Facciamo il punto della situazione, confrontando modello legislativo francese e proposta italiana, mettendo in evidenza i limiti e focalizzandoci su altri aspetti di fondo.

Ha senso l’idea di imporre una quota di canzoni italiane nei palinsesti radio? La proposta italiana.

Max Casacci, (Subsonica, Deproducers, Demonology Hi-Fi, produttore e fondatore dell’etichetta Casa Sonica), in un post su Facebook del 22 settembre 2022 ha condiviso alcune sue riflessioni che ruotano attorno allo stato dell’arte della musica nella scena italiana (tra cui Bauli in Piazza, aiuto della politica, supporto economico, etc). Una di queste considerazioni mi ha portato – a distanza di oltre un anno – a ragionare su un quesito o provocazione nata dalla lettura del post.

La radio in Italia è, dati alla mano, ancora oggi il media più utilizzato dagli italiani per conoscere e ascoltare musica. Di conseguenza il suo ruolo è fondamentale per supportare una crescita culturale, con tutto ciò che ne deriva su più livelli. 

La proposta risale nel tempo e consisterebbe, a grandi linee, nell’imporre alle stazioni radio (e canali televisivi RAI) di riservare una quota fissa, nel palinsesto settimanale, alla musica italiana. La scopo di quest’obbligo, in linea quasi con un concetto autarchico di sovranità musicale tricolore, sarebbe la tutela della scena musicale italiana, la sua valorizzazione e la creazione di canali privilegiati per diffondere, sviluppare e creare un sistema virtuoso di scambio tra artisti italiani e pubblico. Almeno sulla carta, l’idea sarebbe anche condivisibile. Chi avrebbe qualcosa in contrario?

Ma è veramente una soluzione, se non concreta almeno auspicabile, o si tratta di utopia, di una trovata demagogica creata più per i consensi politici che altro? Il tema è stato analizzato già da tempo, da molteplici testate e webzine, che ho letto e cercato di sintetizzare per avere un quadro più completo. Ma facciamo un passo indietro e andiamo al 2019, quando Alessandro Morelli, direttore di Radio Padania e deputato leghista, propone una quota italiana sul modello francese. Il fatto che sia l’anno della vittoria al festival di Sanremo da parte di Mahmood con “Soldi” potrebbe essere una coincidenza. Spoiler: non lo è. 

Lo stesso Morelli, in qualità di firmatario e segretario alla Commissione Trasporti e Telecomunicazione, assume toni pittoreschi, districandosi tra dietrologia e tutela del patrimonio artistico italiano. 

«Dall’estero l’Italia è vista come la capitale della cucina, dell’ambiente – dalle Alpi alle Dolomiti, dalla Sicilia alla Sardegna -, dei monumenti, ma ci dimentichiamo dell’importanza della nostra musica. Se escludiamo la musica americana, la musica italiana è quella che ha conquistato i 5 continenti.
La vittoria di Mahmood all’Ariston dimostra che grandi lobby e interessi politici hanno la meglio rispetto alla musica. Io preferisco aiutare gli artisti e i produttori del nostro Paese attraverso gli strumenti che ho come parlamentare. Mi auguro infatti che questa proposta dia inizio a un confronto ampio sulla creatività italiana e soprattutto sui nostri giovani.»

(Morelli al programma Agorà, su Raitre)

A titolo di cronaca, nel 2017, Dario Franceschini, in qualità di Ministro dei Beni Culturali ed esponente del Partito Democratico, aveva ipotizzato l’idea di creare delle quote obbligatorie, per legge, in radio durante un convegno alla Milano Music Week.
Ma in cosa consiste questa proposta di legge del deputato leghista, recante il titolo “Disposizioni in materia di programmazione radiofonica della produzione musicale italiana“?

Il testo è ridotto all’osso, perché consta di tre soli articoli e sono assenti sia l’esame in commissione, sia la presenza di emendamenti e non vi è mai stata alcuna discussione in aula. Verrebbe maliziosamente da pensare a una proposta più di pancia che di cuore. 
Le premesse, nella mente del promotore legislativo, sono la salvaguardia del patrimonio musicale italiano, la sua promozione e sviluppo tramite una creazione di quote in linea con il sistema già presente in Europa. Nel suo preambolo il relatore cita espressamente la normativa francese, la cosiddetta legge Toubon, che andremo a vedere nel dettaglio in seguito. 

