Copertine di dischi, fanzine e grafiche di ogni tipo. Un pomeriggio nello studio di una coppia creativa che lavora (anche) per il mondo della musica.

Ho sempre considerato interessante e affascinante tutta la parte grafica, visuale, di design che si lega alla musica: le fanzine, i gig poster, le copertine dei dischi sono perfetti esempi di incontro di due mondi sensoriali, la vista e l’udito.

Prendete ad esempio una bellissima fanzine come quella del Punk Rock Raduno di cui abbiamo parlato nel nostro articolo e che Valeria Foschetti, fondatrice della Fanzinoteca La Pipette Noir, ha definito «il presente, ma anche l’auspicabile futuro delle fanzine musicali». Prendiamo la mia preferita, la numero 7: orgogliosamente punk rock nell’anima, fantastica da sfogliare e con tantissime idee: sovracopertina in trasparenza stampata in più versioni diverse, inserti, impaginazione innovativa, insomma una gioia per gli occhi (e qui potete ammirare tutte le versioni).

Le fanze del PRR!

A dare forma a questa meraviglia sono Paolo Proserpio e Marta Biasi, rispettivamente grafico e illustratrice (ma anche tanto altro) based in Brianza. Ho passato un pomeriggio nel loro studio che, oltre a essere la loro casa, è anche laboratorio di serigrafia e archivio: un parco giochi di creatività e stupore. Dove si ascolta anche tanta musica.

Innanzitutto, chi sono Paolo e Marta?

Paolo ha per anni coniugato il lavoro per grandi nomi della moda (Versace, Gucci all’epoca di Tom Ford) con il mondo indipendente e underground, passando indifferentemente da uno all’altro, ma sempre con un’attitudine d.i.y. nel cuore:

«Moda e underground non per forza sono mondi separati. Tantissime idee che ho portato nel mondo del fashion le ho prima testate in piccolo facendo cose per fanzine o gruppi punk: è facile fare una fanzine complicata a basse tirature, il difficile è replicare tutto sui grandi numeri che il mondo commerciale dei grandi brand richiede. Sono mondi che convivono e che possono contaminarsi.»

Ha raccontato più volte nelle interviste della sua formazione e di come tutto è iniziato dalla visione di “Ritorno al futuro” (ad esempio qui, in una bella intervista del 2022 per Blossom), che ha fatto nascere in lui la passione per lo skate e questo gli ha poi dato l’accesso sia a musica diversa da quella nazionalpopolare sia a controculture di nicchia.

Marta invece è principalmente un’illustratrice, partita da lavori di handlettering per poi dedicarsi a numerosi progetti di design a tutto tondo. Le scritte a mano e le personalizzazioni tornano in quasi tutte le sue avventure lavorative: personalizzazioni live, vetrine a Milano e a Parigi, collaborazioni per immagini legate ad eventi (Loro Piana, Calzedonia, ecc.) e tantissime altre cose.

Paolo, Marta, Teo e Leo

Marta e Paolo si occupano di brand identity, di progettazione grafica, di design e, tra un catalogo, un pack, un logo e un poster, si ritrovano molto spesso a dare un’immagine alla musica, a vestirla con la loro immaginazione. La lista di artisti per cui hanno lavorato è lunghissima, e troverete tanti nomi in questa intervista.

Il regno di questa coppia, la loro casa-studio, è un luogo in cui le idee diventano tangibili, e la chiacchierata è partita proprio da un oggetto fisico, il portfolio di Marta, che raccoglie tutti i suoi splendidi lavori fatti negli anni. Stupendo, bello da sfogliare, da tenere in mano. È anche una di quelle cose che, per essere apprezzate al meglio, richiedono tempo: hai bisogno di vedere i particolari, girarlo, toccarlo, aprire. Questo lato manuale è fondamentale anche nei progetti di lettering di Marta.

