive opposte alla tendenza dell’immediato consumo. Molti artisti sono consapevoli del potenziale “trasformativo” insito in certi approcci compositivi e ricorrono a strutture dilatate, pattern ripetitivi o a forme non convenzionali delle proprie opere.

Il mezzo non è necessariamente la lunga durata del singolo brano, ma anche una ricerca condotta sull’architettura complessiva dell’album: singoli pezzi, di durata media o anche breve, che grazie a precise scelte sonore e compositive, nell’insieme si trasformano in esperienze d’ascolto profonde che richiedono tempo e attenzione, fuori dalla logica algoritmica. Non si tratta di un vezzo artistico, ma di un’esigenza che si lega strettamente al tempo necessario affinché certe idee compositive possano svilupparsi pienamente.

Musica immersiva, rituale ed ipnotica nel panorama contemporaneo

Nel panorama contemporaneo, questa esigenza è condivisa ed espressa da molti artisti. Essendo il panorama molto articolato, ci aiutiamo con la classica suddivisione per generi. Per ciascun artista, indichiamo un album che ne rappresenta al meglio l’approccio profondo e rituale.

Stoner e doom

Dall’enorme solco tracciato e seminato dai Black Sabbath e in particolare dai riff di Tony Iommi, è nata una pletora di band che si è strutturata in due generi principali: il doom e lo stoner. Se il doom punta su tempi lenti, riff massicci e atmosfere cupe, lo stoner mescola riff pesanti a influenze psichedeliche e groove più vivaci, creando un sound più caldo e “desertico”. Negli ultimi anni, all’interno o nell’intorno di questi confini, sono nate diverse band che a livello compositivo insistono spesso su brani con minutaggio elevato o album dal forte potere ipnotico, a testimonianza di un’esigenza espressiva sempre presente, nonostante le mode e gli algoritmi. 

Gli OM di Al Cisneros (già negli Sleep) incarnano al meglio la formula rituale e liturgica: basso ipnotico, cantato tra salmodia e mantra, pattern ritmici che alla lunga si percepiscono come pura vibrazione sonora. Ogni album è un capitolo di un’unica ricerca estetica e spirituale, suggellata in “Advaitic Songs” (2012), dove radicalismo formale e accessibilità si fondono. 

Tra i rappresentanti dello stoner/doom più profondo e ipnotico troviamo anche gli italiani Ufomammut. Originari di Tortona, in Piemonte, hanno raggiunto una reputazione internazionale – nel genere – di tutto rispetto. Propongono una sintesi originale tra la pesantezza sludge, le derive psichedeliche dello space rock e le pulsazioni ritmiche dello stoner, generando architetture sonore al tempo stesso opprimenti e catartiche (“Idolum”, 2008). 

Nati come trio e ora rappresentati unicamente da Domingæ Garcia Huidobro, i cileni Föllakzoid iniziano il loro percorso proponendo un riuscito matrimonio tra elettronica a tinte kraut e stoner, per poi evolversi verso un minimalismo elettronico sempre più netto e con sfumature techno, ma che mantiene la caratteristica principale originaria: pattern ritmici ripetuti che, specie dal vivo, inducono in uno stato di trance. “III”, del 2015, è forse l’album migliore: rappresenta un ottimo compromesso tra le due fasi della band.

Gli americani Pontiak vivono e lavorano insieme alle rispettive famiglie nella loro fattoria tra le montagne della Virginia. Questo contesto familiare e di vita diventa parte integrante della loro estetica musicale: chitarre circolari, batteria ossessiva, organo soffuso e cantato corale dei tre fratelli che fonde armonie diafane e urla cerimoniali in un unico flusso. “Dialectic of Ignorance” (2017) scorre come un’unica suite di otto movimenti, amplificando il senso di straniamento e fusione con il paesaggio rurale.

Infine gli Yob, attivi dal 2000 e provenienti dall’Oregon, incarnano il doom metal come esperienza trascendentale: strutturano le composizioni in un unico flusso continuo, dove riff monolitici e distorsioni eteree si alternano a sezioni di struggente quiete, con la voce profonda di Mike Scheidt che emerge come un richiamo solenne (“Clearing the Path to Ascend”, 2014). 

Noise

In ambito noise, band come Boris (“Pink”, 2005), Swans (“Soundtracks for the Blind”, 1996), Acid Mothers Temple (“La Novia”, 2006) e Sumac (“The Healer”, 2024) spingono feedback, distorsioni, sovraccarichi di frequenze e rumori di fondo all’estremo, disintegrando strutture ritmiche e melodiche per un impatto sensoriale totale. Ogni band a suo modo, punta ad erigere un muro sonoro denso e ostile, in cui l’esperienza di ascolto si traduce in un’immersione totale nell’energia primordiale del suono. Da questo apparente caos, con la giusta predisposizione, se ne può uscire rigenerati. 