La quota individuata dall’articolo 2 della presente proposta di legge è pari a un terzo dell’intera programmazione giornaliera e deve essere distribuita in maniera omogenea nell’arco delle ventiquattro ore. Di tale quota, il 10 per cento deve essere necessariamente riservato alle opere degli artisti emergenti (come individuati dalla legislazione vigente), al fine di garantire loro un equo accesso e una minima presenza nella programmazione radiofonica. A vigilare sull’osservanza del predetto obbligo è l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che può esercitare i poteri sanzionatori previsti dalla normativa vigente e, a fronte della reiterata inosservanza delle disposizioni di cui alla presente proposta, può disporre la sospensione dell’attività radiofonica (articolo 3).

Quindi, in breve, un sistema che preveda un terzo della programmazione giornaliera riservato alla musica italiana. Di questo terzo di programmazione, peraltro, il 10% sarebbe garantito ad artisti emergenti come individuati dalla normativa, a cui si rinvia ma non è chiaro dove. Il mancato rispetto delle quote giustificherebbe le sanzioni adottate dall’Agcom, in funzione duplice di organismo di vigilanza e sanzionatorio. Il criterio di individuazione appare nebuloso, perché la proposta rimanda a un articolo di legge, poi abrogato nel 2020, relativo a misure economiche e fiscali di rilancio del settore artistico e musicale italiano, concernente esoneri o agevolazioni fiscali in materia di imposta. Tale articolo, peraltro, è contenuto in un D.L. del 2013, convertito in legge, che riguarda disposizioni urgenti in materia di rilancio dell’economia e copre una valanga di materie e settori. 

Ciò premesso risulta ancora più complicato comprendere come, su un piano operativo, tale proposta avesse reali possibilità di creare un beneficio diffuso. 

DISCLAIMER: Il prossimo paragrafo è un’analisi tecnico-giuridica della normativa francese in materia. Sarebbe importante leggerla per avere una maggiore chiarezza del quadro (considerando che viene tirata in ballo spesso, ma senza soffermarsi e dando per scontato che la si conosca), ma potete anche saltare al paragrafo sullo scenario italiano.

Cosa prevede il modello francese?

Nasce con una legge del 1994, la legge Toubon, dal nome di Jacques Toubon, ministro della giustizia con Chirac e della “Cultura e della francofonia” sotto Mitterrand. Sotto questa presidenza, J.T. idea un sistema di tutela della lingua francese. Con un emendamento, il ministro Florian Pellerin, impone una quota, vicina al 40%, dello spazio radiofonico riservato a canzoni in lingua francese. Perciò la tutela della francofonia viene indicata come ratio ed elemento cardine del sistema. La Loi Toubon, in realtà, nasce con lo scopo di rendere obbligatorio l’uso della lingua francese nelle pubblicazioni governative, nelle pubblicità, nei luoghi di lavoro, nei contratti e nelle contrattazioni commerciali, nelle scuole finanziate dallo stato e in altre situazioni. Il suo scopo è quello di garantire il primato della lingua francese in tanti campi di applicazione, come le etichette dei prodotti di imprese estere che vogliono commercializzare in Francia o, nel caso specifico, i brani in lingua francese trasmessi a Lione, Bordeaux o Parigi.

La norma non include solo artisti che cantano in francese e risiedono in Francia, ma include chiunque canti in tale lingua, in qualsiasi parte del mondo.

Artisti o band di aree francofone che cantano in inglese o altre lingue, non sarebbero invece “tutelati”. Citiamo a titolo di esempio Phoenix, Daft Punk, AIR, Justice, dEUS, Girls in Hawaii, Soulwax e persino i Gipsy King: nessuno di questi cadrebbe nella quota del 40%.

Come si evince si tratterebbe di una legge a doppia tutela: preservare la lingua francese e garantire l’accesso alla musica francofona in radio, intesa sia come espressione linguistica sia come prodotto di gruppi di paesi a tradizione francofona. La legge Toubon parla espressamente di: «canzoni od opere musicali d’espressione francese o interpretate in una lingua regionale in uso in Francia». 