Marta: Le scritte fatte a mano sono il mio portafortuna perché sono state uno speciale punto di partenza: per più di due anni ho lavorato a Wait & See e, proprio davanti a questo negozio di abbigliamento di Milano, c’è un marciapiede strettissimo. Era lo spazio perfetto per iniziare a fare le mie scritte.
Pensa che negli anni del liceo sentivo dire la classica frase «Ma perché studi all’artistico, vuoi fare la madonnara?». E quando ogni tanto torno a fare qualche scritta con i gessetti, penso a quanto quell’inizio non ordinario sia stato il propulsore della mia carriera lavorativa, e sorrido pensando a quella frase, un cliché che per me si è rivelato utilissimo.

EP: Dai tuoi lavori traspare sempre una grande ironia, una voglia di giocare, di suscitare una sorpresa.

Marta: Esatto. Ad esempio nel portfolio c’è una delle poche illustrazioni che ho pensato di fare per me, un personaggio che mi rappresenta: lei è Miss Takes, la dominatrice dei propri errori. È orgogliosa di sbagliare e infatti galoppa su questa gomma per cancellare che prende fuoco: fa un sacco di errori, ma è giusto così perché nella vita si impara dagli errori. Anzi il non commettere più errori deriva dal fatto che in precedenza si è provato e magari sbagliato un pochettino.

Miss Takes circondata da altre meraviglie

EP: Hai dei materiali preferiti?

Marta: Mi piace molto lavorare con lo smalto perché permette di avere un’uniformità, un’omogeneità particolare. È il mio materiale preferito e rimane molto più definitivo rispetto agli acrilici.

EP: Paolo, tu che invece sei un grafico, hai dei materiali preferiti?

Paolo: La carta, comunque tutto quello che viene stampato con la carta, mi gasa sempre tantissimo, più di altri materiali dove magari mi sento meno nella mia comfort zone perché li ho usati meno. Penso che con la carta si possano fare molte più cose, sia per una faccenda di costi sia di maneggevolezza, di pieghe che puoi dare al materiale. Mi piace un casino la carta, è il mio materiale preferito in assoluto. 

EP: Entrambi insegnate all’Istituto Europeo di Design.

Marta: Da tre anni tengo un corso sulla Teoria della percezione e Psicologia della forma. Ed è proprio grazie al mio portfolio che sono diventata docente IED, perché come oggetto racconta esattamente questo, non lascia indifferenti e devo dire grazie Paolo che mi ha aiutato a costruirlo. Ancora oggi li assembliamo assieme qui nello studio, pochi alla volta.

Paolo: Quest’anno sono vent’anni che insegno allo IED. E poi io insegno anche alla Domus Academy e alla SAE, dove da tre anni faccio un corso su come si fanno le copertine dei dischi.

Ep: Interessante! E c’è un segreto per una copertina di successo?

Paolo: Eh no, ovviamente non si può spiegare qual è l’ingrediente fondamentale per fare la copertina giusta, non esiste una formula prestabilita. È invece importante capire qual è la scelta corretta da fare a seconda del progetto. Ad esempio la classica copertina di un disco della Pausini o di Gabbani, con la loro faccia, sono perfette: sono pop, what you see is what you get. Se fossero qualcosa di diverso probabilmente il pubblico non le capirebbe o nemmeno le riconoscerebbe. Allo stesso modo con altri artisti è normale ed è corretto sperimentare: pensa ad esempio al quadrato nero su fondo rosa di “Sable, fable” di Bon Iver, è perfetto per lui, è più astratto ma ti introduce nel mood del disco. Mi sarebbe invece sembrato strano se invece ci fosse stata la sua faccia. È una questione di linguaggio visivo, ma anche di aspettative del pubblico, con cui puoi anche giocarci su.

Ep: Avete delle copertine preferite? Visto che le fate, le create, le pensate, ci sono delle copertine, tra quelle che non avete fatto voi, che apprezzate?

Paolo: Sì, ce ne sono tante che apprezzo, ad esempio quella del primo album dei Death From Above 1979 “You’re a Woman, I’m a Machine”. Anche “The ooz” di King Krule. Poi “Our secret ceremony” dei Julie’s Haircut, mi piace non solo la copertina, ma anche come è stampato, in serigrafia, mia grande passione.