Modern Psychedelic

Ambito molto vasto e non un vero e proprio genere, potremmo interpretare la “psichedelia moderna” più che altro come una tendenza, un calderone di artisti che aggiornano lo spirito del rock psichedelico anni ’60 – ‘70 con approcci personali e, a volte, durate estese dei singoli brani. 

Tra i nomi più noti di questa nuova ondata, spiccano gli australiani King Gizzard & the Lizard Wizard, che si caratterizzano per una vena creativa variegata e incessante (nel momento in cui scriviamo, 27 album pubblicati dal 2010) e concerti la cui durata si estende spesso anche oltre le tre ore. Un ideale punto di partenza è “I’m In Your Mind Fuzz” (2014), dove riff ossessivi e cambi di tempo creano un flusso catalizzante continuo.

Provengono dalla Svezia invece i Goat, collettivo noto per un pittoresco ed eclettico mix di psichedelia, funk tribale e world music. Soprattutto in sede live, dove i numerosi membri del collettivo si presentano mascherati, la band è capace di produrre un rituale fatto di ritmi frenetici, chitarre fuzz e canti tribali, che evoca sedute sciamaniche e riti ancestrali, con un forte senso di energia primordiale e trance collettiva. “World Music” (2012) è il manifesto in studio.

I The Myrrors, da Tucson, Arizona, definiscono il proprio suono come “Sonoran Trance Music” e ricordano per alcune scelte i King Gizzard, anche se nel complesso le atmosfere sono più dilatate e meditative, con influenze orientaleggianti. L’album da aggiungere in lista è “Burning Circles In The Sky” (2008), registrato in modo rudimentale nel soggiorno del cantante/chitarrista Nik Rayne quando i componenti della band non erano nemmeno maggiorenni (!). Al contrario, gli Endless Boogie esordiscono a livello discografico nel 2008, quando il cantante Paul “Top Dollar” Major aveva 54 anni! Blues, psichedelia e garage rock si fondono in sessioni estese che trasportano l’ascoltatore in dimensioni sonore lisergiche e dilatate, fatte di groove ripetitivo ma coinvolgente, attraverso brani spesso molto lunghi (“Long Island”, 2012). 

I Kikagaku Moyo, quartetto giapponese attivo dal 2012, mescolano folk tradizionale, psichedelia mediorientale e improvvisazione jazz. “Masana Temples” (2018) alterna meditazione e picchi ritmici, costruendo un’esperienza rilassante ma con momenti improvvisi di euforia. 

Gli Heron Oblivion, una delle formazioni più convincenti della rinascita psych rock statunitense, propongono un suono che alterna lenti arpeggi, riff serrati in stile kraut, sfumature folk e dinamiche prog. La voce eterea di Meg Baird si libra su chitarre riverberate e ritmiche pulsanti, generando un senso di tensione che si scioglie in esplosioni di droni acidi (“Heron Oblivion”, 2016).

Ambient

Più che un genere rigido, l’ambient è un paesaggio sonoro in continua espansione, dove il silenzio e le piccole sfumature diventano materia prima. Nato come musica “d’ambiente” per definizione di Brian Eno, l’ambient privilegia texture evanescenti, droni e progressioni lente, invitando l’ascoltatore a un’esperienza di contemplazione interiore. Pur partendo da concetti minimalisti, nel tempo il genere è andato a declinarsi in molteplici proposte, spesso in sovrapposizione con la musica elettronica.

Duo statunitense formato da Adam Wiltzie e Brian McBride, gli Stars of the Lid sono tra i pionieri del minimal drone orchestrale. Mescolano archi processati, synth vintage e riverberi infiniti, dando forma a paesaggi sonori sospesi e contemplativi: un’elegia all’inerzia che trova la sua massima espressione in “And Their Refinement of the Decline” (2007).

Altro protagonista nel filone ambient recente è William Basinski, compositore di origini polacche celebre per aver trasformato loop di nastri deteriorati in meditazioni sulla memoria. Nella serie “The Disintegration Loops” (2002) documenta la lenta decomposizione magnetica dei nastri, catturando crepitii e sovrapposizioni che diventano metafora di impermanenza e perdita.

Il canadese Tim Hecker si distingue per fondere noise astratto, droni spessi e passaggi corali. Le sue composizioni oscillano tra luce rarefatta ed esplosioni di distorsione: “Virgins” (2013) è il suo capolavoro. Canadese è anche Scott Mortal, conosciuto come Loscil, le cui composizioni bilanciano droni ovattati e pattern ritmici soffusi, disegnando un flusso sonoro liquido e avvolgente, palpabile soprattutto in “Plume” (2006).

