Abbiamo chiesto agli O.R.k. di raccontarci "Screamnasium", loro ultimo lavoro, e in generale il percorso fatto finora come musicisti e come band.

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Ricordo ancora quando a febbraio del 2015 ascoltai Jellyfish, il primo brano degli O.R.k. ad essere diffuso su YouTube, dove i nomi dei componenti campeggiavano in bella vista sull’immagine che faceva da sfondo al video: Lorenzo Esposito Fornasari, conosciuto anche come LEF, (Obake, Hypersomniac, Berserk!) alla voce, Carmelo Pipitone (Marta sui Tubi) alla chitarra, Colin Edwin (ex Porcupine Tree) al basso e Pat Mastelotto (King Crimson, Stick Men) alla batteria. Solo a leggere quei nomi la curiosità era massima, ma l’ascolto superò le aspettative. Dal nulla, una band di fuoriclasse tira fuori un brano con sonorità vagamente à la Tool, incisivo, ben suonato, ben cantato, ben prodotto, sorprendente! Girai il brano ai miei amici appassionati di musica, ne scrissi sui social, sui forum, ovunque.

Fu l’inizio di un personale intenso apprezzamento per la band, definitivamente concretizzato con l’uscita del primo convincente album “Inflamed Rides” (Hard World, 2015; reissue Kscope, 2022), la partecipazione ai concerti, e le successive uscite discografiche. Dopo il debutto, gli O.R.k. pubblicano “Soul of an Octopus” (RareNoise Records) nel 2017, “Ramagehead” (Kscope) nel 2019 – al quale sarebbe dovuto seguire un tour di supporto ai System Of A Down poi sfortunatamente annullato a causa della pandemia – e, infine, “Screamnasium” (Kscope) in questo 2022.
Parte della sorpresa e dell’entusiasmo con cui accolsi la scoperta di questa band derivò anche dal fatto che la considerai una “cosa italiana”, per via della presenza di LEF e Pipitone. Mi dissi: «cazzo, finalmente anche in Italia c’è qualcuno che propone certe sonorità e lo fa come si deve!».
Col senno di poi, posso oggi affermare che quella convinzione fu – fortunatamente – errata: gli O.R.k. sono infatti una band internazionale a tutti gli effetti, non solo per la presenza di Edwin e Mastelotto, ma anche per la visione e l’approccio al lavoro di LEF, sempre votato alla sperimentazione, alla contaminazione, alla collaborazione con artisti diversi ma funzionali al progetto e non imposti da una major per moltiplicare gli stream. Gli O.R.k. sono una creatura artistica che sembra fuori contesto rispetto ad un mercato musicale italiano troppo spesso chiuso su sé stesso e privo di coraggio. Meglio quindi, per la band stessa e per i fan, che visione artistica e prospettive (anche di mercato) siano di ampio respiro internazionale.

Da sinistra a destra: LEF, Carmelo Pipitone, Pat Mastelotto, Colin Edwin.

Dopo l’uscita del primo album, uno dei pochi dubbi che si potevano avere sul gruppo era la durata nel tempo. Il rock è pieno di cosiddetti “supergruppi” che sono durati il tempo di una, o al massimo due uscite discografiche, e nulla poteva garantire che anche questo non potesse essere il caso. Per la fortuna di chi segue questo gruppo, gli Ork sono diventati, anzi rimasti, un super gruppo (lo spazio tra i due termini è necessario e significante) ovvero una band autentica di professionisti eccellenti, che sembrano inoltre legati da un genuino rapporto di amicizia e stima reciproca. Se non fosse così, non sarebbero arrivati al quarto album, non avrebbero fatto svariati concerti in giro per il mondo e programmato un nuovo tour a partire dalla primavera 2023. 

“Screamnasium” è un album solido, coerente e convincente, probabilmente il migliore della band. L’opinione è già parecchio diffusa tra i fan e, senza celarsi troppo, sembrano pensarlo anche LEF e compagni, come leggerete nelle prossime righe.
Ma non solo “Screamnasium”, abbiamo parlato del percorso di ognuno come musicisti, di cosa significa lavorare a distanza, della vita in tour e anche di temi che ormai avete imparato essere cari a questa webzine.

Buona lettura!


Quanto siete soddisfatti di “Screamnasium”? Il processo di composizione dei pezzi e in generale di lavorazione dell’album – per tempi e modalità – è stato differente rispetto alle esperienze avute con gli album precedenti?

CARMELO: “Screamnasium” è il lavoro che più ci ha emozionato. Abbiamo iniziato a scriverlo prima della pandemia, ma è cresciuto col tempo. Non sapevamo cosa sarebbe uscito fuori ma sapevamo benissimo quale sarebbe stata la direzione che tutti noi volevamo dargli. Nei tre lavori precedenti ci siamo “sfogati”, spaziando nei vari generi ma rimanendo saldamente ancorati a quello che era il nostro background. Con “Screamnasium” volevamo andare oltre, volevamo trovare un punto d’unione che potesse essere più chiaro, per noi, per i nostri fan. 

A parere di chi scrive, un aspetto su cui forse ci si aspettava una crescita, e che effettivamente ritengo ci sia stata su “Screamnasium”, è il songwriting, sia inteso nella capacità di comporre singoli pezzi incisivi e che spingano l’ascoltatore al riascolto, sia inteso come capacità di comporre un album che risulti in qualche modo coerente e coinvolgente dall’inizio alla fine. È solo una mia impressione o pensate di essere effettivamente cresciuti da questo punto di vista?

COLIN: Devo dire di essere d’accordo con te. Ho enorme fiducia nei miei compagni di band, nelle loro capacità e creatività, ma se devo essere onesto non ero sicuro che saremmo stati in grado di migliorare quanto fatto con “Ramagehead” che ritenevo essere il picco del nostro percorso. Con “Screamnasium” invece la sensazione è proprio quella di aver portato tutto ancora più in alto. È difficile per me analizzare il come e il perché, ci vuole ancora tempo per metabolizzare. Nonostante i problemi causati dalla pandemia, non è stato difficile lavorare a questo album, abbiamo avuto un flusso di lavoro molto produttivo. Tutti e quattro siamo molto a nostro agio con il nostro modo di lavorare e anche molto focalizzati sul come lavorare insieme, non c’è mai troppa discussione.
Volevamo un album realmente soddisfacente e non solo autoindulgente, volevamo che avesse una profondità tale da invitare al riascolto più e più volte, quindi sono molto felice della tua opinione.
Questo album è anche molto emotivo, nei brani esprimiamo ottimismo, speranza ed empatia, ne abbiamo bisogno ed è bello portare questo tipo di messaggio!