Marta: Io sono affezionatissima a “Mellon Collie & the Infinite Sadness” degli Smashing Pumpkins: è iconica, fu uno tra i primi cd che ho consumato crescendo. Tra quelle recenti mi piace molto quella di “On the Lips” di Molly Lewis, perché lei ha tutto un immaginario soft erotico anni 70 ma attualizzato e recuperato con ironia.

Paolo: Io ammetto che non ne ho una preferita in assoluto, anche se ce ne sono molte che ammiro per le idee e l’inventiva. Ad esempio “Standards” dei Tortoise, la cui copertina del vinile è contenuta in una busta stampata in serigrafia: è un disco che ho ascoltato tantissimo e che mi ha fortemente influenzato anche dal punto di vista grafico, perché anche io poi ho fatto dei lavori serigrafando la busta o la confezione esterna. 
Bellissima quella di “Plastic fang”, della Jon Spencer Blues Explosion, soprattutto per come è fatta: è composta da tre specie di copertine sovrapposte, una più corta dell’altra.
Ovviamente ci sono anche dei casi in cui la copertina mi piace più del disco in sé.
In generale sono super super fan di Art Chantry, un bravissimo grafico di Seattle che ha fatto tanti lavori, ad esempio la copertina di “Louder than love” dei Soundgarden, quella dell’omonimo disco dei Presidents Of the United States Of America, oppure “Piece of cake” dei Mudhoney e vari lavori dei Man Or Astro-Man? tra cui “Return to chaos” che ha un packaging tipo avvistamento dell’FBI e file secretato. Ha fatto anche il famoso poster in metallo dei Teengenerate, dove ha sparato lui col fucile a un cartello stradale. Lui mi piace proprio per il suo lavoro analogico e per le idee incredibili.

Death From Above 1979 “You’re a woman, I’m a machine” (2004)
King Krule – “The ooz” (2017)
Julie’s Haircut – “Our secret ceremony” (2009)
The Smashing Pumpkins – “Mellon Collie & the infinite sadness” (1995)
Molly Lewis – “On the lips” (2024)
Tortoise – “Standards” (2001)
The Jon Spencer Blues Explosion – “Plastic fang” (2002)
Soundgarden – “Louder than love” (1989)
The Presidents of the United States of America – s/t (1995)
Mudhoney – “Piece of cake” (1992)
Man Or Astro-Man? – “Return to chaos” (1995)
Teengenerate poster (1995)

EP: Tutte le cose che state citando e, contemporaneamente, anche quelle che solitamente fate, hanno un forte lato materiale. Se penso invece a generazioni più giovani, il rapporto è quasi tutto con il mondo digitale. Come rispondono gli studenti alle vostre lezioni e sollecitazioni?

Paolo. Io che insegno proprio tecniche di stampa e packaging, spesso mi trovo davanti studenti che si meravigliano del fatto che gli oggetti di esempio che porto possano essere realizzati tranquillamente a mano. Ad esempio, uno dei primi esercizi che propongo è creare delle spillette, partendo con un’illustrazione, che viene trasformata in un file adatto alla stampa. Poi però mi piace mostrare loro tutto il resto del lavoro: porto in classe l’apposito macchinario per fare le pin e, nel momento finale in cui la vedono realizzata fisicamente, beh, per loro è una magia. A volte mi porto dietro la mia macchina per serigrafare e gli studenti non sono abituati a una cosa così fisica e manuale, impazziscono. Non voglio fare né il boomer né il nostalgico, però se tu sei nato col cellulare probabilmente ti sei perso, secondo me, un sacco di cose legate alla fisicità in senso molto ampio: andare in bici, scavare, prendere i vermi, sparare i petardi, fregare la benzina al motorino, andare in skate. Adesso a tanti ragazzi manca proprio il rapporto con la parte fisica: spesso è imbarazzante vedere come usano un taglierino, perché semplicemente non l’hanno mai fatto e finisco per spiegare loro ogni singolo passaggio e movimento, come mettere la mano, dove metterla, come tagliare eccetera.

EP: Forse, anche a livello creativo, non hanno come primo pensiero l’idea di usare la tridimensionalità delle cose, no?