Maestro del dark ambient, Lustmord resta un protagonista anche negli anni Duemila. Il suo disco più rappresentativo di questo periodo è “[OTHER]” (2008) doppio album in cui approfondisce le sue sperimentazioni sul drone e sul noise, invitando artisti come Adam Jones (Tool) e Aaron Turner (ISIS e Sumac) a contribuire a un paesaggio sonoro che unisce bassi ipnotici, clangori metallici e atmosfere cosmiche.

Il tedesco Wolfgang Voigt, popolare dj techno, è diventato uno degli artisti più influenti nell’ambient nelle vesti del suo alias artistico GAS. L’album “Pop” (2000) è quello che meglio sintetizza il suo obiettivo di “portare la foresta in discoteca” attraverso campionamenti orchestrali wagneriani reiterati che si sovrappongono a suoni percussivi decomposti e di difficile riconoscimento. Il risultato è un’esperienza d’ascolto straniante e allucinante. 

Tedeschi sono anche i Bohren & der Club of Gore, che portano avanti un doom-ambient jazzato con tempi estremamente dilatati e rallentati, attraverso linee fumose di hammond e contrabbassi profondi che restituiscono un feel decisamente notturno (“Sunset Mission”, 2000). 

Su territori non distanti si muovono i The Necks, trio di Sydney formato nel 1987 da Chris Abrahams (piano), Lloyd Swanton (basso) e Tony Buck (batteria), che ha costruito una carriera intera sull’esplorazione di composizioni estese e ipnotiche. Il loro approccio consiste nel partire da una figura melodica e ritmica basilare che, attraverso variazioni microtonali e minimali cambiamenti armonici, si trasforma gradualmente in qualcosa di completamente diverso nel corso di lunghe improvvisazioni. La band porta questa pratica a livelli estremi con “Disquiet” (2025): un triplo disco composto da quattro brani che superano le tre ore di durata totale e che regalano un incredibile viaggio ipnotico.

Abbraccia noise, ambient e droni invece Ben Frost, conosciuto anche per aver musicato la serie distopica e di grande successo “Dark”. Con “By the Throat” (2009), realizza un’opera di violenta precisione generando un’esperienza pervasiva e claustrofobica attraverso archi dissonanti, clangori metallici, ruggiti animaleschi e trombe che sembrano fare da colonna sonora a un incubo: un inferno sonoro che somiglia a un rito di iniziazione.

Folk reinventato, pop-jazz ipnotico e groove downtempo

In un panorama musicale sempre più frammentato, alcuni artisti hanno scelto di mantenere in apparenza la struttura canonica della canzone pop o folk, per poi espanderla e stravolgerla dall’interno. Progetti che partono da radici tradizionali o melodie familiari ma le allungano, dilatano e animano di elementi sperimentali, creando esperienze che oscillano tra la forma-canzone e liquidi ed estesi paesaggi sonori.

In ambito folk, i dublinesi Lankum reinterpretano la tradizione gaelica con suite intense e corali dove bouzouki, cornamuse e archi trattati emergono da un tappeto di droni persistenti, restituendo atmosfere da rito pagano e spesso dal forte potere emotivo, grazie alla voce fortemente espressiva di Radie Peat e ai temi affrontati nei testi (“False Lankum”, 2023). 

Verso territori più gotici e oscuri si muove invece Anna von Hausswolff, che ha conquistato un posto di rilievo grazie all’uso monumentale dell’organo a canne e una voce che si muove tra momenti soavi e altri fortemente drammatici e tesi. Con “Dead Magick” (2018) raggiunge forse il suo apice espressivo, in cui la forma canzone si eleva a esperienza rituale capace di trascinare l’ascoltatore in una trance sospesa tra passaggi sacri e profani. Dal vivo, il suono diventa ancora più impattante su cervello e corpo grazie a una debordante potenza delle frequenze basse che fanno tremare ogni cartilagine corporea.

Abituata a territori più vicini al pop e al rock tradizionale, Joan as Police Woman in “The Solution Is Restless” (2020) sperimenta zone diverse con Tony Allen e Dave Omoku, dimostrando che anche brani dalla forma cantata e con sviluppi melodici possono regalare un viaggio ipnotico e lisergico, grazie a groove sinuosi e tensioni jazzate. 

In territori downtempo, i britannici The Cinematic Orchestra fondono voce, archi e ritmi dilatati in suite che oscillano tra sonorità rilassate e orchestrazioni fluide (un ottimo esempio è il loro “Every Day” del 2002). Bonobo, infine, arricchisce il modello downtempo con fiati soul, sample vocali e percussioni organiche: in album come “Days to Come” (2006) il pop elettronico si fa esperienza sonora avvolgente, sospesa tra riflessione e groove.