“Screamnasium” (2022, Kscope). L’artwork è a cura di Adam Jones (Tool) e Denis Didier (illustratore Marvel/DC Comics).

Cosa ci dite di “Machine” (Eugene Freeman) scelto per il mix e il mastering dell’album? Come siete arrivati a scegliere lui? E cosa cercavate rispetto agli altri professionisti che hanno svolto lo stesso ruolo nei dischi precedenti?

PAT: Ho sentito parlare per la prima volta di Machine intorno al 2002, quando ascoltai il lavoro fatto con gruppi quali Hed PE e Pitchshifter, nei quali ho adorato il modo in cui ha saputo integrare batteria elettronica e acustica. Abbiamo approfondito il suo lavoro con Trey (Gunn, ndr) e lo abbiamo poi suggerito a Fripp e Belew come ingegnere del suono e co-produttore dell’album “The Power To Believe”. Dopo la fine della registrazione delle tracce con i King Crimson, Machine è venuto a trovarmi ad Austin, nel Texas, per lavorare nel mio studio. Si è trovato così bene ad Austin e nella zona di Hill Country che ha deciso di ricollocare il suo studio “The Machine Shop” proprio da queste parti, vicino a me. Adesso fa avanti e indietro da qui al New Jersey per il suo lavoro di mixing e tracking con band come Lamb of God e Clutch. Quando la scuola finisce, Machine porta i figli ad Austin e spesso vengono a casa mia per nuotare nella piscina e divertirsi, quindi il destino ha fatto sì che loro fossero qui mentre stavo lavorando con gli O.R.k.: nella mia testa è stato facile realizzare che fosse il caso di suggerire Machine ai ragazzi!
Se sono felice del lavoro fatto da Machine? Sì, sì e sì! Sono troppo felice di quello che abbiamo fatto con lui, penso che “Screamnasium” abbia il mio miglior suono di batteria dai tempi di “The Power To Believe”. Machine ha usato tecniche di compressione parallela che hanno aggiunto densità alla mia batteria. Inoltre ha fatto un lavoro straordinario nell’aggiungere chiarezza alla voce, alle chitarre e all’intero spettro di suoni della band. Ha capito davvero bene cosa siano gli O.R.k.: una sporca rock band ma con delle sottigliezze sorprendenti. È rimasto qui nel mio studio per suonare la mia batteria e comprendere al meglio suoni e sensazioni dalla mia prospettiva.

LEF, con pochi dubbi, personalmente ti ritengo uno dei migliori cantanti in Italia in ambito rock. Analogamente penso lo stesso di Elisa come voce femminile. Non nego di aver avuto la pelle d’oca la prima volta che ho ascoltato Consequence, anche per l’intensità del pezzo: si percepisce che è un brano carico di significato. So, per averlo appreso da altre tue interviste, che è stato pensato sin dall’inizio per essere cantato con una controparte femminile. Come è nata l’idea di coinvolgere Elisa? Qual è stato il suo approccio alla vostra musica e qual è stata la cosa che più ti ha colpito o sorpreso di lei?

LEF: Sì, la necessità era di avere una presenza femminile importante sul pezzo. Più per questioni concettuali (anche se i nostri testi non sono mai espliciti, in realtà questo pezzo ha una tematica ben precisa… che ovviamente non svelerò 🙂) che per questioni musicali. Alla base della collaborazione ci sono conoscenze comuni, in particolare Alessandra Pescetta, una regista cinematografica favolosa che in passato ha anche girato proprio con Elisa dei video musicali. Elisa ha amato da subito i demo del pezzo (tra l’altro lei e suo marito Andrea Rigonat sono fan dei Tool e di altri gruppi a noi cari) e immediatamente abbiamo pianificato quando registrare le sue voci. In studio sono rimasto affascinato dalla sua passione, dalla scrupolosità, professionalità e dalla bellezza della sua persona. A un certo punto ha pure preso il posto del suo fonico e si è trasformata in una ninja dell’editing. Incredibile. Raramente ho trovato in Italia un livello tale di professionalità.

Consequence ft. Elisa

Nel disco figura anche un’altra ospite, la violoncellista londinese Jo Quail, che offre un tocco di colore davvero delizioso nella bellissima traccia di chiusura Someone Waits, dove il suono del suo cello si lega perfettamente alla tua splendida interpretazione vocale. Anche qui, come è nata questa collaborazione?

LEF: Jo ha suonato il cello su diverse mie colonne sonore, e ha di recente composto dei pezzi per cello, la mia voce e strati di “dark orchestra” che usciranno l’anno prossimo come suo EP personale. È insomma un amore musicale che va avanti da tempo e nel momento in cui per Someone Waits abbiamo immaginato degli archi, non ho avuto dubbi su chi dovessimo coinvolgere.

A livello vocale questo disco mostra ancora di più la tua versatilità, nonché le enormi capacità nell’eseguire diversi registri espressivi e raggiungere frequenze non proprio alla portata di tutti. Nell’ascolto sono tanti i cantanti che possono venire in mente, tra questi c’è sicuramente Chris Cornell, soprattutto quando sali di frequenze e decibel. È un tuo punto di riferimento stilistico? E a quali altri cantanti ti ispiri o comunque quali sono stati determinanti per la definizione del tuo stile?

LEF: Come artigiano della voce ho studiato e sperimentato di tutto negli ultimi vent’anni. Da Demetrio Stratos alla diplofonia studiata con Tran Quang Hai, dal 110 e lode in canto lirico (lol se ci penso…) al doom degli Obake. Ma nel momento in cui il songwriting deve bypassare tecnica e strutture mentali, esce sicuramente fuori il rock degli anni 90 che più di ogni altro genere mi ha formato e segnato. Quando allento le redini e cerco di far fluire nel modo più diretto le mie emozioni, le linee vocali non tengono più presente di cosa ho studiato o di quale sia il contesto in cui sto cantando, le mie corde iniziano a fare un po’ quel cazzo che pare a loro e col tempo ho scoperto che spesso hanno ragione.