Marta: Secondo me è una questione di poco coraggio nello sperimentare e purtroppo anche di inesperienza. Pensano che alcune cose siano possibili solo se fatte da grandi realtà, da grosse aziende come Hermès. Ma non è così: ci sono tante possibilità anche con un investimento economico più contenuto e con dei mezzi e capacità più ridotte. E infatti mostro loro anche degli oggetti legati a progetti autoprodotti che hanno una loro genialità, che sono particolari, curati e bellissimi, e che sono stati fatti con un budget limitato: voglio far capire loro che si può essere geniali e innovativi senza spendere chissà cosa. Lo comprendono davvero solo dopo, se per loro fortuna finiscono a lavorare in una realtà che sia creativa e più sperimentativa. Finché non vedono accadere queste cose e sperimentarle sulla propria pelle, è difficile che lo comprendano davvero.

Paolo: Sì, hanno bisogno di entrare in una realtà imprenditoriale capace di insegnare e far fare esperienza.
Devo dire però che vedo dell’entusiasmo quando mostro loro un oggetto particolare, si gasano ma dall’altra parte la vedono sempre come una cosa troppo difficile e inarrivabile. È questo è assurdo perché hanno mezzi e possibilità: oggi se vedi uno strumento che ti interessa, vai online e te lo compri. Una volta era decisamente più complicato realizzare e finalizzare le idee che mi venivano.
Anche per i dischi adesso c’è una facilità estrema nel recuperare tutto, anche gratuitamente: questi ragazzi hanno tutto, ma forse proprio perché c’è tutto a disposizione non sanno scegliere e, a volte, nemmeno riescono a sviluppare un senso critico. Voglio spiegare loro l’importanza delle motivazioni e dei criteri dietro una decisione, che non può essere solamente quella del consenso sui social. Questa cosa è ancora più evidente quando si parla di nomi famosi, ad esempio Kanye West: ogni cosa che fa viene considerata giusta e lecita perché ha un impatto numerico sui social, o perché la maggior parte della gente lo reputa di successo.

Marta: È un tema importante e tra noi ne parliamo spesso: quali filtri e quali parametri è necessario utilizzare per giudicare l’arte che produce un artista particolarmente controverso? Il mio è filtrato è sempre di tipo morale e non riesco a soprassedere a questo. Un artista mi scade se fa o dice determinate cose: prendiamo Kanye West come esempio: da molti considerato un genio (fatico a comprenderne le ragioni, mio limite?), ma trovo terrificante che abbia ancora seguito nonostante le sparate “MAGA” e per come manipoli il corpo delle sue partner facendone un progetto di sua proprietà. Fatte col culo grosso, tette grosse, gambe magrissime con vita a vespa, labbra pompate su viso inespressivo annientato da never ending botox. Sono diventate i suoi manichini da vestire e svestire e modificare nel tempo in base al di lui concetto di standard di femminilità. Che sia anche solo per pura provocazione, ma non lo trovate gravissimo? Pura misoginia intollerabile che arriva a teenager maschi o femmine, o anche a gente che teenager manco più lo è!

L’archivio di Paolo e Marta con alcuni dei loro lavori

EP: Recentemente avete fatto un’esperienza di insegnamento in Cina.

Marta: Sì, nel 2024 abbiamo fatto da precursori per un programma di collaborazione dello IED con la Cina, tenendo dei corsi in modalità intensiva, condensati in due settimane. Siamo stati a Kunming, la capitale dello Yunnan, una regione molto rurale poco conosciuta, e ci è piaciuto tantissimo. Abbiamo scoperto che abbiamo tantissime cose in comune con la cultura cinese.

Paolo: Non avendo YouTube, non avendo Google ed essendo soggetti a un sacco di restrizioni, tutto ciò che per noi qua è bizzarro, lì lo è ancora di più, perché tante cose non le hanno mai viste. Quelli che per il mondo occidentale sono riferimenti normali, ad esempio film, musica, per loro sono ancora più strane e nuove. La reazione degli studenti occidentali è diversa, perché hanno maggiore accesso, hanno visto più cose e tante di queste sono diventate oramai parte della loro cultura.
Però anche da noi alcune reference si stanno perdendo: spesso i miei studenti e studentesse non conoscono i video musicali che mostro a lezione. All’inizio rimanevo stupito perché, per chi ha la mia età, fanno parte della cultura, ma in realtà è normale, in quegli anni non erano ancora nati.