Sperimentazione italica

Oltre ai già citati Ufomammut, il contesto italiano ha visto emergere, negli ultimi anni, diverse proposte che per caratteristiche possiamo includere nel sentiero tracciato in questo articolo, ognuna con le proprie specificità ma talvolta convergenti su un terreno comune. È il caso di Julie’s Haircut, Upupayama e Neoprimitivi, band accomunate da un chiaro riferimento alla tradizione dello psych rock e dalla volontà di convertirla in una forma attuale.

Originari delle province di Modena e Reggio Emilia e attivi dal 1994, i Julie’s Haircut hanno progressivamente abbandonato il garage rock degi esordi per abbracciare un krautrock cosmico impreziosito da tocchi jazz, dub e ambient. “Ashram Equinox” (2013) è il primo album della band interamente strumentale: otto tracce che si susseguono in pattern ciclici costruendo un’ideale mappa di spazi interiori.

Chi ci segue conosce già Upupayāma, progetto solista di Alessio Ferrari nato nel silenzio degli Appennini parmensi e concepito dall’urgenza di tradurre in suono le vibrazioni della natura circostante. Dall’esordio omonimo (2020) al recente “Mount Elephant” (2024), Ferrari crea dialoghi continui tra voce, percussioni rituali e suoni organici, affidando il mix al tocco cosmico di Yui Kimijima (già Kikagaku Moyo).

Collettivo romano formatosi nel 2023 attorno alla figura del bassista e cantante Andrea Gonnellini, i Neoprimitivi hanno costruito la propria identità musicale attraverso una residency di mesi che li ha visti esibirsi più e più volte al Trenta Formiche di Roma, perfezionando un approccio che privilegia l’improvvisazione e la fluidità creativa. L’album di debutto “Orgia Mistero” (2025) è un viaggio ipnotico che si muove tra krautrock, psych, momenti noise e altri quasi punk.

Più difficilmente etichettabili sono invece diverse esperienze artistiche portate avanti negli ultimi anni da musicisti e musiciste italiane che hanno sperimentato linguaggi nuovi, recupero della tradizione e scelta di soluzioni ritmiche, armoniche e timbriche del tutto originali e che proprio grazie a questo hanno saputo imporsi anche fuori dai confini nazionali. 

Gli Zu da Roma, o meglio Ostia, sono tra i gruppi indipendenti che più hanno saputo convincere la critica e imporsi anche all’estero (vantano collaborazioni con diversi artisti, tra cui John Zorn e Mike Patton). Partiti alla fine degli anni ‘90 con un jazz-core viscerale e potentissimo (soprattutto dal vivo), proposto in trio con basso (distortissimo), batteria e sax, hanno poi esplorato territori vicini all’ambient e suggestioni “amazzoniche” (il bassista Massimo Pupillo ha vissuto per un periodo nella giungla peruviana fra gli insediamenti della tribù Shipibo-Conibo). Questa fase della loro carriera è ben testimoniata in “Jhator” (2017) e “Terminalia Amazonia” (2019), che si inseriscono a pieno titolo tra i dischi con caratteristiche di immersività, contemplazione e lungo minutaggio, e che per questo motivo richiedono attenzione e giusta predisposizione.

Daniela Pes esordisce con “Spira” (2023), prodotto da Jacopo Incani (Iosonouncane). L’album fonde elettronica sofisticata, percussioni etniche e ambient rituale. La Pes tratta la voce come strumento lirico, mescolando gallurese, italiano e glossolalie in un linguaggio sonoro estremamente originale. Critica e pubblico hanno elogiato la qualità e l’originalità del debutto, definendolo uno dei migliori lavori del 2023 in Italia e riconoscendone il successo anche all’estero. La partecipazione al live negli studi di KEXP ha consolidato il suo appeal internazionale. I concerti assumono i contorni di un’esperienza liturgica, con gli ascoltatori ipnotizzati da un’artista che dietro la strumentazione, con le sue movenze e la sua voce, sembra a tutti gli effetti una sciamana. 

Altra artista che è riuscita a raggiungere spessore internazionale, in ambito sempre indipendente, è Valentina Magaletti, batterista e percussionista barese ma di stanza, da anni, a Londra. Nel progetto in solo “Batterie Fragile” (2022) suona un kit in ceramica concepito dall’artista Yves Chaudouët, impiegando bacchette di legno, spazzole metalliche e tamponi in gomma per evocare risonanze porcellanate e fragili riverberi. La sua pratica fonde influenze che vanno dal gamelan indonesiano al dub e la spinge costantemente a cercare nuovi modi di “estrarre” suono dallo strumento, sfidando i confini tra percussione tradizionale e sperimentazione radicale. Il talento e la notorietà acquisita nell’area londinese l’hanno portata a collaborare con diversi artisti importanti quali Philip Selway (Radiohead), Thurston Moore e Nicolas Jaar. Da segnalare anche le collaborazioni con Tomaga, Holy Tongue, Vanishing Twin e Moin, tutte da non perdere.