Nelle radio pubbliche questa tipologia di produzioni rientra nella quota minima del 40% (con almeno un 20% riservato ai nuovi talenti o nuove produzioni) diffuse nelle ore di ascolto significative per tipo di servizio. Ossia la collocazione in palinsesto che risulti più efficace per il risultato che si vuole ottenere: non ha alcun vantaggio specifico concentrare la grande maggioranza dei brani di emergenti o prodotti francofoni tra mezzanotte e le sette del mattino, perché il pubblico sarebbe meno attento o interessato. Le quote, per le radio private, subiscono una deroga in base alla tipologia di emittenza. Nelle stazioni specializzate in promozione dei giovani talenti, per esempio, è previsto un obbligo di diffusione del 60% (distribuito tra canzoni d’espressione francese 35% e talenti emergenti 25%). Le radio cosiddette di “patrimonio culturale francese”, devono garantire una misura vicina al 50% per le produzioni francofone.

Infine le emittenti “di scoperta musicale” godono di un regime derogatorio, con un minimo di 15% di nuove produzioni francesi o talenti emergenti. Questa eccezione risale al 2016, con una riforma che ha ulteriormente dettagliato il sistema francese in materia. 

La legge ha sortito l’effetto sperato? Assolutamente no.

Secondo un rapporto Yacast, società specializzata nella ricerca e studio dei media, datato ottobre 2013, oltre il 60% della programmazione delle tre emittenti radio private era composta dagli stessi pezzi. Tale impressione è stata successivamente confermata a più riprese dall’Observatoire de la musique, che ha analizzato la top 40. Si è evidenziato come un grande numero di radio condividessero almeno il 50% dei titoli: le top 40 dei brani proposti dalla maggior parte delle frequenze erano per lo più gli stessi, impedendo di fatto una diversificazione di generi e suoni tra le radio. Una misura inferiore al 5% dei titoli in catalogo rappresentano il 75% delle rotazioni complessive

Tuttavia le autorità transalpine, guidate dal ministro della cultura Fleur Pellerin, hanno accusato le stazioni radio di limitarsi alla semplice riproduzione consecutive della stessa manciata di brani francesi molto popolari, tra cui le star internazionali Stromae e Serge Gainsbourg, ancora e ancora fino a riempire la quota. Secondo i dati raccolti dal Syndicat national de l’édition phonographique (SNEP, Sindacato Nazionale dell’editoria fonografica), tra il 2003 e il 2014 c’è stato un crollo della produzione di musica francofona vicino al 67%. Nell’arco di dieci anni si è passati dalla commercializzazione di 718 album francofoni a soli 242 nel 2014. Non a caso un articolo del Guardian, intitolato “Quotas killed the radio star: French DJs rebel against prescribed playlists” spiegava come la manovra fosse tutt’altro che rosa e fiori, con azioni di boicottaggio da parte delle stazioni radio, dei dj e del “consumo” di canzoni in lingua francese. 

Foto di Jonathan Velasquez su Unsplash

Lo scenario italiano: perché, allo stato attuale, la proposta sarebbe inefficace in Italia? Una riflessione amara e delle indicazioni su proposte alternative.

I canali radio esistenti, che propongono ad esempio lo slogan “solo musica italiana” hanno mai apportato un reale beneficio al sistema? Si potrà mai parlare di “beneficio” se ciò significa solo una maggiore sovraesposizione di un pop mainstream nazionale (e becero), la cui qualità è scarsa? Musica ciclostilata, spesso composta da meteore e che non riesce ad attecchire e creare dei riferimenti culturali per il sistema-Paese, che viene riproposta ossessivamente sia come artisti già presenti in classifica, sia come grandi successi del passato. Proporre Battisti o De Andrè può andare bene, visto che sono due artisti da salvaguardare, ma non ci sono soltanto loro e se ne parla comunque abbastanza.

Ad essi andrebbe affiancata una selezione di nuovi volti emergenti “non mainstream” o riscoprire gruppi o artisti dei decenni passati che non hanno mai goduto della meritevole visibilità in relazione alla loro proposta o influenza. Per fare questo occorre anche una funzione di critica e analisi, che non si riduca a una semplice lettura di artista-titolo di una playlist.
Detto questo, un’idea di garanzia di “made in Italy” ha o può avere senso se vi sono le condizioni per una diffusione ragionata e nel solco di una logica di informazione e promozione globale, a 360 gradi.
Riconosciamo la possibile utilità di presidi di slow-listening, alla stregua dello slow food, che tengano conto di tempi e spazi necessari per promuovere adeguatamente la singola proposta. Altrimenti è tempo sprecato e si farebbe solo il gioco delle grandi etichette. Il punto focale non è fare una crociata contro le radio mainstream o impedire palinsesti generalisti, come allo stato attuale. Semmai è la carenza di alternative serie, ragionate e qualitativamente valide che rappresenta il punto su cui dovremmo indirizzare gli sforzi. 

