Se chiedete ai vostri amici quali app usano per la musica, probabilmente nessuno, o quasi, citerà Tidal. Potrebbe bastare questa semplice indagine informale per comprendere come la piattaforma abbia perso la battaglia per il grande pubblico. Quello che forse è più difficile sapere, è che da qualche tempo ha smesso di combatterla. Per consapevolezza acquisita, dettata dai dati e dalle evidenze del mercato, Tidal ha rinunciato a competere con Spotify, ridefinendo la propria mission.
Quella di Tidal è la storia di una piattaforma che puntava al dominio del mercato dello streaming con in testa un’utopia (“gli artisti controllano la musica”, come esclamavano in uno dei loro primi comunicati stampa), ma che finisce per diventare un servizio di nicchia.
Pensate sia eccessivo definirlo così? Beh, basta osservare questo grafico, che comunica più di qualsiasi spiegazione.

Impressionante, vero?
Ma è una storia che non deve leggersi necessariamente come una sconfitta, quanto piuttosto come una resa di realtà, una consapevole ridefinizione di intenti e prospettive. Per comprenderla, bisogna ripercorrere la storia di Tidal dall’inizio.
Nascita di un modello rivoluzionario che non è mai decollato
Nel 2015, Jay-Z, con il supporto di altri quindici musicisti di spicco tra cui Kanye West, Rihanna, Coldplay, Daft Punk e Jack White, acquisisce la quasi totalità di Aspiro, la piattaforma svedese-norvegese fondata nel 2008 che nel 2014 aveva sviluppato la prima versione di Tidal. L’operazione, costata 56 milioni di dollari, viene seguita da un’enorme campagna di marketing, in cui Tidal è presentato come una piattaforma dove la musica viene compensata più generosamente rispetto agli altri competitor e in cui gli artisti hanno voce nei progetti.

Tra ricorrenti voci di flop e fallimento, e parziali cessioni di quote (nel 2017 la Sprint Corporation compra il 33% della società), Tidal cerca comunque di realizzare le proprie aspirazioni, ma si scontra drammaticamente con la realtà. Nel 2020 conta 2,1 milioni di abbonati, contro i 138 milioni di Spotify e i 60 milioni di Apple Music. Non è un fallimento specifico (oltre 2 milioni di abbonati non sono pochi), ma è un fallimento di scala. Una piattaforma nata per essere un’alternativa al mainstream che è diventata un’alternativa di nicchia.
Nel 2021, Jack Dorsey – il fondatore di Twitter e Square – versa 297 milioni di dollari per acquisire la fetta più grande della proprietà di Tidal. Dopo l’acquisizione non comunica un piano preciso, ma si limita ad affermare che Square vuole aiutare gli artisti. In molti hanno pensato che un’azienda fintech con risorse serie avesse i mezzi per far finalmente decollare Tidal ma, col senno di poi e almeno fino a oggi, non è andata così.
Cercare la propria strada
Tra il 2017 e il 2024, Tidal prova di tutto, ma abbandona quasi tutto.
Nel 2017 firma una partnership con MQA, la società britannica dietro la medesima e omonima tecnologia audio proprietaria (Master Quality Authenticated), con l’obiettivo di offrire ai suoi abbonati con piano HiFi musica in “qualità master” a 96 kHz e 24-bit di risoluzione. Per un momento, Tidal rimane l’unica piattaforma di streaming a proporre questa controversa tecnologia. Nel 2024 l’MQA viene abbandonato a favore del formato open source PCM-FLAC.
Sempre nel 2017 annuncia una serie di podcast originali. Fat Joe conduce “Coca Vision”, mentre Joey Badass guida “47 Minutes”. I podcast vengono progressivamente dismessi a partire dal 2022 e rimossi completamente nel 2024.
Nel luglio 2019 lancia una delle sue funzionalità più apprezzate e – fortunatamente – ancora oggi attiva: i crediti ufficiali (forniti da artisti e label). Gli utenti possono cliccare sulla scheda info di un brano o di un album per vedere i dettagli di chi ha lavorato al disco, e da lì sul nome di musicisti, producer e altri contributori per visualizzarne i dettagli.
Nel 2022 chiude il suo download store, il servizio che permetteva di acquistare musica digitale.
Dopo essere stato acquisito da Block (nuovo e attuale nome della Square di Jack Dorsey) nel 2021, Tidal prova ancora due esperimenti: lancia un piano gratuito con pubblicità (novembre 2021, solo per il mercato USA) e introduce il Direct Artist Payment (DAP), un sistema per pagare gli artisti proporzionalmente ai loro stream individuali. Sulla carta entrambi hanno senso, soprattutto il DAP sembra sposarsi con le promesse degli inizi, ma nella pratica entrambi falliscono.
Nel febbraio 2023, il CEO Jesse Dorogusker fa un AMA (Ask Me Anything) su Reddit dove annuncia l’arrivo del formato FLAC Hi-Res (una notizia positiva e attesa soprattutto dagli ascoltatori più esigenti sulla qualità della riproduzione), ma rivela anche la cancellazione del DAP, a favore di un maggiore investimento sul progetto Tidal Rising. Il motivo è lapidario: «low usage» (70,000 artisti e 500,000 dollari di pagamenti, quindi in media 7,14 dollari per artista). Ma c’è una realtà più profonda. Con una base utenti globalmente inferiore ai 3 milioni di abbonati, e HiFi Plus (il piano più completo all’epoca) rappresentante solo una frazione di questi, un programma che preleva il 10% del canone mensile per distribuirlo agli artisti più ascoltati non può funzionare. La base di utenti è troppo piccola.
Nel marzo 2024, anche l’abbonamento gratuito viene rimosso.

È chiaro che il modello che cerca di scalare e competere con i giganti non funziona. Tidal prende coscienza dei propri limiti e prova a ridefinire gli obiettivi, tarati sulla piccola ma fedele nicchia di utilizzatori.
Una brutta vicenda e un nuovo inizio
A metà ottobre del 2024, Jack Dorsey invia un’email ai dipendenti di Tidal. Una di quelle che un lavoratore non vorrebbe mai ricevere. Ne entra in possesso Fortune, che la pubblica. Il tono di Dorsey è rassegnato: «We’re going to part ways with a number of folks on our team» scrive. Aggiungendo poi: «We’re going to lead with engineering and design, and remove the product management and product marketing functions entirely.»
Traducendo: Block licenzia il 25% dei dipendenti che lavorano per Tidal, circa 100 persone. E, soprattutto, elimina completamente i team che tradizionalmente si occupano del disegno delle strategie di crescita: la struttura di product management e quella di product marketing. Eliminare questi settori significa smettere di pensare a come attirare nuovi clienti. Significa non voler più crescere, ma al massimo migliorare e consolidare quello che si è già raggiunto. Almeno per questa fase storica dell’azienda.

Una settimana dopo, Block pubblica una lettera agli shareholder per il terzo quadrimestre del 2024. Si parla poco di Tidal, ma quel poco è sufficiente per far suonare più di un campanello di allarme circa il suo futuro. Il passaggio chiave è «we are scaling back our investment in TIDAL»: la società ha il suo interesse primario nel mining bitcoin e nell’app per il pagamento digitale Cash. Tidal non è una priorità, è un bene acquisito che deve sostenersi da solo.
Questi due eventi ravvicinati ammettono due letture opposte. La prima è quella del declino terminale: Tidal sta morendo, Block la sta smantellando in silenzio verso una fine annunciata.
La seconda è più sfumata e interessante.
Tidal sembra uscire definitivamente fuori da ogni prospettiva di crescita (almeno nell’immediato), ma al tempo stesso smette di combattere una battaglia – persa da tempo – contro Spotify e Apple. In questo contesto, il lavoro quotidiano potrebbe paradossalmente diventare più sostenibile. Le decisioni non vengono più da figure intermedie, ma direttamente da chi scrive il codice e disegna l’interfaccia. Un modello agile, da start-up agli esordi.
Certo, è un’ipotesi, ma è anche quello che sembra emergere nell’AMA che il DRI (Directly Responsible Individual) di Block e per TIdal, Robert Andersen, ha tenuto a novembre scorso su Reddit.
“Economic empowerment”: infrastruttura, non competitor
Dopo tutti gli scossoni e il nuovo assestamento, Tidal ha finalmente trovato una propria dimensione? Sarà il tempo a dirlo, ma alcuni segnali sembrano raccontarci proprio questo. Oltre al sopracitato AMA di Andersen, una lettura favorevole del nuovo assetto e del futuro della piattaforma è suggerita dalla natura stessa di Block. Nell’azienda è comune il concetto di “economic empowerment”, che ricorre in quasi tutte le sue divisioni. Cash App emerge come soluzione di pagamento peer-to-peer per le persone, non per le banche. Block investe in fintech per creator economy, infrastrutture per piccoli business. Tidal, in questa logica, può essere visto non come competitor di Spotify, ma come un’estensione della mission di Block: una piattaforma dove un artista indipendente può guadagnare, controllare la propria musica, connettersi ai fan. Insomma, un riavvicinamento alla mission originaria di Tidal. Una piattaforma con caratteristiche definite e diversa dalle altre.

Vedremo nei prossimi mesi/anni se questa ipotesi verrà consolidata o se si imporrà quella della fine prematura. Che comunque il prodotto stia continuando a crescere, è dimostrato dagli aggiornamenti dell’app (non frequentissimi in realtà, ma presenti) e soprattutto dall’implementazione di nuove e interessanti funzionalità.
La novità “Tidal Upload” e il ritorno di “Tidal Rising”
A novembre del 2025, viene lanciata globalmente Tidal Upload, una funzione che permette agli artisti indipendenti di caricare la propria musica direttamente sulla piattaforma, senza distributori e conservando pienamente i diritti. È un vantaggio reale rispetto al resto dell’industria, dove la distribuzione passa sempre attraverso label o servizi aggregatori, una carta da giocare potenzialmente molto importante per gli artisti emergenti.
Un punto di criticità risiede nel fatto che gli artisti non ricevono guadagni in royalties per i brani caricati, ma possono (eventualmente) ricevere dei premi. Se il team editoriale di Tidal seleziona un brano per la playlist “Spotlight” (per ora opportunità offerta solo ad artisti USA), l’artista riceve 100 dollari al giorno per ogni giorno di permanenza. È una dinamica che ricorda un po’ quella dei talent show: ti presenti gratis e speri di essere notato e premiato. In più, i brani caricati (non necessariamente presenti nella playlist “Spotlight”) possono partecipare all’Upload Headliners Contest, che mette in palio ben 100 mila dollari per l’artista del brano vincitore. Una sorta di lotteria insomma, ma al di là di questo la proposta è solida e apre una porta interessante per chi vuole emergere senza dipendere da intermediari.
Se ben supportata nei prossimi anni – magari con l’estensione di “Spotlight” a mercati extra statunitensi – Upload potrebbe rappresentare un punto di svolta strategico nel posizionamento competitivo di Tidal.
Nota a margine: è possibile supportare gli artisti emergenti di Tidal Upload tramite donazione libera (altro aspetto lodevole) ma solo tramite app Cash (ovviamente), che al momento non è disponibile sul mercato europeo.
“Close Encounters” è il brano che ha permesso all’artista emergente Lily Amiclo di essere tra le vincitrici dell’Upload Headliners Contest 2025 e ricevere 100 mila dollari come premio.
È tornato poi Tidal Rising (sempre limitato al mercato USA), il programma di supporto per artisti emergenti lanciato nel 2015 e poi interrotto. Ora offre finanziamenti diretti, tutoraggio, webinar educativi e promozione personalizzata. Gli artisti che entrano nella community hanno l’opportunità di diventare “ambassador” del programma, con possibilità di accedere a fondi dedicati e al supporto diretto del team artistico di Tidal per accelerare la propria crescita. Nel 2023, quando Tidal ha dismesso il precedente sistema di Direct Artist Payouts, ha destinato a Rising un budget dieci volte superiore, evidenziando l’attenzione verso gli artisti emergenti.
Tidal sembra insomma posizionato su uno spartiacque: da un lato gli spettri che minacciano la fine, dall’altro intuizioni potenzialmente brillanti che lo riavvicinano al DNA degli esordi. Andersen, rispondendo a un utente su Reddit, si dice convinto che Tidal sia un progetto a lungo termine e che le voci negative che prospettano una fine a breve siano da ritenersi «greatly exaggerated».
Punti di forza e limiti: Tidal oggi e le promesse per il 2026
Tidal oggi è una piattaforma solida, ma che mostra più di qualche limite, soprattutto tecnologico. Nel suo AMA, Andersen ammette candidamente che molti dei problemi derivano dal codice di sviluppo datato, che il gruppo sta cercando di ricostruire da zero. Attualmente le nuove implementazioni sono difficoltose e dispendiose, ma l’utilizzo di linguaggi più moderni consentirebbe rapidi sviluppi evolutivi del prodotto.
Ad oggi Tidal fa comunque bene molte cose:
- Hi-Res FLAC: circa 10 milioni di brani in Hi-Res (24-bit/192kHz) caricati sulla piattaforma. È il numero più alto del settore.
- Dolby Atmos: disponibile per una buona parte di album masterizzati anche per questa tecnologia (a patto di avere sistemi e dispositivi compatibili).
- Brani lossless: disponibili in gran quantità sin dagli esordi, anni e anni prima di Spotify (che ha aggiunto i brani lossless solo nel settembre 2025).
- Qualità generale di riproduzione: questo è un tema complesso, una giungla irta di rovi formati da bias, pregiudizi, falsi miti e puntigliosità tecniche, ma le opinioni concordanti iniziano ad essere tante: la musica su Tidal si sente oggettivamente bene (e meglio di Spotify).
- Piano unificato e prezzo competitivo: piano unico (non c’è più la distinzione con il piano HiFi) a 10,99 euro al mese.
- Metadata album: Tidal è l’unica piattaforma che mostra credits completi (nomi tecnici del suono, ingegneri, produttori, e dettagli sui brani). È un dettaglio apparentemente piccolo ma essenziale per musicisti e producer, e spesso molto apprezzato dagli ascoltatori.
- Tool per i Dj: accesso a stems (tracce individuali isolate per remix), BPM e tonalità per ogni brano.
Dal punto di vista del pagamento e il supporto agli artisti, Tidal si distingue in maniera positiva rispetto ai suoi competitor per diversi elementi:
- Pay-per-stream: a $0,013 per stream in media, Tidal paga circa quattro volte di più di Spotify ($0,003-0,004 per stream). È secondo solo a Qobuz tra le piattaforme principali. Purtroppo rimane comunque pochissimo, specialmente per gli artisti indipendenti, ma questo fa parte di un discorso molto più ampio non affrontabile in questa sede.
- Gestione delle royalties: nel 2023 Block ha acquisito HIFI, una piattaforma che offre anticipi sulle royalties agli artisti. L’integrazione con Tidal consente agli artisti di accedere a strumenti di finanziamento direttamente dalla piattaforma, tra cui anticipi sui guadagni futuri e una gestione più trasparente delle proprie royalties.
- TIdal Upload e Tidal Rising: ne abbiamo parlato poco sopra. Quello che manca è una piena estensione anche ad altri mercati oltre quello americano.
Cosa non fa (ancora) Tidal:
- Sincronizzazione dei dispositivi (con Tidal Connect). È la feature più richiesta e di cui più si sente la mancanza se si passa da Spotify a Tidal. È essenzialmente la funzione che permette di controllare la riproduzione dal telefono verso il pc, l’impianto audio o qualsiasi altro apparato supportato, basilare per chi usa lo streaming in diversi contesti. Andersen, interrogato su Reddit, riconosce che Tidal Connect è critico per l’ecosistema, ma ammette che necessita di miglioramenti significativi. La roadmap prevede prima la sincronizzazione delle code di riproduzione tra dispositivi (la base tecnica per il controllo remoto): negli ultimi aggiornamenti è finalmente comparsa in test interno. Annuncia che nel 2026 le cose cambieranno. È una promessa che Tidal ha ripetuto più volte senza riuscire a mantenere. Speriamo sia la volta buona.
- Sistema di ricerca efficiente. Quello attuale ha troppi limiti. Andersen ammette esplicitamente che nessuno, tra ingegneri e sviluppatori, è soddisfatto di come funziona la ricerca oggi, inquinata da contenuti AI e incapace di gestire efficacemente i casi di omonimia per gli artisti (problemi che non affliggono solo Tidal). Anche su questo potremo aspettarci novità nel 2026.
- Interoperabilità. Ad oggi non esiste un’app per Playstation e diversi altri sistemi non sono ancora supportati.
- Caricare file dal proprio pc per l’ascolto sulla piattaforma. Tidal rimane una delle poche app che non prevedono questa funzionalità (da non confondere con Tidal Upload) e difficilmente verrà implementata a breve.
Insomma,Tidal riconosce i propri limiti e non li nasconde: non è una cosa scontata. Andersen è il primo direttore di una piattaforma di streaming che comunica pubblicamente i limiti della sua app, rispondendo su Reddit alle domande (e alla frustrazione) degli utenti. È un segnale che dimostra che Block non ha abbandonato Tidal. C’è la manifesta volontà di ammettere i problemi, di risolverli, di ricostruire fiducia. Se tutto ciò verrà mantenuto poi è un’altra storia, ma il solo fatto che qualcuno ammetta pubblicamente i problemi e illustri piani futuri, è da leggersi positivamente per chi nutre dubbi sul futuro della piattaforma.
La sensazione, comunque, è che questo 2026 sarà determinante. Nel suo AMA, Andersen scrive che l’azienda è concentrata sugli sviluppi per tre tipologie di utenza: ascoltatori, DJ, e artisti indipendenti (Tidal Upload) e che la roadmap per quest’anno prevede miglioramenti e nuove importanti funzionalità per tutti questi ambiti.
Undici anni dopo il lancio, Tidal ha smesso di inseguire l’illusione di poter competere con Spotify e ha costruito una propria identità. Se mantiene le promesse sulla roadmap 2026, avrà dimostrato che un servizio di nicchia impegnato a soddisfare ascoltatori attenti, artisti emergenti e DJ, può avere un posto di tutto rispetto nella contemporaneità. E magari col tempo recuperare terreno muovendosi da quel misero 0,5% di market share, una quota così bassa che, onestamente, Tidal non ha mai meritato di avere.
Non è la storia che Tidal avrebbe voluto raccontare undici anni fa, ma potrebbe essere la storia che finalmente merita.
P.S. In redazione siamo passati tutti da Spotify a Tidal. Per diversi motivi, ma soprattutto per quello che vi abbiamo raccontato QUI.
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