Una valida testimonianza o una confusa raccolta di pensieri?

Chi è R.R.?

Frederick Jay Rubin è nato il 10 marzo 1963 a Lido Beach (un posto con un nome creato dall’AI per una qualsiasi località balneare) sulla East Coast, nella contea di Nassau, Stato di New York. Lido Beach è, da un punto di vista amministrativo, un cosiddetto census-designated place, (lett. “area indicata per il censimento”), ossia una località abitata definita dall’Ufficio del censimento degli Stati Uniti d’America per motivi puramente statistici. E da questo luogo, con meno di tremila abitanti, Rick Rubin inizia a muovere i primi passi fino a diventare uno dei produttori discografici più celebri e apprezzati in America, co-fondatore della storica etichetta Def Jam Records, il cui contributo allo sviluppo e notorietà dell’hip hop a partire dagli anni ottanta gli avrebbe già riservato uno spazio nella storia della musica. 

Rick Rubin (Settembre 2006, foto di Jason Mogavero)

Nel corso della sua carriera ha prodotto dischi riconosciuti come pietre miliari o lavori di grande rilevanza, legandovi il proprio nome. Basterebbe citare la tripletta “Reign In Blood”, “South of Heaven” e “Seasons in the Abyss” (1986-1990) degli Slayer, “Raising Hell” dei Run DMC (1986), “Licensed to ill” dei Beastie Boys, l’omonimo di Danzig, quasi tutta la discografia dei Red Hot Chili Peppers a partire da “Blood Sugar Sex Magik”, “De-Loused in the Comatorium” dei Mars Volta e i primi due dischi dei System of a Down. Nella sua carriera ha collaborato con nomi quali Trouble, Rage Against the Machine, Audioslave, the Cult, LL Cool J, AC/DC, Slipknot, Metallica, Kanye West, Eminem, Damien Rice e Black Sabbath. Uno potrebbe pensare che Rubin sia solo legato a generi musicali come il rap, il (nu) metal, punk e alternative rock. Sarebbe uno sbaglio, perché la sua strada si è incrociata con il mainstream : Shakira, Adele, Imagine Dragons, Ed Sheeran e… Jovanotti. Menzione speciale merita Johnny Cash. La serie di “American Recordings” resta una delle collaborazioni più sentite tra artista e produttore: in questo caso l’uomo in nero, giunto in una fase di profonda crisi (artistica, spirituale, personale) accompagnata da una spirale autodistruttiva di dipendenze, ha trovato la luce nell’aiuto di Rubin. Il lavoro dei due ha regalato delle cover meravigliose. Una tra tutte quella Hurt che è un pugno nello stomaco per molteplici motivi. 

Si potrebbe discutere dell’approccio, di questo barbuto uomo discendente da una famiglia ebrea polacca ashkenazita, alla produzione e alla metodologia applicata. Dovrei comunque, per onestà intellettuale, riconoscere che parte dei suoi lavori non siano encomiabili (sotto l’aspetto della produzione, non della portata o qualità musicale) o, comunque, contraddistinti dal marchio infamante della loudness war (“Death Magnetic” o “Californication”), sebbene bisogna riconoscergli che tale pratica sia diventata quasi un obbligo a partire da un determinato periodo in poi. Tuttavia non è questo il momento in cui occuparsi di questo aspetto, perché Frederick Jay, all’età di sessant’anni, ha ritenuto fosse l’opportunità giusta per mettere nero su bianco il proprio mare magnum di pensieri e riflessioni, cercando di dar loro un ordine che permettesse di essere raccolto in un libro. 

Il sodalizio con Neil Strauss

“L’atto creativo: Un modo di essere”, titolo originale (“The Creative Act: A way of being”, Penguin Random House, 2023) è l’esordio letterario, edito in Italia da Mondadori e con traduzione a cura di Daria Restani. Il lavoro, lungo quasi 400 pagine, è stato scritto insieme a Neil Strauss. Personaggio molto noto al grande pubblico americano, meno a quello italiano, Strauss è un giornalista e autore di bestseller, scrive per Rolling Stones e New York Times e si autodefinisce “transformational journalist”. Ha raggiunto il successo, conquistando qualche milione di lettori, parlando di relazioni, vita quotidiana e dando alle stampe un libro come “The Game: la bibbia dell’artista del rimorchio”.