Siete arrivati al quarto album. Ripensando al vostro percorso dall’inizio, vi sareste aspettati di arrivare fin qui? Dal punto di vista delle scelte artistiche e gestionali (promozione, distribuzione ecc.), ci sono rimpianti? C’è qualcosa che oggi non rifareste o affrontereste diversamente o che magari già con “Screamnasium” avete affrontato diversamente?

LEF: in verità sì. Sin dalle prime note composte in remoto nel 2015 (Pyre fu il primissimo pezzo in assoluto seguito da Jellyfish) con questa lineup, ci siamo tutti resi conto che quel che si stava materializzando era qualcosa di speciale e soprattutto di molto diverso rispetto a quello che tutti noi avevamo vissuto musicalmente fino a quel momento. Qualcosa destinato a rimanere, ad evolversi. E da subito, una volta tornati dal primo tour del 2016, ricordo che ce la prendevamo parecchio con i giornalisti quando definivano O.R.k. un “progetto parallelo”, perché noi tutti lo percepivamo come una vera e propria band. Band che nel tempo e con i tanti chilometri percorsi insieme è diventata una famiglia allargata che include i nostri tecnici Simone e Jamma e il nostro agente di booking Francesco Grieco.

Di diverso farei tutto e niente. Ogni azione, ogni nota va contestualizzata nel momento esatto in cui si realizza, il pensiero “ora farei diversamente” è sempre applicabile in musica (soprattutto se c’è in corso una evoluzione come singoli musicisti e come band) ma andrebbe sempre tenuta a bada. Dobbiamo alla fine ricordarci che i dischi sono un po’ come delle foto… rappresentano un momento specifico della nostra vita (come band e, appunto, come singoli individui) e cambiarli in questo senso non ha mai molto senso.
Recentemente la Kscope ha voluto dare nuova vita al nostro disco d’esordio “Inflamed Rides”, facendolo uscire per la prima volta anche su vinile. In questo caso abbiamo fatto una piccola eccezione “rinfrescando” il mix e il mastering. Non ci sono cambi a livello di produzione e strutture musicali, ma un piccolo upgrade a livello sonoro ci sembrava doveroso.

In uno dei nostri scambi di messaggi ai tempi del primo disco, mi dicesti che ti piace sempre avere il controllo di tutto il processo di produzione e in effetti su tutti e quattro gli album figuri anche come produttore. È escluso che in futuro la band possa affidarsi ad un produttore terzo? Oppure c’è qualche produttore in particolare che ti farebbe cambiare idea o con cui magari ti piacerebbe collaborare in un’ottica di co-produzione?

LEF: Non escludo nulla a priori, anche perchè adoro lavorare con professionisti da cui imparare qualcosa di nuovo. Nel caso cercherei quindi qualcuno dall’approccio diametralmente opposto rispetto al mio, proprio per il gusto di scoprire qualcosa di nuovo.

Don’t Call Me a Joke

Un tema caro a questa webzine è la loudness war. Il vostro secondo disco, “Soul of an Octopus” (con mix di Marc Urselli), risulta molto dinamico all’ascolto, con rapporti di volume naturali e che personalmente adoro per come suona su un buon impianto. Con “Ramagehead” e “Screamnasium” – con considerazione esclusiva del range dinamico – mi sembra invece che abbiate fatto un passo indietro. Se però “Ramaghead”, a parere di chi scrive, lasciava palesare il restringimento del range dinamico risultando un po’ affaticante all’ascolto, con “Screamnasium” mi sembra sia stato fatto invece un grande lavoro di mix e mastering, nella regolazione di frequenze e nella “colorazione” delle stesse per far percepire sensazioni di dinamicità: il disco si lascia ascoltare anche ad alto volume senza che si avverta troppo la cosiddetta “ear fatigue”. Quindi vi chiedo: per le modalità di ascolto odierne pensate che sacrificare la dinamica sia inevitabile (o addirittura necessario) e che a questo sacrificio si possa ovviare in maniera indenne con un determinato lavoro di mix e mastering?

COLIN: Forse è anche doveroso dire che “Ramagehead” potrebbe essere stato più impegnativo da mixare rispetto a “Screamnasium” che dal punto di vista strumentale è un po’ più semplice. 
Di sicuro comunque Machine ha fatto un lavoro fantastico nelle fasi di mix e mastering e siamo tutti veramente contenti delle sue straordinarie qualità uditive e del suo tocco magico. Ho avuto un lungo colloquio con lui prima che lo coinvolgessimo ufficialmente e ho apprezzato molto il fatto che ci abbia invitato convintamente a restituirgli un feedback dettagliato e onesto. Sin da subito si è assicurato di farci sapere che era totalmente a suo agio nel prendere in considerazione tutti i nostri punti di vista e che sarebbe stato molto felice di cambiare le cose in base alle nostre esigenze.
Quando ha iniziato a lavorare sulle registrazioni, ha capito immediatamente che la maggior parte dei mix necessitava di aggiustamenti minimi, con pochi commenti da parte nostra. A mio avviso, ha reso il suono di “Screamnasium” molto vicino al tipo di eccitazione e atmosfera che provo quando suono con gli O.R.k. dal vivo, riuscendo forse a cogliere l’essenza più sfuggente della band. Nel disco ci sono chiarezza, potenza e molti dettagli da cogliere.
Quindi sì, penso che con un accurato lavoro di mix sia possibile preservare molte dinamiche. Personalmente preferisco sempre mantenere un buon dynamic range in un album, ma al contempo so che non è quello che molte persone ormai sono abituate ad ascoltare, quindi spero che non sia una fatica sprecata! 

Carmelo, in una tua intervista ti ho sentito dire che i momenti più belli che ricordi con i Marta sui Tubi sono quelli passati in saletta, quando facevate le prove. Cosa significa quindi per te lavorare ora a distanza con gli O.R.k.? È stato difficile adattarsi a questa nuova realtà?