Fannychiarello, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

Nato a Crotone e ora simbolo dell’«Italian Occult Psychedelia», Mai Mai Mai al secolo Toni Cutrone, ha consolidato la sua cifra sonora soprattutto con “Rimorso” (2022), un album in cui noise industriale, techno primitiva e folk mediterraneo si fondono in un rito liturgico. Campionamenti di campane, field recordings di processioni e rituali contadini, evocano l’essenza pagana del Sud Italia e immergono l’ascoltatore in un flusso ossessivo e meditativo. Dal vivo acquista ancora più forza grazie all’aspetto sciamanico di Cutrone (che si presenta a volto coperto e incappucciato) e delle visuals “psichedeliche” che fanno da sfondo alla sua figura.

Mai Mai Mai si unisce a Lino Capra Vaccina in “I racconti di Aretusa” (2025), registrato in residenza a Siracusa. Vaccina, compositore e percussionista attivo fin dagli anni ‘70, è noto per le sue esplorazioni tra minimalismo arcaico, tradizioni non occidentali e improvvisazione etnica, e vanta collaborazioni con diversi artisti tra cui Franco Battiato. 

Se Daniela Pes sperimenta con la voce soprattutto a livello prosodico e nella creazione di termini, Dalila Kayros la trasforma in uno strumento primordiale e sfaccettato. La sua tecnica vocale si caratterizza per un ampio uso di vocalizzi, frammenti, lallazioni, sussurri, urla gutturali e modulazioni drammatiche che attraversano diversi registri e riflettono la tensione emotiva e catalizzante della sua musica (“KHTHONIE”, 2025). Dal vivo le sue gestualità sceniche ne fanno una figura sciamanica, ulteriormente amplificata dalle visual curate dal suo collaboratore e producer Danilo Casti.

Non troppo distante, almeno nella cifra sperimentale e nelle sembianze sciamaniche nei concerti, è la romana Lili Refrain, che si è affermata sulla scena internazionale attraverso una pratica rituale che unisce folk destrutturato, ambient e metal. La sua ricerca vocale spazia dal throat singing alle tecniche liriche e dal vivo impressiona per la sua straordinaria bravura alle loop station. La sua abilità (nonché teatralità) si apprezza soprattutto sul palco e per questo è consigliabile l’ascolto del “Live in London – Hammersmith Apollo” (2024), del quale esiste anche una versione in Blu-ray.

Restando nel campo della sperimentazione vocale, Massimo Silverio si distingue con “Hrudja” (2023), sorpresa dell’anno dopo “Spira” di Daniela Pes. La sua proposta di ipnosi sonora nasce da stratificazioni accurate e dal canto in lingua carnica, sorretto da una produzione minimale con echi di Radiohead e Talk Talk. L’uso di un dialetto friulano poco conosciuto aggiunge mistero e sospende l’ascoltatore in una dimensione altra.

Lili Refrain (foto dell’autore di questo articolo)

Si muove invece in ambito dark ambient e dark jazz Lucio Leonardi, in arte Pluhm, che con “L’anticristo o l’accettazione del male” (2025) propone un lavoro oscuro e intimista, che si distingue per la capacità di creare un’atmosfera claustrofobica e ipnotica attraverso l’uso di droni, field recordings e inserti elettroacustici, arricchiti dalla tromba e dal sax che introducono una dimensione emotiva intensa e rarefatta.

Fuori contesto rispetto alla musica di lunga durata e immersiva si colloca invece La Niña (al secolo Carola Moccia), che però vogliamo citare perché nell’uso di tamburelli e voci ha molto in comune con la tradizione sciamanica e propria di riti popolari, anche se con una produzione moderna e un approccio diretto, battagliero ed espresso su brani d’impatto di breve durata (“Furesta”, 2025). A parere di chi scrive, l’estensione nel minutaggio dei brani, anche solo in sede live, potrebbe donare maggiore respiro allo sviluppo di certe soluzioni e creare quegli stati di coscienza alterata che nascono dall’insistenza e della ripetizione prolungata, elementi centrali nelle pratiche rituali popolari a cui La Niña stessa si ispira. 