Si pongono ulteriori interrogativi, per i quali la risposta sembra scontata e retorica. La quota sarebbe riservata solo al pop più commerciale? E perché dovremmo comunque levare spazio a proposte straniere, se queste sono di migliore qualità, anche limitandosi al solo pop mainstream? Si potrebbe seguire l’esempio di KEXP, che propone una programmazione internazionale, tra artisti mainstream e band emergenti, senza steccati di genere e provenienza.

In realtà i dati contraddicono questa esigenza di quote italiane, perché il 53% delle canzoni trasmesse in radio è italiana. Dal 2018 al 2022 si è passati dal 48 al 53% di brani italiani presenti in top 100. Il problema, come sottolineato dallo stesso Massimiliano Longo (direttore editoriale di All Music Italia), è lo spazio riservato agli artisti indipendenti in questa top 100, intendendo per indipendenti gli artisti che non sono sotto contratto con le major. Se poi si va a considerare la percentuale di passaggi radio di artisti indipendenti, la percentuale si è abbassata dal 20 al 4% negli ultimi anni.

Quis custodiet ipsos custodes?

Chi decide cosa deve essere trasmesso nella quota? Le major godono di un potere pressoché assoluto in programmazione, spingendo i pochi artisti che vogliono promuovere. E si tornerebbe al punto di partenza se si lasciasse la decisione alle sole major, senza garantire dei correttivi o dei tavoli di discussione a cui prendano parte più soggetti, tra cui associazioni di artisti, etichette minori o indie label e soggetti terzi. 

Le stazioni radio dovrebbero essere libere di decidere? Un conto sono gli speaker, un altro i cda. I primi potrebbero promuovere artisti che hanno apprezzato, ma solitamente non decidono la scaletta perché risulterebbe poco remunerativa. Secondo quanto affermato dal già citato Longo, alcune sono editori ed editrici, titolari dei diritti dei pezzi di artisti che trasmettono e che, di conseguenza, fanno incassare un obolo per ogni passaggio. Ci sarebbe un pluralismo, con la condivisione di contenuti a prescindere dalla risposta del pubblico o sarebbe solo l’ennesima occasione per mandare in onda i vari Ramazzotti, Pausini, Negramaro e Måneskin? 

Si ritorna, come vedete, agli stessi dubbi che abbiamo espresso in altri articoli del sito. In fondo che interesse hanno le stazioni radio ad azzardare una programmazione innovativa, che fornisca alternative e strumenti per apprezzare nuovi artisti, se il pubblico non ha interesse e pazienza nello scoprire nuova musica? E non ha pazienza perché non possiede tali strumenti, che proprio le stazioni radiofoniche, altri operatori culturali e addetti ai lavori dovrebbero fornire. A loro volta gli “attori del sistema” sono spaventati o disinteressati a occuparsene per timore della scarsa risposta del pubblico. Un vero e proprio circolo vizioso. 

A titolo di cronaca urge riconoscere che in radio e in televisione esistono ancora dei contenitori in cui poter conoscere e approfondire nuove realtà musicali o scene alternative che altrimenti non troverebbero spazio. Restano comunque programmi isolati per numero: in televisione abbiamo attualmente Via dei Matti n. 0 di Stefano Bollani e Valentina Cenni su RaiTre e Propaganda Live su La7 (anche se la musica è un aspetto che, seppur importante, risulta marginale nella promozione di talenti e come peso nella scaletta dello show). In radio la situazione è leggermente più florida, abbiamo infatti Battiti su Rai Radio 3 (anche se a un orario non esattamente comodo per tutti: mezzanotte), Vibe di Massimo Oldani su Radio Capital, oltre ad alcune radio locali, come Radio X (Cagliari), Radio Rock (Roma) o Radio Popolare (gran parte della Lombardia) e diverse radio che trasmettono esclusivamente in streaming (Radio Elettrica, Radio Raheem, Radio Città Aperta) o altre che vengono spesso “azzoppate” per collocazione oraria nel palinsesto, a notte fonda e in orari poco profittevoli. 