CARMELO: Si è vero, mi manca tanto il concetto di “saletta”. Non è tanto per le ore passate dentro ma per tutto quello che ci sta dietro; le chiacchiere, le millemila sigarette, gli scherzi, le battute. Con gli O.R.k. tutto questo c’è, anche se compresso in una settimana che precede la pre-produzione dei nostri live. Diciamo che me la faccio bastare, eheheh. 

Quanto tempo riesci a dedicare allo studio della chitarra? E quanto è importante per te sperimentare e ricercare nuovi suoni e nuove soluzioni?

CARMELO: Negli ultimi anni suono tantissimo a casa, non tanto per allenare la mia tendinite (😝) quanto per una necessità mentale. Non riesco ad immaginarmi senza una chitarra in mano e anche se sono un pigro cronico, mi piace scoprire nuove tecniche, nuove direzioni. Mi piace anche scrivere, faccio un bel po’ di ricerca interiore e, anche se ogni giorno scopro di essere sempre più sociopatico, mi piace, soprattutto quando i miei pensieri combaciano con la musica che mi porto dentro.

Pat, il tuo drumming, soprattutto su “Screamnasium”, sembra particolarmente carico di trigger ed effetti. Che ruolo ha l’elettronica nello stile che adotti con gli O.R.k.? Quanto ti offre in più in termini di creatività espressiva?

PAT: In realtà non ci sono assolutamente batterie elettroniche in questo album, quindi devo dire che l’elettronica non ha molto a che fare con il lavoro fatto sulla batteria nelle sessioni di “Screamnasium”. Il processo di scrittura e registrazione dei brani è stato lungo, abbiamo composto circa 20 tracce in un anno, quindi penso che questo possa aver influito nel processo di resa dei suoni. Abbiamo iniziato nel 2019, prima della pandemia, io avevo appena finito il tour con i King Crimson, quindi ero di buon umore e, per quanto mi sia sempre piaciuto suonare con Gavin Harrison, Bill Rieflin e Jeremy Stacey, gli O.R.k. mi offrono una meravigliosa opportunità per esplorare me stesso e suonare con maggiore libertà.
Nel 2020, segnato ancora dagli sviluppi del Covid, mi sono approcciato a questo disco pensando che sarebbe potuto essere l’ultimo che avrei mai potuto fare. Il giorno in cui è morto Bill Rieflin ho ricevuto una demo di LEF con il testo “Goodbye my friend”… Queste registrazioni sono state piene di tante emozioni.
Machine sa bene che non sono mai soddisfatto del mio room sound, quindi ha rinforzato il tutto sostituendo ogni singolo colpo sui miei 5 tom con suoni migliori, ha sistemato i riverberi e ha fatto sì che il suono della mia grancassa fosse imponente! L’unica cosa che ricordo in particolare è una richiesta che gli ho fatto per As I Leave: l’ho incoraggiato ad ottenere un suono riverberato anni ’80 (qualcosa di simile a quello che si sente sui dischi di Phil Collins e degli Eurythmics) sulla sovraincisione che avevo fatto con dei piccoli tom a pancake della DW Drums: è il ticchettio sul lato del tamburo che puoi sentire appunto in As I Leave. Per questo brano ho anche tirato fuori un vecchio e grosso rullante Yamaha che usavo ai tempi dei Mr. Mister, perché sentivo che per As I Leave avevo proprio bisogno di quel timbro “pesante”. 

As I Leave primo singolo di “Screamnasium”

Immagino che suonare ed andare in tour con i King Crimson, gli Stick Men e gli O.R.k. siano esperienze completamente diverse, sia come approccio al tuo strumento, sia nei momenti passati in tour. Quali sono le principali differenze? E cosa ti piace di più dell’esperienza fin qui avuta con gli O.R.k?

PAT: Decisamente! Sono tre esperienze di tour completamente diverse. Dopo 45 anni di tour sbalorditivi, i King Crimson hanno ripreso nel 2013 con il fantastico management della DGM, soggiornando in hotel eleganti, con una troupe numerosa e felice, godendo di lunghe settimane di prove alla volta per preparare ore e ore di musica “cremisi”. 
Per quanto riguarda gli Stick Men, Tony Levin è a New York, Markus Reuter a Berlino e io in Texas, quindi di solito possiamo permetterci solo una sessione di prove ovunque inizi un tour. Facciamo diversi concerti con spostamenti in aereo, ma nei tour in Nord America tendiamo di più a viaggiare in auto e furgone, spesso con Tony alla guida e perlopiù pernottiamo in hotel molto più modesti. 
Con gli O.R.k. invece di solito condividiamo un van di tipo sprinter e generalmente restiamo tutti insieme in un appartamento prenotato con Airbnb, facendo la spesa al supermercato. Gli italiani cucinano molto bene e quindi ci riuniamo tutti felicemente in cucina. Anche Colin è bravo però e ci ha permesso di godere di sue esperienze culinarie molto interessanti (adoro la sua insalata di finocchi gratinati e arance con olio d’oliva e un pizzico di sale).
Anche musicalmente, le tre esperienze sono molto diverse. Con i King Crimson suoniamo sette o otto pezzi, seguendo rigorosamente gli spartiti, con tempi spesso in chiave opposti, con molte fermate e ripartenze. Come in un’orchestra, a volte si suona “pieno”, a volte il meno possibile. 
Con gli Stick Men, avendo due particolari strumenti a corda e a spettro completo (come due pianoforti), la musica è densa e con più frequenze sovrapposte. In questo contesto uso molta elettronica, con vari aggeggi. Markus ha un suono stereo a spettro completo, molto ampio, mentre Tony occupa molto dello stesso spazio medio-basso dei tamburi, quindi preferisco un suono di batteria più “stretto”. 
Sul palco con gli O.R.k., gli strumenti sono più tradizionali e monofonici, quindi siamo come un power trio ed è molto più facile sentire distintamente il suono di chitarra “rat” (probabile riferimento a questa famosa marca di distorsori per chitarra, ndr) di Carmelo e il basso lento e “fat” di Colin mentre suono la batteria, il tutto a supporto delle tastiere e dell’orchestrazione vocale di LEF.
Con gli O.R.k. ognuno suona uno strumento specifico, mentre con gli Stick Men non sei mai sicuro di chi stia suonando cosa.
E… con gli O.R.k. tutti nella band sudano sette camicie, non solo il batterista. 