Musica elettronica contemporanea

Con la musica elettronica, le tecnologie digitali ampliano il ventaglio delle possibilità espressive. Accanto alle pulsazioni ritmiche che spesso rimangono il cuore del brano, emergono le potenzialità offerte da sintetizzatori, campionatori ed effetti digitali per costruire texture sonore complesse e stratificate. Tali tecnologie permettono di costruire tessiture che si evolvono lentamente, si sovrappongono, modulano l’atmosfera e creano profondità.

Chiunque abbia mai partecipato a serate di musica techno, trance, psytrance o di qualsiasi sottogenere elettronico da dancefloor, saprà benissimo come le frequenze basse e sub-basse, e il “kick” che le accompagna, funzionino come una sorta di dinamo che fornisce energia per ballare anche diverse ore. Il brano si sviluppa spesso con un buildup, un crescendo in cui la tensione sale gradualmente costruendo attesa; poi arriva il drop, il momento in cui tutto esplode: kick, bassi e sintetizzatori tornano con forza, scatenando l’energia del dancefloor e facendo muovere chi sta sotto i riflettori. In quei momenti i pensieri spariscono, l’insistenza del ritmo e il movimento reiterato portano chi balla in una dimensione quasi sospesa. È il fenomeno di “entrainment” citato nella prima parte dell’articolo. 

Questa esperienza, però, non rimane confinata alla sfera individuale: osservare e imitare chi balla accanto crea un legame collettivo, una sorta di contagio ritmico che rafforza la coesione del gruppo, esattamente come avviene nei rituali tribali o nei culti popolari. La durata prolungata dei DJ set – raramente inferiore alle tre ore – è funzionale a far emergere pienamente le risposte cerebrali descritte, costruendo un’esperienza che si intensifica minuto dopo minuto. Nel documentario “We Become One”, la DJ britannica Kikelomo esplora proprio questo meccanismo, intervistando musicisti, neuroscienziati e ricercatori, cercando di indagare cosa succede nel cervello di chi popola il dancefloor. 

Delineare un quadro degli artisti principali nel panorama della musica elettronica è davvero complicato, anche volendosi limitare ai soli act degli anni Duemila e che presentano caratteristiche in qualche modo riconducibili al tema trattato in questo articolo. Ma ci proviamo. 

Aphex Twin (Richard D. James) è riconosciuto come uno dei pionieri dell’elettronica moderna. Il suo debutto, “Selected Ambient Works 85–92” (1992), ha ridefinito i confini del genere: schegge di techno minimale si alternano a ampie sezioni di drone e pad eterei, creando un linguaggio che unisce pulsazioni ritmiche e atmosfere contemplative. La struttura dei brani supera la distinzione tradizionale tra ambient e dancefloor, influenzando generazioni di producer e ponendo le basi per le evoluzioni successive dell’IDM e della musica elettronica sperimentale.

Nello stesso periodo, gli Autechre, duo britannico formato da Rob Brown e Sean Booth, emergono non solo tra i pionieri dell’IDM, ma anche della techno-ambient. In album come “Confield” (2001) hanno rinunciato a forme melodiche convenzionali per pattern algoritmici, texture granulose e spazi dilatati, definendo un’elettronica rigorosamente futuristica. Le loro sperimentazioni hanno ispirato e convinto generazioni successive di producer a integrare atmosfere ambientali nelle proposte dancefloor.

Sul versante più nostalgico, gli scozzesi Boards of Canada hanno perfezionato l’arte dell’ipnosi temporale con “Music Has the Right to Children” (1998), album molto influente sulla scena IDM e ambient, dove sintetizzatori vintage e campioni deteriorati evocano memorie che si percepiscono come se fossero filtrate attraverso la patina del tempo. Più recentemente, sul versante urbano, Burial ha rivoluzionato l’approccio alla trance metropolitana con “Untrue” (2007), considerato uno degli album più rilevanti degli anni Duemila, dove campioni vocali pitch-shifted e atmosfere garage degradate vengono utilizzate per rappresentare in musica l’isolamento e la malinconia delle notti londinesi. Sulla stessa scia urbana e contemplativa si muove Andy Stott, producer di Manchester che con “Luxury Problems” (2012) ha ridefinito il rapporto tra techno e ambient attraverso una sintesi avvolgente di voci filtrate, ritmi rallentati e texture dense. 

Il cileno e cittadino statunitense Nicolas Jaar ha ridefinito i confini dell’elettronica minimalista unendo ritmi sottili a melodie dissonanti, campionamenti insoliti alternati a momenti fortemente ballabili e oggi è uno degli artisti di musica elettronica più stimati e rispettati. Con “Space Is Only Noise” (2011) porta l’ascoltatore in uno splendido e immersivo paesaggio sospeso tra jazz e sperimentalismo elettronico. In Darkside, il duo formato con Dave Harrington, Jaar coniuga suoni analogici (la chitarra di Harrington, percussioni e linee di basso) a texture elettroniche, spostandosi non lontano da un’estetica psych-rock, come in ”Psychic” (2014). 