Quello che servirebbe è una presa di posizione decisa, che metta in primo piano la salvaguardia dell’ambiente culturale e che veda nella diversità un sistema da valorizzare. Dovrebbero crearsi frequenze che garantiscano visibilità a generi e artisti, con una contestuale opera di divulgazione musicale che aiuti a formare lo spettatore, invogliandolo a frequentare concerti e locali di musica dal vivo, approfondire artisti per diventare indirettamente fruitore e supporter delle scene musicali. Qualcosa che abbiamo, sotto certi aspetti, visto nell’articolo sulle cover band. Lo stesso Casacci, nel gennaio 2018, aveva lanciato un appello, raccolto dal MEI, alla Rai, proponendo la creazione di un canale esclusivamente dedicato alla musica emergente italiana. Un canale «capace di essere equilibrato nella proposta tra nomi affermati e nuovi protagonisti. Attento nel coinvolgere chi realmente si sta occupando, soprattutto nel web, della nuova musica […] “Sono stati cancellati programmi attenti alla musica indipendente proprio nel momento in cui la musica indipendente incomincia a spopolare».

Gli spazi dedicati, in cui si è liberi di creare, sono stati sempre un punto cardine per la nascita e lo sviluppo delle scene. Che siano locali di periferia o stazioni radio come KEXP, quello che occorre è creare dei laboratori di talento, che possano valorizzare le nuove formazioni e dare loro un ambiente adatto per suonare e farsi le ossa. Non si dovrebbe neanche arrivare a forme di interventismo statale, a un dirigismo pubblico che imponga alle radio la programmazione “nazionalista”. Dovrebbero essere il pubblico e le stazioni a collaborare in un sistema virtuoso di domanda (di buona musica) e offerta (di proposte musicali soddisfacenti e varie). Pura utopia? Per ora sì, ma ci sono degli spiragli e parte del lavoro spetta anche alle webzine e agli operatori culturali. Quello su cui tanti concordano è la necessità di un supporto differente, svincolato da logiche di puro mercato, in cui si possano veicolare produzioni made in italy “virtuose”, varie e personali. 

Il tema è affrontato, in maniera chiara ed esaustiva, nell’ottimo articolo di Sentire Ascoltare a firma di Luigi Lupo del 27 novembre 2017, dal quale riportiamo l’integrale intervento di Chiara Colli (conduttrice radio, giornalista e da almeno un decennio coinvolta nella promozione di musica alternative su magazine e web, oggi fa parte della squadra di “Battiti” su Radio RaiTre):

«A proposito di questa proposta di legge, nel web qualcuno commenta che lo Stato italiano avrebbe cose più importanti da fare che pensare alla salute della radiofonia del Belpaese. Per certi versi vero, per altri falsissimo: immagino che la gran parte delle persone che leggono queste pagine converranno sul fatto che la maggior parte dei network radiofonici italiani, ma soprattutto il servizio pubblico, stanno vivendo forse uno dei periodi più bui mai sentiti, con un appiattimento e una normalizzazione generale in cui non solo l’offerta è tutta uguale e livellata verso il basso, ma la musica che non abbia la forma di puro intrattenimento per le masse è confinata in orari notturni, quasi non avesse la “dignità” di arrivare a un pubblico più ampio.

La proposta di rendere obbligatoria una quota di musica italiana sarebbe, a mio avviso, encomiabile se ponesse l’accento sulla musica indipendente e favorisse la circolazione di nomi e produzioni made in Italy “virtuose” (e ce ne sono parecchie) che non siano sempre le stesse – non è probabilmente questa la sede per aprire un discorso sulla convenienza per qualcuno che questi nomi siano sempre gli stessi, ovunque. Un lavoro di ristrutturazione della radiofonia italiana andrebbe immaginato a monte, senza imposizioni e forme di nazionalismo che lasciano il tempo che trovano e raramente riescono a essere costruttive – soprattutto in ambito culturale. Prestando attenzione ai problemi reali, alla qualità del contenuto proposto e non alla sua provenienza e ragionando a 360 gradi su quelle che sono le realtà effettivamente meritevoli e il modo di veicolarle e supportarle. Se la proposta dovesse passare, anche nella sua versione “facoltativa”, per quello che è l’orizzonte attuale delle emittenti italiane c’è da scommettere che avremmo solo l’effetto-ridondanza dei nomi in circolazione e non un maggior supporto alle produzioni nostrane che ne hanno effettivamente bisogno».