Ep: Che video fai vedere?

Paolo: Tantissimi, soprattutto quelli di fine anni ‘90, primi anni 2000: ad esempio 1979 degli Smashing Pumpkins. Oppure Sugar Water delle Cibo Matto, Just dei Radiohead, Freak on a leash dei Korn. 

EP: Beh, delle pietre miliari. Anche perché negli anni ‘90 tutti i registi bravi facevano anche i video. Basti citare Spike Jonze con Elettrobank, oppure Sabotage, che secondo me è uno dei video più belli di sempre (ne avevamo parlato in un articolo di qualche tempo fa). E vengono apprezzati?

Paolo: Dipende. C’è chi rimane talmente colpito che si appassiona e approfondisce. Invece altri rimangono al livello didattico: te l’ha detto il prof, l’hai visto una volta, e la cosa finisce lì. Questi input culturali/artistici non sono parte del programma d’esame, li mettiamo noi per dare un contorno e un panorama più ampio al corso.

Marta: È importante dare un contesto. Ho iniziato a fare lezioni teoriche abbinando sempre anche una parte visiva, sia immagini statiche sia videoclip, in modo da allargare l’orizzonte, spiegare le influenze o sottolineare le motivazioni che hanno portato a fare un certo tipo di prodotto.
Oggi è cambiato molto il rapporto con il video in generale e con il videoclip. Ci sono degli artisti che ancora parlano attraverso i video musicali, come per esempio Tyler, The Creator.

Lo studio

EP: Qual è la vostra storia musicale? Paolo, tu sei partito dallo skate e dal punk. Invece tu, Marta?

Marta: Io arrivo dal rap, quello italiano, ma soprattutto americano. In seguito ho iniziato ad ascoltare musica elettronica e, a poco a poco, aprirmi alle novità, esplorando cose nuove. Sono orgogliosa di non essermi mai limitata ad un genere specifico, questa cosa mi ha concesso di essere curiosa e di sviluppare il mio senso critico.

EP: Ascolti ancora rap?

Marta: Sono rimasta ancorata alle vecchie glorie anni ‘90 e 2000. Non mi interessano moltissimo le nuove uscite. Mi piace di più approfondire tutto ciò che ha portato al rap: quindi il funk, il soul, la parte black. in generale le cose Motown.
Invece, a proposito di punk, pensa che è un genere che non ho mai incrociato particolarmente nella mia vita, lo sto conoscendo adesso grazie a Paolo e mi sta piacendo tantissimo. Ai tempi del liceo l’ho sempre visto come un movimento che non era proprio nelle mie corde.

Paolo: Invece per me lo skate è stato un mondo che mi ha insegnato un sacco di cose anche dal punto di vista musicale, ma non per forza legato al punk rock. 
Mio cugino comprava tante vhs e raccolte di video di skate e sono state un modo per ascoltare tante cose nuove: è proprio così che ho scoperto i Nirvana oppure gli Slayer, giusto per fare due nomi. 
Leggevo anche riviste di settore come “XXX Skateboard Magazine”, “6:00 am”, “Skate & snowboard”, che avevano sempre una pagina di recensioni musicali: anche così scoprivi cose che difficilmente ti capitavano da altre parti. Ho conosciuto così gli Screeching Weasel: la copertina verde con la donnola e la recensione mi hanno incuriosito, poi sono andato a comprare il disco da New Zabriskie Point, a Milano.
Ma non ho mai avuto un genere specifico che mi ha appassionato, c’è sempre stato un po’ di tutto. Ho avuto anche il mio momento rap, però non mi sentivo molto affine a quell’immaginario. Mi affascinavano di più le grafiche dei dischi punk o rock: nel periodo britpop, ad esempio, mi gasava di più vedere una copertina dei Pulp, delle Elastica, degli Stone Roses, dei Seahorses, dei Manic Street Preachers, piuttosto che quella di Coolio, che trovavo esteticamente poco interessante.

EP: E cosa state ascoltando invece di bello adesso? 

Marta: Beh, un sacco Molly Lewis.