Photo by Kevin Nixon, fonte: FB

Colin, è vero che i bassisti amano di media più generi musicali, sono più inclini all’ascolto dell’insieme e che quindi suonare in una band come gli Ork in cui confluiscono svariate istanze può essere il contesto ideale per te?

COLIN: In generale, come bassista sei nel mezzo delle cose. La citazione degli Spinal Tap sull’essere “acqua tiepida tra il fuoco e il ghiaccio” ha un fondo di verità, poiché la tua attenzione è spesso attratta da diversi elementi musicali allo stesso tempo, mentre devi mantenere il ritmo e sostenere l’armonia.
Nella maggior parte dei generi il basso di solito ha questo tipo di ruolo e questo è probabilmente il motivo per cui molti bassisti finiscono per diventare produttori. Penso che lo strumento stesso possa davvero invitarti a sviluppare un buon senso di come una band funzioni nel suo insieme e di come si relazionano le diverse parti l’una con l’altra. Ad esempio, può capitare che una regolazione o una piccola variazione in una parte di basso, influenzino fortemente il modo in cui suona l’intera band: è una cosa che puoi fare in maniera intuitiva o provarla consapevolmente per vederne gli effetti. 
Fin dall’inizio, ho sempre visto gli O.R.k. come un contesto molto soddisfacente in cui suonare sia anche un ottimo sfogo per gran parte della mia personalità musicale, che è anche ciò che mi ha portato a suonare uno strumento. Nella musica degli O.R.k. c’è un buon mix di spontaneità e libertà strutturata e nonostante i nostri background molto divergenti, c’è anche un buon incontro di personalità.

Qual è stato il tuo processo creativo per “Screamnasium”? Hai sperimentato nuove tecniche di processazione del suono o strumentazioni diverse rispetto ai precedenti lavori con la band?

COLIN: A meno che il caso non lo richieda davvero, come nel massiccio riff di As I Leave, generalmente cerco di non seguire semplicemente il riff di chitarra. Carmelo suona molte linee di chitarra e accordi interessanti ed insoliti, quindi mi piace lavorare molto “intorno” a lui, suonando qualcosa che si integri e si unisca a lui in determinati punti, creando spazio, tensione e rilascio, pur costituendo un fondamento per tutti gli elementi.
Sono sempre molto conscio anche del modo di suonare di Pat: ha un’ottima capacità di suonare cose inaspettate ma che sono comunque appropriate al contesto.
Quando finisco una take di basso su qualcosa, questa può essere frutto della prima idea che ho avuto, oppure un qualcosa su cui ho speso molto tempo a pensare e perfezionare, magari provando più bassi ed effetti, nonché idee diverse per le linee di basso. In questi casi, se anche dovessi finire per utilizzare la prima idea avuta, comunque l’aver attraversato un processo di sperimentazione per poi ritornare al punto di partenza, convalida il mio approccio precedente, quindi non è mai tempo perso. 
Per “Screamnasium” ho usato principalmente i miei fidati e ben consumati bassi Wal, ma anche il mio Spector Euro 435LX, predisposto per suonare con accordature più basse. Ho anche fatto molto uso di un nuovo plugin della United Plugins, chiamato Bassment, che ho la fortuna di aver potuto provare prima della messa in vendita, testandolo a fondo. 

Per quanto siate tutti musicisti eccezionali e di grande esperienza, c’è qualcosa che avete imparato in questi anni in tour? Ci sono stati cambiamenti, correttivi, evoluzioni nel rapporto tra di voi e nel vostro approccio ai live che pensate di portarvi dietro come nuovo bagaglio di esperienza da offrire al pubblico nel prossimo tour in programma (aprile 2023, co-headliner i francesi Lizzard)?

CARMELO: Abbiamo puntato sempre tanto sul nostro live. Tutti noi proveniamo, come bene ricordavi anche tu, da centinaia di concerti, da centinaia di ore in furgone e da litri di sudore da palco. Siamo dei musicisti, ed è quello che ci si aspetta da noi. Adesso siamo veramente una grande famiglia e ci supportiamo a vicenda, fuori e dentro ad un palco. Loro purtroppo devono anche sopportarmi, tendo a fare festa per tutto il tour di solito, ma prometto di essere più discreto, meno rumoroso, meno animale, eheheheh!
Sul fatto che daremo tutta la nostra anima non dovranno mai esserci dei dubbi, non vediamo l’ora di suonarvi le nuove canzoni e di condividere il palco con i nostri fratelli Lizzard

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I still remember me listening to Jellyfish, the first O.R.k. song, on February 2015 on YouTube, where an image with the names of the band members was the background to the video: Lorenzo Esposito Fornasari, also known as LEF, (Obake, Hypersomniac, Berserk!) on vocals, Carmelo Pipitone (Marta sui Tubi) on guitar, Colin Edwin (ex Porcupine Tree) on bass and Pat Mastelotto (King Crimson, Stick Men) on drums. Just reading the names made my curiosity in motion, but listening exceeded expectations. 
Out of nowhere, a top-class band pulls out a song with a vaguely Tool-esque sound, incisive, well played, well sung, well produced, surprising! I forwarded the song to my music-loving friends, wrote about it on social media, forums, everywhere.

It was the beginning of an intense personal appreciation for the band, definitively materialized with the first convincing album “Inflamed Rides” (Hard World, 2015; reissue Kscope, 2022), my participation in concerts, and the following band releases. After their debut, O.R.k. released “Soul of an Octopus” (RareNoise Records) in 2017, “Ramagehead” (Kscope) in 2019 – which should have been followed by a tour with O.R.k. opening for System Of A Down which was unfortunately canceled due to the pandemic – and, finally, “ Screamnasium” (Kscope) in this 2022.
Part of the surprise and enthusiasm with which I welcomed this band also derived from my considering it an “Italian thing”, due to the presence of LEF and Pipitone. I said to myself: «Finally, even in Italy there is someone who proposes this kind of sound and does it properly!».
In hindsight, I can now say how that belief was – fortunately – wrong: O.R.k. are in fact an international band to all intents and purposes, not only due to the presence of Edwin and Mastelotto, but also due to LEF’s vision and approach to work, always devoted to experimentation, contamination, collaboration with different but functional artists for the project and not imposed by a major to multiply the streams. This band is an artistic creature that seems out of context with respect to an Italian music market that is too often closed in on itself and lacking in courage. Therefore, for the band itself and for the fans, it’s better that their artistic vision and prospects (including the market) are broadly international.