Tuttavia non ci interessa Strauss come pickup artist (mein gott) o la sua somiglianza fisica con Andrew Tate (mein gott pt. 2), bensì per il contributo al lavoro di Rubin in quanto nella sua carriera ha curato biografie di alcuni artisti musicali e personaggi (Motley Crue, Marilyn Manson e Dave Navarro) , godendo di un discreto successo e rispetto da parte della critica e dei lettori. La collaborazione con Strauss è nata verosimilmente per uno stile di scrittura orientata verso il coaching: uno stile di manuale/guida scanzonato, in cui la metodologia della saggistica o accademica è completamente dimenticata.

Lo stile di scrittura

La scrittura è caratterizzata da frasi semplici, discorsive (talvolta in maniera elementare), con una sola subordinata. Raramente la sintassi si arricchisce di periodi complessi, robusti o arzigogolati: non è una critica, ma una semplice constatazione obiettiva. In ogni caso la scrittura è lineare, scorrevole e di immediata comprensione sia nel lessico che nella struttura logico-grammaticale utilizzata.

Un altro aspetto di fondo riguarda la metodologia di stesura, intesa come pianificazione e sviluppo delle tematiche seguendo uno o più fili conduttori centrali, attorno ai quali si legano aspetti secondari secondo una visione organica e ragionata dell’argomento. Nel libro non c’è un ordine logico delle idee. O quantomeno si fatica a trovarlo, perché i concetti sono accennati e poi richiamati, spesso in modo frammentario o talvolta ricorrente, all’interno di diversi paragrafi. Risulta difficile trovare sempre il modo di sbrogliare la matassa di concetti da cui il lettore viene sommerso in modo torrenziale. Ma, se vogliamo, c’è un aspetto positivo o più utile nel concreto. Il libro, proprio per questi suoi voli pindarici e continui cambi di argomento, può essere letto anche pescando a caso dei paragrafi o scegliendo di leggere un paio di paragrafi per volta, scegliendo di fermarsi e riflettere sulla lettura. Un qualcosa più vicino agli insegnamenti spirituali di un bonzo che i consigli su come la disciplina possa essere un boost per la creatività.

Tre concetti esplicativi: paura dell’impegno, teoria dell’abbondanza e la creazione come atto di devozione

Tuttavia sono presenti delle riflessioni o intuizioni meritevoli di essere estrapolate e portate in evidenza. Rubin batte incessantemente sul tasto del disinteressarsi degli altri quando vogliamo creare arte, invocando un processo creativo in cui l’autore sia votato in maniera esclusiva, quasi mistica, al concetto estetico dell’ars gratia artis o art for art’ sake, per dirla alla Oscar Wilde. L’arte per l’amore (o il bene) dell’arte, la creatività al servizio esclusivo della sua duplicazione e proliferazione, disinteressata da calcoli o interessi che non siano la sua stessa esistenza e, di conseguenza, la sua manifestazione e genesi tramite nuove opere d’arte. 

Nell’arco narrativo l’autore tocca una miriade di argomenti, passando per l’attenzione e la cura ai dettagli, il rapporto tra disciplina e libertà, la sperimentazione o le fasi finali di un’opera. Vi sono alcuni concetti che meritano un brevissimo approfondimento, come la commitment phobia applicata all’arte. Sebbene la sindrome o paura dell’impegno (detta anche gamophobia) sia salita alla ribalta nelle terapie di coppia (il/la partner che ha paura o rifiuta di impegnarsi in una relazione seria o non se la sente di fare il grande passo, nda) la paura dell’impegno, in questo frangente, andrebbe vista come la paura di non completare totalmente l’opera.

«Quando credi che l’opera che hai di fronte sia l’unica che ti definirà per sempre, difficilmente riuscirai a lasciarla andare. La spinta al perfezionismo è invincibile. […] Immettere un’opera nel mondo risulterà più facile se ci ricordiamo che ogni pezzo non potrà mai essere un riflesso totale di noi; è soltanto il riflesso di chi siamo in questo momento. […] In un ambiente in cui nulla è permanente, noi produciamo artefatti statici. Cimeli dello spirito. Ci auguriamo che possano vivere per sempre, riverberando la loro eco nei decenni. Qualcuno ci riuscirà, molti altri no. è impossibile saperlo. Noi possiamo solo continuare a creare»

(Pagg. 182-183)

Gli artefatti statici nel mondo della realtà dell’impermanenza (quest’ultimo concetto nato dalle filosofie spirituali orientali e poi recuperato dallo yoga e dalle correnti new age) sono una delle manifestazione della mente di Rubin, con una forte capacità immaginifica e la dimostrazione di un cervello allenato per seguire il flusso dei propri pensieri, nell’analisi di ciò che è la vita, il percorso creativo o le interazioni sociali.