Paolo: Sì, lei ci piace molto. Ascoltiamo sia la sua musica, sia le sue selezioni su Mixcloud, ci fanno scoprire cose nuove.
Altre cose che ascoltiamo in questo periodo sono “Missori” di Alberto Bazzoli, che è anche il tastierista Baustelle, oppure Connan Mockasins, che è questo tizio biondo con la zazzera che fa un po’ soul. Abbiamo ascoltato tanto ultimamente anche Melody’s Echo Chamber e, restando in tema musica francese, anche La Femme e gli Air. Poi ascoltiamo molto le colonne sonore di film del passato, Trovaioli, oppure Nino Rota. Ci piace molto Jim O’Rourke e siamo fan dei Dry Cleaning.

Molly Lewis – Lounge Lizard (2024)

Marta: Ultimamente abbiamo ripescato anche gli Offlaga Disco Pax, che siamo andati a vedere a Torino. 

Paolo: Abbiamo anche recuperato i Deee-Lite, quelli di Groove is in the Heart: ci piacciono perché, oltre a quel filone dance, hanno un lato molto drum and bass. Io a volte mi ascolto anche delle robe un po’ più violente, tipo i Golpe, che fanno hardcore tipo anni ‘80 in italiano, urlatissimo.
Insomma, variamo tanto nei nostri ascolti.
Poi spesso, lavorando sulla grafica di un disco, finisce che ci ascoltiamo anche 10 volte in fila le canzoni che verranno pubblicate. Con l’ultimo di Edda, “Messe sporche”, è successo così: abbiamo iniziato con le versioni demo, poi abbiamo ascoltato il disco finito.

EP: Com’è stato collaborare ancora con Edda? 

Paolo: Davvero bello. Abbiamo fatto un lungo e approfondito lavoro per il suo ultimo album, tutti assieme, per cercare di trovare un’idea visuale che soddisfasse sia noi sia lui.

Marta: Siamo contenti di aver collaborato a “Messe sporche”, è un disco bellissimo. Edda ha fatto un lavoro incredibile, introspettivo, e una musica che ti riporta in un’atmosfera alternative da fine anni ‘90.

EP: Avete sempre la possibilità di ascoltare prima i dischi su cui vi viene chiesto di lavorare oppure a volte dovete procedere senza poter conoscere la parte musicale?

Paolo: Io richiedo sempre di ascoltare il disco o almeno dei demo, per avere un’idea di quello che dobbiamo “vestire”. Anche con gli Studio Murena, che sono su major, su Universal, non ci sono stati problemi ad avere delle preview: ci hanno mandato il disco prima con i mix e anche altri brani che poi hanno scartato e ce li siamo ascoltati per capire anche che cosa gli artisti volevano dire.
Per noi è importante ascoltare: spesso ci arrivano degli input, a volte sono anche molto precisi ma non tutte le band o gli artisti sono in grado di spiegarti bene cosa vogliono.

EP: Oltre ai lavori sui dischi, avete lavorato anche sui gig poster?

Paolo: Sì, certo. Ad esempio quelli dei tour dei Sick Tamburo, Retarded, Tre Allegri Ragazzi Morti, Studio Murena, The Leeches. Ma anche eventi come il Wild Honey Christmas Party del 2023. Poi vabbè tutte le cose dell’Auroro di quando annuncia i tour (ad esempio il poster del 2026, il tour del 2022, del 2020, un palloncino del 2019)

EP: Beh, con Auroro Borealo però con hai un rapporto un po’ più stretto rispetto ad altri. Hai fatto di tutto! Addirittura uno spettacolo che univa concerto e performance, al MiAmi di qualche anno fa!

Paolo: Vero, poi sono mesi che mi manda i demo delle canzoni e le ulteriori nuove versioni. Vanto anche l’aver suonato in un concerto con lui in una sua data a Verona, quattro anni fa, perché il suo bassista non poteva. Una volta io suonavo il basso e allora lui mi ha detto «Vabbè, tanto le canzoni le sai». In realtà le so canticchiare male, non suonare. Ho avuto due mesi di tempo per impararle e sono andato a fare una data a Verona.

EP: E com’è andata?