Pioniere della chill-out e del collage sonoro fin dal 1988, Alex Paterson ha saputo mantenere vivo l’approccio onirico dei The Orb anche nel nuovo millennio. In “COW / Chill Out, World!” (2016), Paterson realizza a quattro mani con Thomas Fehlmann – suo collaboratore di lunga data dal 1995 – un album fatto di breakdown dilatati, campioni cinematografici e sequenze dub, confezionando un’esperienza fatta di groove sospesi e scorci subacquei.

La Germania ha generato una scena particolarmente ricca. Carsten Nicolai, alias Alva Noto, coniuga minimalismo digitale e glitch architetturale in composizioni schematiche e rigorose, mostrando come la ripetizione e la manipolazione algoritmica possano creare scenari d’ascolto stranianti e ipnotici (“Xerrox Vol.2”, 2009). Altre due note anime della scena berlinese sono Apparat (Sascha Ring) e Modeselektor (duo composto da Gernot Bronsert e Sebastian Szary). Il primo in “Walls” (2007), e i secondi in “Monkeytown” (2011), esplorano atmosfere cinematiche e ritmi glitchati spesso anche molto ballabili. Uniti nel progetto Moderat, trovano un equilibrio sospeso tra energia techno e introspezione melodica (“Moderat II”, 2013). 

Dall’altra parte dell’oceano, lo statunitense Daniel Lopatin, in arte Oneohtrix Point Never, ha plasmato un’elettronica “hypnagogic” che mescola sample retrò e glitch melodici come in “Replica” (2011), dove frammenti di voce e arpeggi dissonanti emergono da riverberi soffusi, creando un déjà vu futuristico, mentre Max Cooper, musicista con un dottorato di ricerca in biologia computazionale, integra neuroscienze e algoritmi generativi nella sua proposta per costruire droni evolutivi e beat pulsanti in “Emergence” (2016).

Oneohtrix Point Never (Foto di Georg Schroll su Flickr)

Con “Ritual” (2024) – album indicativo delle proprie caratteristiche già a partire dal nome – John Hopkins esplora la dimensione spirituale e trasformativa della musica elettronica attraverso composizioni estese che si sviluppano come viaggi meditativi. Floating Points si muove sul filone dell’elettronica che fonde ritmo e dimensione contemplativa con “Cascade” (2023), dove fonde jazz, techno e ambient alternando momenti di groove pulsante a episodi più rarefatti. Fennesz, in “Endless Summer” (2001), utilizza chitarre elettrificate e laptop per fondere distorsione digitale e melodie sfuggenti. 

Anche se non classificabili come artisti elettronici, i Radiohead hanno spinto la loro formula rock verso territori sintetici e sperimentali che sono propri di questo mondo. Con ”Kid A” (2000) hanno abbandonato chitarre e strutture convenzionali per droni di synth, frammenti glitch e pulsazioni d’ambiente, creando un mosaico sonoro inedito, mentre in “Amnesiac” (2001) l’approccio si fa più liquido e jazzato, restituendo atmosfere rarefatte che trasformano ogni brano in un esercizio di sospensione tra melodia e atmosfera.

Cambiando totalmente registro, approdiamo a un contesto in cui l’obiettivo non è tanto l’esplorazione sonora quanto la volontà esplicita di alterare la mente di chi popola il dancefloor. Il sottogenere psytrance, evoluzione della Goa trance indiana, è forse quello che più palesemente si pone questo obiettivo. Principali rappresentanti, almeno per popolarità, sono gli Infected Mushroom di “Classical Mushroom” (2000), un album forse eccessivamente barocco e a tratti pacchiano, ma comunque ritenuto fondamentale per il genere. Altri artisti rilevanti sono Astrix e Simon Posford, mentre Indira Paganotto è riuscita a raggiungere una recente e importante notorietà grazie al mix di psytrance e techno che le ha permesso di ampliare il pubblico di ascoltatori. 

Musica elettronica contemporanea in Italia

Passando all’elettronica italiana recente e restando sulle sonorità avvolgenti e immersive, vogliamo partire da Emanuela Ligarò, in arte Gold Mass, che abbiamo intervistato qualche tempo fa. Ligarò riesce a portare la precisione mutuata dal suo campo di studi (ingegneria acustica) alla scrittura art pop, modellando suoni con un gusto “artigianale” che valorizza ogni sfumatura timbrica. Nel suo EP “Flare” (2024), beat pulsanti ispirati a house e techno si integrano a loop vocali filtrati e tappeti di synth organici, confezionando tracce che, anche se non particolarmente lunghe, sono comunque capaci di portare l’ascoltatore in una dimensione fortemente introspettiva e a tratti ipnotica.