Un’altra teoria esplicata è l’atteggiamento mentale dell’abbondanza e, come contraltare, quello della scarsità in riferimento alle proprie. Il primo consiste nel manifestare e condividere le idee (quasi) nel momento stesso in cui nascono nella mente dell’artista. Con tale atteggiamento “il fiume che scorre dentro di noi non andrà mai in secca” e l’artista persiste nel consegnarle al mondo perché confida che il torrente creativo non si esaurirà mai. All’opposto troviamo l’atteggiamento della scarsità, che sarebbe più corretto definire come del risparmio o dello stock: l’artista ha paura di restare senza idee, pertanto le conserva e attende la circostanza per mostrarle al mondo. L’esempio dello stand-up comedian che non vuole bruciare quello che ritiene un nuovo incredibile joke davanti a un piccolo pubblico e, così facendo, potrebbe vedere ridursi le occasioni di raccontare la battuta a forza di non crearsene di nuove con il proprio lavoro.

Breve videointervista di aprile 2024 sull’argomento

Il giudizio conclusivo: fuffa o illuminazione?

Non esiste una risposta precisa e io stesso, nell’arco di queste settimane, per quanto l’abbia cercata, non sono riuscito a trovarla. Innanzitutto perché ho genuinamente scelto questo testo mentre passeggiavo in una libreria di una nota catena il cui nome richiama Philip K. Dick. E sono rimasto colpito dall’idea che Rubin avesse scritto un libro e che la copertina richiamasse un recente testo di Nick Cave, “Fede, speranza e Carneficina” (La nave di Teseo, 2022). In questo rapimento mistico e sensuale quello che mancava è qualsiasi forma di aspettativa verso il libro. Non sapevo assolutamente cosa trovarci dentro e ancora oggi non ho capito cosa ci sia dentro. Per citare i mai dimenticati Laghetto «anche io mi sono chiesto se ho vinto oppure ho perso ma noi non abbiamo partecipato». 

Chi pensa di trovare una biografia di Rick Rubin come prolifico produttore, sperando di carpire i segreti, godere di disquisizioni tecniche o semplice aneddotica su artisti con cui ha lavorato, casca male. Questo è uno, a parer mio, degli aspetti più negativi del libro, perché priva l’appassionato di musica di una lettura che metta l’attività discografica e in sala di registrazione al centro, aiutando magari a fare chiarezza su determinati aspetti legati a dischi epocali e non abbondantemente sviluppati. 

In sostanza è un libro di difficile valutazione, perché non c’è una vera e propria progressione nella stesura dei capitoli. Semmai la percezione è quella di una pioggia torrenziale, talvolta confusionaria, di concetti, idee e opinioni che fuoriescono in modo causale e sentito dalla mente di Rubin. La sua volontà di offrire consigli è pari alla sua spasmodica necessità di liberarsene e trovare loro dimora sul foglio. Vi è una quantità pantagruelica di riflessioni, spunti e pensieri, talvolta in un flusso di coscienza continuo e vorticoso, per cui è un’impresa provare a fare ordine perché lo stesso autore non ha alcun interesse a farlo. Una pubblicazione fusion, in cui si parla di creatività e del processo dinamico alla sua base, in tutto il ciclo vitale dell’arte. La sensazione è quasi una chiacchierata con un vecchio amico, un professore in pensione, un bonzo che non vuole insegnare ma condividere la saggezza che ha accumulato nel proprio passato. Se uno pensa che questo libro sia una guida pratica, come i lavori di Byrne o Lo Mele, si sbaglia di grosso. O meglio c’è una costante semina di suggerimenti, trucchi e tutorial ma più come farebbe, appunto, più Terzani che Aranzulla. L’immagine è quella di un amico di vecchia data che, davanti a una birra, racconta di come controllare il caos della creatività e interagirci. E forse questo libro non deve essere letto come un normale testo di musica o una biografia di un produttore. Semmai deve essere aperto, a volte anche a caso e lasciandosi portare in giro dalla corrente emozionale, optando per un paio di pagine a caso e riflettendo sulle stesse.