Paolo: Lui dice benissimo, ma è troppo lusinghiero: sono il suo grafico di fiducia, quindi non può dire che faccio schifo. Ma sono stato scarsissimo e la prova è che lui da allora non mi ha mai più chiesto di suonare il basso con lui.
Come succede a tanti, ho iniziato a suonare al liceo, in gruppi che facevano punk rock e robe simili. Ho avuto per un po’ di tempo una band che si chiamava The Simpletons dove eravamo in nove, avevamo anche i fiati. Organizzarci per le prove era un disastro, la maggior parte delle volte eravamo in tre. Però ricordo con affetto quei momenti, anche se magari suonavamo dal vivo nel pomeriggio, davanti a due persone: quello del mixer e quello che fa i panini.
In quel periodo ho iniziato a fare le locandine per i gruppi merdosi in cui suonavo. A poco a poco ho smesso con la musica suonata ma ho continuato con le locandine.

EP: Dal 1999 al 2009, hai anche collaborato come fotografo per riviste come Rumore, Rockstar, Rocksound, per l’agenzia Retna di New York e per Mtv. Come mai hai smesso? In ogni caso voglio farti i complimenti per la fanzine “Thank god I’m still a graphic designer but finally with a twist” che hai fatto uscire l’anno scorso e che raccoglie tante tue foto, è davvero bellissima.

Paolo: Sai, nessuno di quelli che fa le foto ai concerti campa facendo solo le foto ai concerti. E se esiste, vorrei conoscerlo e stringergli la mano. Il problema nasce soprattutto se scatti gruppi piccoli, magari indipendenti: lo fai perché ti piace, non per guadagnare. Poi è arrivato il momento in cui le macchine digitali hanno iniziato ad essere molto diffuse, scattare le foto è diventato più facile e, contemporaneamente, le riviste hanno iniziato a non avere più soldi.
A quel punto mi sono detto «Se devo fare una roba che faccio così con passione, devo supplicare per fare le foto, e non essere nemmeno pagato, io non ho più voglia». Ci tengo a dire che io non sono un fotografo, semplicemente mi piaceva fotografare i musicisti. Così ho deciso di dedicarmi ad altre cose: stare con Marta, il cane, il gatto, guardarmi film. Se devo scegliere tra piegare 300 copertine e fare delle foto a un concerto, preferisco le copertine. Perché in fondo il mio sogno è fare il grafico, non il fotografo di musica. 

EP: Com’era invece lavorare per MTV all’inizio degli anni 2000?

Paolo: Una figata. MTV in quegli anni era veramente un canale trasversale: c’era roba per ragazzini, per gli zarri, per i rapper, e cose più alternative, ad esempio Brand New.
Ho iniziato a collaborare con loro per una serie di coincidenze, nel periodo in cui studiavo allo IED. Il primo evento che ho fotografato è stata la prima puntata di Sonic, il programma condotto da Enrico SIlvestrin. All’epoca avevo una macchina digitale a floppy, la Mavica della Sony: poteva contenere una decina di foto e aveva una risoluzione veramente infima. Le foto secondo me facevano schifo, davvero orribili, ma all’epoca sembrava avanguardia pura.
Però mi ha permesso di fotografare i R.e.m, Mark Lanegan, ma anche Tiziano Ferro e Laura Pausini. Gli One Dimensional Man e i Julie’s Haircut ma anche i Timoria, i Flaminio Maphia ed Elisa.
All’epoca MTV era una potenza, perché aveva tante idee e un sacco di programmi diversi, alcuni assurdi, come “Hot” con Andrea Pezzi: sfondo bianco, lui che parla guardando il monitor, quasi un pre-tiktok. MTV aveva un sito in cui pubblicava qualsiasi cosa: loro mi accreditavano, io fotografavo e poi le foto finivano online. Qualsiasi cosa: dai gruppi metal alla roba rap. Anche il gruppo di mio fratello, gli Hermano & The Marines, erano sul sito.
E poi dopo, piano piano, MTV si è trasformata in una televisione generalista: hanno iniziato a chiudere dei programmi, soprattutto quelli musicali, a gestire diversamente il sito, e a comprare porcate americane come Jersey Shore.