Gold Mass (foto utilizzata in concessione dall’artista)

La ricerca più avanguardistica trova espressione in Caterina Barbieri, compositrice italiana per molti anni di stanza a Berlino e recentemente nominata direttrice artistica della Biennale Musica di Venezia. Barbieri utilizza sintetizzatori modulari e pattern algoritmici in uno stile minimalista e ossessivamente ripetitivo in cui lievi variazioni di timbro e ritmo generano un effetto straniante (“Ecstatic Computation”, 2019). Soprattutto dal vivo, con la sua esile e riconoscibilissima figura circondata da sintetizzatori e avvolta nel fumo scenico, Barbieri riesce a indurre chi ascolta in uno stato indefinitamente sospeso. 

FromMorningToMidnight, CC0, via Wikimedia Commons (cropped)

Donato Dozzy è tra i guru del minimal techno e del deep ambient in Italia. Costruisce set e produzioni che si sviluppano in lunghe e lente onde sonore, che crescono in tensione progressiva fino al liberatorio rilascio. Il suo album “Magda” (2024) esplora ritmiche ripetute e a lenta modulazione e bassi profondi, in tracce dal minutaggio esteso che costruiscono tessiture in costante evoluzione.

Noto per le sue sperimentazioni analogiche e modulari e per la collaborazione artistica con i Nine Inch Nails come tastierista e sound designer dal 2004 al 2008, Alessandro Cortini porta la lezione dei synth vintage in territori contemporanei. In “Volume Massimo” (2019) il suo approccio noise/ambient si fonde a sequenze cicliche e droni profondi, creando paesaggi sonori perfetti per chi cerca un’elettronica introspettiva.

I Ninos Du Brasil, duo formato da Nico Vascellari e Nicolò Fortuni, reinventano la batucada in chiave elettronica, mescolando drum machine e percussioni (analogiche) in un dialogo ritmico ad alta tensione. “Vida Eterna” (2021) è il loro lavoro più ipnotico e oscuro. Beat insistenti, passaggi vocali riverberati e bassi profondi trascinano l’ascoltatore in un flow notturno e ancestrale, senza rinunciare a un forte impatto dancefloor.

Ninos du Brasil (foto dell’autore dell’articolo)

Lorenzo Senni, producer e sperimentatore elettronico cesenate, ha ridefinito i confini della trance con un approccio minimalista e concettuale. In “Scacco Matto” (2020) sfrutta principalmente un sintetizzatore Roland JP-8000 per generare arpeggi che si sviluppano in build-up continui senza mai risolversi, creando un ambiente sonoro sospeso e carico di tensione. 

Il panorama anche nei confini nazionali è ampio e articolato, molti giovani artisti stanno sperimentando proposte e soluzioni originali nel mondo dell’elettronica, sia nel campo del djing sia in setting meno pensati per il dancefloor e più sperimentali. Qui, come per gli altri generi o scene, ne è stata citata una piccolissima parte. 

Conclusione

Con un focus sulla durata delle canzoni, abbiamo visto come diverse ricerche scientifiche e testimonianze storiche confermano che l’ascolto di brani lunghi è in grado di modificare i pattern cerebrali, influenzando consapevolezza e percezione. Anche brani brevi possono però generare risposte cerebrali analoghe, purché inseriti in album strutturati come esperienze immersive, con precise scelte ritmiche e timbriche. Il concetto di lungo minutaggio si applica così sia al singolo brano sia all’album nel suo complesso. La differenza rispetto a produzioni pensate solo per un intrattenimento rapido è determinata dalle scelte ritmiche e di arrangiamento adottate.

Abbiamo quindi cercato di delineare un quadro sintetico di band e artisti che, a partire dagli anni Sessanta a oggi, hanno composto album che rispondono proprio a queste caratteristiche. Per l’ascoltatore, recuperare l’abitudine e riconquistare il piacere nell’ascolto di brani lunghi o album a sviluppo lento e immersivo, significa riappropriarsi di una dimensione musicale autentica, che ricalca le origini antropologiche della musica, quando ripetizione e durata favorivano trasformazione interiore e coesione sociale. 

Questo, ovviamente, non vuole sminuire l’importanza dei brani brevi o degli album pensati per il puro intrattenimento: la storia della musica è costellata di capolavori di breve durata e dalla presa immediata. Ma come in una dieta equilibrata, negli ascolti è utile e prezioso alternare pillole di rapido piacere uditivo a momenti di piena immersione sonora, sia in solitudine – possibilmente in luoghi e momenti che favoriscano il rilassamento – sia in forma rituale e collettiva, come accade sotto il palco di un concerto o su un dancefloor.