From left to right: LEF, Carmelo Pipitone, Pat Mastelotto, Colin Edwin.

After the release of the first album, one of the few doubts one could have about this band was its longevity. Rock is full of so-called “supergroups” that lasted for one, or at most two record releases, and no one could guarantee that this too couldn’t be the case.
Luckily for those who follow this band, O.R.k. have become – indeed remained – a super group (the space between the two terms is necessary and significant) or an authentic band of excellent professionals, who also seem to be linked by a genuine relationship of friendship and mutual esteem. If that weren’t the case, they wouldn’t have realeased their fourth album, they wouldn’t have done several concerts around the world and they wouldn’t have scheduled a new tour starting in spring 2023.

“Screamnasium” is a solid, coherent and convincing record, probably the band’s best one. This opinion is already quite widespread among fans and, without hiding themselves too much, LEF and his companions also seem to think so, as you will read in the following lines. In addition to “Screamnasium”, we talked about their path as musicians, life in tour and also about themes very dear to our webzine.

Enjoy our interview!


How satisfied are you with “Screamnasium”? Was the songwriting process any different, compared to the previous records?

CARMELO: “Screamnasium” is the album that most moved us. We started writing it before the pandemic but it has grown over time. We didn’t know what would come out but we knew very well what direction we wanted to give it.
In our three previous albums we ranged through various genres but at the same time we remained anchored to our background. With “Screamnasium” we wanted to go further, we wanted to find a clearer point of union for ourselves and our fans.

What about “Machine” (Eugene Freeman) ? How did you come to choose him? And which result were you looking for, compared to the other sound engineers work on the previous records?

PAT: I first heard of Machine around 2002 through his work with hedPE and Pitchshifter, I loved the way he integrated electronic and acoustic drums together and I screened him with Trey (Gunn, ed) and then we recommended him to Fripp & Belew to engineer and co-produce “The Power The Believe” record – after King Crimson finished cutting the basic tracks in Nashville, Machine came to visit me in Austin to work in my home studio in Texas. He enjoyed Austin and the Texas Hill Country so much that he relocated his studio, The Machine Shop, to a location near me and now he goes back and forth from here to New Jersey for his mixing and tracking with bands like Lamb of God and Clutch. When school is out, Machine often brings his sons with him, and they come over to my place to swim and hang and so as fate would have it they were at my place while I was working on O.R.k. and the lightbulb went off! so I immediately suggested him to the O.R.k. guys. 
Am I happy? Yes yes yes! I’m Happy Happy Happy to be happy with what I’m happy with. I think “Screamnasium” has my best drum sounds since TPTB . He uses parallel compression techniques which adds density to my drums etc and more than that he does amazing work with adding clarity to vocals, guitars, really, the whole band. He really understood O.R.k. is a nasty rock band with surprising subtleties. Machine is a closet drummer and has hung here in my studio playing my kit, he’s felt the power and ambiance from my perspective. 

In my opinion, the songwriting on “Screamnasium” is a step-up from the previous record, in regards to composing both single killer tracks which invite to experience multiple listening and a whole record which is somehow coherent and engaging from start to finish. Do you also actually share the same feeling, that you’ve taken a step further, from this point of view?

COLIN: I have to say I agree. I have a huge amount of confidence in my bandmates and their abilities and creativity, but at the start of the journey, I honestly wasn’t sure if we would really manage to better “Ramagehead”, which I felt was a very strong statement. With “Screamnasium” it just feels like we’ve somehow pushed everything further. It’s difficult for me to analyse the how and why because I am too close to everything, but pandemic problems notwithstanding, it hasn’t felt like a difficult album to make, we’ve had a very productive workflow. I think all four of us are very comfortable with our framework and also quite focussed about how to work together, there’s never really a lot of discussion. 
I think we all wanted the album to be satisfying and not just some self indulgent thing and also to have enough sonic depth to invite multiple listens, so I am very happy to read your comments. This album has also felt like almost an emotional release, we’re expressing a much needed optimism and some hope and empathy along with it, it’s perhaps not the usual subject matter but it feels good to get it out!

“Screamnasium” (2022, Kscope). The artwork is by Adam Jones (Tool) and Marvel/DC Comics illustrator Denis Rodier.

“Screamnasium” is your fourth record. Looking back on your path from your first record to now, would you have expected to get this far? Do you have any regrets concerning your artistic and management choices (promotion, distribution, etc.)? Is there anything that you would have done differently (or that perhaps you have already faced differently with “Screamnasium”)?

LEF: Yes, actually. Since the first notes composed remotely in 2015 (Pyre was the very first song ever, followed by Jellyfish) with this lineup, we all realized that something special was materializing, something very different from what all of us had done musically before. Something destined to remain, to evolve. Once we got back from the first tour in 2016, I remember we used to get angry with the journalists when they called O.R.k. a “side project”, because we all felt ourselves as a real band. A band that over time, and with the many kilometers traveled together, has become an extended family that includes our technicians Simone and Jamma and our booking agent Francesco Grieco.
I’d do anything differently. Every action, every note must be contextualized in the exact moment in which it occurs, the thought “now I would do it differently” is always applicable in music (especially if there is an ongoing evolution as individual musicians and as a band) but it should always be kept at bay. In the end, we have to remember that records are a bit like photos… They represent a specific moment in our life (as a band and, indeed, as individuals) and changing them in this sense never makes much sense.
Recently Kscope wanted to give new life to our debut album “Inflamed Rides”, releasing it for the first time even on vinyl. In this case we made a small exception by “refreshing” the mix and mastering. There are no changes in terms of production and musical structures, but a small sonic upgrade seemed right to us.

LEF, with few doubts, I think you are one of the best male singers in Italy. Similarly I think the same of Elisa as a female voice. I literally had goosebumps the first time I listened to Consequence, also due to the intensity of the song: it’s easy to feel a strong meaning behind it. I know this song was composed, from the very beginning, to be sung with a female counterpart. How did you end up calling Elisa? How was her approach to your music and what is the thing that most impressed or surprised you about her?