EP: Adesso è inimmaginabile una situazione simile, un po’ anche per la disgregazione dei canali. Una volta accendevi sempre la televisione e, se eri giovane, tendenzialmente finivi a guardare MTV. Adesso non vedo niente che possa avere un impatto così ampio.

Paolo: È più difficile anche perché adesso ogni gruppo, ogni artista, ha il suo canale, come se ci fossero tante micro televisioni dedicate: questo crea tante micro comunità. E poi adesso ognuno ha sempre il telefono in tasca, e questo gli dà l’accesso a qualsiasi cosa, ovunque e in ogni momento. Una volta non era così ed era anche il suo bello. Io credo tanto nell’assenza e nell’attesa. Quanto era bello dover aspettare l’uscita di un disco, prendere il treno per andare a comprarlo, aspettare di tornare a casa per ascoltarlo?

Marta: Adesso c’è una fruizione usa e getta, nessuno va nei negozi per fare ricerca. Cambiando ambito, ai miei studenti dico sempre che, per vedere dei cataloghi fighi, devono andare nei negozi, in Montenapoleone, da Gucci, da Hermès, e prendere spunto, prendere i materiali. In tre anni non c’è nessuno che ha fatto un tour dei cataloghi, preferiscono fermarsi all’immagine digitale, ma quella cosa non ti rimarrà mai impressa.

Paolo: Quando mi mandano un portfolio digitale è come se mi dicessero che ascoltano 500 dischi su Spotify. Io credo tanto negli oggetti invece, a volte compro dischi soltanto per il packaging, ci sono stati casi in cui alla fine poi il disco non l’ho mai ascoltato.

Lo studio: musica, oggetti di design, progetti di grafica

EP: Chiudo con questa domanda alla Marzullo. In tutti questi anni avete lavorato per acquisire uno stile unico e riconoscibile: come definireste, Marta e Paolo singolarmente, il vostro stile personale e quello dell’altro/a? 

Paolo: Se penso al tuo stile, Marta, c’è sicuramente un mix di cultura pop e di ironia. E poi c’è una caratteristica che è l’imperfezione, che reputo come una cosa positiva: non punti sull’iperrealismo, non fai copie della realtà, che spesso risultano troppo dirette o troppo uniformi, le tue cose sono imperfette nel senso che lasciano più spazio all’interpretazione, al pensiero. E poi c’è l’utilizzo ricorrente dei font fatti a mano, che sono ovviamente creati senza le regole canoniche della calligrafia.
Invece, se devo pensare al mio stile, sicuramente c’è una parte di rigorosità, il dover seguire delle regole. Anche quando lavoro ad un prodotto come la fanzine del punk rock raduno, che è e rimane una fanzine di un festival punk, mi impongo delle regole di composizione, griglie, proporzioni definite. Inoltre, per un motivo mio di chiarezza, devo avere sempre un riferimento centrale, nel mezzo della composizione. Per cui ogni volta che inizio un lavoro, la prima cosa che mi viene da fare è definire un centro. Poi, da lì, comincio con apportare cambiamenti, anche drastici, come se volessi sporcare la mia stessa regola. Un’altra cosa che mi caratterizza è il voler trasmettere un certo feeling analogico, anche se ovviamente il lavoro è fatto con la tecnologia. E, come ultimo aspetto che mi caratterizza, c’è una ricerca di semplicità, usare meno cose possibili, puntare alla semplificazione in modo che il messaggio sia molto chiaro, diretto.

Marta: Per me invece tu Paolo sei una wunderkammer di stranezze, un collage di stramberie, che ti sorprendono e che stupiscono per la loro genialità e, pur avendo un registro velatamente ironico, riescono sempre a rimanere estremamente professionali.
Invece io mi vedo come un mix assolutamente imperfetto, e questa imperfezione è la mia firma. A cui si aggiunge un mix di umorismo, femminilità e natura e naif. Questi sono gli elementi che contraddistinguono il mio gusto e il mio stile.

Chiudiamo con alcuni lavori scelti proprio da Paolo e Marta (nel link tutte le foto e i dettagli):

E senza dimenticare i loro profili: