Il vinile ha un suono più caldo? Registra un maggior numero di frequenze? L’analogico è più fedele del digitale? Risposta breve: no per tutte le domande.

Il ritorno del vinile

Dall’inizio degli anni ’10, dopo essere praticamente scomparso nei due decenni precedenti, il vinile è tornato ad avere un ruolo importante nel mercato discografico.
In uno scenario dominato prima da Cd audio e download e poi – soprattutto dal 2016 – dai servizi in streaming, il vinile si è conquistato una fetta di mercato che, seppure ancora piccola rispetto al totale, sta crescendo di anno in anno.
Secondo i dati dell’Associazione Americana dell’Industria Discografica (RIAA), nel 2020 sono stati venduti più album in vinile di quanti ne siano stati venduti in Cd.
Per trovare un analogo rapporto di forza tra i due supporti occorre tornare al 1986.

La tendenza si è confermata nei primi mesi del 2021 con le vendite in vinile che hanno superato quelle in Cd anche in altri paesi, tra cui l’Italia.
Seppur quindi in una dimensione ancora di nicchia, il vinile è tornato ad essere oggetto di culto. Gli ascoltatori spesso non mancano di mostrare orgogliosi i propri acquisti sui social, con tanto di fotografie o video del piatto che gira.
Band ed etichette non si sono fatte sfuggire tale entusiasmo ed è sempre più comune che il vinile sia presente tra i supporti che accompagnano le nuove uscite degli album (spesso con più edizioni da collezione, contraddistinte da varianti di colore). 

(Martin Bureau/AFP – Getty)

Se si chiede ad un appassionato di vinili perché nel 2021 continua a preferire tale supporto nonostante la comodità e la qualità raggiunta dalla musica digitale, è piuttosto probabile che la risposta – o una delle possibili risposte – sia: perché si sente meglio

La presunta superiorità acustica della riproduzione analogica su vinile rispetto a quella digitale (sia essa su Cd, su altri supporti fisici o in forma cosiddetta “liquida”, cioè indipendente da supporti) è argomento di dibattito sin dai primi anni Ottanta, quando si è cominciato a pubblicare musica anche su Cd.
La convinzione che il vinile suoni meglio del digitale è in genere fondata su sensazioni soggettive (smentibili, come vedremo, da dati e misurazioni oggettive) che hanno creato col tempo una serie di falsi miti. 

La presunta superiorità acustica del vinile: falsi miti

“Il suono è più caldo”

Questa è una delle frasi generalmente più gettonate da chi sostiene la tesi della superiorità della riproduzione su vinile.
Ma cosa si intende per suono “caldo”? Difficile rispondere in modo preciso, ma generalmente si indica un suono non affaticante, che risulta “morbido” e “gentile” alle nostre orecchie. 

Tale percezione è reale? E se sì, da cosa è dovuta?
Due ipotesi, più di altre, possono almeno in parte spiegare tale convinzione:

  1. Nei primi anni Ottanta, quando sono stati introdotti sul mercato i primi Cd audio, si sono utilizzati dei convertitori analogico-digitali che, ancora tecnologicamente acerbi, presentavano diversi difetti (e lo stesso è valso anche per i primi lettori di cd).
    Il problema più evidente era uno sbilanciamento del suono verso le frequenze medio-alte, con il risultato che quei primissimi Cd suonavano più “aspri” se confrontati con i vinili. Si è quindi data origine – allora a ragione! – alla dicotomia Cd freddo vs vinile caldo.
    Nel giro di pochi anni la tecnologia per il campionamento e la registrazione su Cd migliorarono notevolmente, mettendo pienamente in luce le potenzialità della tecnologia digitale e superando di fatto i problemi degli esordi.
    Tuttavia il ricordo di quei primi anni di immaturità del cd non si è mai assopito nei vecchi e – per racconti tramandati – nuovi sostenitori del vinile, dando probabilmente sostegno, ancora oggi, alla teoria del suono più caldo. 
  2. Il taglio delle frequenze alte e basse, che, nonostante sia di fatto un impoverimento (come vedremo di seguito nel dettaglio), alle orecchie di alcuni potrebbe rendere il suono più “morbido”.

“Il suono è più ricco”

Henry Rollins, famoso per essere stato il cantante della storica band punk Black Flag e convinto sostenitore della superiorità del vinile, in un’intervista rilasciata nel 2018 e pubblicata sul portale Reverb, alla domanda dell’intervistatore su cosa il vinile offra in più rispetto agli altri formati, risponde:

“Piene frequenze. C’è un motivo per cui i vinili suonano meglio. Semplicemente offrono di più.”

Dispiace per Rollins, ma questa affermazione è scientificamente sbagliata. Anche volendo porre il beneficio del dubbio e pensare che Rollins non si riferisca in maniera specifica al range di frequenze ma ad un concetto di completezza più sfumato, è comunque errato affermare che su un vinile ci sia “di più”, se con questo ci riferiamo a ciò che siamo in grado di ascoltare. Per spiegare il perché è necessario partire dal principio, ossia la capacità uditiva degli esseri umani.

Henry Rollins © Heidi May

Il nostro udito è generalmente in grado di avvertire suoni che, in una scala che parte dalle frequenze basse per arrivare a quelle alte, vanno da 20 Hz a 20.000 Hz (con degrado progressivo, soprattutto nella capacità di percepire le frequenze più alte, all’avanzare dell’età).
Tutti i suoni che ascoltiamo vanno a collocarsi in punti diversi di questa scala, secondo le frequenze che li caratterizzano.
In questo spettro delle frequenze interattivo curato dal sito IRN (Independent Recording Network) è possibile vedere il range di frequenze coperto dagli strumenti più diffusi e dalla voce maschile e quella femminile.
Si può facilmente dedurre come la fedeltà di un supporto (o formato) audio sia strettamente correlata alla sua capacità di registrare, più o meno fedelmente, l’intero spettro di frequenze toccate da strumenti musicali e voci nella musica.
In acustica questa capacità è chiamata risposta in frequenza. È uno degli aspetti principali di differenza tra la riproduzione analogica (vinile, nastro) e quella digitale (su supporto fisico e non).

RISPOSTA IN FREQUENZA DEL VINILE

Un classico vinile commerciale (33 o 45 giri, disco in PVC di varia grammatura), in fase di incisione è in grado di catturare un range di frequenze che va da un minimo di 30-40 Hz a un massimo di circa 15.000 Hz. Rispetto al nostro range medio di frequenze udibili, viene quindi persa una fetta di frequenze in basso (da 20 a 30-40 Hz circa) e una in alto (da 15.000 Hz a 20.000 Hz circa).
Questo è dovuto ai limiti fisici del supporto. Un’incisione di suoni aventi frequenza sotto i 30 Hz creerebbe infatti dei solchi eccessivamente profondi che, quando percorsi dalla puntina, causerebbero un fenomeno denominato “rumble” (un rumore di fondo, basso e continuo).
Ma un sacrificio di frequenze è necessario anche in alto, perché se si incidessero su un vinile frequenze sopra i 15.000 Hz, queste si tradurrebbero in solchi così sottili che la puntina non riuscirebbe a percorrerli.

RISPOSTA IN FREQUENZA IN AMBITO DIGITALE

Il CD audio, attraverso un campionamento con modulazione a impulsi codificati (PCM),  consente di immagazzinare audio stereofonico a 44.100 Hz.
In termini pratici significa che per ogni secondo di musica vengono effettuate 44.100 misurazioni, che si possono immaginare come dei puntini su una curva sinusoidale (che rappresenta il suono analogico), in cui ogni puntino è una misurazione del suono in quel preciso istante.  