LEF: Yes, the need was to have an important female presence in the song, more for conceptual reasons (even if our lyrics are never explicit, this song has a very specific theme… which obviously I won’t reveal 🙂) than for musical reasons. At the basis of our collaboration there are some acquaintances in common, in particular Alessandra Pescetta, a fabulous film director who in the past has also shot music videos for some of Elisa’s songs. 
Elisa immediately loved the demos of the song and our sound (she and her husband Andrea Rigonat are also fans of Tool and other bands that we love) and soon we planned when to record her vocals.
I was fascinated by her passion, by the scrupulous professionalism and by the beauty of her person. While we were recording, at some point she even took over as her sound engineer and she turned into an editing ninja. Incredible. Rarely have I found such a level of professionalism in Italy.

Consequence ft. Elisa

The album also features London-based cellist Jo Quail, who offers a truly delightful touch of color on the beautiful closing track Someone Waits, where the sound of her cello is perfectly linked to your splendid singing. How did the idea of this collaboration come about?

LEF: Jo has played cello on several of my soundtracks and she has recently composed pieces for cello, my voice and dark orchestral layers which will be released next year as her own EP.
In short, it is a musical love that has been going on for some time and when we imagined strings for Someone Waits, I had no doubts about who we should involve.

In terms of singing, this record shows even more your versatility as well as the enormous ability to sing in different registers and reach frequencies not exactly for everyone. While listening there are many singers who come to mind, among them there is certainly Chris Cornell, especially when you go up in frequencies and decibels. How much did he inspire you? And which other singers have been decisive in defining your singing?

LEF: As a craftsman of the voice, I have studied and experimented with everything in the last twenty years. From Demetrio Stratos to diplophony that I studied with Tran Quang Hai, from my 110 cum laude in opera singing (it makes me laugh thinking about it now) to Obake’s doom.
But in songwriting you often find yourself bypassing technique and mental structures and then 90’s rock that shaped and marked me more than any other genre, comes out. When I loosen the reins and try to let my emotions flow in the most direct way, the vocal lines no longer keep in mind what I have studied or what the context in which I am singing is, my vocal chords start to freak out a bit and over time I have realized that they are often right.

You once told me that you always like to be in control of the entire production process and in fact on all four albums you also appear as a producer. Is it excluded that in the future the band will be able to rely on a third-party producer? Or is there any producer in particular who would make you change your mind or with whom you might like to collaborate in co-production?

LEF: Nothing’s off the table, also because I love working with professionals from whom I can learn something new. If so, I would look for someone with an approach diametrically opposite to mine, for the sake of discovering something new.

Don’t Call Me a Joke

On our webzine, we’re very interested in the loudness war concept. Your second album “Soul of an Octopus”, mixed by Marc Urselli, is a very dynamic one, with natural volume ratios and it sounds great on any good hi-fi system. In regards to the dynamic range, it seems that you’ve taken a step back with “Ramagehead” and “Screamnasium” instead. While “Ramagehead” is actually a bit tiring to my ears, Machine seems to have done a great job on “Screamnasium”, regulating frequencies and “coloring” them thus allowing the listener to feel the sounds as dynamic and avoiding the so-called “ear fatigue”.
Considering the common listening habits nowadays, do you think that sacrificing the dynamics is anyhow inevitable (or even necessary) and that this sacrifice can be remedied with a proper mixing and mastering work?

COLIN: I think perhaps it also might be true to say that “Ramagehead” may have been a more challenging album to mix as we’ve kept things a bit more straightforward instrumentally with “Screamnasium”.
But for sure, Machine has done a fantastic job with the mixing and mastering and I know we were all very happy with his great ears and his magic touch. I had a fairly lengthy conversation with Machine prior to engaging him and he was really inviting us to give him detailed and honest feedback and he made sure to let us all know he was totally comfortable taking on board all our viewpoints and would be very happy to change things to our requirements and so forth. 
As it turned out, he clearly “got it” almost immediately, and most of the mixes needed quite minimal adjustments after just a few comments. To my mind, he has made “Screamnasium” sound closer to the excitement and vibe I feel when O.R.k. get together and play live, and closer to the elusive essence of the band perhaps. There’s clarity and punch and lots of detail to be heard.
So yes, I think there is a way to preserve a lot of dynamics with careful mixing, personally I’d rather keep a good dynamic range in a recording although I know that’s not what a lot of people are used to hearing any more, so I hope it isn’t wasted effort!

Carmelo, in one of your interviews I heard you say that the best moments you remember with your other band “Marta sui Tubi” are those spent in the rehearsal room. So what does it mean for you to work remotely with O.R.k now? Was it difficult to adapt to this new reality?

CARMELO: Yes, it’s true. I really miss the atmosphere of the rehearsal room. It’s not only for the hours spent inside it, but for everything behind it: the gossip, the thousands of cigarettes, the jokes between us. Actually with O.R.K. all of this is there, even if compressed into a week before the pre-production of our live shows. Let’s say I’ll make it enough, hehehe.

How much time can you dedicate to studying the guitar? And how important is it for you to experience new sounds and new solutions?

CARMELO: In recent years I’ve been playing a lot at home, not so much to train my tendonitis (😝) but rather for a mental necessity. I can’t imagine myself without a guitar in my hand and even if I’m chronically lazy, I like to discover new techniques, new directions. I also like to write, I do a lot of soul searching and, even though every day I discover that I am more and more sociopathic, I like it, especially when my thoughts match the music that I carry within me.

Pat, your drumming style, especially on “Screamnasium”, seems particularly rich in triggers and effects. Which role does electronics play in your style with this band? What does it offer compared to a “clean” style of drumming? 

Well, funny enough, there are absolutely no electronic drums on this O.R.k. record so I’d say electronics don’t have much to do with the drumming with O.R.k. at this time. The recording and songwriting was a long process, I think over 20 tracks in development over about a year so they might have helped in the process. We started in 2019 before Covid and I had just come off the road with King Crimson, so I was in good spirits, and as much as I love playing with Gavin Harrison, Bill Rieflin, and Jeremy Stacey, this was a wonderful opportunity to just explore myself and go for it with more reckless abandon. As 2020 dragged on with Covid I started to think this might be the last record I ever get to make and then, on the day Bill Reiflin died, I get a demo from LEF with the lyric ‘Good by my friend’ so there were a lot of emotions surrounding these recordings. 
Machine knows I am never satisfied with my room’s room sound, so he reinforced by printing midi notes for each of my 5 toms and blended a better room and ya he does his thing with verbs and made my foot frikken huge on this record! The only thing I remember in particularly I asked for As I Leave, I encouraged him to get a gated 80s sound something between Phil Collins and the Eurythmics records on the overdub I had done with the small DW single head flat piccolo pancake toms, that’s the clacking on the side of the drum you hear in As I Leave. For that song I also pulled out a super fat old YAMAHA snare drum I used back in the Mr Mister days for As I Leave because I felt like it needed that weight.

As I Leave first single from “Screamnasium”.

Playing and touring with King Crimson, Stick Men and O.R.k. are completely different experiences, I guess, both in your drumming style and in the moments spent with your bandmates on tour. Which are the main differences? And what do you like the most about the experience you’ve had with O.R.k. so far?

Oh yes, those are three completely different touring experiences! 
With King Crimson – after 45 years of ball busting touring Crimson resumed in 2013 with awesome management David & David & DGM, and then began staying in posh hotels with an amazing large and happy crew, enjoying extensive rehearsals weeks at a time to prepare hours and hours of Crimson music. 
With Stick Men Tony is in NY, Markus in Berlin and me in Texas we usually can only afford one rehearsal wherever a tour starts. We do a lot of fly in gigs but on North American tours we tend to travel by car and van often with Tony driving and booking much more modest hotels. 
With O.R.k. it’s more communal with all in a sprinter van and we generally stay in an Airbnb all together living in one house and more often than not will hit a supermarket and grab groceries. The Italians will cook up these great meals. In fact, we all join in in the kitchen. Even Colin has provided some very interesting culinary experiences (I love his grated fennel and oranges salad with olive oil and a pinch of salt). 
And yes, musically the three are also completely different – with the seven or eight piece King Crimson, the music is very scripted, often in opposing time signatures, lots of stopping and starting and like an Orchestra sometimes so full sometimes the best is to play the least. 
With Stick Men having two full range touch instruments (like having two pianos) the music is also dense with more overlapping frequencies plus I use lots of electronics and stereo doodads, and Markus is always a very wide, full spectrum stereo sound. Tony’s stick occupies a lot of the same lower mid space that the drums also need so it seems to require a bit of a tighter drum sound. 
With O.R.k. on stage, the instruments are more traditional and monophonic so we are like a power trio and It’s much easier to hear distinct rat infested guitar, and fat sloth bass beneath my drumming, all supporting Lef’s keyboards and vocal orchestration. With O.R.k. each instrument is coming from a specific person in contrast to the overlapping Stick Men frequencies where you’re never really sure who’s playing what. 
And… With O.R.k. The whole band works up a sweat, not just the drummer.

Photo by Kevin Nixon, source: FB

Colin, is it true that bass players usually love many music genres and thus they are more inclined to listen to the “whole”? If so, would you say that playing in a band like O.R.k., where various different influences converge, can be the ideal context for you? 

In general, as a bass player you are kind of right in the middle of things, – the Spinal Tap quote about being “lukewarm water between fire and ice” has a ring of truth to it, as your attention often needs to be drawn to different musical elements at the same time, keeping the rhythm and also underpinning the harmony. This and the fact that in most genres the bass usually has a very similar role, is probably why a lot of bass players end up as producers. I think the instrument itself can really invite you to develop a good sense of how a whole band fits together and how different parts function in relation to each other. For example, it’s sometimes the case that a very small adjustment or change in a bass part can really affect the way the whole band sounds, sometimes this is an intuitive thing or you can try this consciously to see the effects.
Since the start, I’ve always found O.R.k. to be both a very satisfying context to play in and also a very good outlet for a large part of my musical personality and also what drew me to playing music in the first place. There’s a good blend of spontaneity and structured freedom within the music and despite our very divergent backgrounds, O.R.k. has a good mix of personalities too. 

How about your approach on composing the bass lines for “Screamnasium”? Have you experimented with any new sound processing technique or different bass guitar model, eventually more than you did on the previous records with the band?

Unless I feel it really calls for it, like the massive riff on As I Leave, I generally try not to just go down the “bass following the guitar riff” method. Carmelo plays a lot of interesting and quite unusual guitar parts and chord voicings so I like to work around him, and play something which meshes in and joins him at certain points, creating space and tension and release whilst still grounding things. I am also very mindful of Pat’s approach, he has a great way of playing something unexpected which is still very fitting.
I generally find the finished bass take on something is either the first idea I had or something that I’ve spent quite a bit of time thinking about and refining, perhaps trying multiple basses and FX and different ideas for basslines. In the end I might still have used my first original idea, but having gone through a process of experimenting and arrived back where I started has validated my earlier approach, so it’s never a case of time wasted.
For “Screamnasium” I used mostly my well worn trusty Wal basses, or my Spector Euro 435LX which is set up for downtuning. I also made a lot of use of a new plug from United Plugins called Bassment which I was lucky enough to get hold of before release and test out thoroughly.

Although all of you are exceptional and highly experienced musicians, is there anything new that you have learned while on tour through all these years? Has there been any change, correction or evolution in the relationship between all of you in the band and in your approach to live shows, as something that you plan to bring to the fans on the next scheduled tour (April 2023, co-headlining Lizzard)?

CARMELO: We’ve always bet a lot on our live shows. We all come, as you well remembered, from hundreds of concerts, hundreds of hours in the van and gallons of stage sweat. We are musicians, and that is what is expected of us. Now we are truly a big family and we support each other, on and off stage. Unfortunately, the guys also have to put up with me, I usually tend to party throughout the tour, but I promise to be more discreet from now on, less noisy, less animal, heheheh!
There should never be any doubt that we will give our whole soul, we can’t wait to play our new songs to the fans and share the stage with our Lizzard brothers!

O.R.k. Linktree