(Immagine tratta dal capitolo “Audio Digitale” del manuale online del software Audacity®)

Perché 44.100? Il valore è stato definito in base al teorema di Nyquist-Shannon, il quale stabilisce che per campionare in maniera fedele un segnale analogico è necessario utilizzare una frequenza di campionamento almeno doppia rispetto alla frequenza massima di segnale che si vuole acquisire. Con la massima frequenza udibile a 20.000 Hz sarebbe stata quindi sufficiente una risposta in frequenza di 40.000 Hz. Si scelse tuttavia di portare il valore massimo a 44,100 Hz perché questo era il valore che utilizzava il Sony PCM F1, uno dei primissimi convertitori analogico-digitali utilizzato tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta per trasferire l’audio sulle Betamax (le antenate delle VHS) e che si volle adottare per il mastering dei primissimi CD audio.

Sony PCM-F1

Di fatto, quindi, il Cd consente di catturare l’intero spettro delle frequenze udibili. 

I file digitali ad alta risoluzione (nei formati .wav, .flac, .alac o altri) possono arrivare ad una risposta in frequenza ben superiore: i valori più comuni sono 96.000 Hz o addirittura 192.000 Hz, anche se i vantaggi in termini udibili di queste super risposte in frequenza sono molto relativi – per non dire inavvertibili – in fase di ascolto (mentre hanno relativa importanza nelle fasi di missaggio e mastering).

Come si traduce questo vantaggio del CD e dei file audio digitali ad alta risoluzione rispetto alla riproduzione su vinile in termini udibili? Gli aspetti di solito più percettibili sono i bassi più profondi, una maggiore definizione nelle frequenze alte (nel rock, nel pop e nel jazz avvertibile soprattutto nella resa dei suoni dei piatti della batteria, ma anche in alcune sfumature vocali) e una maggiore ampiezza della scena sonora.

Quindi no caro Rollins, sul vinile non c’è tutto, manca anzi un bel pezzo!

“La scena sonora è più ampia e definita”

Per scena sonora si intende la percezione acustica per cui differenti strumenti (o la voce) ci sembrano provenire da punti diversi dello spazio che intercorre tra i due altoparlanti del nostro sistema audio. È un effetto che si cerca di ottenere per dare all’ascoltatore la percezione acustica di avere la band o l’orchestra davanti a sé.

“Spoon” (by Cibo Matto), un pezzo con un’ampia scena sonora e in cui si percepisce chiaramente – su un buon impianto o con un buon paio di cuffie – la separazione spaziale degli strumenti.

L’ampiezza della scena sonora si definisce già in fase di registrazione con l’uso e il posizionamento specifico dei microfoni, poi in fase di mixing con varie impostazioni di regolazione del volume e del panning (effetto che, sfruttando il suono stereofonico e il modo in cui viene interpretato dal nostro cervello, permette di impostare la posizione in cui l’ascoltatore percepirà i suoni nello spazio d’ascolto).

In fase di ascolto tre elementi in particolare – tra quelli che dipendono dal supporto o dal formato di riproduzione – concorrono alla perfetta resa della scena sonora così come pensata in fase di mixing: 

  • la risposta in frequenza;
  • la possibilità di registrare tutte le frequenze in stereo;
  • il range dinamico.

Della risposta in frequenza si è già detto, mentre per quanto riguarda la possibilità di registrare l’intero spettro di frequenze in stereo, si evidenzia anche in questo caso la superiorità del Cd audio e di tutti i formati digitali con risoluzione equivalente o maggiore. In tali casi, infatti, è possibile registrare in modalità stereofonica l’intero spettro di frequenze udibili dall’essere umano, mentre in vinile, per limiti fisici del supporto, le frequenze sotto i 200 Hz circa devono necessariamente essere ricondotte in mono.

Il terzo elemento che concorre alla perfetta resa della scena sonora è il range dinamico, a cui però è necessario anteporre un altro concetto: la profondità di bit.

PROFONDITÀ DI BIT

Nell’operazione di campionamento digitale di un segnale analogico, oltre alla frequenza con cui si sceglie di campionare, è necessario stabilire anche la quantità di informazioni, ossia la risoluzione, che ogni campione presenta. Tale valore è generalmente indicato come profondità di bit (bit depth) ed è rappresentato dal numero di bit presenti in ogni campione.
Il CD audio ha una profondità di 16 bit, il DVD audio di 24 bit. I file digitali ad alta risoluzione possono arrivare anche a 32 bit e oltre. La profondità di bit determina o influenza direttamente elementi quali: il range dinamico, il rapporto segnale-rumore, la ricostruzione della scena sonora e la fedeltà nella resa dei cambiamenti di timbro e intensità della voce e dei suoni.
Analogamente a quanto si è già accennato circa i dubbi relativi all’effettiva percezione di miglioramento per la risposta in frequenza maggiore di quella prevista per il CD audio (44.100 Hz), anche per la profondità di bit ci sono motivi per dubitare che risoluzioni maggiori di 16 bit possano portare reali vantaggi uditivi per l’ascoltatore, seppur ci sia chi giura di percepire palesemente delle differenze.
Anche in questo caso, come per il discorso fatto sulle alte frequenze di campionamento, reali e più tangibili vantaggi nell’utilizzo di 24 o 32 bit si palesano in fase di missaggio dei brani.

RANGE DINAMICO

Per range dinamico (o gamma dinamica) si intende l’intervallo in decibel che intercorre tra il valore minimo e il valore massimo di un segnale audio.
Tradotto in termini più semplici, il range dinamico è la capacità di un supporto, o formato audio, di riprodurre una gamma di suoni con volume più o meno ampio.
Anche il nostro sistema uditivo ha un range dinamico: esso è in grado di percepire suoni molto bassi come ad esempio quello di una folata di vento, così come un forte rumore come quello di uno scoppio. Il range dinamico del sistema uditivo umano, quando misurato in livello di pressione sonora nell’aria, è di circa 120 db.

Il vinile ha un range dinamico che si assesta generalmente intorno ai 45-50 db e che comunque, nel migliore dei casi, difficilmente supera i 70 db. 

Il CD audio, con i suoi 16 bit di profondità, ha invece un range dinamico di circa 96 db, che teoricamente potrebbe arrivare anche a 120 db percepiti grazie ad alcuni processamenti specifici del segnale campionato.

Un DVD audio o un file digitale con 24 bit di profondità, consentono di portare l’estensione del range dinamico a 144 dB.
In termini di percezione acustica, a patto di avere un sistema in grado di supportare certi valori, un maggiore range dinamico permette di poter apprezzare a pieno la differenza tra un passaggio molto debole (come può essere quello di una voce appena sussurrata al microfono o di una corda di uno strumento appena sfiorata) e un passaggio molto forte (come quello di un riff di chitarra distorto o di un urlo).
Diverse ricerche dimostrano come la percezione della differenza tra suoni di minore e maggiore intensità sia uno dei principali elementi coinvolti nel determinare il piacere che proviamo ascoltando musica. 

Il neuroscienziato e musicista Daniel J. Levitin, nel suo libro “Fatti di musica” (Codice edizioni, 2008), parlando dell’intensità, scrive:

“Minuscole variazioni d’intensità hanno un grosso effetto sulla comunicazione emozionale della musica. Un pianista può suonare cinque note in una volta e accentuarne una sola, dandole un ruolo del tutto diverso nella nostra percezione complessiva del passaggio musicale.”

Il concetto di range dinamico è anche strettamente correlato alla cosiddetta “loudness war” e più generalmente alla tendenza che, da almeno 20 anni, sta portando alla produzione di album con una estensione della gamma dinamica decisamente più bassa che in passato.
In un album con un range dinamico basso diminuisce la differenza naturalmente presente tra i suoni di minore e maggiore intensità, con tutto ciò che ne consegue in termini di godibilità dell’ascolto. 

“Il suono è analogico, quindi si sentirà per forza meglio su un supporto analogico”

I limiti sulle frequenze e sul range dinamico descritti sopra invalidano automaticamente questa affermazione.
A questo si può aggiungere che, nonostante il campionamento digitale sia una rappresentazione discreta (non continua e quindi parziale) di un suono analogico che invece è per natura continuo (e quindi completo), non esiste studio scientifico che affermi che un essere umano possa notare elementi di artificiosità nel segnale digitale rispetto a quello analogico. Un suono campionato a 44.100 misurazioni al secondo (o più, come nel caso dei file digitali ad alta risoluzione), infatti, risulta praticamente indistinguibile dallo stesso suono riprodotto nella sua natura analogica. 

Se a tutto ciò aggiungiamo:

  • la facilità con cui i vinili si impolverano con conseguente rumore provocato dai granelli di polvere durante la riproduzione;
  • il consumo dei solchi che – seppur infinitesimale – si verifica ad ogni ascolto, degradando a lungo andare la qualità; 
  • la sensibilità alle vibrazioni (non è un caso che i giradischi più costosi siano anche molto pesanti); 

è chiaro che da un punto di vista puramente acustico il digitale rappresenti un’opzione migliore. 

Ma, come spesso accade, ci sono delle eccezioni che confermano la regola. 

Le eccezioni: tre casi in cui ha senso preferire il vinile per motivi acustici

1. Dischi che nascono da sessioni interamente analogiche di registrazione, missaggio e mastering

Tutti i dischi pubblicati fino agli anni Settanta e in buona parte degli anni Ottanta, sono stati registrati in studi che prevedevano tutte le sessioni di produzione (registrazione, mixing e mastering) eseguite interamente con strumentazione analogica. 

La destinazione d’uso del master finale era indirizzata ai supporti allora maggiormente in uso: audiocassette e vinili.
Seppure in era digitale si siano fatte conversioni su cd/dvd audio/file digitali di eccellente qualità di molti degli album di quegli anni, può avere comunque senso ascoltare quegli album per come band e produttori volevano suonassero, mantenendo così, anche in fase di ascolto, la continuità della catena analogica.
Molti ascoltatori, anche esperti e consapevoli dei vantaggi del digitale, affermano con certezza di percepire, in questi casi, un maggiore piacere acustico nella riproduzione su vinile rispetto ai riversamenti in digitale, anche in alta risoluzione.

Con il passare degli anni e in particolare a partire dagli anni ‘00, nella stragrande maggioranza dei casi, gli studi di registrazione sono passati a una strumentazione completamente digitale. Si registra in digitale (tramite hard disk recording) e si fanno mix e master in digitale (tramite l’utilizzo di workstation di audio digitale). Il materiale audio che arriva nello studio di mastering, altro non è che un file digitale ad alta risoluzione. A partire da quel file, l’addetto al master ne farà una versione per la destinazione digitale (CD, SACD, DVD o per il download e lo streaming) che di base manterrà invariate le qualità del file di partenza.
Nel curare invece il master per il vinile sarà necessario prendere degli accorgimenti che inevitabilmente andranno a ridurre in maniera importante alcune qualità di quel master digitale: potrebbe essere necessario abbassare i volumi, sarà inevitabile un taglio delle frequenze in alto e in basso, sarà necessario ricondurre in mono le frequenze più basse.

Ne consegue che, al netto di rare eccezioni di band ed etichette che scelgono ancora oggi di produrre interamente in analogico, se si acquista un qualsiasi album uscito negli ultimi 10-15 anni in vinile, occorre essere consapevoli che si sta acquistando una versione acusticamente “povera” di un master che, in digitale, avrà dettagli e definizione maggiori.

2. Dischi con master digitale “schiantato”

Negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo innalzamento dei volumi con conseguente riduzione di gamma dinamica per la grande maggioranza degli album (soprattutto in ambito rock e pop).
A livello giornalistico questa tendenza è stata definita con il termine “loudness war”, ad evidenziare la presunta competizione tra band ed etichette per far suonare i dischi sempre più forti. 

Alcuni dischi sono famosi per il modo in cui suonano compressi arrivando addirittura a distorsione (clipping), è il caso ad esempio di “(What’s The Story) Morning Glory” degli Oasis (forse l’album che per primo ha sdoganato la tendenza), “Californication” dei Red Hot Chili Peppers e “Death Magnetic” dei Metallica.
Tali dischi sono caratterizzati da un master che in gergo viene definito “schiantato”, con una bassissima gamma dinamica che fa sì che anche i suoni meno intensi suonino forte e, di conseguenza, quelli più intensi suonino troppo forte, arrivando a distorsione. 

Il vinile, per via della gamma dinamica limitata, non può sopportare i suoni che risultano già troppo forti in digitale, per cui nel master è spesso necessario abbassare i volumi.
Questo può portare alla situazione paradossale in cui – nonostante i limiti del supporto e nonostante la produzione del disco sia stata eseguita totalmente in digitale – il vinile offra un ascolto più piacevole per il solo motivo che i passaggi più intensi risultano meno compressi e distorti. 

Consideriamo inoltre che occuparsi del master di un album è un po’ come impastare un dolce. Non è detto che chi impasta utilizzando più ingredienti (metaforicamente, il master digitale) faccia un dolce per forza più buono di chi usa meno ingredienti (metaforicamente, il master per il vinile). Possono quindi verificarsi dei casi in cui il vinile suona meglio semplicemente perché in fase di master si è fatto un lavoro migliore.

3. Nuovi mix con destinazione unica su vinile

Negli ultimi anni molte etichette stanno puntando al recupero di vecchi album, registrati magari su nastro analogico, con riversamento destinato esclusivamente al vinile. È il caso di etichette quali l’olandese Music On Vinyl o l’americana Run Out Groove.
Molto spesso queste operazioni di recupero contemplano anche un nuovo mix, in genere migliorativo rispetto all’originale. 
In tali casi sarà quindi possibile apprezzare questi nuovi mix solo comprando il vinile, in quanto unico formato di destinazione previsto. 

Conclusioni

Al netto delle tre eccezioni di cui sopra e con riferimento ai soli aspetti riguardanti la resa acustica, è possibile affermare che oggi non esistono ragioni per le quali si possa considerare il vinile superiore. 

Se siete arrivati fin qui e non siete ancora convinti di questo, provate a chiedere a qualsiasi persona si occupi di fare il master dei dischi sia in analogico che in digitale, qual è il formato o supporto di ascolto a cui viene destinato il master più ricco di informazioni. Oppure è possibile farsi un’idea di cosa va perso e di quali complicazioni ci siano nel fare un master per il vinile leggendo questo articolo di Jurij Ricotti, ingegnere del suono che ha lavorato per Bocelli, Il Volo e Klimt 1918. 

Inoltre, passando ad aspetti non strettamente legati alla riproduzione, il vinile presenta alcune criticità da non sottovalutare.
In primo luogo la questione ambientale: l’impatto della produzione di vinili causa problemi di inquinamento la cui entità non è ancora chiara, ma che sicuramente merita attenzione. “Il Post” ha approfondito la questione in questo articolo.

Un altro problema è quello relativo al PVC, materiale con cui sono fatti i vinili, sul quale da tempo esiste un dibattito sulla presunta tossicità per l’uomo (in molti paesi è indicato tra i materiali e le sostanze cancerogene). 
Benn Jordan, musicista americano che sul proprio canale YouTube pubblica contenuti musicali e non, nel 2019 ha pubblicato un video in cui si propone di dimostrare come un vinile rilasci sostanze tossiche già nel momento in cui viene tirato fuori dalla custodia.

Il video è da prendere con le giuste cautele in mancanza di ricerche strutturate ed approfondite. È Jordan stesso a ritenere parziali le sue evidenze e ad augurarsi che vi siano studi seri sulla questione che magari lo possano smentire.

Nel frattempo e nel dubbio, magari è il caso di evitare di atteggiarsi a Debbie Harry con i propri vinili:



In questo articolo ci siamo occupati quasi esclusivamente delle caratteristiche acustiche della riproduzione su vinile e dei suoi limiti.
Se ti interessa sapere cosa invece ci piace dei vinili e cosa riteniamo spinga molti ascoltatori ad acquistarli (incluso l’autore di questo articolo), ne abbiamo scritto QUI.